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Geronto-fascismo

11 minuti fa
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Pubblichiamo un estratto dell’illuminante saggio introduttivo di Franco Bifo Berardi a Psicopatologie delle ultradestre. Trump, Milei e la follia al potere di Yago Franco, appena uscito per DeriveApprodi. Bifo interroga la specificità delle nuove destre: dall’aggressività giovanile del fascismo storico alla depressione senile del presente, dalla repressione sessuale alla paralisi del desiderio. Una riflessione sulla dimensione psichica dell’autoritarismo contemporaneo e sulla retorica libertaria che trasforma la libertà di una minoranza nel diritto di sottomettere gli altri.


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Innegabile è il carattere fascista del regime che si è instaurato negli Stati Uniti d’America, faro della civiltà occidentale, durante l’ultimo decennio, cioè da quando negli Stati Uniti ha vinto le elezioni presidenziali un individuo che incarna in maniera esemplare l’ignoranza, la tracotanza e il razzismo, motore della storia di quel popolo. La prova è sotto gli occhi di tutti: violenza contro le minoranze, negazione della divisione tra i potere dello Stato, razzismo dichiarato e ostentato, deportazioni di massa, aggressività militare.

Eppure la parola «fascismo» deve essere contestualizzata, perché in quella parola non è sufficiente a definire la novità di quello che sta accadend, non solo negli Stati Uniti ma in tutto l'Occidente.

Infatti il fascismo – fenomeno anzitutto italiano – si manifestò un secolo fa come espressione di una popolazione giovane. Il Futurismo italiano fu l'anticipazione non soltanto estetica, ma psicologica e anche politica di quello che Benito Mussolini trasformò in movimento di massa, fino a impadronirsi del potere politico e fino a portare l'Italia alla catastrofe della Seconda guerra mondiale. La giovinezza e l’aggressività maschile erano caratteri essenziali di quel movimento, nella sua versione artistica come nella sua versione politica.

Giovinezza significava culto del futuro, sfida contro le tradizioni e contro il principio femminile che mal si concilia con il militarismo. Il fascismo in effetti fu espressione dei giovani che avevano combattuto nella Prima guerra mondiale, dei reduci che protestavano contro gli inglesi e i francesi, le potenze «plutocratiche» che al congresso di Versailles avevano umiliato l’Italia.

Cento anni dopo la realtà demografica è radicalmente mutata: la società italiana come l’intero Occidente (e il pianeta nella sua interezza) conosce un fenomeno di invecchiamento inarrestabile. L’effetto congiunto della denatalità e del prolungamento del tempo di vita sta provocando una dilagante senilità. La proporzione degli anziani è cresciuta enormemente nei primi decenni del nuovo secolo. Inoltre occorre considerare che la depressione, la solitudine, l’anoressia sessuale tendono a fare della senilità un carattere della stessa ultima generazione.


Se il fascismo storico fu un fenomeno di aggressività giovanile, il fascismo del secolo ventuno è un tentativo rabbioso di reagire alla depressione senile. Se il fascismo storico fu espressione di un’energia del corpo sociale, oggi il corpo sociale è depresso ed esausto, e solo grazie alla potenza delle tecnologie può esprimere la sua violenza. Così, se la violenza del fascismo novecentesco era essenzialmente fondata sulla forza bruta dei manganelli squadristi, nel secolo ventuno il potere fascista investe prima di tutto la mente, mobilitando l’energia nervosa, sottomettendo l’elaborazione psichica e modellando il funzionamento della mente fino a sostituire l’attività dell’intelligenza umana con i dispositivi di intelligenza artificiale.

Ma proprio perché la società novecentesca era espressione di energie giovani, allora era possibile l’attesa di un futuro alternativo. Al fascismo si opponevano progetti di una società democratica, liberale o socialista; al nazionalismo e alla guerra si opponeva la prospettiva internazionalista. Al suprematismo razzista si opponeva un movimento anticolonialista vincente in espansione.

Anche oggi, naturalmente, gran parte della società si oppone al fascismo e alla guerra, ma dove sono le energie necessarie per rovesciare il regime dell’oppressione e dell’ignoranza? Quali sono le forme politiche capaci di raccogliere le energie sociali e scatenarle contro l’oppressione tecno-fascista? E soprattutto, in quale tempo potrà emergere un’alternativa, dal momento che il tempo che viene è offuscato dalla crescente devastazione climatica, e soprattutto dal dilagare della senilità incipiente?


Il futuro sembra non comparire nell’immaginario e nel discorso quotidiano, se non come oggetto di un timore, di un’angoscia indefinita. Da quando si è dissolta l’alternativa che aveva nel movimento operaio il suo soggetto sociale centrale, e nell’internazionalismo la forma generale dell’azione politica, il pensiero critico sembra avere smarrito il sentimento della speranza, se posso usare questa espressione piuttosto vaga e forse fuorviante.

Per essere più precisi diciamo che la prefigurazione di forme sociali alternative sembra del tutto scomparsa dalle aspettative del pensiero critico e dei movimenti sociali che si oppongono allo stato di cose presenti. Si tratta di un semplice ritardo, di una comprensibile difficoltà? Dobbiamo attendere l’elaborazione di modelli sociali alternativi alla devastazione presente, dobbiamo concentrare i nostri sforzi teorici e immaginativi verso questo tipo di elaborazione? Oppure si tratta del fatto che la possibilità di immaginare futuro è scomparsa dalla costituzione materiale ed epistemica della soggettività presente?

È difficile e doloroso ammettere che l’orizzonte novecentesco non esiste più, ma ancora più difficile e doloroso è ammettere che l’inconscio collettivo registra la pura e semplice sparizione di un’immaginazione di futuro che non sia distopico.

Chi è cresciuto nell’orizzonte del progresso e della democrazia fatica ad accettare l’idea che quell’orizzonte è scomparso per sempre: ma intanto nel nuovo orizzonte la nozione stessa di «umano» appare dissolversi.



Specificità dell'autoritarismo libertario

L’autoritarismo che si va dispiegando non si può comprendere soltanto con gli strumenti dell’analisi politica ereditata dal marxismo e dal pensiero democratico novecentesco. Occorre mobilitare concetti che vengono dal campo della psicopatologia. Solo così possiamo misurare la distanza del regime trumpista (e dei suoi vassalli locali) dalla razionalità politica cui eravamo abituati in quell’epoca che chiamavamo modernità.

Se ci limitiamo all’analisi politica non possiamo comprendere le intime venature del comportamento di questa nuova classe di predatori bianchi, né la genesi dell’aggressività razzista e machista, né i progetti di devastazione e genocidio che questi dominatori hanno elaborato e si accingono a mettere in atto. Per riuscire a comprendere quel che vi è di nuovo nella follia del potere dobbiamo ammettere che l’agire politico contemporaneo è il palcoscenico in cui si svolge un dramma psicotico, e che per comprendere il discorso dei nuovi tiranni e di coloro che li appoggiano, li votano e li spronano occorre partire dalla sofferenza psichica e dalle sue manifestazioni deliranti.


La specificità dell’autoritarismo contemporaneo non sta nelle sue forme politiche, che per lo più imitano e riproducono quelle del fascismo mussoliniano o quelle del nazismo hitleriano, o del razzismo del Ku Klux Klan, ma sta nella specificità delle sue modalità deliranti, che sono effettivamente diverse da quelle che alimentarono il nazi-fascismo novecentesco. È nelle forme della psicosi essenzialmente senile e depressiva, piuttosto che giovanile ed euforica, che si trova la specificità della malattia politica del nuovo secolo.

Nel 1919 Sándor Ferenczi osservò che la psicoanalisi dispone di concetti per capire le nevrosi individuali, e fors’anche di tecniche terapeutiche capaci di curare la sofferenza individuale, ma non è attrezzata concettualmente né praticamente per far fronte alla psicosi di massa. Nei decenni seguenti a quelle affermazioni di Ferenczi, alcuni psicoanalisti tentarono di disegnare le linee di formazione psicologica del fascismo delle masse. Wilhelm Reich, ad esempio, ha indicato nella repressione sessuale una delle cause principali dell’adesione a politiche autoritarie e nazionalistiche. Ma quel quadro interpretativo appare oggi fuori tempo, perché alla repressione sessuale si è sostituita una paralisi del desiderio, mentre il discorso del potere è rivolto a incitare lo scatenamento delle pulsioni, a rendere obbligatorio il godimento, piuttosto che a imporre la repressione e colpevolizzare il consumo sessuale.

Non a caso nel discorso del potere di queste nuove destre risuona la parola «libertario», che nel passato secolo apparteneva al lessico della sinistra e ad alcune componenti del movimento operaio. Questa parola, che negli anni Sessanta era indissociabile dalla dimensione collettiva della libertà nell’eguaglianza, è stata riproposta a partire dagli anni Ottanta dai teorici della deregulation thatcheriana e reaganiana, con un’intenzione del tutto differente, anzi contraria. Poi negli anni Novanta è diventata la parola chiave dei teorici della Rete digitale che hanno potuto realizzare la rivoluzione tecno-comunicativa grazie alla rottura di ogni regolazione statale nella comunicazione.


Il concetto deregulation è stato centrale in questa riprogrammazione semantica: nel Novecento violazione delle regole significava emancipazione dall’autoritarismo politico e morale. A partire dagli anni Ottanta significa invece assolutismo del profitto d’impresa che si libera dei vincoli politici e morali.

Nel nuovo secolo la retorica libertaria ha finito per esprimere un individualismo senza limiti etici e per affermare il culto dell’impresa senza alcun riconoscimento dell’interesse collettivo.

Un paio di secoli fa Samuel Johnson si chiedeva come mai la parola «libertà» fosse gridata con particolare passione dai commercianti di schiavi. Infatti libertà significava allora (e significa di nuovo oggi) libertà di sottomettere l’altro alle catene che ti permettono di arricchire o di soddisfare le tue pulsioni più crudeli.

Jeffrey Epstein è, in questo senso, un perfetto rappresentante della cultura libertaria del secolo ventuno. Ma non è in questo modo che gli hippies degli anni Sessanta concepirono l’idea della libertà sessuale, in quanto per loro non c’era libertà sessuale senza eguaglianza tra coloro che ne godevano.

Nessuna eguaglianza invece nel caso dello stupratore seriale e ruffiano che catturava ragazzine di famiglie povere per costringerle a soddisfare le voglie degli uomini di potere, ripugnanti aristocratici inglesi, o sadici come il primo ministro israeliano Ehud Barak.

Si tratta di una forma ossimorica del potere: autoritarismo libertario, cioè schiavitù della maggioranza in nome della libertà di una minoranza di negrieri.


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Franco «Bifo» Berardi è scrittore, filosofo e agitatore culturale e uno dei più importanti pensatori radicali contemporanei. Tra i fondatori di Radio Alice, i suoi libri sono tradotti, letti e studiati in tutto il mondo. Per DeriveApprodi ha pubblicato: Dopo il futuro, L'anima al lavoro, Quarant'anni contro il lavoro, Il secondo avvento, Vive la Commune!.

I suoi ultimi scritti sono: Pensare dopo Gaza e Disertate (Timeo).


Per approfondire:



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