La (non)rimozione della nazione e l’altra faccia del nazionalismo

Riflessioni con la crisi ispano-catalana sullo sfondo [1]


Andrea Salvino, Scontri



El español es una lengua maravillosa, Carlos I la usaba para hablar con Dios.

[…] No hay nadie en Nueva York que necesite el inglés para nada [2].


Un’affermazione del genere, se al posto del castigliano ci fossero stati il catalano o il basco ma anche il francese o l’italiano, avrebbe suscitato in Spagna accuse di etnocentrismo e suprematismo seguite da una ridda di polemiche politiche pubbliche, messe all’indice e crocifissioni in sala mensa.

È «senso comune» consolidato parlare di nazionalismo solamente (o maggioritariamente) per definire quello che nei national studies viene catalogato come nazionalismo sub-statale o nazionalismo periferico. Molta meno attenzione ha meritato tra analisti e mass media invece la questione dello Stato-nazionalismo e, nella fattispecie, dell’unionismo catalano anti-indipendentista. Con queste righe vorremmo fornire degli spunti sul tema suggerendo l’osservazione della questione da un punto di vista che è stato (consapevolmente o meno poco importa) generalmente ignorato, quello della persistenza delle identità nazionali una volta portato a termine il processo di nazionalizzazione. Al centro di questa analisi va pertanto sistemato a nostro parere lo Stato-nazionalismo: quell’opzione identitaria coincidente con i limiti immaginari dello Stato-nazione, in quanto opzione identitaria che determina tutte le altre e lo spazio in cui queste devono, possono o sanno svilupparsi. La cosiddetta questione catalana, che per maggior precisione definiamo ispano-catalana, offre da questo punto di vista interessanti spunti di osservazione e analisi.

Mentre i riflettori di stampa e analisi (non solo italiani ma anche spagnoli) erano puntanti sull’indipendentismo catalano e le sue manifestazioni ed espressioni istituzionali e non, spesso per stigmatizzarle come pericolose o quantomeno inopportune, quelle di senso contrario venivano raccontate come il giusto rigurgito civico e costituzionale (spagnolo) contro la presunta deriva etnica ed escludente (catalana). Oltre la cortina di fumo creata da questa narrazione semplicistica quanto consolidata esiste una realtà molto più complessa. Ad esempio le due maggiori manifestazioni di piazza anti-indipendentiste celebratesi durante la crisi, quelle dell’8 e 29 ottobre 2017, possono essere lette su tre piani. In primo luogo, si tratta si manifestazioni di catalani con una consistente partecipazione di spagnoli di altre regioni dello Stato accorsi a difendere l’unità della nazione spagnola. In secondo luogo, e paradossalmente data l’esibizione ossessiva di bandiere spagnole e colori patri, queste manifestazioni sono state presentate come non-nazionaliste sia dagli organizzatori che dai mezzi di stampa che ne hanno garantito una copertura mediatica totale quasi a reti unificate[3]. In terzo luogo, queste manifestazioni sono state contornate da incidenti (anche fra i manifestanti stessi), minacce a giornalisti e fotoreporter, esibizione normalizzata di simbologie franchiste e fasciste (in Spagna tale esibizione non è reato), nutrita presenza di ultras di estrema destra e uno spirito forcaiolo degno di altre epoche[4]. Al di là di questi dati fattuali ci interessa però in questa sede mettere in risalto un’altra questione. Com’è stato possibile che nel 2017, in un’epoca considerata da alcuni post-nazionale dominata da un «sano patriottismo civico», un numero significativo di catalani e di spagnoli siano così visceralmente attaccati all’idea dell’unità della nazione spagnola e così emozionalmente preoccupati per una possibile secessione democratica e pacifica di una sua parte? La risposta, duplice e che qui anticipiamo, è che forse le nostre società non sono poi così denazionalizzate o snazionalizzate come alcuni credono e che ciò che le tiene assieme, lungi dall’essere un civismo a-nazionale, è invece il trionfo quotidiano (magari non esplicito) della nazione e del nazionalismo.

Forse la strada attraverso la quale potremmo trovare una parte della risposta, e che sia fuori dalla narrazione degli attori in campo, potrebbe venire dal fatto che il processo di nazionalizzazione non è dato una volta per tutte bensì necessita di una continua riproduzione. Di qui che l’identità nazionale di stato pur non essendo sbandierata in forma esplicita come avviene nel caso dei nazionalismi sub-statali, viene comunque tramandata e riprodotta. La vediamo solo quando viene riattivata, ma perché questa riattivazione possa avere buon esito devono esserci elementi già socializzati su cui poggiarsi, riferimenti condivisi, simboli accettati ecc. Per capirci, attraverso un riferimento esterno concreto, in Francia il successo del Front National e sua recente reincarnazione viene anche dal fatto che i suoi riferimenti alla nazione richiamano tutta la retorica nazionale statale o parti consistenti di questa, cosa che li rende immediatamente leggibili. Al volume mediatico che la questione ispano-catalana ha occupato durante l’autunno del 2017 attorno alla celebrazione del referendum dell’1 ottobre non ha fatto seguito nei mesi successivi la dovuta attenzione analitica. Oltre l’inevitabile speculazione politica a uso interno e le necessità impellenti di un giornalismo alla rincorsa della notizia non si è assistito a un dibattito sereno e laico sulla questione[5]. Con il passare del tempo non sono mancati i tentativi di ricostruzione fondati su una maggiore conoscenza di fatti e documenti in questione, questi rappresentano tuttora una porzione molto ridotta di quanto scritto sull’argomento e quasi una piccola nicchia minoritaria[6].

Si è così persa di vista la questione spagnola, che pure è determinante per comprendere quella ispano-catalana: il nazionalismo spagnolo, la riproduzione della nazione spagnola, le tendenze (ri)centralizzatrici amministrative e (ri)nazionalizzatrici spagnoliste. Non si tratta di un caso né di un errore da mettere a carico della mancanza di perizia del giornalismo di consumo, bensì di una tendenza di fondo persistente e caratteristica della nostre società nazionali e relativi milieux intellettuali. Questa ruota attorno ad alcuni assunti consolidati a tal punto da condizionare l’analisi spesso a prescindere dalla realtà fattuale stessa.

In primo luogo, nelle nostre società nazionali «nazionalista» è considerato una specie di insulto o sinonimo di «fascista», un po’ come accade nel dibattito politico ultimamente per il concetto di «populismo». Questa confusione risulta essere d’ostacolo alla socializzazione di un suo più corretto uso.

In secondo luogo, esiste una regola fissa nelle analisi politiche o giornalistiche più in voga secondo la quale i nazionalisti sarebbero solamente gli altri; un altro variabile, dal nemico politico all’alter ego nazionale, dal nemico interno nazionalista sub-statale a qualsiasi tipo di alternativa federalista, autonomista o decentralista allo Stato nazionale unitario di origine giacobina. Tale punto di vista si traduce generalmente nell’idea secondo la quale le espressioni in difesa dello status quo Stato-nazionale sarebbero inerentemente civiche e «non-nazionaliste» e che financo l’esaltazione delle essenze identitarie della propria «patria» (contro o al di sopra delle altre) sarebbe «sano patriottismo» invece che «nazionalismo».

In terzo luogo, nella spiegazione dei fenomeni nazionali si è normalizzata come scientificamente attendibile la descrizione della dicotomia tra «nazione civica» e «nazione culturale». Ben oltre questa differenziazione e al di là della sua effettività interpretativa si è sovrapposto (forse perché già inerente ad essa?) un giudizio valoriale che proietta la prima come «buona» e sana e la seconda come «cattiva» e pericolosa. Secondo copione, i nazionalismi sub-statali sono sistemati (tutti e in tutte le loro espressioni) in questa seconda categoria mentre quelli di stato (tutti e in tutte le loro espressioni eccetto quelle di estrema destra) tra i primi.

Sono infine attivi anche una serie di luoghi comuni che in generale tendono a leggere il persistere dell’identità nazionale e dei nazionalismi come una specie d’infermità degenere, di cui sono in genere affetti gli altri, a turno nemici politici o patri. Un punto di vista specialmente attivo tra coloro che hanno voluto vedere nella mobilitazione dell’identità nazionale nei paesi del blocco sovietico tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo passato solamente un rigurgito anticomunista e non un fattore dotato di una sua specificità, anche laddove (quasi ovunque) erano stati gli stessi regimi federali socialisti a fomentare culture, lingue, identità per un loro libero sviluppo[7]. Al nazionalismo sub-statale e ai processi di secessione si attribuisce in genere la responsabilità della maniera conflittuale in cui si è sgretolata la Jugoslavia, scagionando così dalle loro responsabilità la politica di potenza dei grandi Stati-nazione dell’Europa occidentale. A partire da questa lettura qualsiasi possibile processo di secessione viene etichettato come negativo perché suscettibile di provocare la «balcanizzazione» dei grandi Stati-nazione. Ciononostante, si tratta di punti di vista e letture spesso presenti accanto alla retorica della fine dello Stato-nazione come processo virtuoso sostenuto dal cammino dell’integrazione europea, e questo proprio nel momento in cui tale cammino è in profonda crisi e restrizione non certo a causa dei nazionalismi sub-statali bensì messo in scacco del parallelo processo di ritorno allo Stato-nazione e sbilanciamento verso declinazioni reazionarie o conservatrici dei rispettivi nazionalismi di riferimento[8].

Questi assunti sono stati ampiamente superati o quantomeno messi in crisi dal progresso degli studi nazionali degli ultimi trent’anni. Un progresso che, peraltro, pare non aver scalfito certezze cristallizzate né spinto a urgenti revisioni.

In primo luogo, il nazionalismo non è un’ideologia dato che può essere di destra o di sinistra, laico o confessionale, conservatore o progressista e, nel caso della sua versione sub-statale, autonomista o indipendentista. Oramai nessuna tra le tendenze maggioritarie nello studio della nazione e dei nazionalismi ritiene essere il nazionalismo un’ideologia, bensì un paradigma il cui successo viene precisamente dalla sua capacità di rappresentare comunità e prescindere da questa o quella ideologia. Ad esempio all’interno delle correnti costruttiviste il nazionalismo appare come una narrazione frutto di un processo di selezione che, ciononostante, non sembra essere né esclusiva di pericolosi «separatisti» sub-statali né tantomeno ideologia in senso compiuto[9]. Spurgandolo delle definizioni politiche ad usum possiamo affermare che il nazionalismo è quell’opzione politica o culturale che difende l’esistenza di una comunità nazionale determinata e il suo diritto a livelli maggiori o minori di sovranità.

In secondo luogo, non un’ideologia ma di certo una costruzione ideologica ben lontana da qualsiasi oggettivazione scientifica si è dimostrata essere la dicotomia tra nazione/civica/buona e nazione/culturale/cattiva[10]. In buona sostanza, porzioni di ethnos accompagnano il demos e viceversa nella costruzione del discorso e immaginario di qualsiasi nazione anche quando le rispettive narrazioni vorrebbero proiettare il contrario[11].

In terzo luogo, alcune spinte indipendentiste si potrebbero interpretare proprio come il sintomo del ritorno (o mai avvenuta sparizione) dello Stato-nazione come modello di riferimento e, al tempo stesso, di un suo superamento però mai si presentano come inerentemente regressivi[12].

In quarto luogo, lo Stato-nazionalismo non esaurisce il proprio lavoro né la nazione il proprio cammino con la sola costruzione. La nazionalizzazione delle masse è un processo che ha bisogno di essere continuamente riprodotto e alimentato all’interno di coordinate e narrazioni tanto normalizzate da non apparire nemmeno come nazionalismo agli occhi di coloro che se ne fanno inconsapevoli portatori e (al tempo stesso) consumatori [13].

Tali assunti entrano in gioco nella definizione del punto di osservazione maggioritariamente accettato della questione ispano-catalana e, pertanto, una loro messa in discussione può essere molto utile verso la formazione di un’idea meno manichea di quella in vigore dell’avanzata democrazia civica liberatasi da pulsioni identitarie, estranea all’infermità del nazionalismo, in lotta contro l’attacco di pericolosi nazionalismi etnocentrici che avrebbero come obiettivo la fine dei diritti civili e la «balcanizzazione» del Regno di Spagna. La nomina di autori e la lista di studi che hanno messo in crisi questa costruzione narrativa è lunga e in pieno sviluppo. Ciononostante, questo volume di studi sembra essere passato, in maniera interessata o meno, sostanzialmente inosservato nel mainstream culturale e intellettuale spagnolo e, per inevitabile riflesso, in quello italiano; un gioco speculare foriero di imbarazzanti quanto pericolosi malintesi dato che nel caso spagnolo l’identità stato-nazionale risulta essere contestata non solo sul piano dell’ethnos ma anche su quello del demos, ovvero di un’alternativa di progetto civico di convivenza plurinazionale od opzione di separazione pacifica democratica.

Limitandoci alle proposte di osservazione più recenti dedicate alla divulgazione e messa in pratica dei risultati di studi di caso vorremo quindi segnalare alcune significative applicazioni da cui il lettore potrebbe partire per in seguito sviluppare il proprio percorso di lettura e studio. Pur da discipline distinte oggi disponiamo di studi di divulgazione e riflessione argomentata ad esempio sul «dove», «come», «quando» e soprattutto «cosa» del nazionalismo spagnolo. A partire dal costituzionalismo comparato Jorge Cagiao ha suggerito l’applicazione al caso del nazionalismo del paradigma femminista dei micromachismos coniando la suggestiva definizione di micronacionalismos per catalogare quelle espressioni e posture che, lungi dal considerarsi come nazionalismo, ne sono in effetti delle espressioni normalizzate e quotidiane, pericolose ed effettive proprio perché invisibili e non esplicite[14]. Portatrice e riproduttrice di pratiche micronacionalistas è ad esempio quella porzione di classe intellettuale votata al dibattito pubblico televisivo che si è costruita un certo prestigio nel mainstream spagnolo e di riflesso anche in quello italiano come fustigatrice del nazionalismo sub-statale[15]. Da una parte il peso dell’identità nazionale porta con sé anche quello della nazione tutta e del nazionalismo, dall’altra questo assume le sembianze di un bizzarro prodotto ideologico propagandato come non-nazionalismo che nel linguaggio politico spagnolo è stato normalizzato come «nazionalismo costituzionale» o addirittura «patriottismo costituzionale» fino a perdere progressivamente qualsiasi riferimento esplicito a patria e nazione per trasmutarsi in «costituzionalismo» tout court.

Gli studi specialistici ma anche le opere di più facile lettura e profilo divulgativo sulla questione nazionale spagnola hanno saputo delimitare i contorni di questa manipolazione ideologica smascherando la poca solidità della definizione di «nazionalismo costituzionale» e ridefinizioni cosmetiche posteriori e tuttora in vigore. Questi studi mostrano con chiarezza e sufficiente grado di argomentazione il fondo nazionalista della narrazione sulla (e della) Spagna dal dopo Franco a oggi e ci aiutano anche ad avere un quadro della questione alle porte della cosiddetta crisi catalana di questi anni[16]. Non è fuori luogo affermare, almeno dal punto di vista degli studi su nazione e nazionalismi, che l’evoluzione fino a due lustri fa inaspettata della questione ispano-catalana sia venuta a mettere alla prova precisamente la tenuta della suddetta narrazione Stato-nazionalista, mettendone a nudo manipolazioni, debolezze e finanche regressioni autoritarie di triste memoria[17]. Queste sembrano anche aver mostrato tutti limiti che lo Stato-nazionalismo ha imposto alla scommessa della costruzione di una Spagna plurinazionale e democraticamente avanzata[18].

Parlare di nazione e nazionalismo (così come di patria e patriottismo) è estremamente complesso non solo per la natura tutt’altro che stabile e immutabile delle identità nazionali, ma anche (e soprattutto) perché queste pervadono ogni ambito e momento delle nostre vite di persone nazionalizzate in società nazionali. Questo accade fino all’estremo paradossale della presenza viva e attiva della nazione e del nazionalismo proprio (e a volte soprattutto) tra coloro che da esso si dichiarano liberi ed emancipati.




Note [1] Nel corso dell’articolo cerchiamo di fornire, quando disponibili, materiali di approfondimento in lingua italiana e per brevità espositiva rimandiamo a quanto da noi pubblicato altrove. Il lettore potrà poi risalire da questi a ulteriori approfondimenti in lingua. [2] «Lo spagnolo è una lingua meravigliosa, Carlo I la usava per parlare con Dio. […] Non c’è nessuno a New York che abbia bisogno dell’inglese per alcunché». Tale affermazione viene per bocca di José Antonio Sánchez, Presidente de Rtve (la Radiotelevosione pubblica spagnola), durante la presentazione nel febbraio 2018 di un programma di diffusione del castigliano da trasmettere sul canale Rtve 24h in collaborazione con l’Instituto Cervantes. La segnalazione con relativa osservazione critica in: F. Archiles, Introducción: más allá de una dicotomía, in Archiles, a cura di, No sólo cívica. Nación y nacionalismo cultural español, Tirant Humanidades, València 2018, p. 9. [3] La Tv pubblica regionale catalana (Tv3) dipendente dalla Generalitat de Catalunya, cui si attribuiscono enormi capacità di propaganda, ha solo e nei picchi massimi mensili attorno al 20% di share televisivo in Catalogna. La maggior quota di ascolti è a carico delle televisioni pubbliche e private statali, la cui linea è fortemente anti-indipendentista e i cui livelli di pluralismo informativo al riguardo si sono rivelati essere di molto inferiori agli standard richiesti. [4] Un ritratto impietoso della maggior organizzazione unionista catalana convocante queste manifestazioni in J. Borras, Desmuntant Societat Civil Catalana, Saldonar, Barcelona 2015. [5] Una breve e iniziale rassegna in: P. Rigobon, La stampa e la questione catalana: una guida allà lettura (setembre-dicembre 2017), in J. Conde Cagiao – G. Ferraiuolo – P. Rigobon, a cura di, La nazione catalana. Storia, lingua, politica, costituzione nella prospettiva plurinazionale, Editoriale Scientifica, Napoli 2018, pp. 347-384. Con maggior o minor accuratezza abbiamo dato il nostro contributo all’epoca dei fatti attraverso una serie di articoli pubblicati su «Q Code Magazine» e «Reset»: E adesso, mambo o sardana? (11 settembre 2017); La fine dell’oasi catalana (26 settembre 2017): Il giorno in cui non sarebbe successo nulla (4 ottobre 2017); Il Limbo del dopo referendum (10 ottobre 2017); Un treno merci lanciato contro un furgone (23 ottobre 2017); Catalogna. Time out o game over? Dall’Ottobre catalano al dicembre spagnolo (19 dicembre 2017); Il voto dei catalani: restaurazione democratica e diritto all’autodeterminazione (23 dicembre 2017), raccolti in https://www.qcodemag.it/archivio/category/blog/quaderni-catalani/, e Cosa accade in Catalogna? Il sintomo di un problema spagnolo ed europeo, «Reset», 30 ottobre 2017, disponibile in https://www.reset.it/reset-doc/cosa-accade-in-catalogna. [6] E.M. Brandolini, Piolín imbavagliato. Cronaca dell’autunno catalano, EDIESSE, Roma 2018; R. Casentini – G. Castagno – M. Laurenzano – G. Ponzio, a cura di, Lettere della Catalogna, Redstar Press, Roma 2018; M. Santopadre, La sfida catalana. Cronaca di una rivoluzione incompiuta, Pgreco, Milano 2018. Da una prospettiva analitica più interna agli studi di tipo specialistico sono usciti in italiano alcune interessanti pubblicazioni: J. Cagiao Conde – G. Ferraiolo – P. Rigobon, a cura di, La nazione catalana, cit.; P. Lo Cascio, Le commemorazioni del 1714 e del 1914 nella narrativa politica e istituzionale catalana, «Spagna Contemporanea», n. 50, 2016, pp. 123-142; X.M. Núñez Seixas, Il conflitto fra la Catalogna e lo Stato spagnolo. Alcune chiavi interpretative, in A. Geniola – I.D. Mortellaro, D. Petrosino, a cura di, Stati, regioni e nazioni nell’Unione Europea, Editoriale Scientifica, Napoli 2018, pp. 151-174. Per coloro che invece volessero conoscere in maniera diretta le posizioni della sinistra indipendentista di liberazione catalana e del sovranismo democratico: Aa.vv., Catalogna indipendente. Le ragioni di una battaglia, Manifestolibri, Roma 2017; T. Forcades – D. Velasco, Nazione e compassione. Esiste un nazionalismo buono?, Castelvecchi, Roma 2017. Per quanto concerne invece i precedenti storici più immediati e le questioni storiografiche di fondo suggeriamo: A. Geniola, Il catalanismo e la Catalogna nella Spagna contemporanea. Un dialogo con Borja de Riquer, in «Nazioni e Regioni», 8, 2016, pp. 89-107; A. Geniola, Questioni della nazionalizzazione spagnola di fine Novecento. Il caso catalano tra partecipazione, evoluzione e conflitto, in J. Cagiao Conde – G. Ferraiolo – P. Rigobon, a cura di, La nazione catalana, cit.; C. Molinero – P. Ysas, Il problema catalano, il problema spagnolo. Dal franchismo alla democrazia, «Spagna Contemporanea», 50, 2016, pp. 39-67. [7] Ad esempio lo stesso Hobsbawm, che aveva annunciato il sopraggiungere imminente della fine della nazione ne annunciava attorno agli eventi segnalati un lungo «rinascere». Così nel capitolo aggiunto alla riedizione del 2002 del suo famoso e pluricitato libro su nazioni e nazionalismi del 1990: E. Hobsbawm, Nazioni e nazionalismi dal 1780, Einaudi, Torino 2002, pp. 193-228. [8] Al riguardo sembrano essere paradigmatici i casi della Lega in Italia, passata dal federalismo padano alla difesa xenofoba della patria italiana, e l’emergere di partiti di difesa della nazione in Francia o Spagna. [9] B. Anderson, Comunità immaginate, Manifestolibri, Roma 2000; H.K. Bhabha, a cura di, Nazione e narrazione, Meltemi, Roma 1997; C. Calhoun, Nationalism, Open University Press, University of Minnesota Press 1997. [10] F. Archiles, Introducción, cit.; X.M. Núñez Seixas, Una reflexión transnacional sobre la historiografía de las naciones y los nacionalismos en Europa (siglos XIX-XX), in X.M. Núñez Seixas, Patriotas transnacionales. Ensayos sobre nacionalismos y transferencias culturales en la Europa del siglo XX, Cátedra, Madrid 2019, pp. 17-36. Un saggio di sintesi in: F: Zantedeschi, Nazioni e nazionalismo in Europa, in Passato e Presente, 70 (2007), pp. 95-111. Una proposta critica in: F. Archiles, Linguaggi di nazione. Le “esperienze di nazione” e i processi di nazionalizzazione: proposte per un dibattito, «Nazioni e Regioni», 9, 2017, pp. 71-87. [11] A. Geniola, Un’inaspettata persistenza, tra «ethnos» e «demos». Alcune riflessioni su nazione e nazionalismo oltre la siepe del superamento storico, in A. Campo – S. De Luca – F. Tuccari, a cura di, Nazione e nazionalismi. Teorie, interpretazioni, sfide attuali. Vol. 2, Historica, Roma 2018, pp. 249-263. [12] X.M. Núñez Seixas, Il ritorno dello stato-nazione? Spinte indipendentiste nell’Europa occidentale all’inizio del XXI secolo, «Passato e Presente», n. 105, 2018, pp. 5-18; P. Perri, Modernità e autodeterminazione nazionale. Proposte interpretative per una storia del nazionalismo periferico in Europa occidentale, «Nazioni e Regioni», n. 11, 2018, pp. 27-45. [13] In questa direzione andrebbe a nostro parere la proposta critica di Michael Billig: A. Geniola, Quotidianità nazionale e normalizzazione della nazione. Per un’introduzione al «nazionalismo banale», in M. Billing, Nazionalismo banale, Rubbettino, Soveria Mannelli 2018, pp. VII-XVII. [14] J. Cagiao, Micronacionalismos. ¿No seremos todos nacionalistas?, Catarata, Madrid 2018. [15] Un ritratto di questa classe intellettuale in: I. Sanchez-Cuenca, La desfachatez intelectual. Escritores e intelectuales ante la política, Catarata, Madrid 2016. [16] X.M. Núñez Seixas, Patriotas y demócratas. El discurso nacionalista español después de Franco, Libros de la Cataráta, Madrid 2010; C. Taibo, El Nacionalismo español. Esencias, memoria e instituciones, Los Libros de la Catarata, Madrid 2007; C. Taibo, Sobre el nacionalismo español, Los Libros de la Catarata, Madrid 2014. Abbiamo tentato un approfondimento documentale a partire da questa linea interpretativa in A. Geniola, La «patria» assediata. Lo Stato-nazionalismo tra proiezione internazionale e difesa della nazione. Il caso spagnolo (1982-2000), A. Geniola – I.D. Mortellaro, D. Petrosino, a cura di, Stati, regioni e nazioni nell’Unione Europea, cit., pp. 175-245. [17] I. Sanchez-Cuenca, La confusión nacional. La democracia española ante la crisis catalana, Catarata, Madrid 2018. [18] G. Archiles, El discreto encanto del centralismo o los lìmites de la diversidad en la España contemporánea, in F. Archiles, a cura di, No sólo cívica, cit., pp. 25-62.

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