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La rivolta dell'«altra Francia»

1 ora fa
Tempo di lettura: 7 min

Intervista a Houria Bouteldja



Pubblichiamo un’analisi di quanto accade in Francia dal 17 ottobre e, più in generale, del ciclo di lotte che attraversa il paese, con un’intervista a Houria Bouteldja, figura di riferimento del dibattito antirazzista e di cui DeriveApprodi ha pubblicato Maranza di tutto il mondo, unitevi! (edizione originale Beaufs et barbares, La Fabrique éditions). Nel testo l’autrice affronta diversi temi: dalla composizione sociale e razziale delle mobilitazioni alle possibilità di ricomposizione tra i giovani delle banlieue e il proletariato bianco impoverito, dal rapporto con La France insoumise alle analogie e alle differenze con quanto sta emergendo in Italia. Complessivamente, un’importante riflessione sulle trasformazioni del conflitto sociale in entrambi i paesi.


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G.M.: Le immagini delle ultime mobilitazioni in Francia colpiscono per partecipazione, composizione e radicalità delle pratiche di piazza, che si inscrivono nella continuità del ciclo di conflitti che attraversa il paese da molti anni, pur sembrando superare una nuova soglia d’intensità. A quale tipo di mobilitazione abbiamo assistito? In che misura vi ritroviamo la storia delle rivolte delle banlieue, delle mobilitazioni degli studenti delle superiori e delle lotte degli ultimi anni? E quali elementi di novità avete individuato?


HB: Ciò che colpisce è che questo movimento sembra condensare da solo l’intero ciclo di mobilitazioni degli ultimi dieci anni. La sua composizione sociale è certamente specifica: per il momento si tratta di un movimento giovanile, nato nelle banlieue, i cui protagonisti sono in gran parte minorenni, molti dei quali di origine immigrata. Si sono mobilitati perché le loro condizioni di studio e di vita non erano più accettabili, perché la soglia di tolleranza delle ingiustizie vissute o osservate era stata ampiamente superata. Ma la sua composizione politica è molto più complessa: porta con sé la stratificazione soggettiva di un decennio di lotte che ha visto soggetti a prima vista molto diversi tra loro – sindacalisti, gilet gialli, giovani rivoltosi non-bianchi – scendere in lotta a turno, raramente insieme, raramente con le stesse parole d’ordine e le stesse pratiche. Le lotte sono frammentate.

Eppure, oggi basta andare davanti a una scuola superiore bloccata o partecipare a una manifestazione per ritrovare un’unità nelle parole d’ordine, nelle pratiche o nei codici estetici: i gilet gialli, che questi ragazzi hanno conosciuto da bambini, quando a volte manifestavano nei cortili delle scuole cantando «Macron, dimettiti», riappaiono nelle bandiere tricolori, nei blocchi e nella Marsigliese, tornata a essere un canto di battaglia. Le rivolte per Nahel, assassinato dalla polizia nel 2023 a Nanterre, riaffiorano nell’estetica della rivolta e nelle parole d’ordine contro le violenze poliziesche. Anche le mobilitazioni contro la riforma delle pensioni hanno lasciato il segno, mentre quelle contro il genocidio a Gaza hanno riempito di bandiere palestinesi i blocchi e le manifestazioni degli studenti delle superiori.



G.M.: Chi sono i principali protagonisti di queste mobilitazioni? Vedete emergere rivendicazioni chiaramente identificabili oppure, per il momento, soprattutto una «potenza negativa», intesa come rifiuto delle condizioni imposte da anni di repressione e smantellamento dello Stato sociale (per semplificare, contro il neoliberismo)? Quale importanza assume la consapevolezza del razzismo sistemico e le discriminazioni subite per comprendere la composizione delle manifestazioni, la radicalità delle forme di protesta e il rapporto con la polizia?


H.B.: No, proprio questo è il punto: non si tratta di una potenza negativa o difensiva. Di solito il movimento sociale si mobilita contro una legge, come quella sul lavoro o sulle pensioni. È reattivo. Qui, invece, è insorto al di fuori di un’agenda governativa volta a imporre un nuovo dispositivo liberista. Il movimento è proattivo. Le rivendicazioni sono «per» qualcosa: il miglioramento delle condizioni nelle scuole. È molto diverso.

A mio avviso, se la composizione razziale dei protagonisti è chiara, le rivendicazioni hanno un carattere fortemente sociale. La consapevolezza del razzismo è ovviamente presente, ma in primo piano vengono poste le questioni sociali legate alle condizioni di vita. Certo, il continuo peggioramento delle condizioni sociali è evidentemente legato alle discriminazioni razziali: repressione poliziesca, disoccupazione endemica, percorsi senza sbocchi, islamofobia… A soffrire di più sono gli abitanti dei quartieri popolari, sottoposti a un supersfruttamento a cui si accompagna il rifiuto di riconoscerli come «veri francesi». Da qui il sovrainvestimento nei simboli che rappresentano la Francia. Ma ciò che va sottolineato è la straordinaria vitalità del movimento, la sua creatività e il suo umorismo.



G.M.: Nei tuoi libri e nei tuoi interventi insisti sulla necessità di una ricomposizione politica tra gli indigeni e i settori impoveriti del proletariato bianco. Questa possibilità si era manifestata, almeno in parte, durante il movimento dei gilet gialli. Vedete oggi segnali di una simile ricomposizione nelle mobilitazioni francesi? Quali ostacoli continuano a impedirla e attraverso quali pratiche politiche e di lotta potrebbe concretizzarsi?


Non bisogna dimenticare che undici milioni di elettori votano per il Rassemblement national, facendone la prima forza politica del paese. Questo significa che una grande parte del proletariato bianco è di estrema destra. Ma in Francia una parte di questo proletariato può essere convinta dalla France insoumise, perché è sì razzista, ma è anche legata allo Stato sociale.

D’altra parte, sì, nell’«altra Francia» vediamo delinearsi la possibilità di una convergenza tra una parte del proletariato bianco delle città, le classi medie di sinistra e i non bianchi dei quartieri popolari. La convergenza diventa reale quando le condizioni dei bianchi peggiorano e le loro relazioni sociali si sono costruite nella mescolanza razziale. Ad accelerare questo processo sono la paura della globalizzazione e un nuovo sentimento patriottico, aperto alla diversità razziale e, al tempo stesso, animato da una sensibilità internazionalista.

Ciò che colpisce molto, e che l’estrema sinistra francese non comprende, è l’attaccamento alla patria. Non si erano mai viste così tante bandiere blu, bianche e rosse nelle manifestazioni e tra i giovani, né si era mai sentita cantare così tanto la Marsigliese. La cosa straordinaria è che questi giovani sono riusciti a riappropriarsi dell’inno nazionale, di cui la destra e l’estrema destra si erano completamente impadronite a fini nazionalistici, mentre è prima di tutto un canto rivoluzionario. Che i discendenti degli immigrati postcoloniali si riapproprino di questo canto per restituirgli la sua dimensione rivoluzionaria, quando i simboli nazionali sono serviti a colonizzare i loro antenati, è incredibile, ma si ricollega alle nostre analisi su quello che ho chiamato «patriottismo internazionalista».



G.M.: Un elemento interessante del contesto francese è il ruolo della France insoumise, una forza politica che agisce sul terreno istituzionale ma che, allo stesso tempo, partecipa a numerose mobilitazioni e le sostiene apertamente. Quale ruolo svolge LFI nell’attuale ciclo di lotte? Come interpretate questo rapporto tra movimento e rappresentanza politica? Si tratta soprattutto di un calcolo elettorale oppure le lotte sociali, antirazziste e decoloniali degli ultimi anni hanno anche contribuito a far emergere una nuova forma di espressione politica sul terreno istituzionale?


La France insoumise è nata dalla rottura con il Partito socialista e dal tradimento del «no» al referendum sulla Costituzione europea del 2005. Da allora il partito di Mélenchon non ha smesso di nutrirsi delle lotte, sia antiliberiste sia antirazziste. LFI è effettivamente oggi una sintesi politica relativamente radicale delle aspirazioni popolari. Che sia un partito parlamentarista non è un male, se gode del sostegno dei settori popolari bianchi e non bianchi.

La nostra proposta, però, è una linea che non sia subordinata alla sola agenda di LFI, perché dal nostro punto di vista bisogna andare oltre LFI, proprio perché è vincolata alle regole del gioco parlamentare e la politica è anche e soprattutto la piazza e i sindacati. È ciò che sta accadendo in questo momento e, per ora, quello che osserviamo è che questi giovani in lotta si riconoscono molto di più in LFI e molto poco nell’estrema sinistra.



G.M.: Guardando dalla Francia a ciò che accade in Italia, si potrebbe dire che il nostro futuro assomigli al vostro passato. Nelle mobilitazioni di questi ultimi giorni in Italia abbiamo assistito a qualcosa che, almeno nelle forme, ricorda le rivolte delle banlieue francesi: giovani spesso con un background migratorio, lontani dalle organizzazioni politiche tradizionali, sono diventati protagonisti delle manifestazioni, esprimendo una radicalità che si è tradotta in scontri con la polizia, saccheggi di negozi e forme di conflitto prive delle mediazioni a cui eravamo abituati. È una novità importante in Italia, mentre in Francia vi confrontate con questi fenomeni da decenni. Voi che avete attraversato questa storia e l’avete interrogata politicamente, come interpretate ciò che emerge oggi in Italia? Quali analogie e quali differenze vedete rispetto all’esperienza francese? E che cosa ci dice questo scarto temporale sulle trasformazioni del conflitto sociale nei due paesi?


Ci dice, se posso dirlo, che l’Italia è un paese occidentale di seconda categoria, un paese il cui status in termini di bianchezza è inferiore a quello della Francia e della Germania, ma superiore a quello della Polonia o dell’Ungheria. A differenza della Francia, che insieme all’Inghilterra è al cuore della bianchezza coloniale, almeno in Europa, l’Italia ha sfruttato molti meno non bianchi della Francia e ha cominciato a farlo più tardi, anche se ha avuto anch’essa un’esperienza coloniale.

Di conseguenza, l’esperienza razziale è più profonda in Francia, così come l’antirazzismo politico ha una storia più lunga. In Italia le generazioni di non bianchi non hanno ancora accumulato l’esperienza di lotta che abbiamo noi e che ci viene anche dalla lotta storica contro la schiavitù e il colonialismo ereditata dai nostri antenati. Senza contare l’importanza delle nostre vittorie, come la guerra d’indipendenza algerina, che rafforza la nostra capacità di resistenza.

Detto questo, le mobilitazioni per la Palestina in Italia sono state più impressionanti che in Francia. Mi sembra che ciò sia dovuto anche al fatto che la Francia è un paese più repressivo dell’Italia, nonostante in Italia il fascismo sia al potere. Ma le ragioni di questa brutalità risiedono anche nel fatto che in Francia esiste una vera sinistra di rottura, che per di più ha una dimensione di massa. Credo che in Italia, purtroppo, non sia così.


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Houria Bouteldja è una nota teorica e militante antirazzista franco-algerina. Ha cofondato il Partito degli indigeni della repubblica. Insieme a Sadri Khiari è autrice di Nous sommes les indigènes de la république e deI bianchi, gli ebrei e noi. È membro del comitato editoriale di «QG décolonial» e del blog «Paroles d’honneur». Per DeriveApprodi ha pubblicato Maranza di tutto il mondo, unitevi! (2024).


Giuseppe Molinari è direttore della rivista Machina, per cui cura, insieme a Salvatore Cominu, la sezione «transuenze». PhD in economia all'Università di Modena e Reggio Emilia, dove ha svolto una ricerca sugli effetti dell'Intelligenza Artificiale sul lavoro. Per DeriveApprodi ha curato, insieme a Loris Narda, Frammenti sulle macchine (2020).

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