La guerra in Ucraina, l’Occidente e noi



In questo articolo Maurizio Lazzarato propone una riflessione sulle cause che hanno provocato l’attuale Guerra in Ucraina, partendo da un’analisi delle più importanti rivoluzioni del XX secolo, durante le quali si sono riconfigurati i rapporti di forza tra Occidente e Oriente, tra Nord e Sud del Mondo. Secondo Lazzarato proprio la mancata analisi di quelle rivoluzioni ha fatto si che, dopo il crollo del Muro di Berlino, non siano stati sufficientemente compresi i nuovi assetti strategici e, di conseguenza, che non si sia intravisto il pericolo di nuove inevitabili guerre, come quella scoppiata proprio in Ucraina.



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“La catastrofe è la condizione di vita e il modo normale di esistenza

del capitale nella sua fase finale”.

Rosa Luxemburg (1913)



Le parole d‘ordine «No alla guerra», «Pace», «né con Putin, né con Biden» sembrano deboli e impotenti se non trovano la loro forza in un «contro Putin e contro Biden». L'opposizione alla guerra deve fondarsi su una feroce lotta contro le diverse forme di capitalismo e sovranità in lizza tra loro, tutte capaci di dominio, sfruttamento e guerra.

L’appello dei partiti socialisti alla conferenza internazionale di Zimmerwald del 1915 ci ricorda una verità molto semplice, sebbene attivamente dimenticata. La guerra «nasce dalla volontà delle classi capitaliste di ogni nazione di vivere dello sfruttamento del lavoro umano e delle ricchezze naturali dell’Universo» – per cui il nemico principale è, o è anche, nel nostro stesso paese.

Siamo sorpresi, siamo disorientati, come se questa guerra fosse una novità arrivata come un fulmine nel cielo sereno della pace. Eppure, da quando il Dipartimento di Stato nel 1989 ha annunciato la fine della storia, la pace e la prosperità sotto la benevolenza dello Zio Sam, il Pentagono e l’esercito degli Stati Uniti si sono impegnati in una serie impressionante di «missioni umanitarie per la fratellanza tra i popoli»:

Panama 1989

Iraq 1991

Kuwait 1991

Somalia 1993

Bosnia 1994-1995

Sudan 1998

Afghanistan 1999

Yemen 2002

Iraq 1991-2003

Iraq 2003-2015

Afghanistan 2001-2015/2021

Pakistan 2007-2015

Somalia 2007/8, 2011

Yemen 2009-2011

Libia 2011, 2015

Siria 2014-2015


Senza competere con un tale palmares, dopo che la Cecenia e la sua guerra di sterminio passò (con la complicità dell’Occidente) attraverso il filtro del terrorismo come principale nemico dell’umanità, è la Russia che ha preso il sopravvento per annientare ogni traccia della primavera siriana e salvare il regime di Assad, mentre persegue «operazioni militari speciali» nella sua area di influenza (Georgia, Moldova, Ucraina, ecc.).

Ma le guerre tra potenze non esistono senza il proseguimento delle guerre di classe, delle guerre razziali e delle guerre contro le donne che ogni Stato conduce per proprio conto.

Il fatto è che i movimenti politici contemporanei si sono completamente separati dalla tradizione che poneva al centro del dibattito e dell’azione politica le questioni della guerra e della rivoluzione. Tanto che ci si può chiedere se la più grande vittoria della controrivoluzione non sia stata quella di farci credere che queste questioni fossero da mettere in soffitta per sempre, mentre fin tanto che regneranno capitalismo e Stato saranno sempre d’attualità.

Come siamo arrivati a questo?

Per capire la guerra in corso, bisogna risalire alla caduta del muro di Berlino e spiegare i cambiamenti strategici che, all’epoca, non sono stati realmente compresi, per mancanza di un’analisi delle rivoluzioni del XX secolo.

Gli occidentali rappresentano il più grande pericolo per la pace nel mondo perché sono ben consapevoli del doppio declino che li minaccia: quello dell’Europa, a partire dalla prima guerra mondiale e quello degli USA, a partire dalla fine degli anni Sessanta. Essi producono incessantemente disordine politico ed economico, diffondono il caos e la guerra perché, inoltre, si sono pesantemente ingannati sulla nuova fase politica aperta dal crollo dell'Unione Sovietica.

Gli occidentali (e soprattutto i governi americani con tutto l’establishment industriale, finanziario, la burocrazia armata del pentagono ecc., da distinguere dal popolo americano diviso da una latente guerra civile in corso!) erano convinti di aver trionfato, mentre avevano perso, anche se in modo diverso dai sovietici. Questo è un punto molto importante che spiega tutte le scelte catastrofiche che hanno compiuto in trent'anni, compresa quella dell'allargamento della Nato verso la Russia, all'origine della guerra in Ucraina, che non sarà certo l'ultima.

Scriveva in questi giorni Alberto Negri: «Eppure gli Usa erano stati avvertiti da George Kennan, artefice della politica di contenimento dell'Unione Sovietica nel 1997: “L'allargamento della Nato è il più grave errore della politica americana dalla fine della guerra fredda […] questa decisione spingerà la politica estera russa in direzione contraria a quella che vogliamo”».

Per capire perché gli americani continuano a fare scelte catastrofiche, portandoci dritti al disastro, dobbiamo tornare al XX secolo, perché esso non è stato né «breve» (Hobsbawn) né «lungo» (Arrighi) ma il secolo delle rivoluzioni e delle controrivoluzioni, le più importanti delle quali, quelle che hanno configurato la nostra attualità, sono avvenute nel sud del mondo.

Per gli occidentali, l'economia di mercato e la democrazia avevano vinto la battaglia di «civiltà» del XX secolo. Non restava che capitalizzare la vittoria imponendo il «neoliberismo» e i diritti umani in tutto il mondo. In realtà, il XX secolo è stato il secolo della «rivolta contro l'Occidente», il secolo delle guerre contro il suo imperialismo, il secolo delle guerre civili mondiali (e non solo europee) che sono continuate dopo la seconda guerra mondiale. Ed è da qui che bisogna partire per capire qualcosa della situazione contemporanea.

Gli occidentali concentrati sullo scontro Est/Ovest non hanno compreso che le guerre anticoloniali, in meno di un secolo, stavano rovesciando gli equilibri di potere tra Nord e Sud. I «popoli oppressi» avevano attaccato la divisione economica e politica tra centro e periferia che dal 1492 governava il funzionamento del capitalismo. Il potere europeo si basava sulla separazione del proletariato mondiale, tra i lavoratori che fornivano lavoro astratto al nord e i proletari, i contadini, le donne, gli schiavizzati, i servi ecc. che garantivano un lavoro svalorizzato, gratuito o mal pagato al sud e un lavoro domestico gratuito sia al nord che al sud.

Il grande merito della rivoluzione bolscevica è stato di aprire la strada alla rivoluzione dei «popoli oppressi», che cambierà radicalmente i rapporti di forza sul «mercato mondiale». E tuttavia gli Stati Uniti avevano condotto un'aspra guerra politica ed economica contro il sud (all’epoca «Terzo Mondo») dopo la seconda guerra mondiale. Sono effettivamente riusciti a sconfiggere la rivoluzione mondiale, ma questa ha sedimentato dei cambiamenti così radicali nell'organizzazione del mercato mondiale e nelle società liberate dall'imperialismo, che le rivoluzioni anticoloniali, pur avendo abbandonato il progetto comunista o socialista, sono all'origine della distribuzione contemporanea del potere politico e dello spostamento dei centri del capitalismo dal nord al sud e all’est del mondo.

La grande novità non è da ricercare nella rivoluzione digitale, nel capitalismo cognitivo, nella biopolitica, nella bioeconomia ecc. (tutti questi concetti riflettono un ristretto punto di vista eurocentrico) ma in questo cambiamento dei rapporti tra forze economiche e politiche su scala mondiale. La riconfigurazione del capitalismo non ha avuto luogo principalmente al Nord, ma nel Sud del mondo, come ora appare sempre più evidente.

Per Giovanni Arrighi, il cuore dell'antagonismo della seconda metà del Novecento «non è altro che la lotta di potere durante la quale il governo americano cercò di contenere, con l'uso della forza, il doppio fronte della sfida che rappresentavano il comunismo e il nazionalismo nel Terzo Mondo».

Solo tra gli operaisti ad aver compreso le rivoluzioni del Novecento, Arrighi dimostra che la controrivoluzione monetaria, iniziata con la dichiarazione dell'inconvertibilità del dollaro (1971), costituisce una risposta diretta alla più importante guerra anticoloniale dopo la seconda guerra mondiale, quella che ha dato l'indicazione della mobilitazione generale contro l’imperialismo a tutti i paesi del sud. «Dobbiamo fare come Dien Ben Phu», proclamava Fanon dall’Algeria ancora sotto l'occupazione francese.

Mentre i marxisti europei collegavano la riorganizzazione capitalista esclusivamente alle lotte capitale-lavoro e alla concorrenza tra i capitalisti, Arrighi afferma che le politiche americane a cavallo degli anni Sessanta e Settanta miravano «a strappare ai vincoli monetari la lotta per il dominio che gli USA conducevano nel terzo mondo».

I costi (esterni e interni) della guerra guidata dagli americani contro i Viet Cong «non solo hanno contribuito alla riduzione dei profitti, ma sono stati la causa fondamentale del crollo del sistema dei cambi fissi stabilito a Bretton Woods, e la conseguente forte svalutazione del dollaro USA».

La colonia è «moderna» quanto la fabbrica di Manchester, fa parte della catena del valore come Detroit o Torino e si rivelerà il luogo più favorevole alla soggettivazione rivoluzionaria, mettendo così in crisi il centro a partire dalle periferie.

«Come per la liquidazione della parità oro/dollaro, furono le guerre e le rivoluzioni nel sud, e non la concorrenza tra i capitalisti delle tre grandi economie mondiali, a essere il motore principale della controrivoluzione monetarista del 1979-1982».

Lo stimolo più forte per liberare la moneta dai vincoli economici (l’oro) non viene dalla «crisi di profittabilità», ma dalla crisi di «egemonia statunitense nel Terzo Mondo». Le differenze tra nord e sud alla fine dell'Ottocento e alla fine del Novecento «sono più importanti di quelle dei rapporti tra lavoro e capitale».

Anche nella prima metà del secolo, le cose essenziali sono accadute all’est e al sud, perché l’organizzazione delle rivoluzioni, che si affermeranno dopo la seconda guerra mondiale, si definisce e si consolida dopo i massacri della «grande guerra».

Al cuore di queste lotte che hanno rovesciato alcuni secoli di dominio coloniale, i comunisti hanno avuto un ruolo fondamentale, perché sono riusciti a trasformare la «piccola guerra» di Clausewitz in guerre rivoluzionaria, in «guerra dei partigiani». Invenzione strategica, di una importanza paragonabile all’oblio di cui è stata l’oggetto da parte di coloro che vorrebbero cambiare il mondo, perché farà definitivamente cadere gli imperi europei e coloniali e determinerà uno sconvolgimento dell’ordine mondiale, che spiega anche quello che stiamo vivendo.

Il grande conservatore Carl Schmitt (a suo tempo nazista e sempre anticomunista) ha il merito di riconoscere l’enorme energia e potenza politiche sviluppate dalle rivoluzioni anticoloniali, mentre il suo ammiratore, Mario Tronti, che l’ha introdotto nella sinistra italiana, esprime un’insopportabile condiscendenza per queste rivoluzioni «contadine».

«L’irregolarità della “lotta di classe organizzata dalla lotta dei partigiani, articolata alle forme più classiche del combattimento condotto dalla Armata Rossa o dall’esercito del popolo “mette in discussione non soltanto una linea ma intera costruzione dell’ordinamento politico e sociale. […] l’alleanza della filosofia col partigiano, compiuta da Lenin, […] ha provocato nientemeno che il crollo del vecchio mondo eurocentrico, che Napoleone aveva sperato di salvare e il Congresso di Vienna di restaurare».

Clausewitz, «ufficiale di professione di un esercito regolare, non avrebbe potuto sviluppare fino in fondo la logica insita nel partigiano come invece [era] in grado di fare Lenin […] la cui esistenza era sempre stata quella del rivoluzionario di professione. Ma il partigiano del bolscevismo russo è poca cosa – voglio dire nella sua realtà concreta – paragonato al partigiano cinese. Mao stesso ha creato il suo esercito di partigiani e la sua élite di partigiani».

In una conversazione del 1969 con un maoista (Joachim Schickel), Carl Schmitt afferma che la dimensione globale della lotta è stata introdotta dalla guerra dei partigiani: «il problema del partigiano non è soltanto un problema internazione, ma anche globale».

E aggiunge che, nel 1949, dopo la proclamazione della repubblica popolare cinese «si pensava di poter avere finalmente la pace mondiale, e meno di un anno dopo è cominciata la guerra di Corea», senza dimenticare Dien Bien Phu, l’Algeria, Cuba, ecc. situazione che definirà, nel 1961, contemporaneamente ad Hannah Arendt, «guerra civile mondiale».

Ryamond Aron ha espresso lo stesso pregiudizio eurocentrico degli operaisti alla Tronti, quando scriveva a Schmitt «che il problema del partigiano era il problema dei popoli poveri» e senza industria, gravati dai ritardi tecnologici e organizzativi, potremmo aggiungere noi.

Evocare la «guerra dei partigiani» non è una semplice commemorazione storica, perché essa continua, animata da altri «popoli poveri» e da altre forze politiche, riuscendo a sconfiggere gli imperialisti anche dopo la sconfitta del socialismo.


Nuova distribuzione del potere sul mercato mondiale

Alla uscita dalla Guerra fredda, questa potenza rivoluzionaria, trasformata in potenza produttiva neocapitalista, contenuta e diretta da uno Stato sovrano, il cui miglior esempio è la Cina, si impone rapidamente. Alla fine della rivoluzione culturale i «marxisti» riformisti convertono l’energia della macchina rivoluzionaria in lavoro, scienza e tecnologia. Ma anche se nella forma di un capitalismo di Stato («socialismo di mercato» in cinese), si impone un rovesciamento geopolitico tra il Nord e il Sud che si manifesta anche attraverso la sconfitta di ogni guerra neocoloniale condotta dagli Usa (Iraq, Libia, Afganistan) e, ancora, attraverso gli inarrestabili flussi migratori verso il nord di cui sono attori le soggettività figlie delle lotte di liberazione dal colonialismo.

Le rivoluzioni (violente o pacifiche – come in India) hanno creato un mondo multipolare dove le ex colonie e semi-colonie giocano un ruolo centrale, che gli Usa non possono né vogliono accettare. Gli Stati Uniti continuano a sognare di essere un Impero anche se non hanno la forza economica e politica, né esterna, né interna (malgrado l’esercito più forte del mondo) per imporre la loro volontà unilateralmente.

Alla fine della Guerra fredda non abbiamo più lo scontro tra socialismo e capitalismo (la rivoluzione mondiale è stata sconfitta ben prima del 1989), ma differenti capitalismi e forme di sovranità che si battono tra di loro per l’egemonia economica e politica sul mercato mondiale.

Gli Usa si raccontano un’altra storia, che non corrisponde ai reali rapporti di forza tra potenze economico-politiche contemporanee. Il «capitalismo» e lo «Stato», nemici giurati delle rivoluzioni del XX secolo, sembrano aver vinto, ma il capitalismo e lo stato non sono uguali dappertutto e, soprattutto, non tutti sono sottomessi al controllo degli americani. Al contrario, esattamente come poco più di un secolo fa, la vittoria del capitalismo sul comunismo, scatena una concorrenza (la «vera», non quella del neoliberismo) sempre pronta a tracimare nella guerra. Alla differenza di quella del 1914, questa potrebbe essere nucleare e alimentare una definitiva catastrofe ecologica.

Gli errori e le responsabilità degli Usa sono grandi, come grande è la vigliaccheria e la servilità degli europei manifestate dopo la caduta del muro di Berlino.

Primo «errore»: una volta sparita l’Urss, non ci sarebbe che una sola potenza, gli Usa, segno delle fine della storia (in realtà, segno, invece, della fine dell’egemonia americana). Curiosamente il libro Impero è caduto nella stessa ingenuità dei suoi nemici, poiché le trasformazioni compiute dalle rivoluzioni avevano consolidato una molteplicità di forze impossibili da sottomettere a l’unilateralismo della politica americana. Svegliandosi dal sonno trasognato durato anni, gli Usa dichiarano la Cina nemico principale assieme a tutti gli stati (Russia, Iran ecc;) che non fanno opera di sottomissione a questo Impero in bancarotta.

Secondo «errore»: associata a questa illusione di Impero, ce n’è una seconda che deriva direttamente dalla prima. Una volta sconfitto il comunismo, soltanto i terroristi resistono all’egemonia americana. Il terrorismo islamista è innalzato al rango di nemico principale contro il quale scatenare una guerra infinita. In realtà il terrorismo non era che un epifenomeno, alimentato anche dagli Usa e dagli Occidentali, della crescita della potenza delle ex colonie, altrimenti consistenti, solide e minacciose.

Terzo «errore»: il Pentagono e l’esercito americano non soltanto non hanno capito granché della congiuntura politica, ma non hanno neanche fatto tesoro dalle «guerre dei partigiani» che avevano tuttavia combattuto (e perso), poiché hanno continuano a essere sistematicamente sconfitti da tutti i “popoli poveri” che hanno cercato di sottomettere alla loro volontà. Anche se la guerra dei partigiani del dopo socialismo non aveva la grandezza del progetto e dell’organizzazione di quella condotta dai comunisti, era sufficiente per mandare a casa («yankee go home») il più potente imprenditore militare-tecnico-politico del pianeta.

Quelli che con un eufemismo ho chiamato «errori» (in realtà una strategia suicida per gli Usa e omicida per il resto del mondo) hanno prodotto, vale la pena ripeterlo, diciassette guerre dal 1989, milioni di morti, la distruzione di città a paesi, consumato e sperperato immense fortune e risorse naturali, minato uno Stato di diritto già sufficientemente discreditato di suo.


L’économia, arma di distruzione di massa

L’impérialismo americano è dotato di un’altra arma di distruzione di massa che sarà utilizzata sistematicamente contro tutti i popoli del pianeta: l’economia. Arma a doppio taglio, perché è all’origine di un caos «economico» che, aggiungendosi e moltiplicando il disordine della lotta tra stati, fa sprofondare il capitalismo nella guerra e nel fascismo.

Noi paghiamo da più di cinquant’anni i tentativi, destinati all’insuccesso, di bloccare il declino della potenza americana. Dopo il 1945 gli Usa rappresentavano il 50% della produzione mondiale. A partire dalla fine degli anni Sessanta, questa percentuale non cessa di diminuire, rosicchiata prima dalla Germania e dal Giappone e, trent’anni dopo, dalle potenze economiche nate dalle rivoluzioni (Cina, India, ecc.)

L’economia vittoriosa del comunismo non ha niente a che vedere con la narrazione sovraccarica di ideologia che economisti, media ed esperti di regime chiamano neoliberismo (mercato, domanda, offerta, autoregolazione, imprenditore di sé ecc.). La prima guerra mondiale ha prodotto una integrazione dello Stato, dei monopoli, della guerra, della società, del lavoro, della scienza e della tecnica che nessuna governance (né quella di Foucault, né quella dei liberali) potrà mai far ritornare al «mercato» della libera competizione.

Quello che erroneamente è stato chiamato neoliberismo, non produrrà la concorrenza, ma il rafforzamento dei monopoli (il solo monopolio che sarà smantellato sarà quello dei sindacati, mentre i monopoli statali saranno privatizzati); non produrrà l’autoregolazione, ma lo sviluppo selvaggio di tutti gli squilibri; non produrrà la democrazia, ma uno Stato «forte», autoritario, compatibile con nuove forme di fascismo; non produrrà una nuova produzione «bio-cognitiva», ma l’egemonia di una finanza che funziona attraverso la spoliazione, il furto, la rendita, l’estorsione. Un imprenditore della Silycon Valley, Peter, Tiel, spiega la natura del mantra di questa economia predatrice, la libera concorrenza: «Ma in fondo il capitalismo e la concorrenza sono antagonisti. Il capitalismo è fondato sull’accumulazione di capitale, ma, in una situazione di concorrenza perfetta, tutti i profitti sono annullati. La lezione per un imprenditore è chiara, la concorrenza è una cosa per perdenti».

La stessa cosa possiamo dire dell’equilibro – altro grande significante dell’ideologia neoclassica e neoliberale. Il raggiungimento dell’equilibrio implicherebbe la morte del capitale, da cui si evince la sua continua e necessaria produzione di «differenze» (di ricchezza e di miseria, delle diseguaglianze di reddito, patrimonio, di accesso ai servizi – salute, formazione, abitazione ecc.)

La dichiarazione d’inconvertibilità del dollaro in oro, fa della moneta un’arma micidiale che la politica del debito, a partire dal 1979, trasforma nel più grande programma di esproprio della ricchezza, di distruzione della natura e di imposizione di privatizzazioni della storia del capitalismo.

Questa strategia (finanziarizzazione, mondializzazione, neocolonialismo, concentrazione monopolistica) ha prodotto la forma contemporanea delle guerre di conquista coloniale, iniziando col saccheggiare l’Africa negli anni Ottanta, continuando con l’America Latina, passando per i paesi del sud-est asiatico, per arrivare, alla fine del secolo, in Europa (la Grecia come esempio per tutti del vero programma capitalistico che non ha niente di liberale, ma molto di rendita, «prima i creditori»).

L’economia trionfante ha creato le condizioni della sua impossibilità: enormi profitti e debiti colossali, ricchezze inaudite concentrate nelle mani di pochi individui e miseria per milioni di persone. Gli Stati Uniti detengono la più alta concentrazione dei profitti, frutto del saccheggio finanziario, e il più alto indebitamento del pianeta, frutto del americain way of life, il più grande spreco della storia dell’umanità. Il capitalismo non riuscirà a ridurre lo squilibrio creato tra profitti e debiti se non attraverso la guerra e il fascismo. Di questo «assioma» della tradizione rivoluzionaria non resta più alcuna traccia.

L’estorsione operata dal capitalismo finanziario per contrastare il declino degli Usa, funziona anche sul proletariato dei paesi del centro, provocando forme di guerra civile di bassa intensità. La guerra civile strisciante che li divide, non è stata creata da Trump. Si è limitato a nominarla e a consolidarla. Le fondamenta della più grande potenza mondiale poggiano sulla sabbia. Si tratta di un altro segno evidente del suo declino, della corruzione delle sue istituzioni, del fallimento di un sistema politico basato, sin dal suo inizio, sulla divisione razziale della società.

L’économia libera ha rapidamente svelato dove andava a parare: il sedicente «neoliberismo» sarebbe stato pensato per evitare gli inconvenienti del liberalismo classico, cioè la guerra tra potenze imperiali, le guerre civili, il fascismo, il nazismo che il laissez-faire aveva prodotto tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX. In realtà, in modo allo stesso tempo identico e differente, ci troviamo oggi nella stessa impasse catastrofica: crisi economica e politica permanente, Stato «forte», nuove forme di fascismo, sessismo, nazionalismo, guerre e guerre civili che non hanno assunto i colori del genocidio della crisi del primo liberismo solo perché non c’è niente di paragonabile alla rivoluzione sovietica, niente di paragonabile alle insurrezioni operaie nel nord, niente di paragonabile alle guerre di lunga durata condotte dai comunisti nel sud.

Si l’economia non sta molto bene, la democrazia è, da anni, convalescente. La centralizzazione del potere politico nell’esecutivo, la messa fuori gioco del parlamento, lo stato di emergenza permanente, sono l’altra faccia della centralizzazione dell’economia. Le due concentrazioni del potere (economico e politico) sono convergenti

e l’una rafforza l’altra. Separare l’economia e la politica, separare cioè la politica dello Stato dalle lotte delle classi può produrre solo confusione, ambiguità, connivenza con forze politiche più che sospette, di cui Giorgio, Agamben ha fatto sfoggio durante la pandemia.

La guerra in Ucraina segna un passo ulteriore verso il divenire fascista del mondo e soprattutto dell’Europa che, di fronte al «nemico», ha ritrovato l’odio e il razzismo, le politiche identitarie di cui è stata la culla a partire dal XIX secolo. La guerra ha liberato le pulsioni aggressive rimosse dopo l’esperienza nazista e fascista: la Germania ha deciso di accelerare il riarmo e il Giappone apre all’installazione dei missili nucleari Usa sul suo territorio.

Il «fascismo» è una opzione sempre presente per l’economia di mercato. Uno dei fondatori del neoliberismo riassume, in un titolo di un articolo del 1929, la realtà che sta prendendo forma sotto i nostri occhi: «La dittatura nei limiti della democrazia».

Di fronte all’impossibilità di trovare una via di uscita dal vicolo cieco in cui si sono infilate, economia e politica si affidano ai rimedi di un secolo fa.


Perché Putin ha invaso l’Ucraina

È in questo quadro multipolare devastato dalle guerre economiche, che gli Stati Uniti non vogliono riconoscere, che è scoppiata la guerra. Non possono accettare un nuovo ordine mondiale richiesto da Cina, India ecc. e persino dalla Russia, perché non sarebbero in grado di competere con loro e in ogni caso il loro capitalismo sfrenato non consente compromessi e regolazioni.

Al contrario, gli americani, spinti da enormi profitti e debiti illimitati, lo stanno ostacolando in tutti i modi possibili sviluppando il caos come strategia politica.

Gli americani hanno tutto da guadagnare nel mantenere la guerra e il disordine perché solo il caos la superiorità militare può garantire loro un primato che la propria economia non è più in grado di assicurare.

Lo scontro cha si stava preparando da anni tra l’Alleanza atlantica e la Russia è un caso da manuale di questa strategia. Lascio agli ambasciatori e ai militari il compito di delineare il crescendo del conflitto nei trent'anni successivi al crollo dell'Urss.

Un ambasciatore italiano che ha letto i documenti diplomatici classificati, fino a poco tempo fa, come «segreti», risalenti al tempo del crollo dell'Urss, scrive: «Da documenti americani, tedeschi, inglesi e francesi declassificati, è chiaro che i dirigenti del Cremlino avevano ricevuto una serie di assicurazioni dall'Occidente (Francois Mitterrand, Giulio Andreotti, Margaret Thatcher e lo stesso Helmut Kohl): la Nato non si sarebbe mossa di un centimetro verso est, “not one inch estward”, per usare la formula di James Baker, segretario di Stato americano dell'epoca. Baker disse che non aveva alcuna intenzione di mettere in pericolo gli interessi sovietici e non una, ma ben tre volte confermò che l’Alleanza atlantica non si sarebbe mossa [...]Questo è ciò che fu ribadito a Gorbaciov e a Shevardnadze, e quando il ministro della difesa russo, il maresciallo Jazon, chiese al successore della Thatcher, John Major, se pensasse che alcuni paesi europei sarebbero potuti entrare nella Nato, gli fu risposto che nulla del genere sarebbe potuto accadere».

Nel 2003, la decisione catastrofica della seconda guerra del Golfo con le sue migliaia di morti per vendicarsi del «nemico principale» degli Usa, portò a una seconda decisione altrettanto problematica. Nessuno dei paesi del Nord volle impegnarsi in questa folle avventura in Iraq, di conseguenza solo alcuni paesi dell'ex Patto di Varsavia inviarono truppe. Gli Stati Uniti, come ricompensa per la loro partecipazione all'operazione Desert Storm, li fecero immediatamente entrare nell'ovile della Nato.

Nel 2007, Putin chiese la costituzione di un nuovo ordine mondiale. Indubbiamente questo significava per lui la possibilità di condurre liberamente la sua politica interna (schiacciamento delle minoranze – vedi la distruzione della Cecenia – smantellamento dell'opposizione, controllo dei media, condivisione del potere e della ricchezza tra oligarchie, eliminazione fisica degli oppositori ecc.), ma anche un riconoscimento dei nuovi rapporti di forza da parte degli Stati Uniti.

I russi si allarmarono veramente solo quando nel 2008 la Nato cercò di far entrare la Georgia e l’Ucraina nell’Alleanza atlantica. Il 2008 fu anche l’anno di un’altra catastrofe, sempre originatasi negli Stati Uniti, la più importante crisi finanziaria dal 1929, seminando il panico in tutto il mondo e determinando l’intensificazione delle tensioni tra potenze. L'economia che aveva trionfato sul comunismo aggiungeva caos a caos, disordine a disordine.

Nel 2014 la Nato e l’Europa hanno favorito e riconosciuto il colpo di stato in Ucraina con il solo fine di proseguire l’espansione verso est, militarizzando la zona (da allora armano l'Ucraina). Gli Stati Uniti sono gli specialisti insuperabili dei colpi di stato «democratici». Tra il 1947 e il 1989 ne hanno organizzati, direttamente o indirettamente, settanta, i più importanti dei quali sono stati probabilmente quelli che hanno colpito l'America Latina. Adesso stanno sperimentando nuove tipologie, come il colpo di Stato contro il Partido dos Trabalhadores in Brasile, che ha aperto le porte a Bolsonaro. Quest'ultimo è stato organizzato principalmente, grande novità, dal Ministero della Giustizia.

Nelle reti sociali italiane, sta circolando una sintesi di una dichiarazione molto significativa rilasciata da un ufficiale italiano sulla strategia della Nato alla televisione italiana (RaiNews). Leonardo Tricario, ex capo dello Stato Maggiore dell'Aeronautica e delle forze armate italiane durante la guerra del Kosovo, pur invocando un processo a Putin per crimini di guerra, mantiene una lucidità che manca ai nostri media e politici:


– Il segretario generale della Nato «parla troppo» e senza consultare gli alleati

– La Nato rappresenta e si identifica con il punto di vista degli Stati Uniti

– La Nato non ascolta l’Italia, più interessata al versante sud del mediterraneo, ed è presa da isteria antirussa e ossessionata dall’allargamento a est

- Gli Stati Uniti hanno scelto di assecondare in tutto gli alleati Nato dei Paesi baltici, fortemente antirussi

- La Nato ha promesso all'Ucraina di entrare nella Nato con la prospettiva di una protezione che non poteva garantire

– «È stata gettata benzina sul fuoco e questi sono i risultati».


Putin ha reagito seguendo la logica «folle» (ma non è il solo «pazzo» in questa storia) che governa le relazioni strategiche tra le potenze. La morte dei civili rappresenta l'ultima delle sue preoccupazioni e il rischio di una escalation incontrollata è ben presente. Sleepy Joe tra un sonnellino e l'altro parla di «Terza guerra mondiale», Putin mette in allerta i militari responsabili delle armi nucleari e i rappresentanti della Nato parlano della possibilità di uno scontro con armi non convenzionali, come se niente fosse. Ci vorrebbe un Kubrick per convertire in immagini questo delirio. Con un'angoscia in più, perché gli attori contemporanei di questo dramma sono sicuramente più pericolosi!

Non si può che essere con gli innocenti che muoiono in Ucraina sotto i bombardamenti, presi tra due cinismi che giocano grosso e sporco per determinare il funzionamento futuro del mercato mondiale (India e Cina si sono astenute nel voto alle Nazioni Unite contro la Russia perché sanno qual è la posta in gioco). I russi non vogliono cedere alla volontà egemonica americana che si manifesta con l'installazione di missili nucleari in Romania, Polonia e (a venire) in Ucraina, mentre la strategia statunitense del caos è abbastanza «razionale»: isolare la Russia (per poi isolare la Cina) e rompere così l’Alleanza in gestazione tra le due potenze ex comuniste, raggruppare gli europei dietro gli Usa che, attraverso la Nato, continuano a dettare la loro «politica estera e politica economica», e risollevarsi dopo l'ennesimo crollo in Afghanistan. Questo raggruppamento compatto dietro il padrone americano potrebbe anche essere utile per ostacolare la «via della seta» cinese.

Contrariamente a quanto ci è raccontato, lo scontro tra Usa e Russia, che è lo sfondo di questa guerra, non è tra democrazia e autocrazia, ma tra oligarchie economiche simili per molte cose, la prima delle quali risiede nel fatto di essere delle «oligarchie della rendita».

«È più realistico considerare la politica economica ed estera degli Stati Uniti in termini di complesso militare-industriale, di complesso petrolifero, minerario e del gas e del complesso bancario, finanziario e immobiliare, che in termini di politica di repubblicani e democratici. I principali senatori ed eletti del Congresso non rappresentato tanto lo Stato e i distretti quanto piuttosto gli interessi economici e finanziari dei principali contributori al finanziamento delle loro campagne politiche» (Michael Hudson). Due di questi tre monopoli fondati sulla rendita, quello militare-industriale e quello del petrolio e del gas, hanno largamente contribuito alla strategia che ha portato alla guerra.

Il primo è il fornitore principale della Nato, mentre il secondo vorrebbe prendere il posto della Russia come erogatore di gas all’Europa e, eventualmente, appropriarsi di Gazprom.


Lenin, guerra e rivoluzione

Inutile avanzare delle proposte per una risoluzione del conflitto (evitare che l’Ucraina sia la preda dell’Est o dell’Ovest, dargli uno statuto simile a quello della Finlandia ecc.).

Non servirebbe a nulla e, anche potendo, entrare in questo gioco strategico tra Stati e monopoli non ci interessa, perche il nostro problema è un altro: trovare e definire una posizione in questo quadro «mostruoso» che si stava annunciando da anni e che non abbiamo avuto il coraggio di guardare dritto negli occhi. La guerra in Ucraina rischia di fare della guerra e delle guerre di classe, razza e sesso, il nostro quotidiano dei prossimi anni.

La presa di posizione più chiara di fronte alla guerra è ancora quella dei socialisti rivoluzionari citata all’inizio del testo durante la prima guerra mondiale.

La situazione assomiglia, per molto versi, a quella affrontata dai bolscevichi nel 1914: guerra economica per la suddivisione del potere e delle ricchezze del mondo (Lenin diceva spartizione del numero di schiavi), governati da «criminali» disposti a tutto (oggi Biden e Putin), e una debole opposizione disorganizzata dal tradimento dei partiti socialdemocratici (oggi l’opposizione è proprio inesistente).

I partiti socialisti, votando i crediti di guerra, si erano schierati con i differenti stati, determinando così l’impossibilità della rivoluzione in Occidente e l’inizio dell’integrazione del movimento operaio alla macchina a doppio comando: Stato-Capitale. Dunque la prima cosa da evitare è di riprodurre il comportamento dei socialisti dell’epoca, prendendo partito per una delle potenze in lizza, integrandosi alla logica di uno degli Stati in guerra e fare propri degli interessi che sono esclusivamente quelli dei nostri nemici, perché tanto Biden quanto Putin sono dei «nemici del proletariato».

Lenin, dall’inizio della «grande guerra», aveva lanciato il suo programma che risulterà vincente solo alla fine: trasformare la guerra imperialista in guerra civile rivoluzionaria, invitando i soldati a mirare non altri proletari che stavano dall’altra parte del fronte,

ma di puntare i fucili contro i propri ufficiali, i propri capitalisti e il loro Stato.

La situazione è profondamente cambiata, ma la presa di posizione dei rivoluzionari della prima metà del XX secolo conserva delle verità che vanno riattualizzate: inventare un nuovo punto di vista internazionalista che possa circolare tra il proletariato di «tutto il mondo», anche se non si ha la possibilità di puntare i fucili contro la macchina da guerra in azione. Non c’è altra alternativa per rovesciare le potenze economico-politiche, cacciare quelli che ci comandano e costruire organizzazioni politiche autonome. Ciò che deve stupire non è l’apparente irrealtà di queste parole d’ordine, ma il fatto che il pensiero critico da cinquant’anni a questa parte abbia accuratamente evitato di confrontarsi con la «guerra» e la «rivoluzione». È tale stupore che nel 2016 ci aveva spinto (Eric Alliez e io) a pubblicare Guerres et Capital, ed è sempre lo stesso sconcerto per l’irresponsabilità del pensiero contemporaneo che è all’origine del mio ultimo libro sulla rivoluzione (L’intollerabile presente, l’urgenza della rivoluzione).

Guerre e rivoluzioni, nonostante il diniego di cui sono oggetto da parte del pensiero critico, continuano a determinare l’inizio e la fine delle grandi fasi politiche. La guerra fa parte intégrante della macchina Stato-Capitale, allo stesso modo del lavoro, del razzismo e del sessismo. A partire dalla Prima guerra mondiale tutti questi elementi sono integrati in maniera indissolubile e funzionano insieme come un tutto. E come un secolo fa non possono non produrre situazioni come quelle che stiamo vivendo.

Il marxismo della prima metà del XX secolo, quello che ha organizzato e praticato la «guerra dei partigiani», ha ancora qualche cosa da trasmetterci , anche se molti dei suoi concetti e delle sue parole d’ordine sono invecchiati e, oggi, impraticabili. Ma il suo pensiero strategico, capace di opporsi al capitalismo e alla guerra (quello che tutte le teorie che abbiamo cercato di sostituirgli sono incapaci di proporre) è stato completamente ignorato, anche se potrebbe costituire une orientamento del pensiero e dell’azione, se avessimo la capacità di riqualificarlo nella situazione attuale.

Il poststutturalismo, la biopolitica, lo spinozismo, il pensiero ecologico, le teorie femministe, la micropolitica, la microfisica del potere ecc., cioè tutto lo sforzo che, a partire dagli anni Sessanta è stato prodotto per cercare di costruire un’alternativa alla lotta di classe marxista (senza trovarla!) , tutto questo sforzo dunque, se non si articola a un pensiero strategico della guerra e della rivoluzione, rischia l’impotenza, perché guerre e rivoluzioni sono ancora e sempre lo sbocco «naturale» dell’azione del capitalismo e dei suoi Stati.

Senza l’invenzione di un pensiero strategico rivoluzionario all’altezza della macchina da guerra dello Stato e del Capitale contemporanei, le alternative sono piuttosto deprimenti e minacciose: distruzione istantanea attraverso una guerra nucleare (ma basta anche una guerra convenzionale – nel 2021 gli Stati hanno speso poco più di 2.000 miliardi di dollari in armamenti, di cui la metà dagli Usa e dalla Ue, la Cina e la Russia sono ancora lontani da spendere tanto); distruzione dilazionata nel tempo attraverso il riscaldamento climatico; implosione delle classi in lotta, come Marx aveva anticipato nel Manifesto del partito comunista.

In assenza di un pensiero e di una pratica capaci, con realismo, di articolare – lo ripeto – guerra e rivoluzione, nelle nuove condizioni del capitalismo, degli stati, dei movimenti politici contemporanei, è ciò che ci attende.



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Maurizio Lazzarato, sociologo e filosofo, vive e lavora a Parigi dove svolge attività di ricerca sulle trasformazioni del lavoro e le nuove forme di movimenti sociali. Tra le sue pubblicazioni in lingua italiana: La fabbrica dell’uomo indebitato (2012) e Il governo dell’uomo indebitato (2013), Il capitalismo odia tutti (2019) pubblicati con successo presso DeriveApprodi.