Le illusioni tattili

Riflessioni critiche sulle percezioni non visive



Pubblichiamo la seconda parte di alcuni materiali che possono esser utili per una riflessione critica circa la percezione tattile. Lo si diceva il mese scorso: il tatto è una modalità di senso al centro del mondo COVID con le sue interdizioni e i suoi cliché. Dopo il saggio di James Gibson sul carattere attivo del tatto (1962), torniamo indietro di una decina d'anni per raggiungere un altro piccolo classico del Novecento, Le illusioni tattili di Geza Révész (1878-1955). Si tratta di un autore poco noto al di fuori della ristretta cerchia di chi si occupa di percezione non visiva. Costretto ad abbandonare l’Ungheria nel 1919 in seguito alla vittoria delle truppe anticomuniste di Horthy, lo studioso magiaro si rifugia in Olanda dove è accolto da H. Zwaardemaker, antesignano dello studio scientifico della sensibilità olfattiva. In seguito, insegna psicologia all’università di Amsterdam e nel 1935 fonda, insieme a D. Katz, la rivista Acta Psicologica (H. Pieron, Geza Révész, «The American Journal of Psychology», 1956, 69, p. 140). Sebbene non compaia di solito nella manualistica di riferimento, Révész è un pioniere della psicologia della Gestalt. Secondo questo paradigma di ricerca, la percezione non è organizzata da processi interpretativi di tipo mentale ma da strutture invarianti interne al mondo sensoriale. A differenza dei più noti K. Koffka o M. Wertheimer, Révész mette alla prova questa ipotesi nei campi sperimentali più impervi: la visione notturna degli uccelli, la percezione vibratile-musicale da parte dei sordi, la percezione tattile dello spazio in ciechi e vedenti, le funzioni sociali e biologiche della mano, le origini evolutive del linguaggio verbale.

Nel saggio che segue, Révész risponde in modo affermativo a una questione apparentemente secondaria: esistono illusioni tattili simili a quelle visive? L’interrogativo è meno bizzarro di quanto si potrebbe immaginare per almeno due motivi.

Il primo è d’ordine generale. Se è possibile constatare l’uniformità di funzionamento di tatto e vista circa la percezione di immagini semplici, ciò vuol dire che i due sensi non sono così distanti come la tradizione vorrebbe suggerire. Non solo: se il tatto illude quanto la vista, significa che occorre mettere in discussione il presunto carattere pulsionale o solo strumentale della percezione manuale. Perché l’amore per la conoscenza tipico degli umani, ne parla Aristotele nell’incipit alla sua Metafisica, dovrebbe condurre a preferire la «sensazione della vista» (ivi, 980a 23-24)? Sia gli occhi che le mani danno accesso allo spazio, alla sua conoscenza e ai granchi che ognuno prende nell’esplorare il mondo. Nel testo, Révész gioca sul rapporto di somiglianza e differenza che esiste tra due aggettivi di solito considerati sinonimici: «ottico» e «visivo». Nel lessico dello psicologo ungherese, il primo termine indica l’organizzazione minima di uno spazio comune anche al tatto. Il termine «visivo», invece, lo riserva alla piega specifica che lo spazio assume quando si impiega la vista. Per un verso, dunque, Révész insiste sulla conformità dello spazio esplorato dalle mani e dagli occhi. Per un altro, è attento a non sottovalutare le differenze fenomeniche che esistono tra le due modalità sensoriali. Il fatto che il cieco non veda rimane un problema: non ha accesso all’esperienza cromatica, alle panoramiche prospettiche, alla rapida lunghezza di campo tipica della vista. Resta un problema anche l’interdetto d’ordine generale che abita il nostro comune modo di vivere la sensorialità tattile perché limita la possibilità di sperimentare i suoi tratti specifici: il legame tra azione e percezione, l’esperienza dei volumi tridimensionali, la resistenza dei corpi.

Esiste una seconda ragione d’interesse circa il problema della conformità tra le diverse illusioni sensoriali, stavolta interna alla teoria percettiva di Révész. Secondo lo studioso e più in generale per la psicologia della Gestalt, le illusioni non costituiscono dei semplici errori giacché assumono il carattere di sintomi. L’illusione percettiva è il luogo empirico in cui emerge il modo in cui il nostro organismo struttura ciò che ha intorno. Invece di una svista o di un errore interpretativo, l’illusione indossa le vesti dell’indizio rivelatore. Tendiamo a sovrastimare la lunghezza di un segmento che finisce con una doppia freccia perché quel tipo di configurazione (la cosiddetta illusione di Müller-Lyer) mette in evidenza un asse portante del modo nel quale percepiamo le forme. L’illusione percettiva costituisce l’esatto contrario del malfunzionamento: evidenzia il motore sensoriale in grado di orientarci in ambienti che cambiano di continuo; consente di vivere l’impressione della profondità, della distanza e della grandezza in modo coerente e, allo stesso tempo, sufficientemente elastico. Le illusioni percettive incarnano la curvatura che assume lo spazio fisico quando entra nelle dinamiche sensoriali di un organismo. Si tratta, secondo Révész, di curvature così primitive e basilari da accomunare non solo tatto e vista, ciechi e vedenti, ma addirittura forme di vita molto diverse come l’homosapiens e il ben meno appariscente pollo domestico.


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1. Introduzione

Anni fa, ho fatto una piccola scoperta il cui valore, per una teoria della percezione spaziale, non deve essere sottovalutato. Attraverso ricerche sperimentali sono riuscito a provare che le illusioni ottico-geometriche, con qualche eccezione dipendente dalla struttura e dalla funzione specifica degli occhi come nel caso della prospettiva, sono presenti regolarmente anche nel campo della percezione tattile-motoria.

Già in precedenza la domanda se ci fossero illusioni nella percezione spaziale tattile e cinestetica, cioè modificazioni soggettive rispetto alle relazioni spaziali oggettive, aveva ricevuto risposta positiva. Le ricerche di Gemelli, Benussi, Dresslar, Nichols, Cook e Pearce si limitavano solo a un paio di figure e non hanno suscitato particolare interesse. Questi casi erano considerati delle curiosità come il famoso esempio descritto da Aristotele, nel quale una sola matita, tenuta tra due dita incrociate, è percepita come fossero, invece, due diversi oggetti. Poiché nei loro studi non hanno perseguito alcun obiettivo teorico, i ricercatori non hanno fornito nessuno stimolo affinché le ricerche continuassero. È accaduto così che mentre le illusioni ottico-geometriche sono state studiate con molto entusiasmo, per secoli l'indagine delle illusioni tattili è rimasta completamente ferma. Non si è pensato che un esame sistematico della percezione tattile per mezzo di illusioni simili a quelle già conosciute nella vista potesse chiarire alcuni degli interrogativi del dibattito sulla percezione spaziale sui quali, fino ad ora, ha regnato una grande diversità di opinioni.

Le mie ricerche hanno dimostrato che un'indagine che confronti le illusioni spaziali ottiche e tattili è in grado di fornire importanti ragioni e argomenti decisivi a favore dell'unità del nostro spazio percettivo.


Ho esposto le mie riflessioni teoriche sullo spazio e le mie ricerche sulla percezione tattile per la prima volta nel 1929 all'accademia delle scienze di König («Proceedings», vol. 32); una dettagliata esposizione è stata poi pubblicata nel 1934 nella rivista «Zeitschrift für Psychologie», vol. 131.


Poiché le mie opinioni sono state giudicate positivamente dal punto di vista psicologico, fisiologico e oftalmologico, mi sono sorpreso che nella maggior parte dei nuovi manuali e dei libri di testo siano trattate ancora, come 50 anni fa, solo le illusioni ottiche e che le teorie circa le illusioni percettive si limitino solo all'analisi delle funzioni visive.

Stranamente gli psicologi e i fisiologi non hanno tenuto conto dell'accertamento dell'esistenza di illusioni tattili del tutto identiche a quelle ottiche, per le quali naturalmente le teorie che riguardano l’ottica ovviamente non possono esser valide. L'elevato numero d’illusioni identiche in entrambi gli ambiti avrebbe dovuto convincerli ad abbandonare il punto di vista teorico sostenuto fino a quel momento.


Nel primo volume del mio lavoro del 1938 Formenwelt des Tastsinnes (den Haag, M. Nijoff) e nel mio Psychology and Art of the Blind pubblicato da Longmans Green Ltd. a Londra nel 1950 ho accennato alle illusioni spaziali ma non sono andato oltre. Da lì ho deciso di sottoporre a un esame critico sia i miei risultati sperimentali che le mie considerazioni teoriche e d’illustrare quale significato esse possano avere per la formulazione di una teoria della percezione spaziale.


2. Sulle tendenze a modificare la forma

Le nostre percezioni visive sono dominate da precise tendenze che svolgono un ruolo significativo per il rilevamento delle relazioni spaziali e per la formazione degli oggetti visivi. Queste tendenze sono innate ed esercitano un effetto che, in modo involontario, costituisce e modifica le forme. Queste tendenze sono radicate così profondamente nell'organizzazione psicologica dell'essere vivente da risultare indipendenti dal livello di sviluppo o dalle capacità mentali dell'individuo che percepisce. Gli oggetti del mondo esterno si riflettono nella nostra percezione sempre sotto l'influsso di tendenze del cui effetto non possiamo liberarci. In tal senso sorgono impressioni che divergono dai rapporti spaziali oggettivi, determinabili per misura e numero. Se nella nostra stanza osserviamo una libreria perfettamente quadrata, l'altezza ci apparirà significativamente più grande della larghezza. Se uno scaffale della libreria è riempito per metà e per l'altra metà vuoto, sopravvaluteremo la lunghezza dello spazio occupato dai libri. Nel primo caso si tratta di un esempio della nota tendenza percettiva a sopravvalutare l'estensione in senso verticale (la cosiddetta illusione verticale); il secondo caso può valere invece come esempio dell'illusione degli spazi pieni e vuoti. In tal modo, se menzionassimo i numerosi casi che è possibile trarre dall'esperienza quotidiana, questi dimostrerebbero come diverse tendenze percettive costituiscano motivo d'illusione. Se si analizzano i più noti esempi di illusione ottica, si giunge alla conclusione che, in fin dei conti, essi non rappresentano nient'altro che l'estrema conseguenza di tendenze a modificare la forma degli oggetti che, in linea di principio, si rivelano identiche nella percezione di strutture naturali e artificiali di ogni tipo. Le illusioni spaziali, le cosiddette illusioni ottico-geometriche, possono esser considerate allora non come delle eccezioni, delle divertenti curiosità, ma come la normale manifestazione di tendenze sempre presenti nella percezione.

Queste tendenze non rappresentano in alcun modo un gruppo particolare di fenomeni da porre accanto alle «normali» esperienze visive dello spazio e della forma, piuttosto esse appartengono a quel mondo spaziale ottico che sperimentiamo continuamente e immediatamente in ogni atto percettivo.

Continuamente sottovalutiamo e sopravvalutiamo segmenti e grandezze; vediamo avvicinarsi linee che oggettivamente scorrono in parallelo; in alcune circostanze consideriamo come diverse superfici uguali, in altre consideriamo come uguali superfici diverse. Le illusioni ottico-geometriche non rappresentano, allora, nessuna «illusione» nel senso proprio del termine. Non dipendono dal caso, poiché chiunque le esperisce nello stesso modo. La regolarità di questi fenomeni è dimostrata dal fatto che né la riflessione né la conoscenza sono in grado di trasformare le illusioni nelle «forme vere» corrispondenti e, nella maggior parte dei casi, non riescono a modificarle neanche una volta. Al contrario, l'illusione rimane inalterata anche se quel che noi sappiamo le si oppone ostinatamente.

La natura originaria e generale delle tendenze di modificazione della forma, e quindi delle illusioni ottico-geometriche, si manifesta egualmente sia nell'uomo che negli animali. I polli vedono l'apparente differenza di grandezza tra due segmenti congruenti proprio come la vediamo noi. Se si addestrano questi animali a scegliere la più piccola tra due figure oggettivamente diverse, l'animale reagirà con assoluta sicurezza anche nei confronti della figura che apparentemente è più piccola (a tal proposito si veda oltre). Questi dati contraddicono tutte le teorie che riconducono le illusioni a errori di giudizio e mostrano che per processi percettivi di questo tipo è impossibile parlare di «inferenze inconsce» e di simili, imbarazzanti ipotesi. Questo tipo di comportamento percettivo coinvolge funzioni così elementari, radicate così a fondo nella nostra organizzazione, che non può essere considerato il prodotto di processi mentali. Le illusioni ottiche costituiscono quindi fattori essenziali per le figure che percepiamo tramite gli occhi. Se le eliminassimo, il mondo spaziale cambierebbe i propri connotati, perderebbe la propria vivacità ed elasticità e, in tal modo, verrebbe meno gran parte del suo carattere estetico. È proprio attraverso questo insieme di tendenze che sono alla base anche delle illusioni ottico-geometriche che le forme e le figure acquistano vita, movimento e attività. Se queste tendenze non esercitassero i loro effetti, il nostro mondo spaziale diverrebbe più un sistema rigido che un mondo in continuo divenire.

Fino ad ora, però, le discussioni sulla natura generale delle tendenze che modificano lo spazio si sono riferite allo spazio ottico. Se si riuscisse a mostrare l'effetto di queste tendenze per tutte le percezioni spaziali-ottiche, diventerebbe centrale la questione se è la totalità delle nostre percezioni spaziali a essere dominata da queste tendenze, comprese non solo le impressioni ottiche ma anche quelle aptiche. Una risposta positiva a questa domanda sarebbe della massima importanza per la psicologia della percezione spaziale. Se infatti si potesse dimostrare che in campo tattile-cinestetico sussiste lo stesso tipo di illusioni spaziali presenti in campo ottico, ne conseguirebbe che le impressioni spaziali aptiche e ottiche sono essenzialmente simili e che hanno un grado di parentela molto più stretto di quanto è stato ipotizzato fino ad ora. In tal modo il problema della conformità tra le impressioni tattili e ottiche e gli interrogativi annosi a proposito del mondo spaziale dei ciechi sarebbero inondati da una nuova luce.

Tutto questo dà origine, dunque, alle seguenti domande:


1. Esistono illusioni spaziali nel campo tattile-cinestetico?

2. È possibile provare nel campo tattile l'esistenza di tutti i tipi di illusione ottico-geometrica oppure le illusioni tattili sono solo di alcuni tipi?

3. Le illusioni tattili sono governate dalle stesse leggi che regolano le illusioni ottico-geometriche?

4. Le illusioni spaziali di tipo tattile coinvolgono impressioni del tatto, della cinestesia o di entrambi?

5. È possibile provare in modo irrefutabile l'indipendenza della percezione tattile della forma da quella ottica? Possono esserci illusioni tattili senza la presenza di rappresentazioni visive, cioè senza che le impressioni tattili-motorie siano trasposte in termini ottici?


3. Insorgenza delle illusioni spaziali nel tatto

A proposito delle condizioni necessarie affinché si manifestino illusioni aptiche che riguardano spazio e forma è possibile dire ciò che segue:


La prima condizione per osservare queste illusioni è costituita, come per la vista, dal rilevamento dell'oggetto come un tutto, come una Gestalt unitaria. È una condizione più facile da soddisfare per gli occhi poiché, in questo caso, la formazione dell'oggetto è involontaria ed esclusivamente passiva, mentre nel tatto la costruzione attiva della forma costituisce la regola. Come ho sostenuto nella mia opera Formenwelt des Tastsinnes (Il mondo delle forme nel senso tattile), la comprensione sintetica dell'oggetto è preceduta da un lavoro tattile analitico e preparatorio, cioè dal contatto con le diverse parti e i vari elementi di raccordo. Solo quando questo processo conoscitivo si è concluso, inizia l’organizzazione attiva della forma che richiede di solito moltissimo tempo. Questo spiega perché all'inizio dell'esperimento le illusioni tattili non vengono percepite subito. Inoltre, non è indifferente con quale dito si sente l'oggetto. È più facile, infatti, riconoscere caratteristiche e particolari degli oggetti con il medio e l'indice che con le altre dita. A volte le illusioni non si verificano perché per valutare i rapporti di grandezza si cerca di stabilire dei punti oggettivi di riferimento. In questo caso si perde l’atteggiamento corretto poiché, invece di cogliere l'oggetto come un dato immediatamente evidente, si prova a riconoscerlo attraverso le sue caratteristiche geometriche. È necessario creare condizioni sperimentali corrette: per questo motivo abbiamo ricordato ai soggetti dell'esperimento che non si trattava di una valutazione di grandezze oggettive ma di un confronto tra impressioni soggettive di grandezza.

Poiché l'osservazione e la valutazione delle illusioni è di gran lunga più difficile in campo aptico che in quello ottico, per l'esperimento conviene utilizzare oggetti semplici. Le figure sono state costruite in rilievo su una base di legno, con lunghezza e larghezza comprese tra 2,5 e 4,5 cm. Le superfici delle figure sono state prodotte in legno, linoleum o ebanite, le linee in latta. I soggetti dell'esperimento erano invitati a tastare e a valutare gli oggetti con gli occhi chiusi, una volta tramite i movimenti delle dita (metodo per successioni), un'altra utilizzando tutta la mano (metodo simultaneo). Attraverso l'applicazione di questi metodi è possibile far emergere gli effetti delle illusioni sia attraverso il solo senso tattile, sia per mezzo del tatto combinato col movimento, il senso aptico. Se emergono delle difficoltà nel toccare le figure, è opportuno riprodurle attraverso una serie di spilli. Questa moderna forma di tortura il più delle volte produce le illusioni tattili previste.

Ho svolto le mie ricerche su 35 figure in tutto. Tra di esse si trovano tutti i tipi di illusioni ottico-geometriche: l'illusione di Kundt (sopravvalutazione delle linee divise in parti rispetto a quelle non divise); l'illusione circa la grandezza provocata dai limiti mutevoli di linee e superfici; l'illusione dei segmenti di Müller-Lyer; l’illusione descritta da Zöllner (linee rette parallele appaiono alternativamente inclinate l'una rispetto all'altra a causa della presenza di alcune linee intersecanti); la figura di Poggendorf (lo spostamento apparente della continuazione di una linea retta in seguito all'ampliamento apparente dell'angolo); la sopravvalutazione della distanza verticale di linee e punti; l'illusione dei segmenti; la curvatura apparente di una tangente retta provocata dall'adeguamento a una curva oggettiva; casi, infine, di illusioni di quantità.


4. Illusioni tattili

È emerso con chiarezza che le figure che suscitano illusioni ottiche destano nella percezione aptica illusioni dello stesso tipo e, nella maggior parte dei casi, della stessa intensità. Ci sono figure che provocano illusioni tattili e aptiche addirittura più evidenti. In questa sede constateremo simili concordanze solo per alcune illusioni (17)[1].


A. Illusioni di grandezza


Figura 1 (Illusione di Kundt)


Illusione ottica: se si confrontano i segmenti a e b, il segmento b, suddiviso in parti, appare più grande del segmento a.

Illusione aptica e tattile (metodo attivo e passivo): con entrambi i metodi, il segmento suddiviso in parti sembra, in accordo con la versione ottica dell’illusione, più lungo di quello non diviso. Per il verificarsi dell'illusione sono sfavorevoli tutte quelle situazioni in cui si tasta il segmento con pronunciati movimenti di abduzione delle braccia.

Ciò è particolarmente evidente quando la figura è posizionata orizzontalmente nel piano mediano, poiché in questo caso il segmento più lontano dal corpo produce maggiore abduzione, cosa che porta a sovrastimarlo.



Figura 2 (Illusione di Müller-Lyer)


Illusione ottica: se si confrontano due segmenti oggettivamente uguali a e b, il segmento b appare più grande di a.

Illusione aptica e tattile: sia nella percezione aptica che in quella tattile l'illusione si presenta simile alla versione ottica.



Figura 3


Illusione ottica: se si confrontano le linee verticali a e b, inserite tra due parallele, b appare più grande di a.

Illusione tattile: proprio come nella versione ottica, la linea b sembra chiaramente più grande della linea a. Inoltre, l’illusione diviene pregnante se il soggetto impiega entrambe le mani, tastando la linea a con la mano sinistra e la linea b con la destra. Per questa illusione può essere utilizzato solo il metodo passivo: una verticale è toccata con l'indice, l'altra con il medio simultaneamente.



Figura 4


Illusione ottica: se si confrontano i segmenti a e b, il segmento a appare più lungo di b.

Illusione aptica-tattile: come per l’illusione ottica, il segmento dà chiaramente l'impressione di una maggiore larghezza. Con il metodo tattile (passivo) l'illusione insorge solo con grande concentrazione e attenzione. L'insorgere dell'illusione può spesso dipendere dalla partecipazione o meno al movimento di espansione della figura B e al movimento di restringimento della figura A durante il confronto tra a e b. Se ci identifichiamo in questi «movimenti», allora b appare più lungo di a. Se ci liberiamo da questo atteggiamento, è più probabile si manifesti l'illusione opposta.



Figura 5

Illusione ottica: se si confrontano a e b, la linea verticale appare più lunga dell'orizzontale.

Illusione aptica-tattile (le linee sono sostituite da un certo numero di cerchi di uguale grandezza, posti a distanza costante): anche nel tatto la verticale è sopravvalutata. Se si effettua l'esperimento con la figura in questa posizione

e si tasta con un dito dal basso verso l'alto, l'illusione diventa particolarmente evidente perché all'illusione verticale si aggiunge l'effetto illusorio del movimento abduttivo. Ai soggetti 15, 22, 27, 30, 35 b sembra più corta di a.







Figura 6

Illusione ottica: tra due quadrati identici, quello che poggia sul vertice sembra chiaramente più grande dell'altro.

Illusione aptica-tattile: anche in questo caso il quadrato che poggia sul vertice dà l'impressione, rispetto all'altro, di una maggiore grandezza. L'illusione è evidente sia in campo ottico che aptico, poiché nella figura A la verticale immaginaria che collega il vertice superiore a quello inferiore del quadrato ci colpisce in modo particolarmente forte. Bisogna considerare però che questa linea di collegamento è oggettivamente più grande dei lati del quadrato. Se un soggetto riesce a non considerare la linea verticale di collegamento della figura A e a concentrarsi esclusivamente sulle linee che compongono i quadrati A e B, l'illusione di grandezza ritorna forte, più in campo aptico che ottico.


Figura 7


Illusione ottica: se si confrontano i segmenti a, b, c, d, e, tutti della stessa lunghezza, sembra che: a>b>c>d>e.

Illusione aptico-tattile: la linea curva a sembra più lunga della retta b; la retta b sembra un po' più lunga di c; la linea con un segno su un solo lato appare più lunga di quella con un segno su entrambi i lati; infine la linea d con ai lati due segni obliqui appare più lunga della linea con due segni perpendicolari e. Il confronto tra c e d non ha dato risultati degni di nota; nella maggior parte dei casi d viene considerato più grande di e.



Figura 8

Illusione ottica: se si confrontano l'ellissi verticale A e l'ellissi orizzontale B, la verticale è considerata sempre più alta e più stretta di quella orizzontale.

Illusione aptico-tattile: in un esperimento abbiamo impiegato due ellissi ricavate da un sottile pezzo di legno, in modo da presentare al tatto non superfici ellittiche, ma solo i loro contorni; in un altro esperimento invece è stata presentata ai soggetti la superficie delle due ellissi. In modo del tutto simile a quel che avviene con l’illusione ottica, anche nella percezione aptica l'ellissi verticale è considerata più lunga e più stretta di quella orizzontale. L'illusione non è particolarmente pregnante.




Figura 9 (Illusione del segmento)


Illusione ottica: se si confronta l'arco a1 con l'arco b1 e l'arco a2 con l'arco b2, a1 e a2 sembrano più piccoli di b1 e b2.

Illusione aptico-tattile: si verifica la stessa illusione sia per il contorno che per la superficie. Per alcuni soggetti l'illusione è più evidente nella versione aptica che in quella ottica. Per dare un'idea sul modo in cui si sono distribuite le valutazioni dei soggetti, vogliamo esporre qui di seguito i risultati dell'esperimento.


Abbiamo condotto l'esperimento su 15 persone sia con la posizione



che con le posizioni:

Ne è risultato che


A sembra più grande di B: 25 volte,

A " più piccolo di B: 4 volte,

a1 " più grande di b1: 20 volte,

a1 " più piccolo di b1: 4 volte,

a2 " più grande di b2: 10 volte,

a2 " più piccolo di b2: 2 volte,

a1 " più grande, uguale e più piccolo di b1: 3 volte,

a2 " più grande, uguale e più piccolo di b2: 3 volte.


Inoltre, bisogna notare che l'illusione dei segmenti si verifica sicuramente anche nei polli. Nella maggior parte dei casi questi animali, dopo essere stati addestrati a riconoscere figure oggettivamente più piccole tra due segmenti obiettivamente uguali, scelgono quello soggettivamente più piccolo. [2]


Figura 10