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Le scimmie fotogeniche (nell’annus mirabilis 1968)

Krishna Reddy, Bulging Tuatara, c. 1953
Krishna Reddy, Bulging Tuatara, c. 1953

Andrea Inglese, in questo estratto da «Quando Kubrick inventò la fantascienza. Quattro capricci su 2001» contenuto in  Ollivud (Prufrock spa, 2018), costruisce un elogio esilarante e malinconico delle scimmie come figure della disobbedienza, dell’irriverenza e del sabotaggio dell’ordine umano. Tra ricordi d’infanzia e cultura pop, Il pianeta delle scimmie e Kubrick Inglese trasforma i primati in simboli di un’energia capace di mettere in crisi gerarchie, istituzioni e miti della civiltà occidentale.


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Bisognerebbe, infatti, chiedersi se l’episodio iniziale di 2001: Odissea nello spazio non sia idealmente il proseguimento de Il pianeta delle scimmie di Fanklin J Schaffner, uscito nel medesimo anno – il 1968 – del film di Kubrick, ma anche della prima edizione dei saggi e degli scritti giornalistici di Orwell, e dello scatenamento della rivolta studentesca alla Sorbonne, alimentata dai volantini del Comités enragés-internationale situationniste, che godeva della penna tagliente e sulfurea di Guy Debord.



Io da piccolo ero per le scimmie, davvero mi dicevo: «ma guarda le scimmie!, guarda come sono inarginabili, carnevalesche, insolenti le scimmie!», non dicevo «carnevalesche», ma dicevo: «forza, ancora, sempre più scimmie! Anzi facciamo tutti quanti le scimmie, imitiamo nel dettaglio le scimmie, sempre più gridando e saltando, arrampicandoci ovunque, mostrando il culo, la lingua, tirandoci l’uccello!», anche le pantere, sinuose, mute, elegantissime, anche le pantere nere mi piacevano, molto meglio dei leoni, delle tigri, dei leopardi, con un esercito di pantere e scimmie gli adulti erano spacciati, avremmo sconfitto in un quarto d’ora la mia famiglia, e le figure parentali sostitutive, spazzate via nonna zia danda, e tutte quelle canaglie di signore e signori complici, le maestre, i preti, i tutori, sbranati, dileggiati, con le scimmie che pisciavano in testa a tutti, meglio dei crass, di jello biafra, scimmie e pantere molto meglio del punk, scoperto dopo, ultima spiaggia della pernacchia, le scimmie in ogni caso, nella loro ingovernabile irriverenza, sono l’energia inaddomesticabile del Trickster, la Briccolandia in armi, il piccolo principe lo farebbero a pezzi dopo un ciclo di lazzi diabolici, le scimmie danzano il MUMBO JUMBO, addestrano i piccoli figli dell’uomo al licenziamento e alla diserzione, mi hanno trasmesso il genio del rutto comandato, l’insolenza come tattica del colpo di tosse, dello svenimento simulato, e l’alibi caratteriale, in classe, quando facevo il gioppino, il muto, il paraplegico, l’annegato, il mostro di lochness, garibaldi ferito ad una gamba, il tonto, lo smemorato di collegno, domenico savio martire, mangiafuoco, gian burrasca, la regina impiccata, il sacco di juta, l’abate faria, cesare sotto i pugnali, l’assiro-babilonese, orzowei, ma soprattutto il gibbone, il macaco, l’orango, il babbuino, il lemure, tutta la varietà dei primati, ero il migliore alunno-scimmia che mai fosse stato prodotto nelle scuole elementari e medie della Repubblica.


Alle scimmie volevo dare il governo del mondo, il controllo dell’arsenale nucleare, i più avanzati laboratori di microchirurgia, le sinagoghe, le moschee, le cristiche abazie, i dipartimenti di letteratura, i panfili dei consulenti finanziari, gli istituti di credito e di bellezza, l’industria della pornografia asiatica, alle scimmie riconoscevo lungimiranza, riso dianoetico, vanagloria, prestanza cinetica, lascivia, turpitudine spirituale, arte del fallimento, scienza dell’inutile, totale ignoranza della geometria euclidea, alle scimmie volevo bene, ai gorilla sopratutto, così fraterni e protettivi, ma anche agli scimpanzé, che immaginavo sempre intenti a dileggiare nei laboratori squadre di dottorandi e primatologi, quando sotto gli occhi di quest’ultimi eseguono beffarde operazioni d’incastro e selezione solidi, di pigiatura bottoni e spellamento banane.


A un attento esame della letteratura divulgativa e specialistica, risulta chiaro che gli scimpanzé sanno fare più o meno tutto quanto un essere umano, mediamente alfabetizzato, può fare: guidare un trattore, accendersi una sigaretta, dare fuoco a un appartamento, defenestrare un interlocutore esageratamente capzioso, ridacchiare all’entrata del primo ministro, perdere anni di vita alla play-station, spendere denaro in modi fantasiosi, associare culi e facce dei propri conoscenti, giocare a scacchi simulando sbadigli, applaudire mascalzoni durante cerimonie ufficiali, compiere lunghe e complicate operazioni per ottenere un pompino, gli scimpanzé ci sanno fare, ed inoltre, a differenza della specie umana, non si danno arie, non scrivono dichiarazioni universali d’intenti, non sostengono che lamelle di pane contengano pezzi interi dello scimpanzé supremo, amano esser sfaccendati, sfacciati, strafottenti, alle tavole della legge preferiscono la barzelletta senza finale, e soprattutto gli scimpanzé sono eroi del cinema, sbucano ovunque, nei momenti più solenni dell’immaginario collettivo, moderno, claudicante, portano avanti l’interferenza dell’osceno e della derisione, mentre l’attore umano è sempre più equipaggiato, d’armi e automobili micidiali, e veste capi di sartoria sublime, e si muove dentro scenari grandiosi, blocchi immensi di ghiaccio, astronavi alla deriva, saloni astratti nei piani alti di grattacieli, mentre l’uomo è sempre più nocivo, nei suoi atletismi di circostanza, nella sua veste di eroe tecnologico, lo scimpanzé balla a capriole in rasoterra, celebra l’entrata e l’uscita nel nulla, cavalca il caso, la catastrofe, il deragliamento 


C’è una grande gratitudine nei confronti di Kubrick, ma anche di Pierre Boule (La planète des singes, 1963), e persino di Franklin J. Schaffner (Il pianeta delle scimmie, 1968), o di Ted Post (L’altra faccia del pianeta delle scimmie, 1970), o di Don Taylor (Fuga dal pianeta delle scimmie, 1971) o di J. Lee Thompson (1999 – Conquista della terra, 1972 e 2670 – Ultimo atto, 1973), mentre c’è un sentimento ambivalente per Tim Burton (Il pianeta delle scimmie, 2001), partito così bene e finito così noiosamente, lui che ha messo sulle zampe le scimmie più belle del cinema, per poi farle soccombere di fronte a un fantoccio umanoide, un big jim della peggior specie, un ragazzotto idoneo a fare il postino in un lungometraggio dell’orrore, c’è comunque gratitudine per questo romanziere francese che tutto ha anticipato, per questo genio del cinema aviofobico, per questi professionisti della 20th Century Fox, che hanno in qualche modo, prima e dopo l’anno mirabile 1968, accolto, cavalcato, la grande onda dell’estremo Occidente, l’onda nata a Berkeley già nel 1964, e arrivata poi attraverso la Flower Power Generation e Timothy Leary fin dentro la sequenza più psichedelica di 2001, il trip nel cunicolo spazio-temporale, che è poi anche il dirupo di coscienza, la grande crepa psichica, gratitudine per aver tenute semiaperte le chiuse, affinché passasse quell’energia, che ha permesso, almeno per qualche anno, di comprendere la straordinaria grandezza morale delle scimmie, di aver lasciato loro spazio per un rovesciamento ideologico, in cui la specie ingorda, la nostra, sia ridotta al ruolo di predecessore infame e idiota, gratitudine anche nei confronti del professor Björn Kurtén, nato a Vasa, che ha sollevato le scimmie dalla colpa di averci generato, noi così scarsamente scimmieschi, perché lo dice chiaro e tondo, che l’ominide omicida viene non dagli alberi ma dalla melma, dai lembi di acqua stagnante, dove qualche pesce si arenò furioso, «le nostre braccia e gambe sono derivate dalle pinne pettorali e pelviche dei pesci crossopterigi, progenitori di tutti i vertebrati terricoli», ma non finisce qui, perché «i nostri denti, ad esempio, iniziarono la loro storia come rivestimento squamoso del corpo di qualche oscura creatura pesciforme nei mari di più di quattrocento milioni di anni fa», lo dice questo paleontologo finlandese, bisogna crederci, ha fatto forse dei sopralluoghi, magari spazio-temporali, e ha scagionato le scimmie.


Ma questa gratitudine non deve tralasciare un vero e proprio ossequio, un inchino di tutto lo spirito, nei confronti dei Grandi Maestri, autori di quel capolavoro che circolò, sotto le fattezze ordinarie di un telefilm per ragazzini, nei primi anni Ottanta, e che lasciava finalmente spazio, al di fuori di ogni pretenziosa cornice umanoide, a loro soltanto, l’élite libertaria dei primati, gli scimpanzé, telefilm che di certo girarono loro stessi, in completa autonomia, da bravi soviet pelosi e ridanciani, e di cui immaginarono pure i copioni, e che si limitavano a uno scimmiottamento insolente, parodico, della società umana, fin nei meandri più noiosi e astenici della vita familiare, di questo telefilm di scimpanzé, che cucinavano, facevano la doccia, giocavano a poker, salivano su scale appoggiate agli alberi da frutta, rincorrevano tacchini, giravano per ospedali in camice, si mettevano l’elmetto da operaio edile o il copricapo da vigile urbano, di questo capolavoro in cui gli scimpanzé, approfittando di una fessura delle telecomunicazioni umane, si presero il gusto di irriderci come specie e, nello specifico, come civiltà capitalistica occidentale, di tutto ciò è sparita traccia non solo materiale – è irreperibile sul web – ma anche mnemonica, nessuno più ne ricorda l’esistenza, non v’è più testimone vivente, se non il sottoscritto, in grado di certificare, di alzare la voce, di gridare al mondo, «sì, io ho visto i telefilm degli scimpanzé, io ricordo questa cosa, posso evocare persino una scena, quella in cui, goffamente vestiti, infilavano alla bell’e meglio delle lenzuola in una finta lavatrice, e delle mutande da donna enormi, con il pizzo, ed erano due scimpanzé, uno che interpretava l’uomo e l’altro la donna», nessuno vuole più dirlo, nessuno riesce nemmeno a ricordarlo, qualcuno, ai piani alti, con la propaganda, con la telepatia dei nuovi servizi occulti, qualche papa criminale, e tecnologicamente attrezzato, ha cancellato persino la coscienza dell’oblio, il telefilm degli scimpanzé non c’è mai stato, ma questo è falso, ve lo assicuro io, lo dico ora e per sempre, ne ho visti molti episodi, anche se non posso esibire nessuna prova, poiché sono, in definitiva, io stesso la sola prova, potete usarmi, chiamatemi, verrò, ne parlerò, anche senza gettone, solo un sobrio rimborso spese.



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Andrea Inglese, originario di Milano, vive nei pressi di Parigi. Tra i libri di poesia Commiato da Andromeda (Valigie Rosse, 2022; Premio Ciampi 2011) e Il rumore è il messaggio (Diaforia, 2023 ; Premio Pagliarani 2024). Ha pubblicato due romanzi per Ponte alle Grazie: Parigi è un desiderio (2016; Premio Bridge 2017) e La vita adulta (2021). È stato redattore di «Alfabeta2» e «GAMMM»; è tra i fondatori di «Nazione Indiana». Con DeriveApprodi ha pubblicato Storie di un secolo ulteriore (2024).




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