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Libertà contro libertà di mercato

2 ore fa
Tempo di lettura: 5 min

Massimo Ilardi parte dall’articolo di Gigi Roggero per discutere alcuni elementi generali che caratterizzano le nuove forme di rivolta metropolitana. Secondo Ilardi, se il mercato ha bisogno di alimentare continuamente nuovi desideri per espandersi, ha anche bisogno di disciplinarli e addomesticarli, imponendo regole e limiti alla loro realizzazione. È proprio in questa contraddizione che il consumo può trasformarsi in una forza dirompente, capace di mettere in discussione l’ordine stesso del mercato. La rivolta diventa allora espressione di un desiderio che non rimanda al futuro, ma cerca di realizzarsi nel presente, attraversando e rompendo i confini imposti al territorio. Una riflessione che apre interrogativi importanti sulle forme del conflitto contemporaneo e sulla possibilità stessa della politica di confrontarsi con la loro radicalità.


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Nel suo intervento, Benvenuti nel deserto del globale. Note sul weekend maranza, Gigi Roggero affronta, tra le altre, due questioni che ritengo essenziali per capire la natura e i motivi delle rivolte urbane esplose nelle ultime settimane in alcune città europee.

La prima riguarda il saccheggio e la razzia di merci che ogni rivolta degna di questo nome mette al primo punto del suo ordine del giorno. Roggero, dopo aver giustamente osservato che almeno dagli anni Ottanta, le grandi multinazionali dell’abbigliamento hanno cominciato a sguinzagliare per le periferie urbane dei cacciatori di tendenze, Cool hunter si chiamavano, che «avevano il compito di catturare degli stili di abbigliamento prodotti dagli stessi ragazzi e tra di loro ricorrenti, alla moda, fichi» e che poi le stesse multinazionali impacchettavano e rivendevano sul mercato, si chiede a questo punto se i maranza «si sono presi il compenso per il lavoro gratuito quotidianamente offerto dai loro stili di vita. Ma questa affermazione», seguita Roggero, «oggettivamente dimostrabile, non lo è soggettivamente, perché equivarrebbe ad attribuire alle razzie un significato che non hanno».


Sono d’accordo, ma allora quale significato hanno o, meglio, quale significato politico potrebbero avere?  È una domanda la cui risposta deve affrontare una questione troppo a lunga rimandata da un pensiero critico e cioè il rapporto tra mercato e consumo, un rapporto che, secondo me, va ridefinito. Perché quando si parla di consumo ci si riferisce non solo al consumo di oggetti ma anche a quello che riguarda relazioni, affettività, sentimenti, opinioni, culture che oggi vengono anch’essi rapidamente consumati e distrutti. Solo una lettura politica del consumo, come analisi critica sugli eventi che produce, sulle dinamiche di potere che innesca e sui loro effetti sulla società, e dunque non moralistica o ridotta a fattori puramente economici, vede il mercato e il consumo stesso distinti fino al punto, in alcuni casi, di contrapporsi. Processi contraddittori che molto spesso si escludono a vicenda: regole economiche ferree del mercato, da una parte, e autonomia del desiderio del consumatore che rompe regole e ordine, dall’altra. Regole e ordine invece disperatamente ricercati dal mercato attraverso lo Stato, il richiamo a una tradizione condivisa che non esiste più, a una memoria collettiva anch’essa ormai dispersa. Il mercato ha bisogno di una società coesa, pacifica, sottomessa alla dignità del lavoro e alla produzione di redditi. Ma ha un problema: per espandersi ha bisogno che questa società, la sua società, consumi sempre di più, accresca i suoi desideri, ma con essi cresce anche la forza dirompente di un immaginario che rende tutto aperto, mobile, manipolabile a un soggetto a cui non è concesso alcun indugio per poi passare all’azione. Un immaginario sconfinato non controllabile, non misurabile, non riducibile a parametri che vogliono addomesticarlo e che spinge sempre più il desiderio a un perenne contrasto e conflitto con la finitezza della realtà e con un mondo che vuole porre limiti alla sua libertà di attraversarlo perché in una società priva di valori e di futuro è proprio sul territorio e solo sul territorio che si proiettano i desideri e la possibilità di soddisfarli.


A questo punto, al mercato gli rimangono solo i blindati della polizia a difendere le vetrine, queste sottili e provocatorie lastre di vetro che pretendono di difendere le merci.

La spinta del desiderio trasforma così il consumo in fattore extraeconomico, in variabile indipendente dal reddito e dalle regole de mercato, e in un potenziale offensivo contro le stesse regole del mercato pur dentro il mercato. Lo scarto che produce tra desiderio e possibilità di realizzarlo è potenza produttiva, politicamente produttiva, perché proprio il tentativo di chiudere questo scarto ad abbattere l’ordine delle merci. Ed è la rivolta che parla al presente e non la rivoluzione che rimanda al futuro il loro modo per abbatterlo. Certo, ha ragione Roggero quando scrive che tutto questo dura lo spazio di una giornata. Ma il fatto è che nella rivolta non è in gioco il sistema, non si rincorre un domani, c’è tutto nell’oggi, nel momento stesso in cui esplodono la rabbia e il desiderio che non riconoscono valenza simbolica ad alcun sistema diverso e hanno nulla da spartire con quella libertà intellettuale, con quella mentis libertas di cui parlava Spinoza e soprattutto con quella progettualità consapevole della costruzione di un soggetto.


E qui si apre la seconda questione che pone Gigi Roggero: «Oggi questo soggetto non c’è, e la domanda – questa sì epocale – è se ci possa ancora essere, ovvero se sia necessario ragionare politicamente in termini completamente differenti». In altre parole: sarà operante nei prossimi anni la politica oppure tramonterà perché il futuro sarà determinato da forze su cui la stessa politica non può agire? Roggero risponde che la politica deve provare a comprendere il caos dell’oggi perché «il mondo va capito ogni volta da capo se si vuole trasformarlo per davvero». È vero, va capito. Allora per poter dispiegare la sua azione e la sua capacità di influire sui processi in atto, il pensiero politico dovrà capire e individuare dove si situa oggi il politico metropolitano irriducibile agli altri ambiti di esperienza (etico, estetico, etc.) e di conseguenza adeguare i suoi strumenti d’intervento.

Dunque, diventa necessario confrontarsi con la radicalità delle pratiche di libertà e quindi con la potenza del conflitto e del disordine. C’è però un’aporia da risolvere, perché quelle pratiche di libertà negativa hanno provocato la crisi della politica stessa. Però, proprio perché la stessa domanda di libertà non ha mai, come l’azione politica, una portata universale, si riferisce anch’essa a luoghi e a tempi concreti, si colloca sempre nell’orizzonte di una storia reale e locale, si oppone ai processi di astrazione e di deterritorializzazione prodotti dal mercato, un confronto-incontro resta un orizzonte possibile. Difficile ma possibile.


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Massimo Ilardi ha insegnato Sociologia Urbana presso la Facoltà di Architettura di Ascoli Piceno, Università di Camerino. È stato direttore delle riviste «Gomorra» e «Outlet». Tra le sue ultime pubblicazioni: Le due periferie. Il territorio e l’immaginario (DeriveApprodi, 2022) e In nome della strada. Libertà e violenza (Meltemi, 2026). Ha inoltre curato il volume Le rivolte urbane del XXI secolo (DeriveApprodi, 2025)

 

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