Le insorgenze delle «autonomie» nel contesto meridionale



All’inizio del 2022 è prevista la pubblicazione per conto di DeriveApprodi del decimo volume della serie Gli autonomi. Il primo dei tre dedicati all’Autonomia operaia meridionale curati da Antonio Bove e Francesco Festa. Pubblichiamo qui uno stralcio di Franco Piperno in conversazione con Claudio Dionesalvi.


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Come mai le insorgenze meridionali, che pure nel corso della storia antica e recente ci sono state, non hanno dato luogo a fenomeni di espansione dell’autonomia amministrativa e politica? Le rivolte e le rivoluzioni a Sud, dal Seicento fino a quelle del Novecento, sono sempre state segnate da sommovimenti violenti e spontanei che, però, nel giro di un pugno di giorni o di mesi sono rientrate nell’alveo dei dispositivi di potere locale (aristocrazia locale, baronie, latifondisti, galantuomini, luogotenenti e classe politica). Esemplare è la questione della terra: le lotte e i sacrifici contadini nell’Ottocento e nel Novecento hanno prodotto la riforma agraria che, purtroppo, è confluita, da una parte, in nuova emigrazione negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso: la terra senza mezzi non poteva essere lavorata, dall’altra nella Cassa per il Mezzogiorno. Queste azioni non hanno dato vita a processi costituenti per motivazioni analoghe a quelle dei giorni nostri: si può transitare da una fase feudale o preborghese, a una fase borghese o capitalista, purché si abbia un’accumulazione originaria che lo permetta. La mafia, la ’ndrangheta e in misura minore la camorra, sono l’espressione di questi tentativi di avere quell’accumulazione originaria che ha permesso loro di diventare borghesi. È chiaro che si tratta di tentativi criminali, ma rimangono del tutto autentici. Sono stato per qualche tempo in Germania, a Colonia, dove ho potuto constatare da vicino i livelli di penetrazione delle famiglie meridionali in quei territori, alcune delle quali segnate da origini ’ndranghetiste. I servizi forniti da questo segmento di popolazione, che è il retroterra consensuale della criminalità organizzata, sono spesso tra i migliori servizi che ci siano a disposizione. In un ristorante a Colonia, gestito dalla ’ndrangheta, puoi star sicuro di gustare una pizza migliore di quella preparata in un locale gestito dal prete. Non ce l’ho coi preti. Voglio solo indicarli come termini di paragone, come modello di un comportamento conforme alle leggi. La difficoltà che lo Stato italiano incontra a eliminare questa forma organizzata di criminalità è dovuta al fatto che essa raccoglie un’esigenza di modernità, per quanto paradossale sia. La struttura della criminalità si basa su relazioni premoderne o preborghesi. In Calabria è basata molto sulle relazioni familiari o parafamiliari che ovviamente sono pressoché impermeabili rispetto alla legge. È molto difficile, da noi, tradire un parente. Al di là degli aspetti penali, è un aspetto morale: non tradisci tuo fratello o tuo cugino. Questo è un elemento di forza, permette alla criminalità di operare come una borghesia nella sua fase iniziale. In altri termini, i criminali ci sono dappertutto, ma gli ’ndranghetisti non si limitano a fare i criminali. Loro interpretano un bisogno che è quello dell’arricchitevi, un bisogno che introduce il mercato capitalistico. E lo soddisfano, non avendo a disposizione né le banche né lo Stato, nell’unico modo possibile, che peraltro è il modo nel quale è avvenuto in Inghilterra o in Francia, cioè l’accumulazione originale in termini di violenza e appropriazione. È significativo che siamo alla sesta legge eccezionale per il Sud, a partire dalla legge Pica, che è del 1864. Pica era un deputato. È interessante che la sua legge non sia stata applicata alla Sicilia, ma solo al continente. La mancata applicazione in quel territorio è dovuta al fatto che la mafia siciliana aveva davvero aiutato Garibaldi a scacciare i Borbone dalla Sicilia. Non era avvenuto lo stesso sul continente, dove all’epoca non c’era una criminalità organizzata come quella siciliana. La mafia calabrese era magari anche d’origine massonica, però legata ai paesi, cioè non si trattava di un’organizzazione regionale. Ogni paese aveva questo nucleo d’ordine: in paesi come San Giovanni in Fiore, perduti nella Sila, chi assicurava anche una vita conforme a delle regole erano gli stessi che saranno poi considerati criminali. In 150 anni non si è stati capaci di affrontare questo problema, se non «alla Gratteri», quindi mediante retate di 300 persone e processi chiamati formalmente «maxiprocessi», nei quali si perde la responsabilità individuale. Ma è impossibile esaminare la responsabilità di 400 persone nello stesso processo! È significativo quel che mi ha raccontato Giuliano Vassalli, che da giovane è stato uno studente di Alfredo Rocco, il legislatore, quello del codice penale. Quando Rocco preparò il codice, che in parte è ancora quello vigente, si rifiutò di introdurre la figura del pentito che era già presente nella legislazione inglese, perché sosteneva che questo avrebbe comportato l’uso dei sentimenti più bassi dell’essere umano, quindi una forma di corruzione morale. Lo stesso Rocco, sebbene fosse legislatore fascista, si rifiutò anche di concepire i processi in massa, perché anch’egli era convinto che la responsabilità penale potesse essere solo individuale. Cito questi aspetti non per rendere un omaggio a Rocco, ma solo per sottolineare quanto il problema della criminalità nel Sud, che è uno degli aspetti dell’identità deformata, sia un problema sociale, non di ordine pubblico. Quando il Meridione è stato gettato nel mercato, a livello di questo processo d’arricchimento l’unica resistenza è venuta dalle organizzazioni criminali che non sono criminali nel senso estenuato. In ogni città ci sono dei criminali, ma quando parliamo della ’ndrangheta è verosimile e corretto paragonarla alla massoneria, piuttosto che alla frantumata delinquenza che uno incontra a Firenze o a Torino. Sempre a proposito di insorgenze, una delle ultime forme di ribellione è stata quella dell’Autonomia o forse è più calzante parlare di «autonomie». E che lettura ne dai? Per quanto riguarda l’autonomia propriamente detta, e io la intendo nel fenomeno che ha nel ’77 il suo aspetto più significativo e ricco, io non vivevo nel Sud. Era un periodo – spiega – in cui insegnavo a Milano e abitavo a Roma. Quindi il mio rapporto con l’Autonomia era soprattutto attraverso una rivista che si chiamava «Metropoli». Quella collaborazione ti costò cara perché una sua espressione, «geometrica potenza», riferita alle Brigate rosse, spinse la Digos a suonare al suo citofono. Sì, è divertente perché io avrei compreso le misure contro di me se si fosse trattato di un premio letterario. Essendo un po’ dannunziana come frase, avrei potuto capire che un giudice educato dalla tradizione italiana potesse avercela con me per quell’aspetto becero, invece per via di quella frasetta mi hanno accusato di aver commesso 20 omicidi e 15 rapine. È significativo l’episodio che mi è accaduto in Francia dove avevo provato a rifugiarmi e sono stato catturato. I giudici romani hanno chiesto la mia estradizione. Nel corso dei riti giudiziari legati a questa richiesta, il procuratore francese mi ha interrogato per vedere se io fossi disposto a rientrare in Italia senza opporre alcuna resistenza legale. Il Pm francese mi ha declamato tutti i capi d’accusa formulati contro di me dalla magistratura italiana. Oltre ai presunti reati di omicidio e un numero sterminato di rapine, c’era pure «intralcio al traffico», perché in effetti quando si rapina una banca magari si parcheggia la macchina vicino alla banca da rapinare e questo gesto costituisce intralcio per la circolazione stradale. Quando il procuratore mi ha chiesto se io mi riconoscessi colpevole di qualcosa, io ho risposto di sì. Il mio legale era una persona straordinaria. Si chiamava Kejiman, un vecchio avvocato antifascista che aveva fatto la Resistenza. Impressionato dalla mia risposta affermativa alla domanda del procuratore, è balzato in piedi e mi ha detto: «Ma che fai, Franco?». Allora il Pm lo ha ammonito: «Avvocato, lei stia seduto altrimenti la allontano dall’aula». Poi si è rivolto verso di me: «Allora, si riconosce colpevole di qualcosa?». Rispondo: «». E lui: «Di quali reati?». Risposi: «Intralcio al traffico». A quel punto il procuratore si è incazzato e mi ha rispedito in cella. Al di là delle vicissitudini individuali di quel periodo storico, rimane il problema di definire l’essenza e i contorni dell’Autonomia di quegli anni. Possiamo dunque parlare di una forma unica o è più adeguato intenderla nel senso delle variegate forme di autonomia diffusa? Nell’autonomia operaia italiana degli anni Settanta possiamo individuare diversi aspetti. Ce n’era uno disperato e rancoroso. La dimensione insurrezionale, che aveva avuto l’Italia a partire dal ’68, si era chiusa con la crisi del petrolio all’inizio degli anni Settanta. Prima del periodo tra il ’72 e il ’73, gli operai controllavano letteralmente la fabbrica, tanto è vero che l’assenteismo si attestava intorno al 25 per cento a Mirafiori; una situazione del genere si era verificata solo nel biennio rosso, ai primi del Novecento. Da quando è cominciata la crisi del petrolio, che ha avuto un’origine americana, l’assenteismo si è ridotto al 5 per cento. Agnelli ha iniziato a licenziare. La sua sarebbe stata un’azione inconcepibile fino alla crisi petrolifera, prima della quale gli operai praticavano l’assenteismo ma il padrone non osava licenziare perché era diventato un problema di ordine pubblico. Quindi nel ’77 è evidente una sconfitta operaia nelle fabbriche. Tutto dipendeva infatti dai rapporti di forza. Senza la possibilità di prendere il comando in fabbrica, è saltata tutta l’intelaiatura che ruotava attorno all’antagonismo operaio. Tant’è vero che la lotta si è spostata di più sulla questione abitativa: a Torino, per esempio, il terreno di scontro diventava il non pagare l’affitto oppure occupare le case, ma comunque si allontanava dalla fabbrica. E non per cattiveria, ma perché, come dimostrava quella manifestazione dei 40mila «capetti» nell’ottobre 1980, erano cambiati i rapporti di forza. Dunque il ’77 ha espresso un elemento di disperazione che è stato tradotto dalla proposta di rendere armata la lotta: una proposta minoritaria, però apertamente offerta da gruppi di compagni che intendevano trasformare il conflitto in uno scontro armato. È stata una scelta di evidente fallimento. Un conto infatti era praticare delle azioni armate, come per esempio punire i capireparto che multavano gli operai perché si riposavano oppure sanzionare il proprietario delle case che sgomberava intere famiglie, altro era trasformare il conflitto in uno scontro armato. Son due cose diverse. Mettendola sul piano dello scontro armato, avevi già perduto. Non c’era alcuna proporzione tra quello che potevano fare i compagni del movimento e quello che facevano 100mila carabinieri, 200mila agenti di polizia. Ecco, in questo aspetto vedo un elemento di disperazione che ovviamente, come in tutte le cose vere, ha avuto pure un grande fascino, anche dal punto di vista meramente estetico, riflesso nelle cose che si scrivevano, nel teatro. Dunque c’era un elemento di rancore; non di invidia bensì di odio sociale. E questo aspetto è finito col perire per primo negli anni successivi. C’è infine anche una prospettiva di riflessione teorica in cui la parola autonomia vuol dire sostanzialmente la fine della lunga egemonia delle associazioni partitiche e sindacali di sinistra in Europa. Non hanno aspettato la caduta del muro gli operai italiani, o comunque i quadri che avevano lottato, per dichiarare fallita l’Unione sovietica. L’esperienza del socialismo reale in Italia era già caduta negli anni Settanta, quando il Pci rappresentava uno dei dispositivi di repressione dello Stato italiano.


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Franco Piperno, per DeriveApprodi ha curato il saggio Vento del meriggio. Insorgenze urbane e postmodernità nel Mezzogiorno (2008). È inoltre autore de Lo spettacolo cosmico. Scrivere il cielo: lezioni di astronomia visiva (2010).