La storia come autobiografia. Guido Quazza (1922-1996)



In questo articolo Diego Giachetti delinea il ritratto di Guido Quazza e restituisce la sua riflessione di storico e militante, dalla stagione della resistenza, passando per il '68 e gli anni '70, fino alla caduta del Muro di Berlino e alla dissoluzione del Pci.


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Nella definizione di storia come autobiografia dei protagonisti trova sicuramente posto l’opera e l’azione di Guido Quazza di cui ricorre quest’anno il centenario della nascita. Nato a Genova il 14 giugno del 1922, si trasferì con la famiglia a Torino nel 1930 dove frequentò il liceo e poi la Facoltà di Lettere e filosofia, presso la quale si laureò, appena dismessi gli abiti di partigiano, il 5 luglio del 1945, in Storia del Risorgimento. Quazza era stato uno studente diligente, scrupoloso, posseduto fin dalla più tenera età da due «demoni», quello della lettura e della scrittura. Passioni divoranti coltivate lungo tutto il corso della sua vita, come testimonia l’archivio oggi depositato presso l’Istituto Storico per la Resistenza e la Storia Contemporanea di Torino. Un archivio che prova l’amore e la cura per la conservazione del documento, «ripostiglio» di materiali da utilizzare per i «pezzi» da costruire nell’officina dello storico.

Il 24 febbraio del 1944 per sfuggire a un rastrellamento si trasferì nella Valle Sangone, presso Torino, e in quella zona partecipò alla lotta partigiana con la 43° Divisione Autonoma intitolata al caduto Sergio De Vitis. Come molti altri giovani, che formarono il grosso delle bande, si trovò ad essere partigiano per una scelta dettata da impeti morali ed esistenziali, prima che politici, come dirà in seguito coniando la categoria di antifascismo esistenziale. In quell’esperienza maturarono scelte politiche e «stili di vita» che diventarono, quando ritornò da storico su quel passato, categorie interpretative, concetti usati non solo per comprendere quel particolare momento, ma per interrogare quello che intanto era diventato il presente.

Entrato nella Resistenza con simpatie azioniste, aderì al Partito socialista di unità proletaria (Psiup). Nella diatriba di quegli anni tra i cosiddetti «fusionisti» e gli «autonomisti», si schierò con questi ultimi aderendo alla corrente di Iniziativa socialista, per difendere, diceva, l’indipendenza del partito dall’influenza comunista. Quando nel gennaio 1947, si consumò la scissione, detta di Palazzo Barberini, della componente socialdemocratica, aderì al costituendo Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (Psli), guidato da Giuseppe Saragat. Critico al momento dell’entrata nella maggioranza governativa del Psli nel dicembre del 1947, tornò ad opporsi alla politica del suo partito quando esso decise di appoggiare l’adesione dell’Italia al Patto Atlantico. Espulso dal partito, l’orizzonte politico si offuscò fino a scomparire in un distacco dai mestieranti della politica per ritornare nella serenità della ricerca storica.

Per un decennio circa la passione per la politica s’interrò sotto la crosta della ricerca storica. Riprese gli studi che non aveva mai interrotto. Si delineò così sul piano storiografico e politico il suo rapporto col marxismo inteso principalmente come uno strumento di interpretazione critica della realtà nel suo farsi. Ciò che rimase di quell’incontro fu l’interpretazione della storia come storia dell’uomo sociale, cioè dell’individuo considerato nel suo rapporto con gli altri individui, coi quali interagisce e agisce per superare la società classista. A questo marxismo affiancò le suggestioni provenienti dalla rivista «Annales» fondata nel 1929, gli scritti di Lucien Febvre, Marc Bloc, Fernand Braudel. Nel 1961, con la pubblicazione de L’industria laniera e cotoniera in Piemonte dal 1831 al 1861, proponeva la sua impostazione, innovativa per l’epoca, di storico dell’imprenditoria. Spaziava infatti da un’analisi sociografica della distribuzione delle imprese allo sviluppo tecnologico, dalla struttura aziendale, ai problemi della produzione e del mercato, dalla politica economica degli imprenditori alle condizioni di vita dei lavoratori.

A partire dai primi anni Sessanta emerse prepotente l’interesse per la storia contemporanea, in sintonia con una stagione culturale che portava a sostituire al Risorgimento, quale mito fondativo dell’Italia repubblicana, l’antifascismo e la Resistenza. Riprese il tema della guerra partigiana ponendo l’esigenza di superare la cronaca minuta degli accadimenti del biennio 1943-1945 e la genericità delle affermazioni ideologiche di partito, per affrontare i tempi lunghi e il significato della Resistenza nella storia d’Italia. La definizione di guerra di liberazione o patriottica gli stava stretta. Meglio leggerla come guerra di civiltà, più che civile, caratterizzata non solo da un conflitto per il potere ma di «contenuti civili». Una lotta «contro un’ideologia totalizzante», con caratteristiche di classe contro un sistema capitalistico responsabile dell’accaduto.


Nella bufera del ‘68

Il ’68 non lo colse del tutto impreparato. Prima d’incontrare le agitazioni studentesche torinesi, alla Scuola Normale di Pisa nel 1963-64, fresco di chiamata alla cattedra di Storia Medievale e Moderna, ebbe modo di vivere e sperimentare aspetti premonitori e anticipatori della contestazione studentesca, compresa l’intemperanza critica verso la sinistra tradizionale di giovani e brillanti studenti, tra i quali Adriano Sofri e Gian Mario Cazzaniga. Esemplare fu la conferenza del 3 marzo 1964, tenuta dal segretario del Partito comunista, Palmiro Togliatti, invitato a Pisa dallo stesso Quazza, nell’ambito di un ciclo di conferenze avente per tema I partiti politici italiani dal 1919 al 1948. Togliatti parlò dei comunisti e della crisi del secondo dopoguerra, poi si aprì il dibattito. Chiese la parola Adriano Sofri e accusò Togliatti e i dirigenti comunisti di aver frenato, anziché dirigere, la rivoluzione, dando più ascolto all’ambasciatore americano che ai lavoratori nella definizione della linea del partito. Domandò a bruciapelo: “dimmi compagno Togliatti, nel 1944 chi era segretario del partito, tu o l’ambasciatore americano?”. Togliatti sì adirò visibilmente e rispose cominciando a dire: «tu che hai il latte sulle labbra, provaci tu a fare la rivoluzione». «Ci proverò, ci proverò», replicò. Dovette intervenire Guido Quazza a mettere pace dicendo: «Segretario, questo è Adriano Sofri., ha studiato il sindacalismo rivoluzionario, «L’Ordine Nuovo», il Gramsci dei consigli di fabbrica, la fondazione del PCI». Apparentemente rabbonito Togliatti accennò a un gesto di cortesia e disse rivolto a Sofri: «Vieni a trovarmi, ne parleremo di persona», ma era ancora furente, tant’è vero che sull’auto di Quazza che lo accompagnava all’albergo, continuò a ripetere «estremisti, estremisti».

Quando, ormai trasferito presso la facoltà di Magistero a Torino, ebbe a che fare con le occupazioni di Palazzo Campana del febbraio e del novembre-dicembre del 1967, adottò una linea di dialogo con gli studenti dichiarandosi contrario all’uso di misure disciplinari o di polizia contro gli occupanti. Fu la Facoltà di Magistero la prima a muoversi per stabilire il dialogo tra corpo docenti e studenti in agitazione, rompendo quel clima di unanimità che esisteva nel Senato Accademico e dentro i Consigli di Facoltà. Di questa Facoltà egli divenne Preside a partire dall’anno Accademico 1967-1968. Il 3 maggio 1968, il Consiglio di Facoltà di Magistero prese una decisione «storica», riaprì i corsi sulla base di nuove formule didattiche, riconobbe come interlocutore il movimento studentesco, avanzò una proposta didattica innovativa che il movimento accettò. L’accordo col movimento studentesco fu un tassello importante da cui partire per rielaborare i piani di studio, liberalizzandoli, secondo criteri interdisciplinari, valorizzando, accanto allo studio individuale e alle lezioni cattedratiche, il lavoro di gruppo, la ricerca seminariale.

Aspetti contradditori albergavano nel suo animo in quei mesi. La curiosità e l’attenzione per ciò che di nuovo si muoveva nella società, nei comportamenti, nella cultura, contrastavano col suo carattere composto e un po’ schivo, da personaggio austero, rigido e distaccato, con l’abitudine a trattenere slanci passionali ed emotivi, portato ad essere severo verso l’indisciplina, tipica dell’irruenza giovanile della rivolta. Quello spirito di ribellione, quel gesto di disobbedienza a leggi e condizioni considerate ingiuste, che già aveva intravisto nei giovani delle «magliette a strisce» del luglio 1960, gli ricordavano il suo gesto di adesione alla banda partigiana dopo l’8 settembre 1943, che ritrovava nella protesta studentesca, quale elemento costitutivo, esistenziale di essa.

Con la curiosità irridente giovanile, alcuni si chiedevano chi fosse quella persona, la stessa che nell’aprile del 1975 a Torino al funerale di Tonino Miccichè, un giovane operaio siciliano immigrato, di Lotta Continua, ucciso nel quartiere la Falchera, aveva risalito i pochi scalini del Duomo e, avvicinatosi al microfono, aveva pronunciato una breve e toccante orazione funebre a nome del Comitato Unitario Antifascista Torinese (Cuat) per il «compagno Miccichè». La risposta era lunga. Dopo il 1968, agli impegni universitari, si erano affiancati quelli pubblici di organizzatore politico e culturale. Un’attività e un attivismo spasmodici, di impegni in riunioni universitarie, di redazione della «Rivista di Storia Contemporanea» e dell’Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia (Insmli), del Circolo della Resistenza torinese, di cui era presidente, nonché collaboratore dell’Istituto Storico della Resistenza piemontese e del Centro Studi Piero Gobetti e, infine, uno dei principali animatori del Cuat.

Resistenza, ’68 e nuovo antifascismo

Nel maggio del 1976 l’editore Feltrinelli pubblicò il suo libro intitolato Resistenza e storia d’Italia. Problemi e ipotesi di ricerca. Era un’opera di sintesi e di messa a punto di ipotesi di ricerca, di interpretazioni e di ricostruzioni storiche che egli era venuto formulando dalla metà degli anni Sessanta. Fortissima e confessata ripetutamente dallo stesso autore era l’influenza esercitata dal movimento del ’68 sul suo lavoro. Riconosceva che la riflessione storica e con essa il suo libro, non erano solo il frutto dell’interesse erudito dello studioso per quel momento storico, ma traeva stimolo dall’attualità della lotta sociale e politica. Richiamava le interpretazioni care agli azionisti circa la Resistenza incompiuta, un processo democratico e sociale interrotto dal prevalere della continuità statale conservatrice e dagli interessi della classe dominante. Rispondeva con rigore alle domande politiche nuove e a volte irriverenti che i giovani contestatori ponevano ai partigiani e alla Resistenza stessa.

Nell’impulso morale alla ribellione egli individuava la continuità tra movimento studentesco e Resistenza. Negli aspetti esistenziali prima che politici, che portano gli individui a schierarsi, a scendere in campo, a scegliere, rintracciava analogie e continuità tra Resistenza e contestazione. La partecipazione diretta alle assemblee e alle occupazioni universitarie richiamava, pur nelle opportune distinzioni, «il pagare di persona come elemento essenziale dal punto di vista umano della resistenza». La Resistenza e il ’68 erano considerati «un recupero della partecipazione degli italiani alla loro comune responsabilità verso la società». La banda partigiana che discuteva e decideva ogni aspetto dell’azione e del vivere collettivo e le assemblee studentesche, si configuravano come «microcosmi di democrazia». Entrambe nel loro confrontarsi con le istituzioni, la politica organizzata, riproponevano il tema del rapporto tra partecipazione diretta, partiti e sindacati, tra spontaneità e organizzazione, tra democrazia formale e sostanziale.

La scelta di una periodizzazione lunga, che inseriva le vicende della lotta partigiana, nella più ampia storia d’Italia, prima e dopo la costituzione repubblicana, induceva a considerazioni circa la continuità degli apparati statali, dei blocchi economici e sociali d’interesse, la mentalità, che permanevano e condizionavano le scelte politiche di fondo al di là e oltre i mutamenti istituzionali e formali. Il tema della Resistenza andava reso attuale: non solo evento da ricordare e da celebrare, ma storia da ricostruire per renderla utile all’agire nel presente, consentendo «ai suoi valori non solo di sopravvivere all’urto della realtà, ma di incidere su di essa e di saldarsi con le aspirazioni e le speranze delle generazioni più giovani in un’azione innovatrice».

La recrudescenza delle azioni eversive di matrice neofascista, la svolta a destra nella politica italiana, impersonata dalla nascita del governo Andreotti dopo le elezioni politiche del 1972, l’aumento delle misure repressive contro gli esponenti della sinistra extraparlamentare, operarono a risvegliare coscienze e militanze di «vecchi» partigiani che volevano aprire ai giovani e portarono alla costituzione del Comitato Unitario Antifascista, da lui presieduto, nel 1972. I movimenti di lotta nati nel biennio 1968-1969 richiedevano la costituzione di un organismo in grado di coinvolgere non solo le organizzazioni tradizionali del movimento operaio, ma anche quelle nuove sorte alla sua sinistra. Pertanto Quazza si pose come un intellettuale non di un partito, ma della sinistra tutta, compresi quelli definiti «estremisti» e «gruppettari». Riuscì a raccogliere anche ciò che si muoveva al di fuori dei partiti e dei sindacati, ossia quella dimensione di mobilitazione di massa che spingeva per la trasformazione del Paese.

In questo habitat quelle che erano suggestioni storiografiche e interpretative, come il concetto di continuità dello Stato, divennero categorie di analisi politica della situazione italiana, letta come avvio di un processo di «fascistizzazione dello stato», quale reazione alle lotte del biennio ’68-’69, che metteva in discussione le istituzioni del regime liberal-democratico e rappresentativo ripristinato dopo la Resistenza. Fu un’esperienza breve ma intensa. Il Comitato si sciolse di fatto nel luglio 1976. Ad esso subentrò un comitato per l’affermazione dei valori della Resistenza e della Costituzione che ripeteva l’antica composizione interpartitica e «ciellenistica», cioè tutti i partiti del cosiddetto arco istituzionale, con la sola esclusione del MSI.

Dopo le elezioni politiche del 20 giugno 1976, che videro l’affermazione del Pci, e la costituzione del primo governo di solidarietà nazionale, presieduto da Giulio Andreotti con l’astensione dei comunisti, il tempo parve scorrere in fretta. Almeno questa era la sensazione di «pelle» che avvertiva. La frattura fra forze politiche, fra ceti sociali e fra generazioni che si ripropose nel corso di quello che è stato chiamato il movimento del ’77, gli lasciò un’impressione negativa e il senso di impossibilità di recuperare un rapporto che si era frantumato.

Nuovamente davanti a sé si apriva un lungo periodo dove non ci sarebbe più stato posto per una ripresa di partecipazione politica come egli la intendeva. Ritornavano i tempi, già conosciuti e vissuti, dell’agire nell’ambito culturale, della ricerca, della didattica e della formazione educativa, slegati da un conseguente e diretto agire politico come aveva fatto invece nel decennio che stava terminando. Si “ritirò” nell’Università, nella Facoltà di Magistero. Da quel luogo, e grazie anche alle relazioni che aveva intrecciato negli anni precedenti, continuò la sua battaglia di critica politica e storiografica, di ricercatore e di operatore culturale.

Propose un programma di lavoro basato sull’istituzione di corsi di aggiornamento per gli insegnanti, gruppi di lavoro seminariali con studiosi italiani e stranieri, ricerche e studi per tracciare una cronistoria e una cartografia della Resistenza, pubblicazione di studi, bibliografie e repertori di fonti relative al periodo 1919-46. Nello specifico, la ricerca doveva avere per oggetto l’Italia dal fascismo alla Repubblica e articolarsi nell’analisi delle strutture statuali, economico-sociali, dell’organizzazione del consenso, della guerra e della crisi del fascismo, fino alla Resistenza e alla riorganizzazione della vita politica italiana. Il discorso sul fascismo, l’antifascismo e la Resistenza andava collocato all’interno della categoria di continuità, più che di rottura. Continuità delle strutture e delle forze conservatrici, vero e proprio «tarlo roditore delle conquiste della Resistenza», elemento pericoloso, sul piano politico, per una possibile involuzione autoritaria dello Stato repubblicano le cui istituzioni, ancora troppo in continuità con quelle fasciste, potevano favorire un processo di svuotamento dei contenuti democratici dello Stato.

Diventato presidente dell’Insmli investì nello svecchiamento storiografico e anagrafico rivolgendosi al nuovo pubblico di giovani e di studiosi che si erano formati in quel decennio. Li richiamò al rigore metodologico e scientifico, ancor più necessario quando si trattava di storia contemporanea, perché, come ebbe modo di scrivere, bisognava evitare la prolissità coniugata al sovraccarico di documentazione straripante «vera e propria tabe di un filologismo cronistico e diarroico che non riesce a farsi filologia rigorosa della quale hanno bisogno l’individuazione dei problemi e l’interpretazione concettualmente fondata» (“Rivista di Storia Contemporanea”, «Italia Contemporanea», dicembre 1986, p. 96).


Vivere nel «riflusso»

Osservò con interesse critico il distacco fra il «sociale» e il «politico» caratterizzato in quegli anni dal cosiddetto ritorno al privato. Da un lato temeva che dietro questo ritirarsi ci fosse l’abbandono della partecipazione attiva alla democrazia, un cedimento ulteriore alla politica che lasciava spazi al sistema dei partiti; dall’altro era propenso ad ammettere che una riappropriazione della dimensione privata della vita era quasi inevitabilmente necessaria in quanto il «personale», doveva tornare a far sentire le sue esigenze dopo l’invadenza – gioiosa, festosa, rivoluzionaria – del «politico», cioè di quella dimensione pubblica che aveva invaso la vita delle persone impegnate nella militanza politica. Ne scaturì un generale rinnovamento della ricerca e della storiografia. Lo stesso Quazza dava ormai per integrati nel paradigma storiografico nuovi elementi di riflessione e la valorizzazione di nuove fonti per la storia contemporanea.

Dal quadro politico che si andò delineando nella seconda metà degli anni Settanta emergevano, secondo Quazza, aspetti che richiamavano i caratteri peggiori del «politico» italiano: corruzione, lottizzazione degli enti del sottogoverno, scandali, in un processo di decadimento dello Stato repubblicano. Nell’autunno del 1980 seguì con interesse e partecipazione gli sviluppi della lotta negli stabilimenti Fiat a seguito della richiesta di messa in cassa integrazione a zero ore per 23 mila dipendenti. Considerò la manifestazione dei «capi» del 14 ottobre 1980 un elemento pericoloso, valutò l’accordo firmato tra azienda e sindacati pochi giorni dopo, una sconfitta per i lavoratori e per il sindacato di classe.

Con amarezza nuovamente dovette confessare la sua delusione per la Repubblica, diversa da quella sognata dai partigiani e risognata, rinnovata, nel decennio settanta. Una delusione che sorgeva proprio nel momento in cui l’antifascismo era invocato, a giustificazione del proprio agire, da parti diverse e opposte. Il «terrorismo rosso» si giustificava dichiarando di battersi contro il fascismo ancora vivo dentro le istituzioni statali mentre, sull’altro versante, lo Stato e i partiti dell’arco costituzionale rivendicavano l’antifascismo quale fondamento della Repubblica minacciata dal terrorismo. La riflessione sul tema della violenza politica diventò inevitabile. Tutto il decennio, affermò era stato attraversato dallo scontro tra violenza di Stato e violenza di gruppi clandestini. Il terrorismo di matrice fascista era lo strumento della stessa DC per tenere a bada la destra e giustificare la reazione del potere contro l’avanzata del nuovo; quello rosso si alimentava nella crisi del rapporto tra sociale e politico, era una reazione «estrema, nonché sbagliata al venir meno della speranza di un cambiamento radicale».

La rappresentazione presentista della realtà travolgeva e riconsiderava la realtà stessa. Quazza oppose a questa enfasi interpretativa la necessità della contestualizzazione, la distinzione tra violenza dello Stato fascista e dello Stato democratico, tra violenza partigiana di massa e terroristica di pochi, pur sapendo che la ragione non bastava ad arginare la propaganda delle destre e dei moderati. Vedeva in atto una revisione antistorica del problema, una riconsiderazione del passato alla luce di un piccolo presente che faceva tabula rasa di pratiche politiche legate alla lotta di classe e a quella per l’indipendenza nazionale trascinando nel gorgo Marx, Mazzini, Garibaldi, Bakunin, l’Ottobre sovietico, l’occupazione delle fabbriche, lo sciopero con boicottaggio e picchettaggio, gli Arditi del Popolo, Carlo Rosselli, la guerra civile spagnola, la Resistenza e le rivoluzioni del Terzo mondo. Tutto sprofondava in un unico indistinto accomunando la violenza esercitata dalle classi dominanti con quella di chi si ribellava all’oppressione e allo sfruttamento.

La violenza politica andava valutata coi mezzi dell’analisi storica senza cedere all’enfasi strumentale e alle campagne di stampa suscitate sul momento: poiché non si poteva espellere la violenza dalla storia, era necessario distinguere e contestualizzare. Si rendeva però anche conto che il clima politico e sociale del tempo lasciava poco spazio a queste riflessioni, prevalevano le «prediche», invece di una ricerca tesa a scoprirne le cause, la politica preferiva ragionare sugli effetti. Difatti i suoi interventi suscitarono polemiche alle quali non si sottrasse, assumendo una posizione coraggiosa, eticamente e politicamente coerente quanto di «minoranza», che espresse pubblicamente con la difesa di un garantismo adamantino che lo portò a schierarsi col Comitato promotore del referendum del giugno 1978 per abrogare la legge Reale in quanto violava il rispetto delle garanzie costituzionali, comprimeva la libertà, sostituiva alle ragioni del diritto quelle del sospetto e dell’arbitrio, non ostacolava il diffondersi della violenza e incoraggiava soprusi polizieschi.

Nel rapimento di Aldo Moro da parte delle Brigate rosse, il 16 marzo del 1978, nel suo esito drammatico e nella reazione dello Stato, vide profilarsi un doppio pericolo per la democrazia attaccata dai brigatisti e dal «terrorismo della campagna antiterroristica» annotò a caldo quel giorno sull’agenda, e il giorno seguente criticò le modalità della campagna comunista contro le Brigate rosse: occorre dire la verità, scrisse, «e dunque riconoscere che le radici della violenza siano anche di sinistra, che parlare di violenza senza collegarla ai problemi politici è mentire e diseducare. Inoltre si deve riconoscere che non si può chiamare la gente e i giovani a difendere questo Stato dopo averlo combattuto per trent’anni. Per cominciare a combattere il terrorismo [occorre] combattere la degenerazione dello Stato e chiedere che sia migliorato, cioè bisogna combattere il governo DC» (Agenda, 16 e 17 marzo 1978).


Riconsiderazioni

Colse in alcuni avvenimenti che si verificarono nel 1983 i segni della svolta che si stava compiendo rispetto alla considerazione del fascismo e dell’antifascismo. Nella rievocazione del centenario della nascita di Benito Mussolini, vide una rilettura dell’artefice del fascismo e del regime in senso moderato e modernizzante. Ritornava il nodo non ancora risolto del rapporto tra fascismo, lotta economica, sociale, culturale e politica, non solo sul piano storico, ma nell’attualità. In un articolo pubblicato su «il manifesto» del 30 aprile, denunciava la pseudocultura della riabilitazione del ventennio mussoliniano ad opera di studiosi moderati, “imparziali”, di nostalgici e di giovani «promesse» della nuova destra.

Com’era sua abitudine, non si tirò indietro quando gli avvenimenti pubblici lo chiamavano. Esemplare la sua esposizione quando scoppiò il caso Giorgio Albertazzi, di cui si sapeva il trascorso da fascista e da sottotenente nella prima legione M “Tagliamento” della Repubblica di Salò. Il consiglio di facoltà di Magistero, riunitosi il 26 settembre 1989, chiese al rettore la revoca dell’incarico a contratto stipulato con l’attore alla luce delle nuove rivelazioni che divennero di dominio pubblico, secondo le quali, com’era comprovato da una sentenza del Tribunale militare di Milano, egli aveva comandato il plotone di esecuzione che aveva fucilato senza processo un giovane a Sistino (Arezzo) nel luglio del 1944.

Il crollo del Muro di Berlino nel novembre del 1989 e i successivi eventi che portarono alla dissoluzione del «blocco» sovietico ponevano la necessità di riconsiderare l’attualità o meno dell’antifascismo. Se esso era unicamente definibile come opposizione al fascismo, la sua valenza perdeva di valore man mano che il tempo allontanava dai regimi fascisti. Ma l’antifascismo non andava ridotto solo all’opposizione al fascismo, rappresentava valori ed aspirazioni più generali il cui «carattere distintivo [stava] nella qualità umana, nel coraggio inteso come rifiuto di ogni forma di opportunismo e di furberia», così si esprimeva su «L’Unità» l’8 dicembre 1989. Così declinato il concetto poteva superare le macerie del muro di Berlino il cui crollo poteva aprire una fase nuova di risveglio della partecipazione dal basso dei popoli dell’Est europeo. Negli anni seguenti il giudizio sulla nuova situazione internazionale si fece più cauto e circospetto. Prendendo spunto dalla prima guerra del Golfo del 1991 osservò che il governo del mondo era diventato monopolio degli Stati Uniti, mentre i nuovi equilibri di potere economico, sociale, politico e ideologico, tornavano a definirsi nel primato della liberal-democrazia forte del predominio del mercato libero.

Erano avvenimenti che si intersecavano sul piano nazionale con la fine del Partito comunista decisa dal congresso del 1991, la nascita del Partito Democratico della Sinistra e di Rifondazione Comunista. Com’era ormai sua abitudine visse con distacco tali eventi. La fine del Partito comunista tutto sommato poteva anche essere un evento positivo in quanto tendeva ad allargare il campo di adesioni alla sinistra, oltre il «recinto» dell’identità comunista e metteva in difficoltà la politica socialista di Craxi, leader che non aveva mai amato. Anche se sollecitato, non aderì al nuovo partito che si andava formando. Rifondazione Comunista gli parve una riproposizione di quella politica comunista con la quale si era scontrato nei decenni precedenti. Aveva scritto sull’agenda in occasione della morte del segretario comunista Enrico Berlinguer, avvenuta l’11 giugno 1984: «non mi ha mai entusiasmato né l’uomo né la sua politica, ma è caduto sul campo fedele a un impegno nel quale credeva con sincerità». Erano «pezzi» di storia della sua vita che se ne andavano con la scomparsa di protagonisti politici di alto livello coi quali aveva polemizzato e solidarizzato in un atteggiamento, come confessò in occasione della morte di Luigi Longo nel 1980, «di ammirazione per il “duro” combattente e di sgomento per lo stalinista, modello di contraddizione PCI» (Agenda 16 ottobre 1980).

I settant’anni, compiuti nel 1992, non erano passati senza aver preteso il loro pedaggio, difatti le condizioni di salute lo costrinsero a limitare la sua attività. Nel 1994 rinunciò a presentare la sua candidatura alla presidenza della Facoltà di Magistero, che aveva assunto e mantenuto ininterrottamente dal 1967. Quella rinuncia giungeva alla conclusione del suo lungo e costante impegno, portato avanti caparbiamente per trasformare la facoltà di Magistero in una facoltà di Scienze umane, suddivisa in nove aree scientifiche e in un numero ancora più alto di possibili corsi di laurea, che colse un risultato parziale. Mantenne invece la presidenza dell’Insmli per alcuni anni. Morì il 7 luglio del 1996. La commemorazione funebre si svolse il 10 luglio nell’aula magna dell’università di Torino. La salma fu tumulata a Mosso Santa Maria, la sua «piccola patria», il suo paese dove amava trascorrere le vacanze e conservava relazioni e amicizie familiari di vecchia data e dal quale si separava con dispiacere quando doveva ritornare nella città, alle incombenze che lo aspettavano. Con la sua scomparsa, scrisse Mario Isnenghi sul «manifesto», verificatasi poco tempo dopo quella di Nicola Gallerano e Renzo De Felice, parve «chiudersi una stagione».

Bibliografia

Dalla lunga bibliografia di Guido Quazza, ricavo alcune parziali indicazioni:

- La Resistenza italiana. Appunti e documenti, Giappichelli, Torino 1966;

- La resistenza celebrata, «Rivista di Storia Contemporanea», fascicolo 1, gennaio 1975;

- Fascismo e antifascismo dal Sessantotto ad oggi, in Fascismo e antifascismo nell’Italia repubblicana, Stampatori, Torino 1976;

- Resistenza e storia d’Italia. Problemi e ipotesi di ricerca, Feltrinelli, Milano 1976.

- Segnalo inoltre le carte dell’Archivio Guido Quazza, conservate presso l’Istituto Piemontese per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea “Giorgio Agosti” (Istoreto) di Torino, in particolare le sue Agende e i fascicoli relativi ai temi da me trattati


Biografia

- A. Ballone e P. Cirio, Guido Quazza. Biografia di un impegno, Omega edizioni, Torino 1995;

- L. Boccalatte, a cura di, Guido Quazza. L’archivio e la biblioteca come autobiografia, Franco Angeli, Milano 2008;

- D. Giachetti, Guido Quazza storico eretico, Centro di documentazione di Pistoia, 2015; Gilda Zazzara, Quazza, Guido, in Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 85 (2016), https://www.treccani.it/enciclopedia/guido-quazza_%28Dizionario-Biografico%29/