La polvere bianca sotto il tappeto

Ovvero di Capitale e soggettività tossiche



Per un ragazzo che vive i quartieri, le periferie come le chiamano gli «esperti», la droga è normale. Normale entrare a scuola in ritardo a sedici anni con gli occhi pesti e fumarsi cinque grammi d’erba il pomeriggio e altri cinque la sera, farsi il venerdì e sabato notte a tirare di coca. Magari non tutti i venerdì e sabato. Dipende dai soldi e dalla droga che hai a portata di mano. Da quanta voglia hai di uscire dalla zona.

Senza farla troppo lunga, senza citare qualche luminare di bande giovanili o di devianza che poi nemmeno stava in una comitiva da ragazzino, o parlare del malessere giovanile e delle sue presunte cause profonde. La verità della droga è molto semplice: quando vivi nei quartieri non hai un cazzo da fare. Non hai sfoghi né stimoli nei quartieri dormitorio, quindi ti annoi. E la noia genera frustrazione, la frustrazione genera rabbia. E la rabbia ha bisogno di sfoghi, la noia di passatempi. E un ragazzo ha bisogno di un’identità, di un gruppo, di un modello di vita e di sogni, di liberarsi e fare cazzate.

Le canne, la coca, la speed e anche il teppismo, a questo servono. Sono prima un passatempo e poi una forma di vita. Ti permettono di divertirti, di fare qualche soldo per divertirti di più, di avere qualcosa da condividere con gli amici e qualcosa per sentirti grande e forte. Se a vent’anni puoi comprarti bei vestiti e andare a cena fuori, regalare bustine agli amici, fare il figo coi soldi in tasca solo vendendo il fumo, vuoi che dei ragazzi più piccoli non ti prendano a modello? Sei un vincente. Hai fregato il sistema che ti vuole triste e grigio come i tuoi genitori.

Che poi dopo una settimana, un mese, o un anno il gioco sia finito perché ti sei annoiato, perché hai scatenato un dramma familiare, o perché sei finito a processo per spaccio, queste sono cose che metti in conto solo dopo. Perché, come ogni ragazzino, scopri che non sei invincibile solo quando ti fai male.


Quando invece la storia dura ancora – e di solito dura ancora, perché una forma di vita è difficile che muoia di botto – allora il gioco, poco a poco, diventa sporco, triste. Non è più un gioco. E allora vedi che molte delle tue amicizie sono tali solo finché dividi sassetti su un piatto caldo, che le tue gloriose serate interminabili le hai passate con persone con cui, in fondo, non hai un cazzo da dirti. E poi gli screzi, le pugnalate alle spalle, la droga che sparisce, i soldi prestati che non tornano indietro, l’allegria che dura il tempo della botta e la paranoia che dura ore e ore nell’insonnia, la compagnia che si fa sempre più triste e il senso di solitudine più opprimente.

Il passatempo si è fatto forma di vita e la forma di vita, dopo aver mostrato le sue lucine abbaglianti e i suoi tesori, si è dimostrata una merda. Quella che sembrava la scappatoia dal «sistema» si è rivelata nient’altro che un’altra porta di accesso al sistema stesso, solo che è la porta di servizio che puzza di piscio e da dove entrano gli sfigati che poi vanno a pulire i pavimenti a chi entra dalla porta d’ingresso.

Fuori da qualsiasi paternalismo, giudizio morale o che, la droga non è altro che un apprendistato al capitale. Un capitale denudato dei suoi orpelli e messo in mostra nella sua forma più pervertita.

In fondo, non è poi così diverso dalla vita «normale», solo che qui vivi ai margini, fai esperienze più brutte, ed è più facile farsi male per davvero. È uno specchio dove la società dei consumi si specchia e inorridisce della sua immagine riflessa.


Un tossico, e per tossico intendiamo tanto l’occasionale quanto quello che vive con la scimmia sulla spalla, è un consumatore che cerca i suoi prodotti di consumo sul mercato inseguendo il rapporto qualità prezzo migliore e in quanto consumatore, per mantenere la sua posizione all’interno del mercato, non è difficile che diventi anche forza lavoro iperprecaria nei servizi dell’indotto che questo florido commercio costruisce attorno a sé.

Uno spacciatore, invece, altro non è che un commerciante che può puntare a sbarcare il suo piccolo lunario, la sua rendita di posizione o, se è ambizioso, a entrare in una bella azienda con grossisti, azionisti, dirigenti, magazzinieri, vigilanti e commessi. Come è sotto i palazzoni di quelle periferie che piacciono tanto ai voyeur della tv, ai Brumotti di turno o ai movimenti sociali che blaterano di poveri e di giovani.

Ma se i Brumotti e i presentatori televisivi sono pupazzi che raccontano storielle sulla miseria altrui per tenere banco, e sono assai poco interessanti, c’è da dirsi qualcosa in più sui suddetti movimenti sociali e sul loro nervoso tabù della droga, sui loro spazi «liberati» e sulle loro di forme di vita, sempre presuntamente pure e superiori rispetto al resto.

C’è sempre una buona dose d’ipocrisia di fondo quando si parla nelle assemblee di queste cose. Tolti gli alfieri del purismo e della «droga arma del potere» (bello eh, ma un po’ sempliciotto e facilone prenderla così) e la loro nemesi – i partigiani ammuffiti dell’antiproibizionismo acritico (anche qui, facile immaginarsi un mondo dove la droga è legale e quindi fuori dalle mani della mafia e il consumo è automaticamente responsabile e tutelato) – c’è sempre un imbarazzato mettere la polvere sotto al tappeto e prendere la questione alla larga.


Ecco allora che ci si scalda quando un magrebino che vende droga a un angolo di strada viene cacciato a schiaffi in faccia dai militanti, o quando ad Atene si usano catene e bastoni per fare pulizia di una piazza di tossici e pusher.

Eccoli gli schieramenti che prendono posizione sugli scranni: chi a urlare che hanno fatto bene, perché negli anni 70 per i compagni valeva la regola «un grammo di eroina per un grammo di piombo» e si gambizzavano gli spacciatori, e perché Pontecorvo, nel suo film, fa dire ai cospiratori di Algeri «prima facciamo pulizia tra i nostri poi pensiamo al nemico»; chi, invece, si straccia le vesti perché «è un modo violento» e la violenza è sempre fascista, perché quelli in fondo sono vittime del sistema da redimere, non è colpa loro e perché, come Fantozzi, è a monte che bisogna distruggere.

Già, a monte, altrove, sempre da qualche altra parte, nella nostalgia dell’insurrezione passata e mai conosciuta o nell’iperuranio del malvagio potere e della pacifica fratellanza universale degli oppressi, ovunque non ci sia a che fare con la merda del mondo reale, ovunque si possa vivere della polemica che nulla sposta nell’ordine delle cose.

Incuranti che a nessuno freghi un cazzo di questo chiacchiericcio. Sordi e ciechi al fatto che quella soggettivazione della droga di cui si parlava poco sopra sia prassi comune e consolidata negli spazi di movimento.

Perché è brutto ammettere che anche nei centri sociali possa riprodursi una forma di vita tossica. Ci rompe le uova nel paniere e il milieu militante non sembra più così bello e privo di contraddizioni.

Ma forse è il caso di farci i conti con la realtà, ché tanto, per quanto la si voglia eludere o negare, non se ne scappa.

Ancora una volta, senza moralismi ideologie, diciamoci semplicemente le cose come stanno.


Invece di starci a fare i sermoni e masturbarci le meningi sui giovanotti di periferia (che, bontà loro, altro non fanno che prendersi quello che la vita gli mette sul piatto) e chiederci come mai siano più attratti da un muretto dove fumare e vendere bustine anziché dal nostro sfolgorante mondo di gioia, di lotta e di liberazione, domandiamoci davvero da cosa del nostro mondo dovrebbero essere attratti, e che cosa gli proponiamo noi? Che cosa siamo noi?

Arrivati a questo punto, qualcuno si sarà già sentito punto sul vivo e, se legge ancora, si sarà messo sulla difensiva. Allora è bene confessarvi una cosa: chi scrive, cari compagni, vi conosce bene, lo sa bene quali sono i vizi e i peccati che condividete fra tutti ma di cui non parlate mai apertamente per un fatto di etichetta. Come fossimo in un salotto buono della borghesia.

Vi conosce bene e lo sa quanto sono grandi i mucchi di polvere sotto il naso e sotto il tappeto, perché l’apprendistato al capitale e alla droga lo ha cominciato nel modo in cui si diceva all’inizio, tra i muretti di periferia, e se lo è portato appresso dentro i vostri (o forse è meglio dire nostri, a questo punto) spazi, quando i ragazzini venivano ai cortei studenteschi perché erano grossi e divertenti e ogni tanto si potevano tirare le bottiglie alle guardie, quando nei centri sociali ancora viveva qualche rimasuglio sbiadito, ma divertente per quei ragazzini sballati, della fu scena tekno. Quando cioè questo mondo ancora poteva permettersi il lusso di illudersi di non essere poi così chiuso su se stesso e destinato alla marginalità. È in questo nostro mondo che chi scrive ha vissuto la metà della sua carriera di tossicità, e ci si è trovato perfettamente a suo agio finché l’ha mantenuta.

E allora compagni? Come è possibile?


È possibile perché è dello stesso marciume delle periferie tossiche che sono fatte le pareti dei nostri spazi, perché la socialità altra che tanto viene sbandierata, «alternativa» a quella consumista ed egoista di una discoteca, a conti fatti non esiste.

La libertà che si vive nei momenti di festa collettiva, che poi sembrano occupare la maggior parte delle energie di questi luoghi, è una libertà edonistica, privata, turbocapitalista; è la libertà del «faccio il cazzo che mi pare» perché «siamo tutti uguali» e quindi nessuno mi può dire niente, quindi posso vomitare su tutti (e insieme a tutti) le mie frustrazioni e le mie miserie. La differenza maggiore tra una serata in un CSOA e una discoteca, allora, sembra essere ridotta ai prezzi d’ingresso e di consumo e alla qualità delle sostanze che si assumono.

Non è in queste serate che l’antiproibizionismo si traduce in un via libera alla compravendita di sostanze, e i pusher vengono buttati fuori solo quando diventano molesti o troppo espliciti? Non è qui che ci si riduce in condizioni talmente pietose da essere portati via a braccia con la schiuma alla bocca? Non è qui che gli stessi compagni che dovrebbero vigilare sulla situazione si scoprono fruitori o veicoli di queste stesse dinamiche?

Le overdosi, le coltellate, i furti, gli stupri, non sono forse la punta di un iceberg fatto di cumuli e cumuli d’immondizia e piccole bassezze umane? Episodi troppo scabrosi ed eccezionali per essere taciuti, ma presi in considerazione quel tanto che basta per lavarsi la coscienza e non guardare il resto della spazzatura che si è accumulata e va marcendo sotto il pelo dell’acqua.


Non fate quelle facce, su! Mi è capitato di fare avanti e indietro per la città anche due o tre volte in una notte per portare bustine di coca alle festicciole militanti, fino a ritirarmi nel letto con gli occhi sgranati, la testa piena di paranoie, il comodino pieno di soldi e soprattutto lo schifo, per me, per voi, per un noi cialtronesco che non merita rispetto alcuno.

Perché non merita rispetto o considerazione chi passa metà del suo tempo a sbandierare le lotte dei popoli sudamericani contro l’oppressione dei narcos e dello Stato, e l’altra metà a consumare i frutti di quell’oppressione, oppure chi scrive all’ingresso del suo spazio «Qui sono bandite le droghe pesanti» salvo poi armeggiare con cd e schede nella macchina parcheggiata dall’altro lato del marciapiede. Not in my backyard. Bel tentativo.

Per carità, non sto giudicando, non mi sento mica migliore. Ero esattamente così, e se non lo sono adesso è solo in virtù di qualche sfortunato quanto inevitabile incidente giudiziario e del fatto che disintossicarsi con voi attorno, che tirate via la polvere meglio dello Swiffer, è una bella rogna ma aiuta a vederci più chiaro.

E ciò che è chiaro è che in realtà non è la droga la malattia, quella è solo un sintomo.

Molti qui hanno scoperto il movimento e i suoi spazi facendosi i rave e le serate tekno, attraversando quella specie di revival dei figli dei fiori di fine millennio, con la ketamina e le anfetamine a benedire la festa collettiva. Il movimento si è nutrito di quella controcultura, come anche di altre, ne ha appreso l’arte di vivere e si è illuso che le «controculture» fossero sufficienti, in quel triste periodo che qualcuno ha definito Fine della Storia, a colmare il vuoto lasciato dal sogno della rivoluzione ormai tramontato. Prassi politica, festa, alterazione tossica sono diventati un tutt’uno con l’illusione di una comunità magnifica.

Poi quella scena è finita, male, come molti dei suoi protagonisti.

E ai militanti del centro sociale è rimasta in eredità la golosità del tossico e l’illusione che una comunità di eguali potesse vivere nelle sue oasi mentre fuori imperava il nemico, e che questo micro-cosmo di enclavi potesse addirittura essere auspicabile per le masse degli oppressi.


Ma una comunità salvifica è proprio quel miraggio che in un qualche modo covano i ragazzini, cui si accennava all’inizio, prima di schiantarsi sul muro del reale. Solo che a un ragazzino è concesso inseguire chimere e sogni di ribellismo, a un militante no. A quello spettano ragionamento e disciplina. Soprattutto, un ragazzino insegue sogni e modelli di forza, di vittoria.

E non è un caso che quella forza è rappresentata molto di più dal trittico Dandy-Freddo-Libanese che spopolò tra loro una decina d’anni fa, piuttosto che da un rudere occupato da qualche attempato moralista che passa le giornate a parlarsi addosso.

Piaccia o meno, è così. Non esprimono più alcuna forza quei luoghi, nessun immaginario, nessun attacco al sistema. Sono le vestigia di un passato che ha funzionato nel suo tempo, coi suoi errori e le sue virtù, ma che, in quanto passato, è meglio lasciare nell’album dei ricordi piuttosto che sottoporlo a un accanimento terapeutico e finire per risultare folkloristici (e un po’ patetici) come quei cinquantasettenni berlinesi che hanno ancora addosso il gilet borchiato e la cresta viola.

Negli anni 60 e 70 tutto uno stuolo di giovani sfaccendati trovava il suo riscatto nella pratica della rapina, e non era difficile che quegli stessi giovani si ritrovassero poi nelle formazioni armate del movimento rivoluzionario: nella politica dell’illegalità di massa, nella prassi e nell’identità rivoluzionaria si costruiva un linguaggio comune che, esprimendo una forza antisistemica, era in condizione di mettere in connessione e in reciproco riconoscimento il mondo dei militanti e quello dei teppisti.

Certo, la rapina è ontologicamente un reato contro la proprietà e porta con sé un forte connotato di classe, i tempi erano quello che erano e la realtà dello scontro sociale si riversava in ogni interstizio possibile, compresa quella zona grigia e ambigua che fa da confine tra le ipotesi di liberazione personale impolitiche e quelle politiche collettive, tra i teppisti, i banditi e i rivoluzionari.

Oggi la realtà dello scontro sociale propende per il nemico e quella zona grigia, come gli altri interstizi, è colonizzata dall’immaginario e dalle dinamiche di un capitalismo che ha fatto piazza pulita dei sogni di rivoluzione. A Vallanzasca si è sostituito il Libanese come modello di bandito; alla liberazione impolitica dal lavoro salariato si è sostituita la messa a valore nel mercato illegale delle sostanze. Di riflesso, alla prassi della rottura rivoluzionaria ci si è convertiti alla gestione manageriale e cerimoniosa del movimentismo e della marginalità controculturale.


Droga e capitale, centro sociale e liberismo delle relazioni.

Come detto, la droga è solo un sintomo; la malattia reale è una soggettività tossica, dipendente dalle proprie merci di consumo, siano esse bustine di coca o il riconoscimento dei propri compagni. Si sniffa nella comitiva per avere qualcosa da fare come si milita nel collettivo per darsi un tono; la liberazione rimane così un’illusione cui, mano a mano, si crede sempre meno, mentre la realtà della propria esistenza è fatta in entrambi i casi di relazioni false e gerarchiche, carrierismo, (auto)sfruttamento, depressione inframezzata da stati euforici. Si vive sospesi in una bolla che viene scambiata per il centro del mondo, quando questo ne ignora bellamente l’esistenza e va dritto per la sua strada.

Quel capitale fatto sistema, da cui si vorrebbe uscire, si presenta sotto mentite spoglie, vestito da spacciatore o da parolaio, permea lo spirito ribelle, dà forma alla sua soggettività e ne spegne il fuoco vivo per farne un lumino da cimitero.

Quando ci si trova davanti alla figura del pischello tossico allora, piuttosto che considerarlo un buon selvaggio su cui scrivere bei libri, biasimarne l’autodistruttività o innamorarsi della sua rabbia pensando a come sarebbe bella inserita nel nostro circuito, l’unica cosa possibile da fare è cogliere l’ambiguità che vive con lui in quella zona grigia, dove scottano rabbia e frustrazione, e provare a scoprire, a comprendere dove sta, se ci sta, il punto in cui quel fuoco che lo muove è ancora caldo e come sia possibile farlo uscire fuori sotto forma di conflitto autentico, quello che porta a rompere con se stessi e col dominio che si incarna, anche a costo di tirarlo fuori a ceffoni. Il resto è chiacchiera accademica. E se si vuole offrirgli un modello alternativo, allora si decida una volta per tutte qual è il proprio di modello, e dove deve andare.


Quando invece si ha a che fare con lo spaccio, quello vero, capillare e organizzato, c’è poco da cogliere e chi usa le maniere forti per buttarlo fuori dai propri territori fa bene. Primo, perché ogni organizzazione politica che voglia definirsi tale necessita di un apprendistato all’uso della forza e di nemici su cui fare pratica. Secondo, perché il controllo del territorio, da sottrarre a mafie, affari e Stato, è parte imprescindibile della pratica di costruzione di contropotere reale e di una tensione egemonica. Terzo, perché se la droga flagella il tessuto giovanile producendo zombi e piccoli imprenditori della miseria, allora è un subdolo elemento di pacificazione sociale e repressione preventiva che è necessario contrastare se si tende ad un progetto di rottura.

Ma una cosa del genere è possibile solo a condizione di una critica e una rottura inflessibili dentro il nostro ambiente. Se pensate sia giusto bastonare il pusher dietro il centro sociale e poi permettere che alle feste ci si droghi comunque, o che i propri compagni vadano in bagno a fumarsi le stagnole d’oppio dopo le assemblee, allora siamo sulla strada sbagliata. È ancora apparenza e gioco (pericoloso, oltretutto).

Non esiste politica rivoluzionaria che non rifiuti la merce droga e che non si ponga come obiettivo la formazione di soggetti coscienti, critici, lucidi. Chiariamolo per bene: un militante non è quello che passa il suo tempo a organizzare eventi e manifestazioni, che oggi urla al megafono, domani serve le birre e nel tempo libero può fare quel che gli pare, o che fuori dagli ambiti di movimento sveste la casacca di rivoluzionario e mette quella di sfruttato passivo. Militante è colui che mette il proprio talento e le proprie energie al servizio di un progetto di rottura totale dell’esistente, che se ne assume il peso e la responsabilità in maniera piena. Non è un modo di vivere più o meno alternativo, è un modo di essere che non si può dismettere quando si è stanchi e non conosce distinzioni tra tempi di lavoro, di svago e di militanza.

Non un abito, ma un marchio a fuoco.

E in quel modo di essere, di sentire e di agire non c’è spazio per la droga, perché la rottura va portata fino in fondo, dentro di sé soprattutto; perché la militanza è anzitutto liberazione di sé stessi in quanto individui all’interno di una dimensione collettiva.

Le ambiguità si colgono all’esterno ma vanno sciolte prima di essere assorbite, raccolte nella merda ma depurate nell’adozione e nella loro torsione rivoluzionaria. L’attitudine del militante non è quella teppista, ma quella del samurai: disciplina, perfezionamento, dedizione, servizio.


È stato già ribadito, ma non ci danneggia ripeterlo: non c’è alcun moralismo in queste parole. Non ce ne frega un cazzo della libertà personale di sballarsi, né di stabilire se la droga è giusta o sbagliata in base a chissà quale principio di astrattezza discorsiva, e non ci interessa nemmeno ragionare sulle porte della percezione, sull’alterazione della coscienza praticata da tempi immemori dall’essere umano. L’unico elemento di interesse è il dato politico delle cose, ovvero il loro significato e gli effetti che producono nella materialità dei rapporti sociali, nella costruzione di progettualità e soggettività rivoluzionarie o, viceversa, nel loro annientamento.

Le strisce di cocco su di un piatto caldo sono rimaste uno dei pochi elementi di connessione tra l’emarginato ambiente militante e il mondo circostante, un ponte tra il cancello del centro sociale e le panchine dei giovani proletari; forse sono il più grosso anello di congiunzione rimasto tra questi due mondi. Allora, se è vero che la scienza del militante è anzitutto scienza della distruzione, cominciamo con l’aggredire questo nodo, col farlo a pezzi per rimetterci in connessione con la realtà che ci circonda. Iniziare a togliere la polvere da sotto il tappeto, buttare via l’una e l’altro, per liberarsi di zavorre ingombranti e muoversi agili nella guerra sociale, per emancipare se stessi dai picchetti del dominio che ci si è autoimposti e procedere, per davvero, verso un orizzonte che non sia banale utopismo.

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