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Politiche energetiche e filiere produttive


PNRR
Immagine: Allan Sekula, Fish Story, 1995. Courtesy Estate of Allan Sekula

Pubblichiamo la seconda parte dello studio sul PNRR condotto da Emiliano Gentili, Stefano Macera e Federico Giusti. Dopo aver analizzato il contesto economico italiano e la strategia perseguita dall’Unione Europea nella programmazione del Piano, nel nuovo articolo, gli autori analizzano l’idea di politica energetica dell’Ue e dell’Italia ed esaminano alcuni investimenti previsti dal PNRR particolarmente significativi per lo sviluppo dell’economia italiana, con particolare riferimento alla filiera dei semiconduttori e dell’idrogeno.


***


I. Articolazione del Piano e REPowerEU


Missioni, componenti e investimenti

Il Pnrr si articola attorno ad alcuni percorsi di sviluppo settoriali denominati «Missioni». In un certo senso potremmo farli corrispondere ai Programs europei (v. Parte I, Par. II, La strategia della Commissione Europea), solo che le Missioni sono declinate su scala nazionale. Ogni Missione è a sua volta suddivisa in Componenti, per cui ad esempio la Missione 1, Digitalizzazione, innovazione, competitività, cultura e turismo, è composta da: Digitalizzazione, innovazione e sicurezza nella PA; Digitalizzazione, innovazione e competitività nel sistema produttivo; Turismo e cultura 4.0. A voler essere precisi, poi, le Componenti sono a loro volta ripartite in «sotto-componenti». I fondi vengono assegnati «a pacchetti», denominati «Investimenti»[1], che costituiscono una sorta di suddivisione ulteriore di queste sotto-componenti. Ad esempio, la citata Componente 1 della Missione 1 riporta tre sotto-componenti (Digitalizzazione PA; Innovazione PA; Innovazione organizzativa del sistema giudiziario), all’interno delle quali trovano posto ben sette Investimenti differenti (quali «Digitalizzazione delle grandi amministrazioni centrali» o «Processo di acquisto ICT»).


Il REpowerEU

Dopo la crisi delle relazioni fra Russia e UE e l’embargo al gas e al petrolio russo, la Commissione Europea ha presentato un piano integrativo dei Pnrr, denominato REPowerEU[2], con l’obiettivo di «ridurre rapidamente la dipendenza dai combustibili fossili russi e accelerare la transizione verde»[3]. Come? Gestendo le relazioni commerciali per l’acquisto di gas come UE, in quanto singoli Stati membri, trovando nuovi partner commerciali e siglando accordi, adottando norme comunitarie per lo stoccaggio di gas, investendo sulle infrastrutture per la produzione di idrogeno e promuovendo una sorta di joint venture con le imprese[4] per la produzione di energia solare. Inoltre, si prevedono il sostegno a politiche di riduzione dei consumi e il potenziamento delle filiere del gas, del biometano e dell’idrogeno rinnovabile, nonché di quelle relative «alle materie prime e alle tecnologie critiche connesse alla transizione verde»[5].

L’obiettivo dell’indipendenza dalle importazioni energetiche estere corrisponde agli interessi dei capitalisti nostrani, ma il fatto che venga presentato come scelta green, sostenibile, non può non far sorgere dei dubbi. Le strategie messe in campo dai paesi europei, infatti, lasciano perplessi per almeno due motivi. In primis, se è vero che i consumi legati alle nuove tecnologie sono in costante aumento e che anche lo sviluppo e la produzione di quelle deputate a contenerli comporti un aumento delle emissioni di CO2, dov’è la garanzia che il processo di transizione verso la green economy non risulti altamente dannoso per l’ambiente e, quindi, l’essere umano?

gli investimenti necessari per transitare verso un sistema rinnovabile al 100% richiedono comunque enormi consumi di energia; essedo attualmente questa energia per l’80% di tipo fossile, la transizione implica un eccesso di emissioni di CO2 che deve assolutamente essere compensato con riduzioni di produzione. Questo è in palese contrasto con un modello di sviluppo fondato sull’accumulazione continua e sulla necessità di crescita illimitata come quello capitalistico[6].

E soprattutto, in secundis, una volta completata la transizione verso questo fantomatico «capitalismo verde», chi ci assicura che i fattori produttivi non vengano spremuti per ottenere il massimo profitto possibile causando comunque dei gravi danni ambientali?

come mostrato in alcuni autorevoli studi (vedi Morley et al. 2018, Røpke 2012, Andrae 2019), per contenere la crescita complessiva della richiesta energetica connessa alle nuove infrastrutture digitali, che ci si attende essere imponente negli anni a venire, è necessario limitare la crescita del traffico di dati, almeno tenendolo al passo dell’efficientamento; un equilibrio che fino a oggi non c’è stato. Basti pensare che dal 2002 al 2016 il traffico complessivo di dati al secondo è passato da 100 GB a 26.600 GB (vedi Morley et al. 2018)![7]


«REpowerITA»

Dal dicembre 2022[8] è stato concesso agli Stati membri di introdurre nuovi capitoli REPowerEU all’interno dei propri Pnrr, ma del resto la stessa normativa comunitaria prevedeva fin dall’inizio la possibilità per ogni singolo paese di aggiornare Piano e obiettivi[9]. I paesi che avranno i maggiori incrementi dei finanziamenti Pnrr sono Germania, Francia, Italia, Spagna, Polonia e Romania; staccati, seguono Ungheria, Portogallo e Repubblica Ceca[10].

Il Governo italiano (per tramite di Raffaele Fitto) ha presentato la propria proposta di modifica lo scorso 7 agosto, nell’ultimo mese disponibile, e la Commissione ha espresso valutazione positiva l'8 dicembre 2023. Oggetto delle modifiche negoziate con la Commissione sono alcune integrazioni al vecchio Piano, consistenti in nuovi finanziamenti, riforme e, soprattutto, una nuova Missione denominata proprio «REPowerEU». Complessivamente il nostro paese riceverà «2,76 miliardi di euro di sovvenzioni non rimborsabili (la quota maggiore, 13,8 per cento del totale, al pari della Polonia)»[11], quando invece la proposta di agosto era di ben 19,2 miliardi.

Fra i principali aspetti del REpowerEU italiano troviamo i crediti d’imposta per le imprese innovative sul piano dell’efficientamento energetico (6,3 miliardi), cui fa da contrappeso la riduzione dei budget per la tutela del territorio e delle risorse idriche (– 5,19 miliardi). Il proliferare degli incentivi alle imprese in luogo degli investimenti statali diretti servirà anche o soprattutto ad accorciare i tempi e accelerare i processi, per quanto probabilmente al prezzo di una minore omogeneità di intervento e di maggiori sprechi di risorse (sceglieranno le imprese il tipo di intervento da effettuare, anziché lo Stato). Uno degli obiettivi della rinegoziazione del Pnrr, del resto, è proprio quello di ottenere un Piano aggiornato che sia applicabile nei tempi, oltre che coerente nella strategia complessiva[12].

Al di là della questione delle tempistiche si potrebbe discutere sul rimescolamento di risorse, spostate da una Missione all’altra; ad esempio, sulla scelta di tagliare gli investimenti nella rete logistica ferroviaria (– 1,98), avvenuta a fronte di un rafforzamento del programma di digitalizzazione industriale (+ 1,09), oppure su molte altre. In fondo, però, gli aspetti più preoccupanti per i lavoratori riguardano il sociale, come l’emorragia di risorse dall’inclusione sociale e territoriale (Missione 5, Componenti 2 e 3) per quasi 4 miliardi (rispettivamente, – 2,85 e – 1,10). In questo senso la revisione del Piano non lascia adito a dubbi, in quanto la Missione 7 («REpowerEU») rappresenta di per sé un coacervo di risorse da impiegare direttamente per il potenziamento energetico del sistema economico produttivo e pertanto è chiaro che il nuovo Pnrr sia più sbilanciato verso le imprese che il sociale: se è vero che all’Italia sono stati concessi 2,76 miliardi in più, la Missione 7 ne vale da sola ben 11,18.



II. La filiera dei semiconduttori

Iniziamo ora a esaminare alcuni fra gli investimenti Pnrr, relativi a quei settori che a nostro parere rivestono una maggiore importanza strategica per lo sviluppo dell’economia italiana e che meglio chiariscono il ruolo del nostro paese nell’ambito del comparto economico europeo (detto «Factory Europe»). Partiremo quindi dalla filiera dei semiconduttori, assolutamente fondamentale per lo sviluppo economico europeo, e proseguiremo con la filiera dell’idrogeno, che nell’ambito del settore energetico rappresenta la sezione più sperimentale e innovativa. A questo punto analizzeremo le componenti relative alla digitalizzazione industriale e allo sviluppo della rete logistica (produzione e circolazione delle merci). Queste ultime aiutano a descrivere i cambiamenti che potranno avvenire nell’impiego della forza-lavoro, soprattutto riguardo le dinamiche di aumento della produttività. Nel contesto attuale tali dinamiche portano i lavoratori a subire una certa intensificazione del lavoro (aumento dei ritmi) e il conseguente deterioramento della salute (fisica e psicologica), oltre che un aumento del controllo in azienda.

Il (nascente) comparto industriale italiano per i semiconduttori è investito dalla Missione 1, Componente 2, Investimento 2 del nostro Pnrr. Tramite il finanziamento statale del 40% degli investimenti nel settore si mira a sviluppare una certa quota di produzione di semiconduttori (principalmente «wafer» in silicio) che, dopo la trasformazione in chip, possano servire come semi-lavorati per le principali industrie europee.

L’industria globale dei semiconduttori gioca un ruolo cruciale in tutte le filiere industriali avanzate, tra cui l’elettronica, l’automotive, l’aerospazio, la difesa, la robotica, la meccanica strumentale e le applicazioni industriali [nonché, a nostro parere, sull’intero settore economico in generale, per via delle applicazioni nel campo della connettività, dal cloud ai 5 e 6G]. Nel 2022, l’industria dei semiconduttori ha fatturato circa 600 miliardi di dollari [440 miliardi di € nel 2020, secondo il Pnrr tedesco]. Il tasso medio di crescita del fatturato degli ultimi 20 anni è stato pari al 7% e si prevede che continuerà̀ almeno a questi ritmi, raggiungendo un valore superiore a 1 trilione di dollari nel 2030[13].

I semiconduttori sono materiali la cui conduttività elettrica può essere modificata sulla base degli interessi dell’industria umana; possono anche essere costituiti da composti di materiali diversi o da strati di materiali differenti. I chip sono dispositivi elettronici creati su un supporto di materiale semiconduttore (circuiti elettrici «stampati», «fissati» sul metallo semiconduttore)[14]. Il semi-conduttore ha l’importante particolarità di consentire la realizzazione dei componenti base dei chip, in virtù del proprio livello di conducibilità e resistività elettriche. Il materiale più utilizzato è il silicio, che riesce a consentire «l’integrazione di decine di miliardi di componenti base (per es. transistor, diodi, resistenze e condensatori) su un singolo chip»[15]. Siccome l’industria si sta oggi avvicinando ai limiti fisici di questo materiale, si cerca di manipolarlo in maniera sempre più sofisticata[16].

La storia di queste tecnologie passa interamente dal settore militare. Tutto inizia prima della fine della Seconda Guerra Mondiale, con i sistemi di calcolo finalizzati a colpire gli obiettivi degli aerei da guerra statunitensi (seppur con molta approssimazione). Dagli anni ’60, invece, i chip erano ormai utilizzati in ogni sistema d'arma dell'esercito Usa. Una spinta propulsiva modernizzatrice fu data dai computer che guidarono l'astronave Apollo e il missile Minuteman[17] e, poi, l'avventura sulla Luna, mentre soltanto in seguito queste tecnologie sarebbero state impiegate per un uso civile di massa (la stessa Silicon Valley, per anni, è stata legata principalmente ai processi militari). È possibile che anche le guerre ora in corso daranno il via a nuove produzioni legate all’intelligenza artificiale.

La filiera dei semiconduttori è l’insieme di quei processi ideativi, produttivi, logistici e di marketing che, partendo dall’estrazione delle materie prime, servono a creare il prodotto e farlo arrivare al cliente finale: in una sola espressione, il processo di trasformazione delle materie prime necessarie in merce. All’interno di questo percorso vi sono attività imprenditoriali di vario tipo. Alcune di esse consentono larghi profitti (un «ritorno» degli investimenti effettuati molto più grande), mentre altre molto meno. Queste differenti tipologie di attività imprenditoriali sono associabili a vere e proprie fasi del processo di trasformazione: delle «tappe» lungo un percorso obbligato. Il controllo di quelle più remunerative è ciò che serve per battere la concorrenza e a nostro parere è, allo stesso tempo, la chiave di lettura principale per comprendere la competizione fra Stati diversi: la cosiddetta geopolitica.

Tralasciando di scorporare la logistica, che accompagna quasi tutto il processo di trasformazione del prodotto, possiamo suddividere la filiera dei semiconduttori in: fasi produttive (fabbricazione, test e assemblaggio), che rappresentano il 40% circa del fatturato complessivo mondiale; estrazione delle materie prime, per l’11% del fatturato; fasi ideative (progettazione e design), 32%; attività economiche deputate alla fornitura dei macchinari industriali necessari, 17%[18]. Le fasi produttive sembrerebbero essere quelle più remunerative, ma non bisogna lasciarsi trarre in inganno: rendono molto di più le fasi ideative, solo che la massa degli investimenti è minore. Non è dunque un caso se quasi il 50% dei ricavi di queste fasi sia statunitense e solo 5% rimanga in mano cinese (all’Europa tocca il 10%). Inoltre, «La leadership dominante delle imprese americane nella fase della progettazione e design consente loro di esercitare un controllo sulla proprietà intellettuale e, quindi, su tutta l’industria perché le aziende specializzate nella fase di fabbricazione di chip devono sottoscrivere accordi/licenze per il loro utilizzo»[19], [20].

Il fatturato della produzione, invece, è più equamente distribuito fra paesi occidentali e nuove potenze asiatiche. Ciò in virtù di parecchi fattori, tra i quali il rilevante peso del fatturato complessivo e degli ingenti investimenti necessari per far progredire l’industria e realizzare ulteriori aumenti dei profitti. Ciononostante, le fasi di test dei semilavorati e assemblaggio delle componenti, che sono a bassissimo valore aggiunto, però, vedono un ruolo relativamente maggiore di paesi come la Malesia (pur se, di nuovo, in un contesto in cui la distribuzione del fatturato è abbastanza uniforme). Siccome il valore aggiunto è scarso non conviene investire per innovare e digitalizzare i processi industriali: meglio mantenere un processo produttivo «labour intensive», ossia con una grossa componente di lavoro operaio manuale, e racimolare quel che si può. Ciò comporta che la localizzazione geografica di queste fasi sia in Stati come la Malesia, le Filippine e il Vietnam, dove il costo della forza-lavoro è nettamente inferiore.

In ultimo vogliamo segnalare che Corea del sud e Taiwan detengono il 50% del mercato della produzione di semiconduttori all’avanguardia[21] (2019), a testimonianza di come ciò che abbiamo scritto finora sia una rappresentazione esemplificativa, dovuta a necessità di sintesi, più che una descrizione puntuale del fenomeno economico in esame.

Il fatto che le fasi a minor valor aggiunto registrino una spartizione «più democratica» dei proventi è indicativo anzitutto di una cosa: la tendenza a ricostituire in patria, o nella propria zona di influenza economica, l’intera filiera. Questo è l’insegnamento politico che la classe dirigente, i capitalisti, ha tratto dalla crisi del Covid-19 (che ha comportato gravi interruzioni delle catene di approvvigionamento di semiconduttori) e dalle recenti tensioni geopolitiche. In aggiunta, il settore dei chip è troppo nuovo e tecnologicamente avanzato affinché si possano già essere sviluppate una gestione delle forniture e una stima del fabbisogno industriale precise e puntuali e ciò indica ancor più chiaramente la necessità di sostenere processi di «industrializzazione di ritorno», cioè appunto di re-internalizzazione in patria di fasi produttive che un tempo si sarebbe preferito delocalizzare[22]. Per fare un esempio, il tempo medio di fornitura di semiconduttori all’industria automobilistica europea è di ben 26 settimane, con picchi superiori alle 50! Completamente inaccettabile per un comparto che per aumentare il fatturato punta tutto sull’aumento dei ritmi lavorativi. Non è un caso, come dice Andrea Pannone, che durante la pandemia la sofferenza del settore automobilistico si sia verificata «in particolare a causa dei “colli di bottiglia” nella produzione dei chip. (…) I microchip, infatti, sono componenti essenziali per le auto, in quanto servono per comandare tutti i sistemi elettronici dei veicoli, dai tergicristalli alle tecnologie ADAS per la sicurezza attiva e passiva»[23].

Senza soffermarci ancora su dettagli di questo tipo, passiamo a vedere il ruolo dell’Europa nell’ambito della filiera globale:

la capacità produttiva europea è passata dal 20% del totale nel 2000 al 10% nel 2020. La situazione è ancora peggiore per quanto riguarda la produzione di chip di avanguardia, infatti si è passati da una quota del 19% nel 2000 ad una quota quasi nulla nel 2020. Questa tendenza negativa è stata favorita in parte dal declino di Nokia, Ericsson e Siemens che hanno perso le loro posizioni dominanti nella produzione di cellulari. Le imprese europee produttrici di chip europei si sono quindi adattate al mercato di riferimento, concentrando la produzione sul settore [dell’]automotive e sul settore industriale[24]

(i settori appena citati non stimolano adeguatamente l’innovazione e la produzione tecnologicamente avanzata, dal momento che non ne hanno uno specifico bisogno).

Questo è ciò che avviene quando non si mette in campo una chiara strategia, preferendo delegare al mercato la funzione di regolare i percorsi e definire gli obiettivi industriali. Del resto, sarebbe proprio l’assenza di aiuti di Stato a far sì che «una fabbrica di semiconduttori in Europa costi il 33% in più di una fabbrica in Corea del Sud, 43% in più che in Taiwan e 63% in più che in Cina»[25]. Una chiara indicazione di quali potrebbero essere i futuri orientamenti della spesa pubblica in UE, che determineranno senz’altro un nuovo e più marcato calo della spesa in salari, stato sociale e servizi.

Un destino difficile, quello della popolazione lavoratrice europea, ridotta a sperare che il proprio sacrificio nei confronti dell’impresa sia sufficiente a garantire il successo dei piani economici dell’UE e, con ciò, il mantenimento di un tenore di vita estremamente più elevato rispetto ai lavoratori di altre parti del mondo (eccettuati gli altri paesi occidentali, per così dire). Il ruolo infame della destra nazionalista è proprio questo: garantire che il processo si svolga come programmato e che i lavoratori accettino il sacrificio. Servi e aguzzini allo stesso tempo, come da tradizione.

Il drenaggio di liquidità nei confronti della manifattura dei semiconduttori è un fenomeno globale: per prendere degli esempi recenti, gli USA hanno investito 52 miliardi di dollari per rinforzare la produzione di semiconduttori, mentre la Cina ne ha stanziati quasi 180 tramite il China Integrated Circuit Investment Industry Fund, con l’obiettivo di specializzarsi nella produzione di chip avanzati e di intaccare il monopolio americano delle fasi di progettazione e ideazione. La Commissione Europea «prevede che entro il 2030 il livello complessivo di investimenti potenzialmente attivabili nell’industria europea dei semiconduttori, anche con il supporto di risorse private, sarà pari a circa 43 miliardi di euro»[26], ma sono già molti i programmi di investimento e sviluppo posti in essere[27].

Coerentemente con le iniziative comunitarie, i singoli paesi europei partecipano con propri programmi specifici coordinati fra Stato e imprese: la Spagna ha lanciato il Proyectos estratégicos para la recuperación y transformación económica (uno strumento introdotto dal Pnrr spagnolo), che prevede 12,5 miliardi per semiconduttori e microelettronica; la Francia scende in campo con il programma Électronique 2030 (nell’ambito dell’Ipcei-Me/Ct), per 5 miliardi; la Germania ha mobilitato quasi 13 miliardi, fra il Programma quadro per la microelettronica (2021-2024), l’Ipcei-Me/Ct (di cui ha assunto la guida) e il Pnrr. Il tentativo comune è quello di rafforzare la produzione di semiconduttori e chip, più che di scalzare gli Stati Uniti dalle posizioni raggiunte nelle fasi di progettazione e design[28]: questo denota limiti e difficoltà del comparto industriale europeo.

La ricerca è un settore molto importante anche nelle fasi produttive, visti i potenziali sviluppi tecnologici (riduzione delle dimensioni dei wafer di semiconduttori e dei chip, al fine di aumentarne la potenza elettronica e ridurre l’impiego delle materie prime necessarie), e l’UE sta compiendo degli sforzi in questa direzione. Il processo di ricerca complessivo, però, rimane saldamente ancorato in altre parti del globo.

Insomma, se l’Europa è dipendente dagli USA per la progettazione e dall’Asia per la fabbricazione, il tentativo attuale sembra essere quello di acquisire maggiore indipendenza dall’Asia: il resto è al di fuori delle possibilità dei capitalisti nostrani. Si consideri, ad esempio, che mentre in Asia e USA si arriva a chip della dimensione di 2 nanometri (forse anche meno), in UE non esistono fonderie che vadano al di sotto dei 22 (sotto i 10 si può parlare di un livello avanzato). Inoltre, l’UE dipende dall’Asia anche per la fornitura di alcuni tipi di semiconduttori, come quelli al carburo di silicio o al nitruro di gallio.

L’Italia possiede un proprio comparto industriale di microelettronica, per quanto debole, focalizzato nella produzione di semiconduttori e di macchinari per i processi produttivi e i test dei prodotti. L’azienda più importante è la STMicroelectronics (italo-francese), avente un fatturato annuale di 16,1 miliardi di dollari (quasi il doppio del costo totale del Reddito di Cittadinanza nel 2023). Esistono poi aziende di importanza strategica ma di dimensioni relativamente ridotte, che devono a volte difendersi da tentativi di acquisto esteri (negli ultimi anni lo Stato italiano ha bloccato per decreto proposte di acquisto cinesi e olandesi dell’azienda Lpe[29]). Infine, segnaliamo una debole presenza di aziende multinazionali o a controllo estero e un certo recente sviluppo delle fasi di progettazione (ovviamente ancora del tutto insufficiente per sostenere la concorrenza), avvenuto sulla scorta di collaborazioni fra aziende, Università, amministrazione statale e aziende.

La caratteristica di queste ultime è che, pur essendo collocate nelle fasi produttive, impiegano un numero molto basso di lavoratori dipendenti (eccettuata la STMicroelectronics, che in Italia ne ha circa 12.000). Tuttavia, l’importanza che hanno per il lavoro non è assolutamente trascurabile: oltre al settore automobilistico, infatti, la microelettronica italiana serve quello dell’automazione industriale, cioè della digitalizzazione dei processi produttivi tramite infrastrutture digitali (ad esempio il cloud o sistemi di controllo da remoto) e robot industriali (macchinari di nuova generazione). Tale fenomeno non è marginale come in passato e diventa sempre più rilevante:

Secondo i dati pubblicati da SIRI e Fondazione UCIMU (2023), il mercato italiano della robotica nel 2022 continua a registrare una crescita della domanda che è passata da 11.672 macchine richieste nel 2021 a 12.432 (+6.5%). (…) In generale, i robot installati hanno sempre come primo settore di sbocco l’automotive. A livello internazionale, il Rapporto World Robotics del 2021 prodotto dalla International Federation of Robotics (IFR) stimava dal 2022 al 2024 una crescita media annua della produzione di nuovi robot pari a circa il 6% (…). L’Asia è il più grande mercato al mondo per i robot industriali. Il 71% di tutti i robot di nuova implementazione nel 2020 è stato installato in Asia. La Cina, il più grande utilizzatore della regione, ha avuto una crescita del 20% con 168.400 unità spedite[30].

La digitalizzazione dei processi comporta nettamente l’aumento dei ritmi lavorativi e la saturazione dei tempi morti durante il turno di lavoro, al fine di aumentare produttività e rendimento. In un’espressione: meno tempo per compiere le operazioni di lavoro[31]. Come è possibile? Tramite un agire integrato di sistemi di monitoraggio e misurazione del processo lavorativo, di indicatori di performance, di metodologie per la riduzione delle tempistiche, degli errori e delle inefficienze, e così via. Che si tratti di un’azione da compiere in linea di montaggio, della consegna al cliente o dello stoccaggio in magazzino di un pacco, della lavorazione di una pratica al computer, in ufficio, o della preparazione di un panino al negozio di fast food, le nuove tecnologie permettono di eliminare ogni azione – finanche ogni singolo movimento – non necessaria, così da ridurre le tempistiche e il costo del singolo prodotto. Tali azioni vengono chiamate Not Value Added Actions («azioni che non producono valore aggiunto») e il livello di dettaglio cui giungono gli imprenditori per risparmiare è impressionante: nella manifattura si è da tempo arrivati a un’unità di misura di 0,036/0,030 secondi (Time Measurement Unit). Anche se ora non possiamo addentrarci nel discorso, l’importanza delle nuove tecnologie digitali nel lavoro è evidente: vengono prodotte nuove problematiche, trasversali alla forza-lavoro delle categorie più disparate.

Ma la microelettronica è sindacalmente importante anche per un altro motivo: crea indirettamente moltissimi posti di lavoro, con remunerazioni salariali inferiori. Secondo un report di Intel Corporation, nel 2019 negli USA l’azienda ha creato tredici posti di lavoro per ogni proprio dipendente, su un totale di quasi 52.000 lavoratori.

La re-internalizzazione in patria dell’intera filiera dei semiconduttori, infine, per quanto resti ancora un obiettivo lontano delle varie borghesie nazionali, facilita la possibilità che scioperi trasversali alle differenti categorie lavorative causino un’interruzione complessiva di una filiera o parte di essa e, quindi, che non si limitino solo al singolo stabilimento. Potenzialmente, almeno sulla carta, ciò potrebbe consentire di spezzare (o quantomeno indebolire) la capacità di difesa dei capitalisti, che in questi casi reagiscono spostando le produzioni o lo stoccaggio di merce in siti dove lo sciopero non attecchisce, oppure assumendo lavoratori sostitutivi con contratti precari, ecc. La presenza di più fasi della filiera sul patrio territorio, inoltre, può essere la condizione per una parziale uniformazione delle condizioni lavorative, non foss’altro che per il fatto di essere definite nell’ambito di una stessa legislazione nazionale sul lavoro.

Tornando all’Italia, ma rimanendo in tema dell’americana Intel, segnaliamo che nel piano di investimenti da 80 miliardi da realizzare in Europa le fasi di progettazione e design vengono implementate in Francia, la produzione di avanguardia viene collocata in Germania (Magdeburgo), mentre il resto è lasciato a Italia, Spagna, Irlanda e Polonia.

Dovrebbe essere ormai chiaro, dunque, qual è il ruolo (subordinato) dell’Europa nella filiera dei semiconduttori e quale quello (ancor più marginale) dell’Italia all’interno della strategia comunitaria. Bisogna stare in guardia dai toni trionfalistici del Pnrr: non si tratta tanto della «sfida dell’innovazione e della modernizzazione»[32] quanto, piuttosto, del tentativo di non rimanere tagliati fuori da un più generale processo di ristrutturazione economica, che nel mercato dei semiconduttori trova un nodo fondamentale e imprescindibile per qualsiasi economia del XXI secolo. I progetti italiani di finanziamento del settore, del resto, non prevedono investimenti ingenti (tranne che per il Fondo per la Microelettronica, dotato di quasi 4 miliardi)[33].

Concludiamo con alcuni dati esemplificativi: in Italia, nel 2022, il giro d’affari per le vendite di semiconduttori è stato pari a 1,6 miliardi (3,3% del mercato europeo, che arriva oltre i 54)[34]. Ciononostante, l’Italia è ancora il terzo produttore europeo di componentistica elettronica. Probabilmente questo indica un basso grado di specializzazione e una scarsa efficienza degli investimenti nel settore.



Note

[1] Agli Investimenti spesso vengono affiancate le riforme settoriali, trattate nella I parte di questo articolo.

[2] 18 maggio 2022.

[4] Commissione Europea, REPowerEU: New industrial Alliance to boost the EU's solar power and energy security. Comunicato stampa, 09 dicembre 2022.

[5] Commissione Europea, Comunicazione della Commissione 2023/C 80/01.

[6] A. Pannone, Che cos’è la guerra? La logica dei conflitti capitalistici tra XX e XXI secolo, DeriveApprodi, Bologna 2023,

[7] Ivi, p. 69.

[8] Commissione Europea, Commission welcomes political agreement on REPowerEU under the Recovery and Resilience Facility. Comunicato stampa, 14 dicembre 2022.

[9] Regolamento (Ue) 2021/241 art. 14, c. 2. Si vedano anche le Linee Guida 2023/C 80/01, Parte I, Cap. IV, p. 13.

[10] 2023/C 80/01, Tab. 1, p. 7.

[11] V Commissione Camera dei deputati, Politica economica e finanza pubblica. Il PNRR italiano. Un quadro di sintesi.

[12] La Commissione ha accettato di concedere all’Italia quindici mesi in più (fino a marzo 2025) rispetto al termine precedentemente previsto, pari a trenta giorni (sessanta in sanità), per azzerare i ritardi nei pagamenti.

[13] M. R. Pierleoni, L’industria globale dei semiconduttori e il ruolo dell’Italia, MEF, Dipartimento del Tesoro 2023, p. 1.

[14] Regolamento (Ue) 2023/1781, art. 2, nn. 2 e 3.

[15] M. R. Pierleoni, op. cit., p. 6.

[16] Esistono vari tipi di silicio impoverito. Il più performante di questi è il Fully Depleted Silicon On Insulators (FDSOI), su cui la Germania sta lavorando per una migliore integrazione industriale (azienda Globalfoundries, Dresda).

[17] Entrato a far parte delle forze armate statunitensi nel ’62, il Minuteman I (per distinguerlo dalle versioni successive) è un missile balistico intercontinentale in grado di trasportare testate nucleari. Il computer di bordo costa centinaia di migliaia di $, mentre complessivamente il missile arriva a diversi milioni.

[18] L. Alessandrini, L’industria dei semiconduttori, LUISS 2022, p. 18. Fonte dei dati: rielaborazione su dati CSET (Khan, Mann, & Peterson, 2021), ulteriormente rielaborata dagli scriventi.

[19] M. R. Pierleoni, op. cit., p. 9.

[20] La dipendenza dalle case madri e dai principali produttori americani nasce quando questi iniziano a puntare tutto sull’implementazione dei processi di memoria informatica, per dotare i pc di spazio sufficiente a contenere programmi avanzati e in continua evoluzione (da qui la necessità di costruire un chip standard da accoppiare a un chip di memoria potente e adottabile per diverse tipologie di software).

[21] Wafer<300 mm.

[22] Sempre più diffusamente le aziende importanti stanno cercando di passare a un modello di business basato allo stesso tempo sulla progettazione e la produzione di chip e semiconduttori, quando prima erano maggiormente focalizzate sulla sola progettazione (negli USA il 65% del fatturato ricavato dalla vendita di chip viene da aziende che fanno solo progettazione, il 51% da aziende che oramai fanno entrambe le cose, il 25% da quelle che fanno produzione o test/assemblaggio/imballaggio). Non solo: grandi aziende di altri settori, dall’elettronica di consumo all’automotive, stanno sviluppando in massa una produzione interna di manufatti microelettronici (Amazon, Facebook, Huawei, Apple).

[23] A. Pannone, op. cit., DeriveApprodi, Bologna 2023, p. 78.

[24] L. Alessandrini, op. cit., p. 48.

[25] Ibidem.

[26] M. R. Pierleoni, op. cit., p. 26.

[27] Elenco dei principali programmi d’investimento europei: Programma ECSEL - Electronics Components and Systems for European Leadership (05/2014) e Key Digital Technologies Joint Undertaking (11/2021); IPCEI microelettronica I (2018-2024) e II (2023-2032); Alliance on Processors and Semiconductor Technologies (07/2021); Regolamento (Ue) 2023/1781.

[28] Tra l’altro, anziché aiutare le imprese con finanziamenti a pioggia e sgravi fiscali gli Usa finanziano il Darpa (Defense Advanced Research Projects Agency), l'unità del Pentagono per le nuove tecnologie. Questo indica un livello di organizzazione e pianificazione che i paesi europei non possono che osservare da lontano.

[29] M. R. Pierleoni, op. cit., p. 38.

[30] Ivi, p. 47.

[31] E meno lavoratori per compiere il lavoro assegnato: solo un anno fa Meta aveva licenziato oltre 20.000 lavoratori/trici, mentre recentemente la europea Sap ha annunciato 8 mila esuberi. In Germania la Confindustria prevede tagli superiori alle 300.000 unità nel settore metalmeccanico.

[33] Elenco dei principali programmi d’investimento italiani: Fondo per la microelettronica (2023-2030), istituito dal D.L. 17/2022, art. 23, e L. 136/2023; Fondazione Centro italiano per il design dei circuiti integrati a semiconduttore, avente l’obiettivo di promuovere la progettazione e lo sviluppo dei chip, istituito dalla LdB 2023; Pnrr e Ipcei-Me I e II.

[34] World Semiconductor Trade Statistics, 2022.


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Emiliano Gentili è docente alle scuole medie. Ricercatore politico-sociale (e attivista), esperto di musica e disabilità. I suoi studi attuali si concentrano principalmente attorno al tema dell’evoluzione contemporanea dell’organizzazione del lavoro, nel tentativo di individuare problematiche trasversali ai diversi settori lavorativi.


Federico Giusti è operaio e delegato sindacale della cub. Collabora a varie riviste e blog su tematiche sociali, del lavoro e di carattere internazionale. Corrispondente di RadioGrad.


Stefano Macera svolge la professione di guida turistica. Collabora con varie riviste, applicandosi a 2 campi di ricerca. In ambito socio-politico, si occupa delle nuove forme assunte dal conflitto capitale-lavoro. In ambito socio-culturale, si interessa alle produzioni artistiche e cinematografiche estranee alle logiche di mercato.


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