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Benvenuti nel deserto del globale

2 ore fa
Tempo di lettura: 6 min

Note sul weekend maranza

 


Lo scorso weekend è stato caratterizzato da giornate di mobilitazione e conflittualità che, perlomeno in Italia, hanno assunto caratteri inediti. Gigi Roggero propone alcuni elementi di riflessione, anzitutto sottraendo quanto accaduto al provincialismo del dibattito italiano e ricollocandolo nel contesto delle metropoli globali, da Parigi a Londra, fino a Los Angeles, attraversate da forme di rivolta che si diffondono anche attraverso il contagio comunicativo dei social network. A partire da qui, pone una questione politica centrale: le forme di conflittualità caotica hanno sempre fatto parte della storia della lotta di classe, ma in passato, in modi differenti a seconda dei cicli storici, esisteva un soggetto capace di attrarre, scomporre, ricomporre e risignificare questi «sciami caotici». Oggi quel soggetto non c’è più. È ancora possibile costruirlo oppure è necessario ripensare radicalmente le forme dell'organizzazione politica?


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Nell’era definita postindustriale, postfordista o postmoderna, ci hanno spiegato i sociologi, i marchi cessano di essere semplici etichette che definiscono le gerarchie di prezzo delle merci. Diventano brand in cui immedesimarsi, loghi distintivi, stili di vita. Perché gli stessi stili di vita sono diventati una merce. Non stai comprando un’auto, una maglia, un mobile: stai acquistando un modo di esistere. Quante volte l’avete sentita risuonare questa formula nelle pubblicità?

Attenzione: non si tratta solo di bisogni indotti, come si diceva nel vetusto lessico marxista. Si tratta della cattura di comportamenti sociali e loro traduzione nella forma della merce. A partire dagli anni Ottanta, ad esempio, le grandi multinazionali dell’abbigliamento hanno cominciato a sguinzagliare per le periferie americane e i campetti di basket dei quartieri popolari degli osservatori da loro pagati. Cool hunter, si chiamavano, letteralmente cacciatori di tendenze. Mimetizzati da spettatori o passanti, avevano il compito di catturare degli stili di abbigliamento prodotti dagli stessi ragazzi e tra di loro ricorrenti, alla moda, fichi.

Tra portare i pantaloni a vita bassa e le scarpe senza lacci, oppure assaltare i poliziotti e saccheggiare un negozio, la differenza è valoriale: giusto o sbagliato, bene o male, socialmente accettato o no. Se invece ci poniamo dal punto di vista dell’espressione di comportamenti che diventano tendenze, la differenza scompare: sono comportamenti gli uni e lo sono gli altri, e spesso magari si tratta delle stesse persone. Non è un caso che nel weekend maranza a Milano gli store più appetiti siano stati quelli con i capi di abbigliamento Adidas, Nike et similia. Esattamente le multinazionali che, con i loro cool hunter, catturavano, impacchettavano e vendevano le tendenze. Messa in questa prospettiva, si potrebbe dire che i maranza si sono presi il compenso per il lavoro gratuito quotidianamente offerto dai loro stili di vita. Ma questa affermazione, oggettivamente dimostrabile, non lo è soggettivamente, perché equivarrebbe ad attribuire alle razzie un significato che non hanno.

Limitiamoci a una constatazione più sobria. Bello o brutto che sia, il weekend maranza conduce l’Italia dentro i flussi delle metropoli globali. Le immagini di Milano – per antonomasia l’unica vera metropoli della penisola – non vi ricordano quelle che avete visto a Londra nel 2011, o a più riprese nelle banlieue francesi, o ancora quelle che da diversi decenni si riproducono negli Stati Uniti, da New York a Los Angeles? E che da lì si diffondono, per contagio comunicativo, nelle città e nei centri urbani più piccoli. Come a dire: vi piacciono le tendenze delle merci globali? E allora aspettatevi anche le tendenze dei riot globali, che viaggiano alla velocità dei social network, e a suon di selfie iconici creano immaginario, riproducibilità, organizzazione istantanea dell’evento.

Evitiamo qui di sottolineare la banalità delle enormi differenze tra Milano, Parigi, Londra o Los Angeles. Quello che ci pare materia di riflessione è che i soggetti delle rivolte portano alle estreme conseguenze quella libertà che, dagli anni Ottanta, costituisce il mantra del capitalismo neoliberale. E portandola alle estreme conseguenze, cioè saccheggiandola, la inflazionano, la fanno tracimare, ne disvelano l’imbarazzante nocciolo di mistificazione. Non sono quindi un semplice prodotto del contesto sistemico, ma al contempo sono produttori innovativi e talora eccedenti di quel contesto. Insomma: tra l’autoimprenditore della start-up e l’autoimprenditore del saccheggio la differenza è, ancora una volta, valoriale e non sostanziale: entrambi desiderano soldi e merci, praticando il do it yourself. E chissà se qualche cool hunter non abbia già suggerito il marchio riot o looting come scommessa su cui investire. È il mercato, bellezza.

Probabilmente alcuni troveranno in queste considerazioni eccessiva empatia rispetto a quello che è accaduto, altri all’opposto eccessiva lontananza. Il punto è che gli uni e gli altri ragionano attraverso categorie che si sono dissolte, e non certo nell’ultimo weekend. Si può infatti condannare o esaltare, indignarsi o giustificare. Non cambia niente, perché all’oggi né gli uni né gli altri – al pari di chi scrive, ovviamente – hanno alcuna possibilità di incidere. Siamo tutti spettatori di trending topic che durano lo spazio di una giornata, sprigionando una potenza straordinaria ancorché effimera.

Il governo Meloni fa il suo sporco lavoro e traccia una continuità tra le manifestazioni studentesche e i saccheggi, per mandare la polizia ed agitare le manette. Che poi serva a qualcosa è dubbio, ma tra poco si va a votare e il bravo cittadino si deve sentire rassicurato. Del resto, come i maranza anche la politica viaggia per trending topic. A sinistra ci si affretta nel prendere le distanze, oppure a sinistra della sinistra nel prendere le distanze da chi prende le distanze. Qui pure, in forma rovesciata rispetto alla destra, si cerca di mascherare l’impotenza con l’ideologia. È chiaro che gli studenti che manifestano e i maranza che saccheggiano sono tutti giovani, pezzi di una generazione a cui è stato cancellato il futuro, precarizzato il presente, riscritto il passato. E tuttavia non vivono le stesse condizioni, né esprimono gli stessi comportamenti. Lo studente che manifesta per riaprire le porte del proprio futuro e il maranza che saccheggia per festeggiare «il miglior compleanno della mia vita», non condividono lo stesso orizzonte temporale.

Tra il 2005 e il 2006 in Francia, in modo quasi sincronico, ci furono le rivolte nelle banlieue e le lotte studentesche contro il Cpe (contratto di primo impiego). I due conflitti furono paralleli, con quasi nessun punto di contatto. O, qualcuno fece notare ironicamente, la tangenza era segnata dai ragazzini delle periferie che andavano a rubare il portafoglio ai coetanei che manifestavano in centro. Un collettivo italiano, carico di bandiere e ideologia, partì per le banlieue al grido di «proletari di tutto il mondo, unitevi!». Accadde quello che era inevitabile accadesse: tornarono solo con bandiere e ideologia, che da un bel pezzo cool non lo sono più e dunque non vale neppure la pena di rubarle.

Da allora sono passati vent’anni, molte delle condizioni di contesto sono cambiate, la guerra in generale e la guerra ai giovani in particolare non è più solo metaforica ma maledettamente concreta. Si potrebbe inoltre obiettare che forme di violenza e conflittualità caotica fanno inestricabilmente parte della storia della lotta di classe, con buona pace di chi si appella al dogma idealistico-religioso della «coscienza», o distingue la santità del proletariato dalla canaglia dei sottoproletari. L’obiezione è corretta, il problema però è che in passato si costituiva – in modo diverso di ciclo in ciclo – un soggetto in grado di essere una linea di forza capace di attrarre, scomporre, ricomporre e risignificare gli sciami caotici. Oggi questo soggetto non c’è, e la domanda – questa sì, epocale – è se ci possa ancora essere, ovvero se sia necessario ragionare politicamente in termini completamente differenti.

Stiamo sostenendo l’ineluttabilità di ciò che avviene, l’impossibilità della mutazione, l’accettazione di un destino già scritto? Niente affatto. E anche se non esistessero che flebili possibilità di un rapporto di minoranza, dobbiamo scommettere politicamente su quelle. Il nodo, però, è come farlo. Tuffarsi ideologicamente nel caos della cronaca temiamo serva poco, osiamo affermare niente. Provare a comprendere, questo possiamo fare. È il rovesciamento dell’XI tesi su Feuerbach? Può darsi, ma il mondo va afferrato ogni volta da capo se si vuole trasformarlo per davvero.


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Gigi Roggero è il direttore editoriale di DeriveApprodi. Pubblicista militante e curatore, per Machina, della sezione freccia tenda cammello. Ha pubblicato con DeriveApprodi: Elogio della militanza (2016), Il treno contro la Storia (2017), L’operaismo politico italiano. Genealogia, storia e metodo (2019), Per una critica della libertà. Frammenti di pensiero forte (2023); è inoltre co-autore di: Futuro anteriore e Gli operaisti.

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