La Modern Monetary Theory

Intervista a Marco Veronese Passarella


Nanni Balestrini, La tempesta perfetta, tecnica mista su tela, 2015


Con l’articolo Economia della dismisura di Christian Marazzi, abbiamo avviato il percorso che abbiamo definito «Governo della crisi» (https://www.machina-deriveapprodi.com/post/pensare-il-transito). La seguente intervista, proseguendo nel solco tracciato dal testo di presentazione della rubrica, analizza gli strumenti messi in campo dalle istituzioni finanziarie e tratteggia le caratteristiche del nuovo corso che si sta imponendo, spiegando, in particolare, i capisaldi della Modern Monetary Theory, dottrina economica salita alla ribalta negli ultimi mesi. Marco Veronese Passarella è docente di macroeconomia presso la Leeds University e autore di articoli su riviste scientifiche internazionali, tra le quali il «Cambridge Journal of Economics», il «Journal of Economic Behavior & Organization» e il «Journal of Policy Modelling».



La crisi sanitaria ed economica che stiamo vivendo ha determinato la revisione del paradigma neoliberista che ha guidato le politiche fiscali e monetarie negli ultimi decenni. L’iniezione di liquidità senza precedenti promossa dalle banche centrali coniugata con i provvedimenti presi dai governi nei mesi di pandemia, segnalano un cambiamento nella strategia complessiva di governo della crisi. Inoltre, sono gli stessi organi che in questi anni hanno dettato e imposto l’austerity e il contenimento del debito pubblico, oggi richiedono uno scarto: pensiamo, ad esempio, alle dichiarazioni di Kristina Georgieva, direttrice del Fondo Monetario Internazionale, che ha invocato «una nuova Bretton Woods». Pensi che si possa definitivamente affermare che siamo davanti alla fine dell’egemonia neoliberale?


L’irruzione di nuove idee nei periodi di crisi, anche di quelle ritenute eretiche fino a quel momento, è un fatto ricorrente. Con una semplice ricerca su Google Trend ci si può rendere conto del fatto che alcuni autori – penso a Keynes, a Minsky, persino a Marx – tornano sempre di moda quando tutto va storto. Non è soltanto il pensiero economico a evolversi sulla scia dei fatti economici, ma la società stessa, le classi dominanti e i loro rappresentanti politici, chiedono idee nuove nelle fasi di crisi. C’è dunque un doppio canale attraverso cui la realtà impatta sul mondo delle idee. Durerà questa cosa? In passato non è durata molto. Oggi però sembra che si sia incrinato qualcosa nella narrazione dominante, sia nel modo in cui il mondo viene descritto nei media e nei dibattiti pubblici sia negli strumenti teorici che vengono messi in campo per analizzare i fenomeni economici. Naturalmente il fatto che il paradigma neoliberista sia in crisi e che non possa tornare ai suoi vecchi splendori non significa che possa essere messo definitivamente in soffitta. Apro una parentesi: io penso, appunto, che sia più corretto definirlo paradigma «neoliberista» piuttosto che «neoliberale». Gli anglosassoni non hanno un termine per distinguere un approccio di libero scambio in economia dal pensiero liberale nel suo insieme, cosa che crea confusione. Inoltre credo che il prefisso «neo» sia importante perché lo distingue dal liberismo classico inteso come apologia delle forze spontanee del libero mercato, mentre il neoliberismo si configura piuttosto come un attacco politico al mondo del lavoro e allo stato sociale, ma non allo Stato inteso come difensore degli interessi delle grandi imprese e dei gruppi bancari. Inoltre, l’incrinatura del paradigma neoliberista non implica naturalmente la fuoriuscita dal capitalismo né l’avvento di nuove forme di regolazione, come ad esempio la socialdemocrazia. Queste, per essere applicate, hanno bisogno di una serie di condizioni in termini di rapporti di forza tra classi sociali a livello globale e di vincoli alla circolazione di capitali e merci. Non vedo dunque alternative imminenti. Sul piano teorico, questa crisi si tradurrà in un maggiore eclettismo degli economisti, configurando una convivenza di approcci teorici e metodologici differenti alla macroeconomia e all’economia monetaria. Emergerà un pragmatismo travestito da pluralismo più che una pluralità di approcci in competizione. Semplicemente, si consentirà a metodi e teorie elaborate da scuole di pensiero diverse da quella dominante di affacciarsi timidamente nel dibattito, mentre alcuni temi saranno ripresi e riassorbiti dal paradigma dominante. A livello politico-istituzionale è facile immaginare che vi sarà un approccio molto pragmatico alle emergenze e alla crisi, sulla scia del «whatever it takes» di Draghi: si farà cioè ricorso a strumenti non convenzionali anche quando il loro utilizzo non sia giustificato sulla base della dottrina economica dominante. Dunque, ci aspetta una fase di pragmatismo, solo in apparenza pluralista, votato a tenere a galla il sistema senza cambiarne la natura profonda.


Quali sono gli elementi di discontinuità in termini di politica economica e politiche monetarie rispetto alla fase precedente? Quali le continuità?


Per quanto riguarda l’area euro, la grande novità è la sospensione dei criteri di stabilità previsti dal Trattato di Maastricht e dal Piano di Stabilità e Crescita. Naturalmente, questo non significa che nel resto del mondo la discontinuità sia così evidente. Sono anni che nel dibattito pubblico e nella letteratura scientifica si parla di un utilizzo della politica fiscale non limitato agli stabilizzatori automatici (come i sussidi di disoccupazione) e ad altri provvedimenti anticiclici non discrezionali. In particolare, viene ormai ammesso che la politica fiscale serva a «reflazionare» l’economia, ossia a favorire la ripresa dopo la crisi e aiutare le banche centrali a raggiungere i propri obiettivi inflazionistici (a seguito di una lunga fase di deflazione). Sul piano della politica monetaria, infatti, è stata esaurita quasi ogni cartuccia e oltretutto con effetti molto modesti. Le politiche quantitative sono state utili a frenare la caduta del valore delle attività finanziarie, generando effetti di rivalutazione ed effetti ricchezza per alcuni gruppi sociali, però l’impatto sulla creazione di reddito è stato molto basso. Dunque una novità evidente è che si torna a parlare di politica fiscale. Ma c’è da fare qualche importante precisazione. Anzitutto, le politiche monetarie non convenzionali sono state adottate da quasi tutte le banche centrali, mentre le politiche fiscali, perlomeno nel mondo occidentale e in particolare nell’area euro, stentano a prendere forma. In secondo luogo, gli osservatori fanno bene a sottolineare che le politiche monetarie non convenzionali sono in contrasto con i modelli economici dominanti , al punto che Ben Bernanke, già governatore della Fed e uno dei «nuovi keynesiani» più in vista, interrogato sull’efficacia delle politiche quantitative ha risposto che il problema del «Quantitative Easing» (Qe) è che funziona in pratica, ma non in teoria. Del resto, anche Gregory Mankiw, uno dei macroeconomisti più influenti a livello mondiale, ha chiarito che nel modello DSGE standard le politiche di Qe non possono sortire alcun effetto. Tuttavia queste politiche, anche nella versione più sinistrorsa, come quella proposta da Corbyn in Gran Bretagna, sono solo l’altra faccia della «helicopter money» promossa da Milton Friedman, che suggeriva di inondare le città di banconote, lasciandole cadere da un elicottero per creare potere d’acquisto nel brevissimo periodo (ma solo inflazione nel lungo periodo). Insomma, nulla di davvero radicale. C’è un terzo tema: nell’area euro il dibattito sulle forme di finanziamento e copertura degli interventi di emergenza mostra come ci sia una chiara volontà di limitare il ruolo di prestatore di ultima istanza (che la Bce ha assunto con la gestione Draghi prima, il nuovo corso Lagarde poi), sostituendo l’intervento diretto della banca centrale con il Recovery Fund o il Fondo europeo di stabilità. Questo prova che siamo lontani anni luce dall’idea di normalizzare il coordinamento tra banca centrale e Tesoro, come accadeva negli anni ’70, per il sostegno delle politiche fiscali. Quando l’emergenza sarà finita, è anzi assai probabile che verrà richiesto il rispetto dei criteri fiscali solennemente sanciti dai trattati europei.


Il Recovery Fund è il risultato della mediazione tra la spinta di quelli che sono stati definiti «paesi del Sud Europa» verso un bilancio comune e il freno posto dai «paesi del Nord». Pensi che sia uno strumento che possa essere utilizzato per rilanciare le prospettive di rilancio di accumulazione all’interno della UE oppure, più semplicemente, è un compromesso necessario a evitare lo scontro tra le diverse fazioni?


Il Recovery Fund sicuramente è un passo avanti rispetto al MES, ma resta il frutto del pasticcio istituzionale creato con l’istituzione dell’Unione Europea e dell’area euro in particolare. Un provvedimento di quel tipo, frutto della mediazione tra interessi diversi, poteva aver senso se i fondi fossero arrivati subito. Invece, nel pieno di una crisi pandemica, tardano a essere erogati. Sarebbe stato molto meglio optare per forme di coordinamento degli interventi fiscali nazionali con la copertura della Bce. Dunque, a che serve il Recovery Fund? A voler essere ottimisti, è un passo nella direzione degli eurobond. Però, la mediazione tra interessi divergenti fa sì che la sua messa in funzione sia lenta e farraginosa, mentre la realtà corre veloce. Intendiamoci: sono convinto dell’intenzione di Angela Merkel di contribuire al progetto di integrazione economica europea e di passare alla storia come uno dei leader che lo ha rilanciato. Tuttavia, bisogna considerare che ogni partito alla guida di un paese del Nord Europa ha sempre alla propria destra dei concorrenti che possono utilizzare a proprio favore le concessioni ai paesi del Sud, per decenni descritti come mafiosi, spendaccioni, sperperatori. Ovviamente, i dati sulla gestione della pandemia smentiscono questi stereotipi (la Grecia ha fatto molto bene nella prima fase e la stessa Italia non fa peggio di paesi ritenuti assai più virtuosi). Però quegli stereotipi sono potentissimi sul piano politico. Quindi dubito che i paesi del Nord riusciranno a mantenere una linea morbida anche a emergenza conclusa. D’altra parte, abbiamo firmato dei trattati che prevedono il rientro dal debito pubblico e che ci vincolano sul disavanzo. Dubito che ci concederanno di continuare a sforare più criteri. Il Recovery Fund potrebbe non bastare a evitare che il paese si trovi in futuro in difficoltà finanziaria, anche perchè una buona parte dei miliardi disponibili sarà erogato sotto forma di prestiti da ripagare in futuro. Per concludere, possiamo certamente vedere nel Recovery Fund delle luci, ma le ombre sono almeno altrettanto evidenti.


Negli ultimi mesi la Modern Monetary Theory è salita alla ribalta, ricevendo consenso da ampie schiere di politici ed economisti e imponendosi, nel dibattito pubblico, come teoria capace di dare una risposta risolutiva ai problemi posti dalla crisi economica. Ti chiediamo se puoi ricostruire una breve genealogia della Mmt, spiegandone i capisaldi e mettendo in luce i legami con altre teorie economiche del passato.


Una premessa doverosa. Io non sono un economista di scuola Mmt ma un macroeconomista di formazione marxista che non disdegna di utilizzare strumenti e metodi provenienti da altri filoni di pensiero e che per questo ricerca un dialogo aperto anche con le scuole di pensiero post-keynesiane, inclusa la Mmt. Il mio è un rapporto di stima per molti dei suoi promotori e anche di critica su alcuni aspetti. Per quanto riguarda le radici della teoria, i suoi autori principali si rifanno anzitutto al cosiddetto «cartalismo» di Knapp, cioè all’idea che la moneta sia una creatura statale e che la sovranità monetaria sia una componente fondamentale della sovranità statuale. L’altra radice teorica è la finanza funzionale di Abba Lerner e Hyman Minsky, secondo cui il governo deve porsi degli obiettivi reali, per esempio di piena occupazione e crescita quando esercita la propria attività di spesa invece che concentrarsi soltanto sulla stabilità delle finanze pubbliche. Infine, sono influenzati dall’approccio dei «bilanci settoriali» sviluppato da Wynne Godley, padre dei modelli «flow consistent», che ha sottolineato come un’economia ci debba essere logicamente un bilanciamento tra i macrosettori privato, pubblico ed estero. Questo significa che ogni cambiamento in uno dei macrobilanci deve essere compensato da una variazione di segno inverso nei bilanci degli altri macrogruppi. È inoltre evidente il legame con la «scuola di Cambridge» e con la «teoria del circuito monetario». Quest’ultima spiega come la moneta-credito sia creata, circoli e infine venga distrutta in un’economia capitalistica di mercato, mentre la Mmt è la controparte in termini di circolazione della moneta statale, la cosiddetta «fiat money». Provo a riassumere in breve le idee chiave. Innanzitutto la Mmt spiega che la presenza di disoccupazione non è dovuta a frizioni nel mercato del lavoro. Viene anzi negato che un mercato del lavoro esista, perché la curva di offerta di lavoro è considerata indipendente dal salario, sicchè è la domanda di prodotti a determinare la domanda di lavoratori, non viceversa. La disoccupazione prova dunque che le risorse del sistema sono sotto-utilizzate. In questo caso lo Stato deve intervenire con politiche di spesa pubblica per garantire l’assorbimento della forza-lavoro non occupata. Nel farlo, non è vincolato dalla disponibilità di risorse finanziarie e di moneta, perché queste sono sempre garantite dalla banca centrale che agisce di concerto al Tesoro. Secondo la Mmt, c’è un limite alla spesa? Sì. L’inflazione è un segnale dell’eccesso di domanda di prodotti (e di lavoratori). Quando questa si manifesta, la politica fiscale deve ridurre o stabilizzare la politica espansiva. La deflazione, invece, è dovuta a una spesa insufficiente. In questo caso gli autori propongono di utilizzare lo Stato come occupatore di ultima istanza ̶ programma che definiscono «job guarantee». Lo Stato dovrebbe offrire, a chiunque sia disponibile, un lavoro a un salario minimo uniforme fissato dal governo. Il livello del salario minimo deve essere sufficientemente basso da non spiazzare le imprese private, ma sufficientemente alto da garantire che chi lavora possa vivere dignitosamente. Lo stock di lavoratori si aggiusterebbe in base al ciclo economico, muovendosi come un diaframma (o una fisarmonica) che si espande in periodi di scarso assorbimento del settore privato e si contrae quando il settore privato è in espansione. Un’altra importante indicazione della Mmt è che lo Stato può sempre onorare i debiti contratti nella propria valuta, se quest’ultima non è agganciata all’oro (o ad altre merci) e se si permettono aggiustamenti del tasso di cambio in base alle sollecitazioni del mercato ̶ dunque se non si introduce un cambio fisso. In questo senso, lo Stato non può mai fallire. Su questa base, alcuni autori Mmt sostengono che il disavanzo di conto corrente della bilancia dei pagamenti non costituisca un problema in regime di cambi flessibili. Due sono gli aspetti controversi. Anzitutto, l’ipotesi implicita di consolidamento tra banca centrale e Tesoro, cioè l’idea che agiscano sempre in modo coordinato. L’ipotesi non è impossibile in teoria, ma non sempre si dà nella realtà. Il secondo punto molto controverso, portato avanti più da alcuni sostenitori della Mmt che dagli esponenti principali, è l’irrilevanza del vincolo esterno. In realtà, tolti gli Stati Uniti che godono dell’«esorbitante privilegio» di emettere la valuta chiave del sistema di pagamenti internazionali, gli altri Stati non possono permettersi disavanzi prolungati nella bilancia dei pagamenti. Come suggerisce l’approccio dei bilanci settoriali, siccome il settore privato tende a un saldo nullo nel medio periodo, un disavanzo permanente verso l’estero viene sempre bilanciato da un disavanzo pubblico. La situazione che si determina è chiaramente non sostenibile. Il paese in questione dovrebbe presto rinunciare alle politiche espansive e allineare la propria crescita a quella degli altri paesi. Non è un caso che la Germania, al di là della retorica, non sia mai stata una «locomotiva», ma piuttosto un vagone piombato del continente europeo. Un paese che necessita di una crescita stabile, ma non eccessiva, per non mettere a rischio il proprio modello di sviluppo. Molti ecologisti non colgono questo aspetto. Per sfortuna o per fortuna, nessun paese persegue oggi la massimizzazione del Pil. Un conto sono la retorica e la comunicazione politica, altro la realtà. Per ritornare agli aspetti controversi della MMT, anche l’idea dello Stato occupatore di ultima istanza non è sempre ben accettata. Vi sono almeno tre ragioni. Primo, come suggerisce Malcom Sawyer, fissare il salario minimo a un livello sufficientemente elevato può produrre spinte inflazionistiche. D’altra parte, scegliere un livello molto basso rischia di scatenare un effetto di trascinamento verso il basso di tutti i salari. In questo caso, il sistema raggiunge un livello di pieno impiego, ma caratterizzato da bassi salari. C’è poi una terza critica da sinistra. A me non piace l’idea che lo Stato abbia una funzione ancillare rispetto al settore privato, ossia che rinunci a orientare la produzione. Preferirei che si parlasse dello Stato come «occupatore di prima istanza», ossia come soggetto capace di perseguire i propri obiettivi, creando un’occupazione di qualità con un salario adeguato.


Pensi che l’attuale agire dei governi e delle istituzioni finanziarie sia realmente influenzato dalla teoria di Wray, Kelton, Mosler e soci?


Io credo che in questa fase le istituzioni mondiali siano alla ricerca di idee e di strumenti nuovi per affrontare la crisi. Wray, Kelton, Mitchell e Mosler sono stati bravi a sfruttare questa domanda a loro favore, proponendo qualcosa di alternativo che suoni sufficientemente radicale da interessare la sinistra dei democratici americani, ma che, allo stesso tempo, non puzzi di socialismo a tal punto da far insospettire le imprese. Dopo anni in cui si è accusato lo Stato ̶ inteso come intervento pubblico ̶ di ogni nefandezza, ci si è resi conto che in realtà i problemi arrivano dal mercato e dal perseguimento dei profitti di breve periodo, dunque che lo Stato è necessario per uno svolgimento ordinato dell’attività economica in un sistema capitalistico. La Mmt offre una proposta alternativa, che non prefigura una fuoriuscita dal capitalismo, ma un diverso modo di regolarlo. Inoltre, i suoi promotori hanno avuto l’intuizione di rivolgersi alle istituzioni aggirando il dibattito accademico. Hanno capito che è con la struttura che determina l’accademia, non il contrario. Naturalmente non c’è da farsi troppe illusioni. Nonostante siano diventati influenti all’interno degli ambienti americani democratici, e quindi anche all’interno della finanza, il cambiamento radicale arriverà solo se demandato con forza dalla società.


Il Presidente della Fed, Jerome Powell, a fine agosto ha annunciato che accetterà che il superamento del target del tasso d’inflazione, fissato al 2%, segno che il rischio deflazione nell’economia reale e l’aumentare del debito pubblico preoccupano notevolmente. Per molti commentatori si è trattato della «fine di un’era». A cosa è dovuto questo cambiamento nella politica monetaria? Come stanno rispondendo le principali banche centrali mondiali a questo forte attivismo della Fed? Credi che il dominio del dollaro stia iniziando a incrinarsi?


Ci sono due interpretazioni per leggere il cambio di rotta delle Fed. Da una parte c’è chi lo interpreta come completa dismissione dell’obiettivo inflazionistico. Ma va ricordato che la Fed, rispetto alla Bce, ha sempre avuto attenzione all’economia reale, dovendo perseguire un doppio mandato. Dall’altra parte, c’è chi pensa che, siccome la Fed guarderà al livello dell’inflazione e non alla sua variazione, in futuro la sua azione sarà anche più conservatrice. Io credo che negli Usa il pragmatismo prevalga sempre sulla dottrina. Avevano bisogno di strumenti e di spazi di libertà che prima non erano necessari. D’altra parte il problema odierno è la deflazione, non l’inflazione. Probabilmente non è un caso che negli ultimi anni ci sia stata la nomina di due donne «progressiste» al vertice delle più importanti banche centrali mondiali. La Nuova Macroeconomia Classica suggerisce, infatti, di scegliere un banchiere centrale conservatore per contrastare l’inflazione. Questo rassicurebbe i mercati sulla mancanza di concessioni alle ragioni sociali. Dato che oggi il pericolo si chiama deflazione, la nomina di una presidente donna e progressista sarebbe interpretata dai mercati come il segnale di un cambio di priorità. Naturalmente si tratta di un modo di pensare distante anni luce dal mio, ma questa è la teoria che ha fornito le basi per il modello tuttora dominante in macroeconomia. D’altra parte, se è vero che in Europa è sempre prevalsa una certa rigidità dottrinale, solitamente questa è solo la sovrastruttura ideologica degli interessi dei capitali del Nord Europa. Da questo deriva la maggiore reticenza a cambiare formalmente gli obiettivi della Bce, sebbene questi siano già cambiati nella sostanza. È infatti evidente che la BCE di Lagarde stia cercando di ridare fiato all’economia, più che riportare l’inflazione corrente in linea con l’obiettivo del 2%. Prima o poi, però, dovrà rientrare nei paletti fissati dai trattati. C’è insomma una differenza profonda, anche se non immediatamente percepibile, tra le due banche centrali, dovuta ai diversi modelli di crescita che le due aree perseguono. Gli Stati Uniti hanno un modello di crescita basato sulla domanda interna. Sono «esportatori» di domanda di merci e di valuta. L’area euro, invece, rimane ancorata ad un modello di crescita trainata dalle esportazioni. La Germania ha bisogno di mercati di sbocco, ossia di espandere la propria area di influenza. Lo ha fatto militarmente in due occasioni – e non è un caso che la maggior parte dell’industria tedesca sia frutto della riconversione di settori bellici, a loro volta riconversione di industrie esportatrici – oggi lo fa sul piano commerciale. È un modello che tutti i paesi dell’Area euro hanno introiettato. La Francia ha una forte vocazione esportatrice, sebbene perennemente frustrata. E anche l’Italia persegue lo stesso modello di sviluppo, anche se è un paese dipendente dall’importazione di materie prime. Quindi i due differenti statuti di breve periodo delle banche centrali sono il riflesso di due diversi modelli di crescita. Come reagiranno le altre banche centrali all’attivismo della Fed? È molto difficile rispondere. Sicuramente la Fed rimane il riferimento nel mondo. Una forte politica espansiva non basta a generare il declino del dollaro. La crisi in corso può accelerare la crescita dell’influenza cinese. Il renmimbi può assumere il ruolo di secondo incomodo nei prossimi decenni, cosa che non è mai riuscita all’Euro. C’è un’inconciliabilità di fondo tra la prospettiva dell’Euro di diventare una valuta di riferimento internazionale e il modello di crescita «export-led» perseguito dalla Germania. Lo spiega bene la Mmt. Per fornire moneta ai mercati internazionali, le importazioni di merci e servizi devono essere tendenzialmente maggiori delle esportazioni. La Cina, per contro, persegue oggi una crescita al traino della domanda interna coerente con l’obiettivo di rendere il renmimbi valuta di riferimento dell’area del Pacifico, con la prospettiva di diventare una valuta chiave internazionale, specie se gli Usa dovessero uscire indeboliti da questa fase. Trump è stata anche, e soprattutto, la risposta americana all’aggressività commerciale europea, alla crescita cinese e alla messa in discussione della egemonia statunitense. Ma sono scenari futuri. Per il momento, la Fed e il dollaro sono al sicuro.

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