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Psicogenesi dell'ultradestra

3 ore fa
Tempo di lettura: 14 min

immagine di Angelica Ferrara
immagine di Angelica Ferrara

Esce oggi, 2 ottobre, Psicopatologie delle ultradestre. Trump, Milei e la follia al potere di Yago Franco, con un saggio introduttivo di Franco «Bifo» Berardi. Un libro che reputiamo fondamentale per comprendere perché, nonostante i fallimenti del neoliberismo siano ormai sotto gli occhi di tutti, si vada imponendo in molte parti del mondo una nuova forma di autoritarismo neoliberale. Le ragioni di questa affermazione, suggeriscono Franco e Bifo, non possono essere ricondotte soltanto alla dimensione economica o sociologica. Occorre interrogare anche la dimensione psichica del presente e gli effetti che la tempesta neuro-informativa ha prodotto sulla mente collettiva. Franco parla di una sorta di «Alzheimer generalizzato», capace di investire la percezione: ogni volta che un elemento della realtà colpisce la psiche, questa sembra dimenticarlo immediatamente, come se fosse sempre la prima volta.

È dentro questa condizione, segnata da stanchezza, rabbia e impotenza, che Franco prova a leggere anche il consenso raccolto da Milei. La sua «follia», pur riconosciuta come tale da molti dei suoi stessi elettori, non impedisce il consenso: al contrario, riesce a intercettare e a dare forma a una domanda già presente nella società. Psicopatologie delle ultradestre invita così a guardare all’ascesa delle nuove destre non soltanto attraverso ciò che promettono o fanno, ma attraverso le trasformazioni psichiche e sociali che ne rendono possibile l’affermazione.


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Non era cosa di questo pianeta, ma un pezzo dello spazio esterno, e come tale dotato di proprietà strane e sconosciute.

H.P. Lovecraft, Il colore venuto dallo spazio


Come abbiamo visto, l’instaurazione di un governo dell’ultradestra in Argentina non ha una spiegazione univoca, e sarebbe illusorio pretendere di trovarne una che sia di tipo economico, storico o sociologico, oppure di tipo psicologico. Questo governo era destinato senza dubbio a provocare il peggio alla maggioranza degli abitanti del paese. Possiamo arrischiarci a pensare che si possa trovare qualche risposta dal punto di vista della psicoanalisi, cioè partendo da una comprensione delle dinamiche soggettive, poiché queste sono parte sostanziale del problema, ma saranno sempre parziali, provvisorie. Vorrei riprendere buona parte delle cose che ho esposto fino a qui, per quanto riguarda le cause e i fattori che hanno favorito l’elezione del governo e del progetto di La Libertad Avanza. Si tratta di fattori e cause relative alle sfere indissociabili ma anche irriducibili della psiche e della società, in cui si crea una soggettività comune (borderline, in questo caso) di una buona parte degli elettori che hanno scelto questo governo, cioè una porzione del corpo elettorale che sta tra il 30% e il 50%. Dobbiamo interrogarci sulle conseguenze psichiche e sulla trasformazione della dimensione collettiva prodotte da un governo che distrugge i luoghi di protezione dei soggetti, luoghi che fino a poco tempo fa esistevano. Il rifiuto di fornire l’alimentazione nelle mense popolari, il taglio dei finanziamenti per l’edizione e per la ricerca, il taglio delle liquidazioni di lavoratori licenziati, la chiusura di organismi come il Ministero della Donna, del genere e della diversità, e dell’istituto nazionale contro le discriminazioni, la xenofobia e il razzismo, i licenziamenti massicci nelle imprese stata li, e la minaccia che incombe sulle leggi del lavoro, l’aperta omofobia che appare nel discorso governativo, la critica del femminismo, delle comunità LGTBIQ+, le minacce e le chiusure di organismi culturali, l’attacco alla cosiddetta libertà di stampa, tutto questo si propaga come una macchia d’olio nel discorso sociale, trovando aderenti che rovesciano le loro scelte di una vita: rinunciano a quel poco che hanno guadagnato grazie alle lotte operaie, delle minoranze sessuali, delle donne, che avevano mutato in qualche misura i rapporti di forza tra società e capitalismo.

Il discorso di LLA rompe le catene simboliche abituali che avevano costituito una protezione collettiva e permesso alle persone di mantenere in funzione la propria esistenza e catena simbolica. Come nel periodo della pandemia, ci troviamo di fronte a una sorta di scatenamento universale, una rottura della catena simbolica collettiva e individuale. Può essere utile enunciare i diversi fattori che ho citato fin qui con l’intento di organizzare quanto è stato presentato.



Uno stile di vita traumatico

Lo stile di vita imposto dal governo di estrema destra sta amplificando il danno e la mortificazione già presenti in una società da tempo dominata dal neoliberismo, accelerando in modo vertiginoso i suoi effetti. Questa situazione si stava sviluppando da tempo. Per decenni è cresciuto uno strato sociale sempre più impoverito, posto in una condizione di impossibilità pratica a espandersi e arricchirsi sul piano psichico e mentale, perché costretto a concentrarsi unicamente sulla sopravvivenza. Poiché il neoliberismo ha instaurato un realismo capitalista che impone uno stile di vita traumatico, si va creando una quota di popolazione in eccesso, incapace di sostenere il ritmo. Questo stile di vita traumatico ha prodotto a livello socio-storico un effetto distruttivo sul campo simbolico, che a livello psichico implica la distruzione del significato, una destrutturazione delle rappresentazioni affettive. L’ideale di una vita senza limiti si trasforma in un mandato, una sorta di ingiunzione che produce un danno psichico. La deprivazione psichica sofferta da una parte della società favorisce l’idealizzazione di un leader. Lo sgretolarsi della relazione con l’Altro coincide con l’irruzione del reale attraverso il collasso. Per questo possiamo parlare di disforia generalizzata.



Fragilizzazione psichica

La fragilità psichica preesistente alla pandemia, che poi la pandemia stessa ha accelerato e approfondito, si è associata all’interruzione della connessione del Sé con la realtà. Questo è ora il punto che più mi interessa. Alcuni analisti sostengono che l’elezione di un governo con le caratteristiche di quello argentino soddisfi tendenze psichiche profondamente radicate negli individui, legate alla pulsione di morte. Tra queste, l’esistenza di un presunto masochismo, che instaura un meccanismo che consiste nel rivolgere l’aggressività contro se stessi, agendo sull’inconscio senso di colpa che conduce ad accettare misure dannose inflitte dal governo, percepite come una necessaria forma di punizione. Credo che questa linea di interpretazione, che tende a psicologizzare in senso individuale la dinamica politica, vada abbandonata. Penso che sia più utile comprendere la dinamica psicologica collettiva e il legame psiche-società, come ho tentato di fare enumerando i traumi che hanno afflitto gli argentini, dovuti a uno stile di vita traumatico, a cui si sono aggiunti gli effetti della pandemia e – come se non bastasse – la natura aggressiva dei social media. L’incontro con la realtà dell’insensatezza (un fenomeno frequente nella storia argentina) può portare all’idealizzazione di un leader per contenere il senso di impotenza. Non si tratta quindi di servitù volontaria, bensì di una sorta di capitolazione e di collasso psichico e soggettivo che può lasciare gli individui in balia di un potere crudele e traumatizzante, volto a privarli ulteriormente della loro soggettività. Non abbiamo dunque a che fare con il masochismo o con un bisogno di punizione, e non possiamo spiegare in termini di masochismo puro e semplice la scelta di eleggere un governo che ha abbandonato lo stato sociale, che si impegna a creare sempre maggiore povertà, che cancella le prospettive future imponendo dovunque la precarietà. La serie di eventi a partire dai quali è possibile ricostruire la psicogenesi della conversione di massa all’iperliberismo delle ultradestre si può interpretare come una fenomenologia del trauma e della fragilità psichica.


La frammentazione psichica che ne consegue lascia l’individuo in balia di un Altro perverso, senza un terzo a cui appellarsi. Ritengo che nella pratica clinica e nell’analisi sociale dobbiamo assumere come punto di vista la dinamica sociale nelle sue conseguenze psichiche, piuttosto che assumere il punto di vista del masochismo per poi spiegarci la genesi di una società traumatica e precaria. Occorre partire dalle esperienze realmente vissute da gran parte dei soggetti per capire come mai giungano a eleggere un governo che li punirà. Su questo concordo pienamente con quel che dice la psicoanalista Piera Aulagnier. Molti di coloro che hanno votato per questo governo di estrema destra – soprattutto i giovani, in particolare giovani uomini delle classi medie e inferiori – avevano sofferto la violenza di percepire l’assenza di un futuro, o di non essere in grado di immaginarne uno. La violenza che circola in quella fascia d’età, la criminalità e l’adesione alla narco-cultura ne sono la prova. Il leader messianico viene ad assumere le fattezze del dispensatore di significato e, quindi, di protezione. La condizione preesistente della soggettività era già influenzata dallo stile di vita capitalista e dai suoi effetti sulla psiche, in particolare mi riferisco all’eccitazione delle pulsioni e all’indebolimento delle funzioni dell’Io. Ma su questa condizione preesistente si è inserita la dinamica psicogenetica che ha portato all’adesione all’estrema destra.



La pandemia

Come ho già sostenuto, nulla di ciò che sta accadendo oggi (la guerra in Ucraina, le violenze a Gaza, l’ascesa globale dell’estrema destra, tra le altre cose) può essere compreso senza tenere conto della pandemia e delle sue conseguenze: ad esempio l’accentuata rottura dei legami libidinali era già verificabile prima della pandemia, ma dopo di essa ha liberato la pulsione di morte. Questa pulsione è stata poi utilizzata per assecondare la crudeltà del progetto neoliberista nella sua versione di estrema destra. Si è prodotta una reazione autoimmune nel corpo ma anche nel suo correlato psichico, un diniego del rischio presente, anche una reazione immune nei confronti dell’altro. A partire dalla diffusione massiccia di quel meccanismo è nato il negazionismo che ricorsivamente ha rafforzato la dinamica del diniego. Il progetto di La Libertad Avanza è nato e si è formato durante la pandemia, cavalcando una reattività psichica negazionista. Due tragedie si sono così intrecciate: la pandemia e ora l’ascesa dell’estrema destra. Nella pandemia è emersa anche l’idea del nemico invisibile. È stato il discorso di Milei a identificarlo: lo Stato, l’élite, i beneficiari dell’assistenza sociale, la comunità LGBTQ+, il femminismo ecc.



Eccitazione delle pulsioni, pulsione di morte ed estrema destra

Lo stile di vita capitalista, con la sua promessa di illimitatezza che risuona nei recessi più profondi della psiche, poiché si intreccia con le fantasie di onnipotenza e illimitatezza dell’inconscio mantiene il mondo delle pulsioni in uno stato di costante agitazione, ostacolandone la legatura. Nella pratica clinica ciò si manifesta come diffondersi di un comportamento impulsivo – suicidio, ma non solo: femminicidi, abusi sessuali su minori, crimini efferati ecc. Allo stesso tempo l’obbligo di isolamento e distanziamento del periodo pandemico ha imposto la sospensione di progetti in corso, legami, attività diverse, e ha complicato il vissuto di momenti chiave di transizione (infanzia, adolescenza, ingresso all’università ecc.), favorendo l’emergere di un discorso di odio che è stato canalizzato e sfruttato da Javier Gerardo Milei. Il problema e il compito della società nel suo complesso è cosa fare con la pulsione, che destinazione darle, per evitare in particolare la sua frammentazione e perché il suo dispiegamento non provochi un’esplosione del legame sociale. Sappiamo che nella formazione stessa della percezione e della proiezione della realtà si manifesta una reazione di odio, una forma di pulsione di morte. La psiche tenta di proteggersene dirigendo la pulsione di morte verso un oggetto esterno: in tal modo il mondo si costituisce a partire di un’estroversione della dinamica psichica della sofferenza. Non intendo ridurre a questo l’insieme del processo psicogenetico, ma tale dinamica deve interessarci, perché ci permette di vedere come si sia potuto accumulare un carico di energie negative fondate sull’estroversione dell’odio. La pulsione è stata trasformata direttamente in politica. Eccitare la pulsione, promuoverne lo sfogo, è stato da sempre un compito storico del capitalismo. Ma ora l’odio accumulato ha bisogno di uno sfogo. E il governo di La Libertad Avanza si è impegnato a esacerbare quell’odio e a rendere possibile questo sfogo. Il piacere derivante dalla sofferenza altrui cui si volta le spalle è manifestazione precipua di questo sfogo dell’odio accumulato.



Perdita del piacere minimo necessario

Già prima della pandemia le condizioni necessarie per poter essere un soggetto sociale erano assai precarie, e di conseguenza si diffondeva l’impossibilità di trovare una quota di piacere minimo nella vita in comune: il collettivo sociale è una delle dimensioni in cui l’individuo può provare piacere. La funzione psichica di questa quota minima è chiave perché il soggetto sia in grado di trovare un significato nella società a cui aderire: deve dunque poter adottare forme di vita che garantiscano il suddetto livello minimo di piacere. Piera Aulagnier sostiene che è essenziale trovare nel discorso del gruppo riferimenti che permettano al soggetto di proiettarsi nel futuro. Questo deve avvenire fin dalla fine dell’infanzia, e il rischio è che, in assenza del supporto identificatorio fornito dai genitori, a causa della necessaria separazione per il bambino, il soggetto si ritrovi privo di qualsiasi punto di riferimento identificativo. Aggiungerei che questo processo si verifica lungo tutto il percorso identificativo del soggetto, che a sua volta si sviluppa nel corso della vita.



Reti «social»

Occorre usare le virgolette per parlare delle reti sociali. Quelle virgolette indicano il paradosso insito nel termine: vengono definite sociali, ma sono perlopiù al servizio della de-socializzazione, o sono un simulacro di socialità. Il teorico olandese Geert Lovink ha dedicato diverse ricerche e pubblicazioni all’antropologia e alla psicologia delle reti dimostrando proprio il loro carattere anti-socializzante (si veda in particolare: Sad by Design, Platform Nihilism). È certamente vero che i social network rendono possibile una comunicazione che non lo sarebbe con altri mezzi, e che queste hanno reso possibile la sopravvivenza psicologica e sociale di molti durante la pandemia. Dobbiamo tenere conto del fatto che la loro azione si svolge soprattutto sull’immaginario, e questa influenza si determina nel senso peggiore: l’immaginario viene modellato su qualcosa di illusorio che cela il declino della socialità. Il ruolo delle reti sociali nell’ascesa dei regimi di estrema destra è stato sperimentato largamente dai consiglieri di Trump, replicato da quelli di Bolsonaro e ora da quelli di Milei. Le reti influiscono in modo determinante sull’istituzione di una realtà condivisa. Esse trovano eco nei media tradizionali, così che il loro effetto si diffonde in ogni spazio della comunicazione sociale. Non dobbiamo inoltre dimenticare che le compagnie che possiedono queste reti sono estremamente ideologizzate nel loro supporto al capitalismo neoliberale: il processo di significazione capitalista nuota nelle reti come un pesce nell’acqua. Un aspetto speciale è quello dei giovani che sono cresciuti nella sfera digitale, i cosidetti nativi digitali, che hanno partecipato ai social media fin dalla loro nascita. Durante la pandemia, per effetto delle restrizioni e del distanziamento obbligatorio, i social media sono diventati il loro mezzo privilegiato per esprimersi, accedendo a chat e gruppi di estrema destra e negazionisti. In questo modo i social network digitali hanno intrappolato e plasmato la soggettività, ostacolando l’emergere di un pensiero critico. Ciò significa che il sovraccarico di informazione online rende sempre più difficile la distinzione critica tra vero e falso, la capacità di ritornare sui propri pensieri, di dubbio e di introspezione. Facendo leva sull’abolizione della censura si produce un sovraccarico caotico di impulsi informativi che determina la disattivazione di funzioni mentali. Diventa possibile aggredire gli interlocutori senza limiti e senza rischi: e in questo modo prende forma una soggettività vile e cinica che opera per pura catarsi e il cui modello è incarnato dai troll. Questo è il panorama mentale su cui l’ultradestra può prosperare. Va sottolineato che le reti hanno portato all’estremo la questione della post-verità. Producono incessantemente una realtà alternativa, disseminata di fake news che si cerca di far passare per la realtà stessa. Bugie e odio si diffondono come un virus. Lo stesso Milei lo fa: vomita odio e dice tutto ciò che gli pare senza subirne le conseguenze. Distruggendo l’economia pubblica, attaccando l’istruzione, la sanità, la ricerca e le arti, Milei si trova ad agire in un campo di battaglia impari nel quale gli è possibile ottenere l’approvazione del 50% della popolazione e intimidire chi si ribella.



Un Alzheimer generalizzato

La paralisi del pensiero critico si accompagna, come abbiamo visto, a disfunzioni nella dinamica dell’ego. Voglio insistere su questo punto, perché genera ciò che possiamo considerare un deficit cognitivo diffuso e marcatamente evidente. È un Alzheimer generalizzato, che finisce per influenzare perfino la percezione. Ogni volta che un dato della realtà immediata colpisce la psiche questa tende immediatamente a dimenticarlo, come se fosse sempre la prima volta. La mente non trattiene, non può collegare tra loro distinte esperienze, non riesce a trarre da queste esperienze delle conclusioni logiche. A livello globale questa sorta di disturbo della dinamica dell’io ha conseguenze enormi. Produce uno stato di costante distrazione che rende precaria la soggettività. Tale fenomeno si può apprezzare chiaramente per le sue conseguenze nella vita sociale, nell’incapacità di un pensiero politico collettivo, con il venir meno della coscienza di classe e perfino un rifiuto di prendere coscienza della posizione che si occupa nel complesso della vita sociale. La soggettività Al di là delle determinazioni economiche, storiche, sociologiche, l’evoluzione della soggettività è chiave per poter comprendere quello che sta succedendo in Argentina. Non mi stanco di insistere su questo punto: rimane un nucleo irriducibile a ogni spiegazione. Che tipo di soggettività rappresenta il progetto di LLA, e al tempo stesso che tipo di soggettività esso finisce per formattare, modellare? Questo mutamento potrebbe in qualche modo regredire o essere rovesciato, oppure siamo di fronte a una nuova matrice della soggettività? Infine, quali forme di sofferenza psichica corrispondono a questo stato della soggettività? La soggettività è qualcosa di più di un semplice rivestimento esteriore della psiche imposto dalla società: è l’effetto dinamico di una modellazione dello psichismo che si compie nei suoi strati più profondi. La soggettività si costruisce fin dalla prima infanzia: le modalità di educazione contengono già il significato che la società impone ai suoi membri, e questo significato è presente nel discorso delle figure genitoriali. Il mondo delle pulsioni e delle identificazioni del bambino viene influenzato dall’incontro con la realtà costituita. Naturalmente, gioca un ruolo anche il carattere radicale dell’immaginazione, ovvero le trasformazioni che scaturiscono dal suo mondo fantasmatico e dalla sua capacità di creare significato operando comunque all’interno dell’ordine costituito. La soggettività, quindi, ha un’origine duplice: da un lato, la società tenta di riprodurre il tipo di soggetto di cui ha bisogno per poter funzionare. Dall’altro, agisce la psiche del bambino e la sua capacità di immaginare qualcosa di diverso da ciò che gli viene offerto. Qui si trova la possibilità di prendere le distanze dal discorso dell’Altro. Questa possibilità di autonomia può manifestarsi individualmente – nell’ambito della creazione artistica, filosofica e scientifica – oppure collettivamente nella sfera politica. Questa autonomia ci permette di immaginare altri mondi possibili, e si manifesta nel pensiero critico. Quando ho parlato del fatto che questo traumatico stile di vita ha come effetto la distruzione dell’affettività e la capacità di rappresentazione, oltre che una crisi delle funzioni fondamentali del sé, intendevo riferirmi all’attuale carenza di strumenti presenti nella soggettività dominante. La frammentazione: una soggettività borderline La frammentazione psichica e sociale funziona come un elemento cruciale dello stato della soggettività attuale, in relazione a quella precedente. Cerchiamo di sviluppare quel che abbiamo accennato nelle pagine precedenti. Il trauma psichico che produceva la guerra e i sintomi prodotti da quel trauma portarono Freud a sostenere che la guerra provoca una nevrosi traumatica. L’evento traumatico non poteva essere elaborato dall’Io, vale a dire che quest’ultimo non riusciva ad assolvere la sua funzione di legare rappresentazioni e affetti e di inserirli in un intreccio capace di produrre significato. L’elemento traumatico rimaneva come un corpo estraneo che costantemente riappariva: un qualsiasi rumore risvegliava il sentimento di panico, in quanto veniva associato al rumore delle bombe che cadevano nel campo di battaglia. Oppure il sogno si interrompeva per trasformarsi in un incubo in cui tornavano immagini di guerra. Ciò condusse Freud a sostenere che esisteva una compulsione a ripetere quel vissuto di caduta dei limiti. La pulsione illimitata funzionava come pulsione di morte: non stava al servizio del desiderio ma piuttosto del contrario. Quel che intendo sottolineare qui è il carattere frammentario e intermittente delle funzioni dell’Io che, aggredite da una forma di vita traumatica, finiscono per perdere coerenza. Intendiamoci, non stiamo parlando dell’esposizione a un singolo episodio traumatico, bensì di un trauma costante, permanente, che coinvolge l’intera sfera collettiva. Le difese che emergono di fronte all’esperienza traumatica e tentano di dominarla: il diniego, la forclusione o il rifiuto di ammettere ciò che stiamo percependo. Ho enfatizzato anche un meccanismo di difesa descritto da Sandor Ferenczi: la frammentazione, o scissione. In questo caso, occorre cogliere diversi aspetti del processo: possiamo trovarci di fronte a un meccanismo di difesa, ma anche di fronte a un effetto diretto del trauma che frammenta la psiche. La frammentazione a livello sociale è favorita da uno stile di vita traumatico, dalla tirannia della performance, dall’abbandono dell’Altro ecc. Il diffuso senso di impotenza nella maggior parte della società alimenta quello stato descritto da Freud come la miseria psicologica delle masse e apre la strada all’idealizzazione di un leader messianico. Questo è un fattore centrale nell’ascesa dell’estrema destra. Torno qui dunque su un argomento accennato precedentemente quasi di sfuggita nel già citato paradigma borderline: come conseguenza della frammentazione e della rinuncia alle funzioni dell’Io, si produce un indebolimento della soggettività riflessiva e della sua capacità elaborativa e simbolica. Possiamo sostenere di trovarci dinanzi a una soggettività il cui psichismo presenta confini labili, con una scarica resa facile dall’impossibilità di elaborazione psichica e con una particolare permeabilità a un Altro che si impone in modo traumatizzante. Questa soggettività indebolita – colpita nelle sue fondamenta tanto quanto nei suoi limiti – è dunque definibile come soggettività borderline. E questo è esattamente ciò di cui i regimi di estrema destra hanno bisogno per esistere, riprodursi e affermarsi.


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Yago Franco è tra i più conosciuti psicoanalisti argentini. Già presidente del Colegio de Psicoanalistas, dirige MAGMA, dedicato all’opera di Cornelius Castoriadis. Firma di rilievo di «Página/12» e collaboratore di diverse riviste internazionali, è autore di molte pubblicazioni. Questo libro, in Argentina, è al centro di un grande dibattito.



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