Christopher Wood



Il contributo che apre questa sezione della rivista dedicata al lavoro e all’economia avrebbe potuto essere affidato a una penna più capace di proiettare lumi sulla ristrutturazione nella crisi pandemica. Provvedendo direttamente, abbiamo inteso fornire alcune coordinate ai percorsi di approfondimento che troveranno spazio nei prossimi numeri. Se è vero che ci sono settimane che valgono decenni o in cui il lavorio di questi si impone con prepotente urgenza, è probabile che questo 2020 sarà ricordato come un anno spartiacque. La contezza della discontinuità è il presupposto da cui muoviamo: per decenni la nuova economia era stata descritta come negazione del vecchio paradigma fordista. Si tratta, oggi, di confrontarsi con gli assetti emergenti nel lavoro e nell’economia oltre i concetti «postfordisti» che hanno forgiato rappresentazioni, analisi e immaginario lungo la fase che – secondo la nostra visione – la crisi covid ha definitivamente chiuso.

Transuenze evoca la transitorietà del dominio sul e tramite il lavoro, anche quando è più difficile pensare il transito che la fine del mondo, per dirla con il pluricitato incipit del libro sul realismo capitalista di Mark Fisher. La condizione in cui siamo immersi, come lavoranti e abitanti in un pianeta di sfruttamento, è tuttavia una proprietà del presente piuttosto che un destino non discutibile. La realtà che il disfacimento degli assetti già precari del ciclo a egemonia neoliberale ci consegna richiede strumenti, lessici, immaginari forgiati nel corpo a corpo con i processi che stanno ridisegnando i modi dell’accumulazione. Questo cantiere si propone di violare vecchi e nuovi «laboratori segreti della produzione», studiarne funzionamento, meccanismi e punti di crisi. La produzione e circolazione di una gamma infinita di vecchie e nuove merci, il dominio basato sulla tecnoscienza, le possibili contraddizioni tra riproduzione sistemica e riproduzione sociale saranno alcuni dei temi più battuti. E, al centro, le persone al lavoro per terzi visibili e invisibili, nei loro concreti comportamenti tra consenso, adattamento, resistenza silente e possibilità, sempre aperta, d’insorgenza collettiva. Una critica all’altezza della nuova economia richiede ovviamente mezzi che eccedono le possibilità, e gli obiettivi, di una sezione di una rivista online: non ci intestiamo ambizioni cognitive o missioni che appartengono a chiunque abbia in ostilità lo stato delle cose, ma una postura da cui guardare ai processi in corso. In questo senso vanno acquisite le coordinate di seguito esplicitate.

Non saremo alla ricerca del contributo più originale o scientificamente «pesante»; l’intenzione è dare spazio a materiali che contribuiscano (anche in minima parte) a fare avanzare conoscenza e dibattito, scavando anche territori meno frequentati o esterni alle coordinate codificate della sinistra. Vorremmo che questo piccolo spazio possa essere un po’ meno angustamente autoreferenziale di quanto spesso accade nelle riviste. Le intenzioni non sono però sufficienti: l’auspicio è che intorno ai temi sollevati possa coagularsi una rete di complici che scambi, interagisca, critichi, facendo avanzare la discussione intorno ai nodi proposti, o che ne proponga di nuovi. Non ci sentiamo vincolati ad alcuna ortodossia, fermo restando il posizionamento non equivocabile della rivista e dei redattori su alcune questioni di fondo. Ciò non implica l’adesione a retoriche deboli che si pregiano dell’assenza di categorie guida, ma che in questa sezione i confini sono sufficientemente ampi o comunque «discutibili». Ci sembra onesto anticiparne alcune, per noi importanti.

Non siamo «lavoristi»

La riduzione economicista che vede il motore del progresso e della politica nel solo campo dei rapporti di produzione ha prodotto rappresentazioni fuorvianti delle stesse categorie fondative della critica anticapitalista. Non per questo si asseconderà la tendenza a confinare il lavoro al margine della mappa analitica. Il fronteggiamento nella produzione tra le grandi parti (classi) che tuttora strutturano la società sotto il capitale (che ne costituisce specificità rispetto alle altre formazioni economico-sociali) resta terreno di misura dei rapporti di potere e campo di produzione della sintesi societaria. Manager e imprenditori erano e rimangono più «lavoristi» che mai e, nonostante per alcuni settori liberarsi dal lavoro sia pulsione perseguita strategicamente, il capitalista collettivo è consapevole di come questa base sorregga tuttora l’impalcatura del suo dominio. E dove in alcune parti del pianeta (le nostre) il numero complessivo di ore lavorate/retribuite si riduce (congiunturalmente?) o si possono progettare settimane lavorative ridotte per le frazioni più pregiate della composizione professionale, in altri settori e altre parti del pianeta il prolungamento della giornata lavorativa è tendenza altrettanto cogente. Soprattutto, il lavoro è da tempo uscito dagli stabilimenti e dagli uffici (dove in realtà non era confinato neanche prima) per invadere tempi e spazi che ne erano implicati solo indirettamente. Viviamo esistenze letteralmente colonizzate dal lavoro, dalla sua assenza, ricerca, dal suo intreccio con la vita quotidiana, nelle ore in cui ci si riproduce e si riproducono altri. È difficile descrivere come decrescente l’importanza della collocazione lavorativa, laddove questa rimane fondamento delle disuguaglianze e dove le persone si misurano reciprocamente su queste basi; che lavoro fai è la prima informazione carpita ai nuovi conosciuti, le cerchie sociali sono costruite tra omologhi, con forme di esclusività quasi castale che il distanziamento post-covid è destinato a rafforzare.

La grande questione è, com’è scontato, l’indebolimento di lunga durata dei nessi tra lavoro e soggettività politica. La possibilità che componenti di nuovo proletariato producano classe nel senso politico del termine, come nucleo capace di scomporre l’articolazione degli aggregati sociologicamente intesi per ricomporli in dualismo politico. E dunque il problema è se la vecchia questione dell’ambivalenza della forza lavoro, il suo essere a un tempo merce e soggetto almeno potenziale, sia definitivamente risolta entro la prima polarità, o se vada ricercata nei nuovi modi del produrre e del lavorare, con quanto ciò implica in termini culturali, delle mentalità, disposizioni personali e collettive, del rapporto con altre dimensioni determinanti della formazione soggettiva (razza, genere, ma anche generazione, tradizioni territoriali ecc.). Ci limitiamo a osservare che molti fatti socialmente rilevanti, tra quelli che hanno segnato gli ultimi anni, hanno un sottostante che molto ha a che fare con il lavoro. Qualunque sia la logica dell’anticapitalismo a venire (per riprendere un contributo maturo di Olin Wright, rottura, addomesticamento, resistenza, fuga o «erosione»), dunque, crediamo che non possa aggirare l’obiettivo di modificare i rapporti nel campo della produzione.

Abbiamo bisogno di una critica non oscurantista della tecnoscienza

Fino a qualche anno addietro chi avesse enunciato questa priorità sarebbe stato tacciato come minimo di anacronismo. Il lessico vagamente comunardo della web culture sembrava riflettere (per alcuni non solo retoricamente) la possibilità del superamento dei modelli di produzione e distribuzione del valore consegnatici dal capitalismo nella sua fase classica, piuttosto che il capitalismo stesso in full effect, nel suo eterno pendolo tra crisi e rinnovamento, tra istanze di controllo e standardizzazione e spinte alla distruzione creatrice. Oggi il clima, anche nelle arene nutritesi della precocemente invecchiata nuova economia, è cambiato. C’è un neo-oscurantismo antiscientista all’opera, che nella sua versione sociale e di massa ha probabili (e da esplorare) nessi con la perdita di potere e reddito dei settori colpiti dalle crisi e dalle ristrutturazioni, ma che trova riflesso anche in minoranze attivistico-militanti che a noi sembrano comunicare (anche se in modo preterintenzionale) l’invincibilità del potere basato sul controllo della tecnica e della scienza. Crediamo sia un punto cruciale. La critica della tecnoscienza e della sua neutralità ha costituito un patrimonio dei movimenti sociali e di alcune correnti teoriche eterodosse, soprattutto a ridosso del lungo Sessantotto o dei fermenti che lo anticiparono, che avevano rotto con la tradizione dei partiti comunisti e socialdemocratici. Pratiche che portarono alla messa in discussione della scienza «del padrone», nonché alla ricerca – magari a volte ingenua – di alternative e usi «operai». Chiusa quella stagione, nonostante la presenza di minoranze interne al mondo scientifico e delle alte professioni ingaggiate su questo terreno – spesso costrette a una problematica «doppia presenza» tra sfera professionale, in cui si è pagati per valorizzare, e quella volontaria-attivistica – la tecnoscienza è tornata risorsa esclusiva del macro-padrone, nucleo pregiato della catena di mezzi al suo servizio.

Il rischio è che tra tecno-entusiasti sostenitori dell’innovazione (convinti che essa schiuderà l’eden delle libere produzioni cooperative) e neo-apocalittici catastrofisti, la prospettiva di esplorare la possibile ambivalenza delle risorse in questione è divenuta decisamente marginale. Nostra prospettiva (come si è detto, discutibile) è che tra innovatori e comunitarismo misticheggiante, occorra costruire le condizioni che facciano dello sviluppo scientifico e tecnologico un campo contendibile. Muovendo tuttavia dalla consapevolezza per cui gli obiettivi dell’innovazione e la direzione della ricerca scientifica sono oggi stabiliti dalla sua fungibilità per il profitto o per il rafforzamento del dominio.

Ci siamo domandati tutti come mai la scorsa primavera, nonostante la conoscenza cumulata, la crisi pandemica sia stata affrontata, per tutta la prima fase, con metodi non dissimili da quelli che i veneziani avevano predisposto dopo la Morte Nera nel Trecento. È una potenza che non è al servizio del benessere collettivo, riflettendo semmai logica profonda e sintassi stessa dell’accumulazione. Distinguere burattinaio e burattino, per parafrasare Soshana Zuboff, rimane nondimeno una scontata questione di metodo, capire a quali condizioni il secondo sia appropriabile per altri scopi una domanda cruciale. Siamo del resto convinti dell’improponibilità di direttrici alternative del progresso tecnico e scientifico in assenza di «altre» committenze!

La comprensione del lavoro iperindustriale

Ulteriore questione, da sempre dibattuta, a cui non ci sottrarremo, è il rapporto tra cambiamento tecnologico e composizione del lavoro. Ci troviamo dinanzi scenari evocanti un futuro in cui il lavoro remunerato sarà privilegio di pochi super-nerd e dannazione di addetti a mansioni servili in reciproca mortale concorrenza (il film Parasite sarà politicamente discutibile, ma anche tremendamente esatto). A noi sembra che fine del lavoro e lavoro senza fine, viceversa, siano tendenze gemelle. Nei colossi globali come nella manifattura diffusa una nuova generazione di robot ha ridimensionato il numero dei lavoranti in carne e ossa. Nuove «api di vetro» prendono vita nel pulviscolo smart (il combinato di app, micro-dispositivi, sensori, simulatori) che forma l’esoscheletro intangibile della vita quotidiana: le ore lavorate per realizzare beni, merci e servizi in molti ambiti (produzione manifatturiera, servizi retail, catene distributive, banche e via di seguito) sono in drastica contrazione, anche in paesi che nelle gerarchie della produzione globale sono strutturalmente a produttività stagnante. Contributi non sospettabili di simpatie antisistema, inoltre, hanno mostrato come la quota di sovrappiù appropriata dal lavoro sia in costante erosione dagli anni Settanta, a vantaggio dei redditi da capitale, e come ciò abbia significative associazioni con il salto tecnologico, d’altra parte determinante per trasformare in lavoro (retribuito e no) una gamma sempre più ampia di attività concorrenti alla creazione di valore.

Per decenni, le trasformazioni del lavoro sono state interpretate in rapporto ai principi di funzionamento della società industriale «classica». Certo, i modi di organizzare la produzione, la distribuzione, il lavoro, affermatisi tra gli anni Settanta del secolo scorso e i primi anni del nuovo secolo, marcarono una cesura rispetto al Novecento. Tuttavia, la letteratura sul postindustriale dapprima e sulla nuova economia in tutte le sue varianti poi, ha trascurato come in questo regime change continuassero a operare grandi invarianti dell’industrialità, pure senza «industrialismo», portate in contesti inediti, per produrre merci diverse rivolte a consumatori con nuove mentalità, aspettative, bisogni. Anche su questo terreno c’è oggi un ripensamento e finanche concetti probabilmente discutibili, come taylorismo digitale, sono stati sdoganati da riviste come «The Economist»; più osservatori hanno evidenziato le convergenze tra il vecchio management scientifico e l’organizzazione del lavoro nelle aziende digitalizzate, dove ricompaiono banalizzazione di compiti complessi, modalità di controllo e misurazione con strumenti che Taylor poteva solo sognare, legame tra compensi e produttività. Né il modello burocratico si può considerare materia per studi storici, per quanto paradossale possa apparire il proliferare presso attori che si presentano come campioni antiburocratici, di obiettivi, target, premialità, Kpi la cui efficienza, anche dal punto di vista aziendale, è tutta da verificare, come è stato argomentato da Jerry Z Muller in un testo sugli effetti perversi dei sistemi computazionali.

Tutto questo è empiricamente riscontrabile, ma iperindustriale – concetto che riprendiamo da Romano Alquati – non significa versione digitale della società industriale dell’altro ieri. Vecchi principi sono infatti applicati a un insieme nuovo e sempre più ampio di attività, man mano che queste sono attratte nella sfera di produzione del valore. La nuova industria richiede però scarti dalla norma non meno che agire procedurale, apporti originali quanto conformazione. Nella produzione digitale rimane tuttora insostituibile l’apporto della capacità incorporata nelle persone. Ciò avviene anche attraverso dispositivi che incentivano una mobilitazione cognitiva e processi di soggettivazione inversa: tra i job requirements più richiesti un posto particolare è occupato oggi dal commitment. L’idea (alla base di una certa versione edificante dei modelli di organizzazione agili) di lavoratori soggettivamente motivati, che interpretano ruoli proattivi in organizzazioni autoregolate è in larga parte retorica, ma riflette in fondo il sogno di ogni capitalista: il divenire seconda pelle dell’impresa e dei suoi fini, come parte della natura umana.

È bene straniarsi dalla rappresentazione che i gruppi dominanti offrono del campo in cui esercitano il potere. Il consenso attivo di ampi settori del lavoro è reale, ma vi sono anche problemi; un’indagine di qualche anno fa promossa da un think tank della consulenza globale mostrava ad esempio che solo tre lavoratori americani ogni dieci si sentivano ingaggiati nel lavoro. Inoltre, è difficile soggettivare il «meatware» che accompagna i professionisti del software nei sottoscala della produzione mondiale. Nondimeno, quantificazione e soggettivazione, standardizzazione e originalità, proceduralizzazione e scostamenti dalla norma sono facce inseparabili del lavoro iperindustriale. Sono entrambe risorse al servizio della parte dominante, ma non possiamo dirci neutrali di fronte a questo dualismo apparente: per la qualità delle vite odierne, ma anche per la possibilità di trasformare la propria condizione, è importante combattere l’impoverimento delle qualità personali, ampliando l’ambivalenza e dunque la possibilità di agire per fini diversi da quelli delle classi dominanti.

La rottura dell’egemonia neoliberale

L’emergenza covid si è saldata con i lasciti della crisi finanziaria e produttiva apertasi nel 2008, al punto da poter essere concettualizzata (citiamo qui il lavoro di Raffaele Sciortino) come un suo secondo tempo, senza che nel periodo compreso si sia mai data una vera ripresa. Al punto che l’alternanza di shock sistemici, fasi di stagnazione o ripartenze a regime ridotto, sembra divenuta la nuova normalità. Globalizzazione, finanziarizzazione e regolazione neoliberale sono stati i pilastri dell’accumulazione a partire dalla fine degli anni Settanta, termini che hanno dato forma anche all’immaginario dei movimenti critici a cavallo del passaggio di secolo. Riteniamo, come del resto diversi osservatori di ogni orientamento e non da quest’anno, che questo pattern sia perlomeno in crisi, e che occorra attrezzarsi per decodificare anche concettualmente l’ordine emergente. Da anni firme autorevoli e rapporti delle agenzie internazionali paventavano il progressivo venire meno di alcuni dei fenomeni empirici a cui è stato associato il concetto di globalizzazione (calo del rapporto tra Pil e commercio globale, investimenti diretti esteri ecc.). Se negli anni seguiti al 2008 la domanda cinese compensò il blocco dell’accumulazione dei paesi a capitalismo maturo, oggi la situazione appare mutata anche negli assetti geopolitici. De-globalizzazione è tuttavia termine ambiguo e speso forse troppo precocemente; riferisce di una fase diversa, caratterizzata da una riconfigurazione dei rapporti tra gli attori strategici, e dal venire meno della divisione del lavoro tipica della fase ascendente. La questione, semmai, è capire se siamo in presenza di ristrutturazioni della forma, dei confini, dei partner delle catene globali del valore, e se queste riconfigurazioni entreranno in tensione con la spinta alla concentrazione proprietaria nel comparto produttivo e finanziario, laddove la concorrenza su infrastrutture e servizi tecnologici lungo l’asse Usa-Cina potrebbe prefigurare sistemi belligeranti a mutua esclusione. L’approfondirsi delle fibrillazioni geopolitiche, è scontato ma occorre esserne consapevoli, è al tempo stesso esito e motore del reciproco posizionamento tra settori della forza lavoro mondiale, e ha come punto di possibile attenuazione solo il rilancio su larga scala dell’accumulazione.

Anche il secondo aggettivo, neoliberale, aveva perduto colpi dopo il 2008, con i massicci interventi di salvataggio del settore finanziario e di protezione dal rischio default. Tuttavia, questo interventismo conviveva con assunti del tutto interni al paradigma neoclassico (soglie di sostenibilità, debito pubblico, austerity, stabilità dei prezzi, contenimento della spesa sociale) e con il perdurare dell’espansione finanziaria basata sull’indebitamento. La risposta dei governi e delle autorità finanziarie alla crisi covid, viceversa, segnala un almeno parziale cambio di rotta, spia del grado raggiunto dalle contraddizioni sistemiche, piuttosto che di improbabili svolte sociali dei gruppi al potere. Le iniezioni senza precedenti di liquidità, i provvedimenti destinati all’economia reale e ai redditi della popolazione (con allentamento delle condizionalità più lavoriste), ovvero alla creazione di posti di lavoro e alla parziale ricostruzione di infrastrutture collettive precedentemente impoverite, come ha mostrato l’emergenza sanitaria (ma che dire della crisi climatica?), sembrano preludere a più impegnativi ripensamenti. Anche il totem della stabilità dei prezzi è in discussione, con la soglia inflattiva del 2 percento, che la Federal Reserve ha annunciato di flessibilizzare. E in Europa, con le timide apertura sull’indebitamento comune e l’attenuazione delle condizionalità. Queste misure, se non possono essere sopravvalutate (a oggi è onirica l’ipotesi di una cancellazione o mutualizzazione integrale dei debiti), indicano perlomeno una revisione della strategia.

Forse occorre chiarirsi sui termini. Se l’economia, come scrive Giulio Sapelli, è la concretizzazione di una filosofia morale corrispondente a un’immagine antropologica dell’uomo (ad esempio, l’homo oeconomicusper i neoclassici), il neoliberalismo è stato qualcosa di più solido e duro a morire che una politica economica, poiché incarnava un progetto societario costruito intorno a questa visione. Ma è stato anche un insieme di politiche economiche, monetarie e del lavoro i cui presupposti appaiono in chiara difficoltà; addirittura il «Financial Times», campione del pattern small government, bassa tassazione, contenimento delle politiche sociali, invoca oggi più redistribuzione, più Stato in economia e finanche un reddito di base. Approcci fino a ieri considerati eccentrici sembrano acquisire credito anche presso economisti ortodossi e manager finanziari (ad esempio, i seguaci della cosiddetta Modern Monetary Theory godono di un insospettabile interesse). L’indebolimento della base societaria che sorregge – riproduce – l’accumulazione, l’esasperata spinta allo sfruttamento sregolato delle risorse, all’indebitamento, l’incentivo al consumismo accelerato, tutti fenomeni che hanno segnato gli ultimi decenni e volti a compensare l’asfissia della domanda traducibile in valore, hanno prodotto un cortocircuito che la crisi covid ha fatto esplodere. Per ritornare al punto, che si sia di fronte a una flessibilizzazione del paradigma o a un suo superamento, ci sembra che l’uso del termine neoliberale (o neoliberista) costituisca oggi un ostacolo più che una leva per la comprensione della realtà. Consegniamo queste domande, naturalmente, a chi dispone di strumenti più solidi e bussole adeguate per muoversi su questo territorio.

I percorsi

Le riflessioni sopra richiamate, insieme ad altre, forniscono alcuni dei presupposti a monte dei temi con cui intendiamo organizzare la rubrica nei prossimi numeri. In specifico, partiremo con quattro percorsi.

1) Iperindustriale, dedicato alle trasformazioni del lavoro e della produzione. Nei prossimi numeri, in particolare, saranno proposti contributi in tre direzioni.

La prima riguarda la moltiplicazione dei lavoranti a domicilio, lascito durevole della pandemia (il cosiddetto smart working, o lavoro agile, ma forse la definizione di lavoro ubiquo proposta dal sociologo Federico Butera è la più esplicativa). La questione merita di essere interrogata oltre l’hype di questi mesi, per le sue implicazioni sul carattere delle attività e sui criteri con cui sarà misurata, sull’organizzazione produttiva e, va da sé, sulla vita di chi lavora. Il lavoro a domicilio, a dispetto dell’enfasi riposta sul suo carattere innovativo, non è certo una primizia nella storia del capitalismo, ma si pone oggi in termini del tutto inediti. Per noi è anzitutto la chiave d’accesso a un tema più ampio, la spinta verso una società con relazioni mediate dalla tecnologia, che tocca altri campi, come la didattica e una parte crescente di prestazioni riproduttive e servizi personali (è illusorio pensare che queste non possano almeno in parte essere svolte in remoto e finanche erogate da partner virtuali), le stesse relazioni tra le persone, inclusa l’azione collettiva. Lo smart working, va chiarito, si è diffuso solo in alcune attività e il rischio di una de-socializzazione a discapito della cooperazione presenta problemi per le stesse aziende, come alcuni imprenditori più avvertiti hanno già segnalato. Non è scontata dunque, nonostante i vantaggi teorici per le imprese, il gradimento da parte di professional e impiegati (tra i quali si osservano tuttavia già non pochi pentiti), i benefici reali e presunti per la collettività, una sua diffusione lineare. Riteniamo tuttavia che indietro non si torni; occorre dunque entrare nel merito, articolando la riflessione su diversi piani, dentro e fuori le organizzazioni economiche, nella vita quotidiana e nelle conseguenze per le persone (ad esempio, durante il lockdown le abitazioni erano divenute spazi promiscui di produzione, consumo, prestazioni riproduttive a distanza e in presenza), senza trascurare le possibili pressioni verso la rottura del rapporto tra tempo e remunerazione.

La seconda è dedicata al capitalismo della sorveglianza. Il richiamo al best seller della Zuboff si motiva in parte con l’intenzione di discutere le sue tesi, su cui saranno richiesti contributi specifici; l’obiettivo è però stimolare nuove analisi sulle trasformazioni in seno al nucleo strategico del capitalismo contemporaneo e sulle implicazioni concrete dell’ulteriore salto promesso dagli investimenti in AI, connettività, piattaforme.

La terza, industrie e lavoro della riproduzione, nelle intenzioni vorrebbe diventare un cantiere privilegiato. Ci sarà modo di tornare in modo non estemporaneo su questa categoria, che per le sue implicazioni teoriche e politiche è divenuta un punto gravitazionale per l’analisi del capitalismo contemporaneo. In questa sede non ci addentriamo nei molteplici piani di riflessione co-implicati in questo filone. Tra riproduzione biologica dell’umano come essere generico, riproduzione delle sue capacità di agire e trasformare (e dunque anche come forza lavoro, nella sua potenziale ambivalenza, ma non solo come tale) e riproduzione sistemica (del capitale come sistema e rapporto sociale) vi sono infatti sfasature e potenziali contraddizioni, e l’attività riproducente si ridetermina e assume connotazioni diverse in questi differenti livelli, ma anche continuità e funzionalità. In questa rubrica la questione sarà affrontata, almeno inizialmente, con riferimento al lavoro e alle attività delle persone e delle organizzazioni che erogano servizi riproduttivi in senso proprio (retribuiti o meno che siano). Riteniamo che in questa riflessione, inoltre, vadano inserite anche le industrie che producono lo spazio (infrastrutture in senso ampio) e i servizi per la vita materiale, in cui è occupata una parte crescente della working class iperindustriale, sempre più segmentata lungo evidenti linee di razza e genere. L’ipotesi da cui muoviamo è la tendenziale centralità della riproduzione per l’accumulazione capitalistica non solo in quanto indissolubilmente integrata alla produzione, ma come settore che crea direttamente valore, oggetto di grandi investimenti con logiche neo-industriali. Ad esempio, la crisi covid ha posto in luce come i colossi tecnologici (o le start-up sostenute da investitori liquidi) si propongono come soggetti che hanno i mezzi per gestire soluzioni di salute pubblica o per la formazione smart. Questa nuova centralità non può essere acquisita come tendenza endogena dell’economia. Da una parte, essa si alimenta della tendenza a decentrare su chi lavora il costo della sua riproduzione, indebolendo le componenti universali dei sistemi pubblici e scaricando parte del lavoro in apparenza assorbito dalle nuove tecnologie. Dall’altra, e questo aspetto è cruciale per i sistemi educativi e della formazione, inducendo una bulimia certificatoria che porta le persone a dedicare quote crescenti del loro tempo al lavoro autoriproduttivo. Su un altro versante, come rimarca Silvia Federici, il trasferimento di molte prestazioni ad agenzie esterne, private e pubbliche, convive con l’ampliamento delle occupazioni riproduttive domestiche, tuttora in parte preponderante svolte dalle donne, che proprio la diffusione delle nuove tecnologie concorre a intensificare (ad esempio, come «lavoro ombra» in precedenza svolto da salariati e oggi scaricato su individui e famiglie). Tra casa (a maggior ragione se riconvertita in ufficio o aula scolastica in remoto), agenzie riproduttive tradizionali e corporation che investono in questo campo, il lavoro che produce la più speciale delle merci, la capacità umana, si riconfigura nello spazio e nei modi. Eppure proprio in questo campo, riteniamo, possano crescere contraddizioni che interrogano nodi profondi del capitalismo contemporaneo.

2) Il secondo percorso insiste sul governo della crisi e rimanda alle note esposte in precedenza sull’arretramento del paradigma neoliberale, di cui occorre comprendere la portata a fronte dell’almeno apparente ritorno dello Stato al centro dei processi regolativi. Questa riflessione va situata nella concretezza dei passaggi in corso, segnati dal venire meno o comunque dalla crisi di alcuni dei presupposti che erano alla base degli assetti del governo mondiale (non useremo qui la fuorviante nozione di governance). Consapevoli che la «fine del neoliberismo» non aprirebbe necessariamente a modelli più desiderabili per le vite dei subalterni, né che il ritorno dello Stato implichi un venire meno di aspetti fondativi del capitalismo (con Braudel, il «capitalismo diventa tale quando si identifica con lo Stato, quando è lo Stato»). In questo percorso saranno sollecitati contributi sui temi indicati in precedenza, di lettura e analisi delle discontinuità al livello delle politiche economiche, monetarie, fiscali, in cui una particolare attenzione dovrà essere prestato al livello europeo.

3) Il terzo percorso solleciterà contributi legati alle trasformazioni del lavoro, della produzione, della società nei territori. Il tema va introdotto, almeno in breve. Troppo spesso, nelle pubblicazioni d’area, lo spazio dell’analisi si divide tra mondo e microcontesti (l’azienda, il quartiere ecc.). L’attenzione, non esclusiva ma certo prevalente, è attratta soprattutto dai veri o presunti punti alti dello sviluppo capitalistico, ad esempio la metropoli globale. Convinti che, come non vi sia simmetria, per usare un vecchio linguaggio, tra composizione tecnica e politica di classe, ossia tra gerarchia socio-professionale dal punto di vista della valorizzazione capitalistica e potenziale trasformativo da parte dei dominati, non vi sia neanche nelle gerarchie spaziali; è fuorviante l’idea che le forme di opposizione e lotta più efficaci o intense si diano nei punti più «avanzati». La città globale resta il centro direzionale dell’organizzazione mondiale della produzione; spesso, negli ultimi anni, i fenomeni politicamente rilevanti e gli stessi conflitti a cui abbiamo guardato con interesse, hanno preso forma al di fuori del core metropolitano, in quegli spazi intermedi, nelle città diffuse, nella provincia industriale e terziaria in cui l’urbano si distende e compenetra. Scontato, in questo senso, il richiamo ai gilet jaunes. Quanto detto vale in modo particolare per paesi come l’Italia, da sempre connotati da dispersione urbana e produttiva. Sentiamo l’esigenza di inchieste nei territori, nelle metropoli come in questi spazi intermedi, stressando l’intreccio tra produzione materiale (e dunque, economie e lavori), società, forme di riconoscimento e conflitto. La rubrica non rinuncerà (anzi, è un preciso obiettivo) a esplorare questa dimensione fuori dai confini nazionali, ma partirà dalla dimensione territoriale italiana, nelle persistenti fratture del paese.

4) L’ultimo percorso, che chiamiamo contro-soggettivazioni, sarà dedicato ai conflitti del lavoro dispiegati o latenti e alle indicazioni che questi potrebbero fornire a una prospettiva di resistenza e trasformazione. Non siamo particolarmente interessati alla cronaca delle lotte né alla loro apologia, come del resto non rientra tra i nostri obiettivi restare imprigionati nella denuncia della vita agra del lavoro vittimizzato. Vogliamo invece esplorare lo scrigno delle possibilità per organizzare un destino differente. Spesso il conflitto è dove non lo si cerca. Ad esempio, la crisi covid aveva temporaneamente aperto, con l’astensionismo individuale diffuso e gli scioperi spontanei, la possibilità di contrapporre alle ragioni del Pil quelle della salute. La potenziale contraddizione tra riproduzione sociale e riproduzione sistemica era sembrata uscire dal vaso di cristallo della teoria per «gettarsi nella strada». E d’altra parte, altre frazioni di proletariato e ceto medio avevano vissuto le misure di distanziamento dal capannone come un ulteriore step verso l’impoverimento (la cura che uccide il malato), dunque con gerarchie valoriali capovolte rispetto a quelli che avevano scioperato. Fratture che tagliano trasversalmente la composizione di classe originate dalla contradditoria condizione esistenziale e soggettiva del lavoro, che solo una ripresa su scala ampia dei conflitti può probabilmente mettere in discussione, attrezzando la possibilità di far crescere forme di riconoscimento comuni.

Quello sommariamente anticipato è il programma d’avvio. Altri cantieri si aggiungeranno, soprattutto se stimoli in questa direzione giungeranno da chi legge. Nell’anno della pandemia ci sembra importante un percorso dedicato alla salute delle persone esposte alle patologie connesse al lavoro, per una medicina che concorra a fornire conoscenze per l’individuazione di interessi comuni a quanti vivono del salario. Come del resto molti altri.

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