La Sicilia dei territori contro lo Stato della crisi


Cristopher Wood

Con il contributo della redazione di Antudo.info prosegue l’analisi sulle trasformazioni economiche e sociali dei territori, tema a cui abbiamo dedicato uno specifico percorso all’interno della rubrica Transuenze (https://www.machina-deriveapprodi.com/post/pensare-il-transito). Introducendo le ragioni strutturali del sottosviluppo meridionale e, in particolare, siciliano, l’articolo rovescia la narrazione «ufficiale» sulle motivazioni delle divergenze tra Nord e Sud, frutto di una precisa volontà politica più che ordine spontaneo determinato dalla diversa competitività dei territori. La crisi pandemica accelererà lo sviluppo ineguale, facendo della Sicilia una «terra di mezzo, un territorio di passaggio tra scambi economici e flussi turistici», un bacino da cui attingere. Le possibilità di invertire questo processo, ci dicono gli autori, stanno nel protagonismo e nelle lotte delle comunità che lo subiscono. Su questi temi la redazione di Antudo ha scritto il libro Si resti arrinesci. Per fermare l’emigrazione dalla Sicilia edito da Derive Approdi.


Lo sviluppo critico è, nel modo di produzione capitalistico, l’ordinarietà con cui esso si rigenera. La crisi, lungi dal mettere di per sé in discussione lo stato di cose, rappresenta piuttosto il momento delle trasformazioni possibili. Questi momenti sono spesso stati occasione di rinnovamento e di innovazione per il capitalismo. Si cela però, in un momento di destabilizzazione acuta, la possibilità rivoluzionaria. Non si tratta, come già detto, di un effetto obbligato. Sta tutto nelle capacità di chi si fa portatore di un’alternativa. Marx accoglieva le crisi con spirito lieto perché da esse qualcosa di buono può sempre emergere. Ancora per Marx, è attraverso le guerre che il capitale risolve le crisi sistemiche. Distruggendo persone e cose, le guerre sono in grado di rilanciare il ciclo economico. Fu quello che avvenne all’indomani della Seconda guerra mondiale. Le spinte alla rottura – che pur esistevano – furono tragicamente sedate dai contraccolpi della «ricostruzione». La favorevole circostanza del piano Marshall aiutò, senza dubbio, a riportare l’ordine e a consentire che la ricostruzione delle forze produttive procedesse spedita verso l’apice dell’industrialismo fordista. Furono quelli a seguire gli anni del boom economico. Il settore industriale si avvalse dei due terzi degli aiuti dell’«European Recovery Program» (Erp) forniti dagli Usa tra il 1948 e il 1951. Prese piede allora un fervente dibattito sulle possibilità di utilizzo di quel fondo in Italia. Poteva essere, quella, un’occasione per riequilibrare i rapporti tra i territori. Alla fine, la parte più consistente spettò alle industrie, già esistenti nel Nord, che erano in grado di determinare in tempi rapidi – secondo le finalità dello stesso piano – la ripresa economica del paese. Gli squilibri territoriali nella penisola italiana si consolidarono: da una parte il Settentrione con il suo triangolo industriale e la sua forza produttiva; dall’altra il Meridione, bacino di consumo e di estrazione di risorse – materiali sì, ma anche e soprattutto umane. Il piano ebbe anche i suoi «meriti» politici nel rafforzamento di una dimensione occidentale che gravitava verso l’area atlantica – operazione fra il culturale e l’ideologico. Per territori come la Sicilia, la Ricostruzione si materializzò delineando i contorni di una terra che sarebbe rientrata a pieno titolo, da lì a qualche decennio, tra le «aree sottoutilizzate» dell’Unione Europea – quei territori con una percentuale di Pil inferiore al 75% della media europea. Il periodo postbellico fu anche qui teatro di innumerevoli mutamenti strutturali. Nel 1950 arrivò la tanto attesa Riforma agraria. Dopo anni di lotte contadine – il ciclo di occupazione delle terre legato ai decreti Gullo – la Riforma agraria sarà occasione per nuovi momenti di scontro. Quello straordinario ciclo di lotte modificherà per sempre la composizione di classe della terra – con la scomparsa di figure intermedie del lavoro – e il blocco di potere: il latifondo si ridurrà sempre più e i poteri si sposteranno verso le forme nuove del capitalismo: i monopoli, le industrializzazioni, gli appalti della spesa pubblica, la cementificazione urbanistica. Ma nonostante la dura conquista di piccoli appezzamenti di terra – quelli incolti, abbandonati e improduttivi – e la trasformazione in piccoli proprietari, molti braccianti e contadini preferiranno emigrare. Arriveranno, negli anni a venire, le cattedrali nel deserto: i poli petrolchimici e le piattaforme estrattive. Era la promessa dell’industrializzazione, di un modello di crescita che avrebbe portato ricchezza, stabilità lavorativa e salariale. Che avrebbe presto fatto dimenticare la fatica e lo sfruttamento dei campi. Modificheranno la geografia dei territori e la composizione del lavoro. La vocazione agricola e marittima di alcune aree, nel giro di poco tempo, divenne industriale. Ma la favola dell’industrializzazione non reggerà a lungo. Gli impianti siciliani produrranno solo morte e desertificazione. Chi rimarrà escluso dai processi produttivi dell’industria non potrà contrastare con la spinta espulsiva di quei territori – la scelta obbligata sarà l’emigrazione. La «ricostruzione» arriverà tramite la Costruzione di un progetto di sottosviluppo. La sua edificazione avrà tra i suoi punti fondamentali il mantenimento di un esodo costante. Se in Sicilia l’offerta di lavoro si concentra in impieghi di bassa qualità e scarsamente remunerati, nei territori trainanti della manifattura la bassa qualità del lavoro era compensata da salari comparativamente più elevati e dalla continuità di reddito e di impiego. È più la Sicilia a espellere che l’Italia industriale o l’Europa ad attrarre. È sempre stato così. Scarsi livelli di alfabetizzazione e scolarizzazione, tassi di occupazione tra i più bassi d’Europa e livelli di povertà tra i più alti caratterizzano un territorio condannato all’estrattivismo. Il basso livello di industrializzazione e, anzi, il costante processo di deindustrializzazione saranno «compensati» dallo sviluppo dei servizi e dalla preminenza del pubblico impiego. Assenza di strutture industriali significa assenza di grandi investimenti di tipo privato. Dal canto suo, il pubblico impiego ha consentito di mantenere i livelli occupazionali a un livello inferiore ma non divergente rispetto a quelli del Nord e del Centro. Il ruolo del pubblico ̶ e le sue dinamiche volte all’iper-burocratizzazione ̶ hanno però reso la Pubblica amministrazione un organo sterile e fortemente soggetto al clientelismo, non funzionale alla crescita produttiva, economica e sociale della regione. Così, quella dei funzionari regionali è diventata – all’interno di una regione con forte bisogno di impiego – una casta oggetto di privilegi e guardiana non solo della conservazione del potere, ma anche della reazione a qualsiasi tentativo di riforma.


Queste condizioni strutturali hanno fatto sì che a ogni crisi (indipendentemente se dovute a fattori interni o esogeni) le dinamiche territoriali iniziassero a divergere. È quello che succede negli anni Novanta, quando l’inizio del declino produttivo e industriale dell’Italia è accompagnato dalle riforme del mercato del lavoro. L’ultimo ventennio è stato caratterizzato dalla ripresa della divergenza tra il Nord e il Sud del paese: vent’anni di aumento delle disuguaglianze tra individui e tra territori. Uno studio del 2019 dell’agenzia Eurofound sull’evoluzione del mercato del lavoro nel periodo 2002-2017 mostra come la Sicilia sia tra le poche regioni europee a esprimere una valutazione negativa in termini di qualificazione del lavoro. Nel lasso di tempo interessato, le regioni europee mediamente migliorano le loro prestazioni. In Sicilia invece diminuisce la qualità della domanda di lavoro delle imprese. Non sono dunque i giovani siciliani a non possedere le competenze per svolgere i lavori domandati dal mercato ma, al contrario, è la domanda di lavoro a essere qualitativamente inferiore rispetto alla media europea – e, dunque, meno attrattiva. Durante la crisi del 2008 sono stati distrutti lavori di buona qualità e nella ripartenza ne sono stati creati di nuovi di livello inferiore.


A quali mansioni ci riferiamo? Proprio a quelli del pubblico impiego. Inoltre, mentre nel resto delle regioni italiane c’è stato un apporto in termini di domanda di lavoro da parte del privato, in Sicilia ciò non accade. Piuttosto avviene una ripresa dell’occupazione scarsamente qualificata, concentrata nel settore dei servizi: piccolo commercio, ristorazione e lavori collegati al turismo. Quest’ultimo merita una considerazione a parte. Lo sviluppo del turismo è la grande promessa fatta dall’Italia e dall’Unione europea per la Sicilia nel Ventunesimo secolo. La crisi del petrolchimico ha lanciato un’alternativa: e se fosse il turismo il nuovo petrolio della Sicilia? Il settore dal 2015 ha visto numeri crescenti. Non si può però parlare di un vero e proprio boom, se non per quanto riguarda la precarizzazione del lavoro, con un incremento significativo dei contratti a tempo determinato. A ciò è collegato il fatto che i contratti collettivi nazionali legati al turismo e alla ristorazione assicurano minori tutele e livelli retributivi rispetto a quelli della manifattura o dei servizi di alto livello. Nel turismo, inoltre, è forte il ricorso al sottoinquadramento (l’inquadramento a livelli inferiori rispetto a quello corrispondente ai compiti effettivamente svolti – ad esempio un bagnino avrà un contratto da inserviente, a una paga oraria minore). Va aggiunto inoltre l’uso indiscriminato di contratti part-time e di stage e tirocini.


La lunga crisi che dal 2008 ha colpito il Meridione e il ritmo insufficiente della successiva ripresa ha avuto come inevitabile conseguenza un’ulteriore allargamento del divario tra il Nord e il Sud del Paese. La ripresa non era ancora terminata quando ci siamo ritrovati nel mezzo di una pandemia globale. Come ha indicato il Rapporto Svimez 2020, il Covid-19 non ha reso tutti i territori un po’ più poveri e più uguali. Gli andamenti più recenti sul mercato del lavoro mostrano che la pandemia è stata un acceleratore di quei processi di ingiustizia sociale, in atto ormai da molti anni, che ampliano le distanze tra cittadini e tra territori ricchi e territori poveri. Gli 840 mila posti di lavoro persi tra il secondo trimestre 2020 e lo stesso trimestre dell’anno precedente sono composti per due terzi da contratti a termine (non rinnovati al momento della scadenza e/o non attivati) e per la restante parte da lavoratori autonomi. Questo effetto «selettivo» ha determinato un ulteriore ampliamento dei divari interni al mercato del lavoro, concentrando le perdite di occupazione tra giovani, donne e nel Mezzogiorno.


Sempre secondo la Svimez, la ripartenza del 2021 sarà più differenziata su base regionale rispetto all’impatto del Covid-19 nel 2020. Sia pure recuperando solo metà circa delle perdite subite nel 2020, le tre regioni settentrionali più forti sono anche le più reattive: lo studio prevede che il Pil crescerà del +5,8% in Emilia Romagna, del +5,3% in Lombardia, del +5,0% in Veneto. La Sicilia si ferma, invece, al +0,7%. Queste previsioni tengono conto dei provvedimenti economici attuati dal Governo Conte, ma non del potenziale impulso del nuovo «Piano Marshall europeo»: il Recovery Fund. Ai tempi, i fondi americani, concessi ai sedici paesi europei che ne usufruirono, rappresentavano l’1,1% del Pil degli Stati Uniti; il Recovery Fund ammonta a circa il 2,5% del Pil dell’area Euro. Mediamente, i soldi dell’Erp costituivano il 2,7% dei Pil dei paesi in cui arrivarono: ci fu chi ne godette di più, come Francia e Germania, e chi di meno, ma con sufficienza, come l’Italia – i fondi usati rappresentavano il 2% del suo Pil. Oggi il Next Generation EU (come è stato più propriamente chiamato, forse pure per evitare paragoni) potrebbe giungere a coprire il 10% del Pil italiano. Un’enormità.


Le differenze tra l’Erp e il Next Generation, dal punto di vista della quantità di risorse messe in campo, sono giganti. Tra i paesi europei, l’Italia è quello che più si ritrova in una situazione simile a quella degli anni Cinquanta – la distruzione provocata dagli eventi bellici può essere paragonata, con prudenza, agli effetti determinati dal decennio di grave recessione in cui siamo immersi. Richiamiamo alla prudenza perché, in effetti, il prolungamento nel tempo della crisi del 2008 ci fa pensare che quella che stiamo attraversando sia più propriamente una crisi congiunturale. In più, questa volta manca il «nemico» – complemento necessario a qualunque operazione «culturale» e «ideologica». Allora i nemici erano l’autarchia, il nazionalismo e la chiusura, ereditati dal fascismo, e la minaccia della collettivizzazione comunista, quindi si promuovevano l’apertura, il mercato, gli scambi economici e l’interdipendenza. Allora gli Stati Uniti promuovevano la libera impresa come chiave per la ripresa economica – in Italia la cosa si stemperò molto con una forte presenza dello Stato nell’economia, peraltro ereditata proprio dal fascismo. Oggi sembra si riproponga questa presenza dello Stato e della sua capacità di pianificazione-programmazione.


Il dibattito sull’allocazione delle risorse si ripropone in maniera identica. C’è chi spingerà per far sì che al Mezzogiorno arrivi quanto basta per mantenerlo nella posizione di area di mercato al servizio del Nord e di alcune specifiche aree europee; c’è chi auspica che non si continui a sostenere solo alcuni territori del Centro-Nord e si cominci a rendere competitivi anche quelli del Sud; c’è poi chi ha la consapevolezza che, senza una battaglia per una corretta distribuzione di questi fondi, essi verranno comunque indirizzati per fini poco nobili. Come titola una recente intervista dell’«Economist» al Presidente della Regione Nello Musumeci: «Sicily is desperate for EU’s cash». Niente di più vero. Eppure, a guardare la proposta inoltrata dalla Regione Siciliana per il «Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza», è subito evidente come il documento non proponga affatto un piano di ripresa funzionale ai territori e alle comunità che li abitano. L’unica logica che vi sta dietro è quella di mantenere la Sicilia terra di speculazione ed estrazione di risorse.


Per capirlo, basta guardare al «Piano per la competitività del sistema economico-produttivo». La Regione elenca i seguenti interventi: l’anastilosi delle colonne del tempio di Selinunte, un centro fieristico e spazio concerti in un grande centro commerciale del catanese, un centro polivalente teatrale in un piccolo comune da 20.000 abitanti, un centro di produzione cinematografica da situare all’interno dell’ex fabbrica Fiat di Termini Imerese e, per farci sognare un po’, un Centro di Tecnologie e Astrofisica Spaziale. Oltre agli intenti delle grandi aziende – l’elettrodotto HVDC per la Terna, la velocizzazione dell’asse ferroviario per le Ferrovie dello Stato – dal piano non traspare nulla di concreto. Solo la Missione Infrastrutture, la più corposa, lascia intravedere una linea progettuale. Ponte sullo Stretto, piattaforme logistiche portuali e aeroportuali (sotto il nome accattivante di «hub del Mediterraneo») e qualche intervento per implementare l’attrattività turistica (la funivia sull’Etna, l’anello di collegamento per le infrastrutture ciclabili dell’isola, la pedemontana di Palermo).


Il progetto che s’intravede, quindi, è quello di fare dell’isola una sorta di terra di mezzo, territorio di passaggio tra scambi economici e flussi turistici. Il benessere delle sue comunità passa, inevitabilmente, in secondo piano. Emblematico è il punto sulla sanità: definanziamento, tagli all’organico, carenza di strutture e posti letto hanno caratterizzato la sanità siciliana dell’ultimo ventennio. I livelli essenziali di assistenza nell’isola sono i più bassi in Italia, non garantendo ai cittadini accesso alle cure sul territorio e costringendoli a migrare verso le regioni del Centro-Nord. A ciò si è aggiunta, nella parte finale dell’anno, l’emergenza sanitaria generata dalla pressione sulle strutture ospedaliere e su tutto il sistema di cura. Eppure, il Piano di Ripresa e di Rilancio alla voce Sanità non concede che gli ultimi spiccioli. Al Sistema Sanitario Regionale Sicilia 2.0 sono dedicate nove sintetiche righe in cui si accenna brevemente a digitalizzazione, potenziamento infrastrutturale e tecnologico e sanità di prossimità. Parole dal contenuto vago e scritte con una certa sbrigatività, che lasciano presagire l’interesse che sarà loro dedicato se mai i fondi arrivassero a destinazione.


La necessità di inserirsi nel dibattito sulla ripartizione e sull’utilizzo del Recovery Fund si fa allora pressante. D’altronde, gli eventi degli ultimi mesi hanno dimostrato come sia ormai diffusa la consapevolezza che governo regionale e nazionale non hanno fatto nulla per arrivare preparati alla seconda ondata. In questa fase diventa urgente rilanciare una politica che riesca a riaffermare una forte decisionalità dei territori. Rovesciare il monolitismo dei processi decisionali e poter partecipare direttamente alle decisioni che riguardano i modelli di sviluppo, le vocazioni produttive, la gestione dei beni comuni, la sanità locale. È questa la sfida: contrapporre al nulla che avanza un modo di vivere i territori e la produzione totalmente antitetico rispetto a quanto è stato finora imposto. Un modello finalmente rispettoso e adeguato alle comunità.


D’altronde, è stata la gestione scellerata di questa esperienza a portare la gente in piazza. È stata l’ira di chi, pur comprendendo la gravità della situazione, si è chiesto perché si fosse arrivati a questo punto. Le piazze non hanno espresso rivendicazioni politicamente definite, ma solo spontanee dimostrazioni di rabbia. Sono certamente piazze dalla composizione diversa da quella tradizionale, che hanno mostrato un nuovo soggetto, variegato e composito. Le piazze siciliane hanno visto manifestazioni anche nei più piccoli paesi, dove i soggetti più disparati si sono presi le strade senza alcun tipo di coordinamento. Sia le istituzioni che le forze politiche non sono state in grado di rapportarsi e di rispondere agli eventi. La narrazione mediatica ha invano cercato di individuare gli infiltrati – la mafia, gli antagonisti, le tifoserie organizzate. La verità è che queste piazze hanno spiazzato tutti. Da esse è riemersa l’urgenza di una politica collocata nei territori, legata ad essi e che ne sia espressione. La pandemia ha messo in luce e aggravato la necessità che vengano garantiti i bisogni reali.


Il ruolo delle comunità locali, in una nuova fase della globalizzazione, potrebbe essere la chiave di volta per un superamento o, perlomeno, per un ridimensionamento delle logiche distruttive del capitalismo. Ma non è un fatto né scontato né gratuito. Si tratta allora di definire una battaglia per far sì che il debito venga utilizzato per la sanità, le scuole i trasporti – opere infrastrutturali di reale utilità e non speculative. Il protagonismo delle comunità sembra delinearsi come unica possibilità di riscatto verso l’indipendenza da un impianto statuale che le mortifica e le impoverisce. È una rivendicazione che diviene necessaria, funzionale alla r(esistenza) dei luoghi, alla loro liberazione per la loro sopravvivenza.

*Antudo.info è un portale di informazione indipendentista nato dentro le lotte per la difesa e l’autogoverno dei territori siciliani. Ha inoltre firmato il volume della collana «Input» di DeriveApprodi Si resti arrinesci. Per fermare l’emigrazione dalla Sicilia, pubblicato lo scorso luglio.

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