La fotografia che anticipò il futuro
- Luigi Guelpa
- 2 ore fa
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Livio Berruti e Wilma Rudolph: mano nella mano contro il razzismo

Un ritratto particolare, quello che Luigi Guelpa dedica a Livio Berruti, scomparso in questi giorni. Non soltanto il campione olimpico di Roma 1960, ma il protagonista di un gesto rimasto per sempre impresso in una fotografia: quel tenersi per mano con Wilma Rudolph, atleta afroamericana e simbolo di un’America ancora attraversata dalla segregazione razziale. Un’immagine privata che, secondo Guelpa, finisce per anticipare inconsapevolmente un futuro politico: otto anni dopo, sulla stessa distanza dei 200 metri, Tommie Smith e John Carlos alzeranno il pugno sul podio di Città del Messico. Prima il tenersi per mano, poi il pugno: due gesti diversissimi, uniti dalla stessa crepa aperta nell’ordine razziale del Novecento.
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Livio Berruti è morto adesso, quando il mondo che lo aveva trasformato in un ragazzo immortale non esiste più da un pezzo. È morto dopo che le Olimpiadi sono diventate una multinazionale itinerante, dopo che gli atleti hanno smesso di essere soltanto atleti e sono diventati marchi, influencer, strumenti diplomatici, corpi da monetizzare. È morto dopo che il cronometro è diventato digitale, il doping una scienza e la memoria un algoritmo. Lui apparteneva a un altro mondo: un mondo nel quale un ragazzo di Torino, trapiantato a Stroppiana, nel vercellese, poteva studiare chimica, correre i 200 metri, vincere un'Olimpiade e poi tornare alla propria vita quasi come se nulla fosse successo. Ma soprattutto apparteneva a un mondo nel quale una fotografia poteva ancora fare una cosa che oggi sembra quasi impossibile: raccontare un'epoca senza sapere di raccontarla.
La fotografia è quella di Livio Berruti e Wilma Rudolph. Roma, 1960. Lui italiano, bianco, torinese; lei americana, nera, del Tennessee. Lui ventun anni, lei venti. Due campioni olimpici, due ragazzi, e le loro mani intrecciate. Non sappiamo esattamente che cosa ci fosse fra loro. Una storia d'amore? Un flirt? Una simpatia nata nel Villaggio Olimpico? Una relazione rimasta allo stato delle intenzioni? La stampa italiana ci ha costruito sopra un romanzo e Berruti stesso, molti anni dopo, ne ha parlato con il sorriso di chi sa che certi amori, se non vengono consumati, diventano eterni perché nessuno può verificarne il finale. Ma forse è meglio così. Non è necessario sapere se Livio e Wilma furono davvero amanti. È sufficiente sapere che, per qualche ora, furono due giovani che si tenevano per mano. Il resto lo ha fatto la storia.
Per capire quella fotografia bisogna tornare alla pista. Il 3 settembre 1960, nello stadio Olimpico, Berruti aveva appena fatto qualcosa che agli italiani sembrava quasi un atto di magia: aveva corso i 200 metri in 20 secondi e 5, eguagliando il record mondiale, e aveva battuto gli americani Lester Carney e Ray Norton. Era il ragazzo italiano che aveva sconfitto l'America, frase che nella memoria sportiva nazionale è diventata quasi una categoria politica. Perché l'America, nel dopoguerra italiano, non era soltanto un avversario sportivo. Era il gigante economico, tecnologico, culturale; era il Paese dei film, del jazz, dei jeans, delle automobili, dei grattacieli, della Coca-Cola e della ricchezza. L'Italia stava uscendo dalle macerie e cominciava a scoprire il frigorifero, la televisione, la Vespa, la Fiat, le autostrade, il turismo di massa. Roma 1960 fu il grande spettacolo di questa trasformazione: l'Italia voleva mostrare al mondo di essere tornata moderna. E allora un ragazzo piemontese che correva più veloce degli americani sembrò quasi il certificato di maturità di un Paese che aveva finalmente ricominciato a sentirsi padrone del proprio destino.
Ma mentre Berruti batteva gli americani, una giovane americana stava battendo qualcosa di molto più grande degli avversari sulla pista. Wilma Rudolph era nata nel 1940 a Clarksville, Tennessee, in una famiglia nera numerosa. Da bambina aveva avuto la poliomielite e aveva dovuto portare tutori alle gambe. Poi aveva imparato a camminare e infine a correre. A Roma vinse tre medaglie d'oro: cento metri, duecento metri, staffetta 4x100. La chiamarono "la gazzella nera". Era una definizione affettuosa, ma oggi possiamo leggerci dentro anche tutta l'ambiguità di un'epoca nella quale una donna nera, quando diventava straordinaria, veniva spesso trasformata in qualcosa di esotico, animalesco, mitologico. Wilma era invece una cittadina americana. Ed era una cittadina americana nera. Questa seconda parte della sua identità, a Roma, poteva sembrare sospesa; tornando a casa, avrebbe scoperto che non lo era affatto.
Perché siamo nel 1960, e bisogna ricordare che cosa significasse essere neri negli Stati Uniti in quell'anno. Non era ancora stato approvato il Civil Rights Act del 1964. Rosa Parks aveva rifiutato il posto sull'autobus cinque anni prima. I sit-in studenteschi contro la segregazione erano cominciati proprio nel 1960. Martin Luther King era già un leader nazionale, Malcolm X era già una voce potente e radicale, ma nessuno dei due aveva ancora raggiunto il punto più drammatico della propria parabola. Il sistema Jim Crow continuava a dividere persone e spazi, scuole e locali, alberghi e trasporti. Non era l'apartheid sudafricano, e sarebbe storicamente scorretto chiamarlo così, ma era un sistema di segregazione razziale che affidava anche alla legge il compito di stabilire la distanza fra bianchi e neri. E mentre negli Stati Uniti quella distanza era ancora una realtà quotidiana, a Roma una ragazza nera americana poteva essere semplicemente Wilma: una campionessa, una ragazza, una donna bellissima, una persona che qualcuno voleva conoscere.
La fotografia non mostra una protesta. Non c'è un cartello, non c'è un discorso, non c'è un pugno alzato, non c'è una bandiera. Ci sono due giovani che camminano. Uno bianco, una nera. Si tengono per mano. È un gesto privato diventato pubblico nel momento stesso in cui una macchina fotografica lo cattura. Non sappiamo se Berruti avesse coscienza del significato politico che noi oggi possiamo attribuirgli. E proprio questa inconsapevolezza rende l'immagine interessante. Livio Berruti non fu Martin Luther King, non fu Malcolm X, non organizzò sit-in, non guidò marce, non scrisse programmi politici contro la segregazione. Era un atleta. La tesi più interessante è un'altra: Berruti non anticipò il movimento per i diritti civili; anticipò un'immagine del mondo che quel movimento avrebbe contribuito a rendere possibile.
La normalità, qualche volta, è più sovversiva della protesta. Due persone che si tengono per mano non stanno necessariamente facendo politica. Ma in una società che ha costruito il proprio ordine anche sulla separazione dei corpi, dei quartieri, delle scuole, dei luoghi e delle relazioni, la normalità di due corpi diversi che occupano lo stesso spazio contiene già una piccola crepa. La segregazione non è soltanto una legge. È una pedagogia: insegna chi può stare dove, chi può sedersi accanto a chi, chi può entrare in un luogo, chi può toccare chi. Per questo la fotografia di Livio e Wilma possiede un valore sociologico che va oltre le intenzioni dei protagonisti. Non dice «abbattiamo la segregazione». Dice qualcosa di più semplice: siamo insieme. È un gesto senza programma, e proprio per questo è una fotografia del futuro.
La storia, naturalmente, non procede in linea retta. Sarebbe troppo facile trasformare Berruti in un precursore di Martin Luther King e poi utilizzare quella fotografia come una specie di prologo al movimento per i diritti civili. Ma la storia non funziona così. King e Malcolm X appartengono alla politica, alla religione, alla mobilitazione collettiva, alla tragedia americana. Berruti appartiene allo sport. Wilma Rudolph appartiene a entrambi i mondi: quello dello sport e quello, inevitabile, della condizione afroamericana. Per lei il corpo era già politico senza che fosse necessario pronunciare un discorso. Una donna nera del Tennessee, sopravvissuta alla poliomielite, diventata campionessa olimpica, era già una smentita vivente dell'idea secondo cui il destino di una persona potesse essere stabilito dalla sua razza, dal sesso, dalla malattia o dalla povertà.
E tuttavia la cosa più importante accadde quando Wilma tornò in America. Clarksville preparò una celebrazione in suo onore, ma lei accettò di partecipare soltanto se la manifestazione fosse stata aperta a tutti. Neri e bianchi insieme. Quella celebrazione è ricordata come il primo grande evento pubblico desegregato della sua città. È difficile trovare una didascalia migliore per la fotografia di Roma. A Roma, Wilma cammina accanto a Berruti come se il problema della razza non esistesse. A Clarksville, poco dopo, la stessa donna deve ancora pretendere che una città permetta a tutti i suoi abitanti di festeggiare insieme. È la distanza fra la fotografia e la vita. La distanza fra l'eccezione olimpica e la quotidianità americana.
Ed è qui che lo sport diventa sociologia. Il cronometro è cieco. Non sa se chi corre è bianco o nero, italiano o americano, ricco o povero. Un centesimo di secondo non conosce Jim Crow. Ma il mondo che sta intorno al cronometro lo sa benissimo. Per arrivare sulla linea di partenza bisogna avere una scuola, un allenatore, un campo, una famiglia, un viaggio possibile, un albergo disposto ad accoglierti, un ristorante disposto a servirti. Il cronometro è democratico; la società che conduce fino al cronometro può non esserlo affatto.
Per questo non è casuale che, otto anni dopo Roma, la stessa gara dei 200 metri diventi uno dei luoghi più celebri della protesta politica del Novecento. Città del Messico, 1968. Tommie Smith corre in 19"83, stabilisce il record mondiale e vince l'oro. Sul podio ci sono anche l'australiano Peter Norman e l'americano John Carlos. Poi arriva il gesto: i pugni guantati di nero, le teste abbassate, il silenzio. Il podio olimpico smette di essere soltanto un podio. Diventa una tribuna. Il corpo dell'atleta nero non è più soltanto un corpo che corre: è un corpo che parla.
Qui il filo con Berruti diventa sottile, ma non per questo meno affascinante. Non bisogna sostenere che Livio abbia «preparato» Tommie Smith. C'è una continuità simbolica impressionante. Berruti e Smith corrono la stessa gara, a otto anni di distanza. Il primo vive il corpo atletico come strumento inconsapevole di una normalità possibile; il secondo lo trasforma consapevolmente in uno strumento di protesta. Prima la mano, poi il pugno. Prima il gesto privato, poi il gesto pubblico. Prima «possiamo stare insieme», poi «non siamo ancora liberi».
In mezzo ci sono otto anni che sembrano un secolo. Ci sono Rosa Parks, i Freedom Riders, Birmingham, Washington, Malcolm X, Martin Luther King, il Civil Rights Act, Selma, le rivolte urbane, le pallottole. Malcolm X viene assassinato nel 1965. Martin Luther King nel 1968. Nello stesso anno Tommie Smith sale sul podio e scopre che il gesto di protesta può costare caro anche a un campione olimpico. Minacce, isolamento, accuse, ostracismo. La medaglia d'oro non lo protegge dalla politica. Anzi, proprio perché è sul podio, lo rende visibile. La differenza fra Berruti e Smith è dunque la differenza fra due epoche. Nel 1960 l'immagine può ancora illudersi che la razza sia stata lasciata fuori dallo stadio. Nel 1968 Smith sa che non è così e decide di portarla sul podio. È come se la storia avesse impiegato otto anni per spiegare a quella fotografia romana che cosa significava davvero. E Wilma sta nel mezzo, anche se il calendario non lo sa. Lei è la donna che rende possibile il collegamento fra le due immagini. A Roma è la ragazza che tiene la mano di Berruti; in America è la campionessa nera che rifiuta una celebrazione segregata. Il suo corpo attraversa due mondi: quello dell'Olimpiade, nel quale tutti sembrano uguali perché corrono sulla stessa pista, e quello della società, nel quale l'uguaglianza deve ancora essere conquistata.
È anche per questo che sarebbe un errore ricordare Wilma soltanto come il grande amore, vero o presunto, di Livio Berruti. La storia sentimentale è bella, forse persino irresistibile. Berruti ne parlava con ironia. Raccontava di essersi innamorato di lei e scherzava sul desiderio di passare dalla fase platonica a quella aristotelica. Ma Wilma non è la ragazza americana della memoria di un uomo italiano. È una protagonista autonoma della storia americana. Ed è forse proprio questo che rende ancora più bella quella fotografia: non l'immagine di un italiano che conquista una donna americana, ma l'immagine di due campioni che per un momento si incontrano fuori dalle categorie con cui il mondo avrebbe voluto definirli.
C'è poi un altro elemento che oggi tendiamo a dimenticare: nel 1960 gli atleti non erano ancora completamente sequestrati dal mercato. Berruti studiava chimica industriale. Avrebbe lavorato, avrebbe avuto una vita professionale, avrebbe attraversato il mondo della pubblicità e della Fiat. Non trasformò la medaglia in una religione personale. Non costruì intorno alla propria vittoria una carriera infinita di testimonial. Era un campione che aveva avuto la fortuna di vivere in un'epoca nella quale il successo poteva ancora essere qualcosa che accadeva nella vita, non necessariamente qualcosa che divorava la vita.
Forse è per questo che il suo personaggio è rimasto così nitido. Berruti è sempre giovane. La fotografia lo conserva a ventun anni. La memoria italiana lo ha congelato in quella curva dell'Olimpico, con gli occhiali scuri e quella falcata leggera, quasi elegante. Ma fuori dalla fotografia sono passati sessantasei anni. Wilma Rudolph è morta nel 1994. Martin Luther King e Malcolm X sono morti da molto più tempo. Tommie Smith è diventato un uomo anziano. John Carlos è diventato un uomo anziano. Il mondo che quei corpi rappresentavano si è trasformato, ha conquistato diritti e prodotto nuove disuguaglianze, ha abolito leggi e conservato pregiudizi. La storia ha continuato a correre.
E Berruti è rimasto lì, nella fotografia. È questo il potere delle immagini. Il tempo fuori dall'immagine passa; dentro l'immagine no. Livio e Wilma restano giovani, restano belli, restano in piedi, restano insieme. Non conoscono ancora il futuro. Non conoscono le morti di King e Malcolm X. Non conoscono il pugno di Smith. Non conoscono il Civil Rights Act. Non conoscono il mondo nel quale noi oggi li guardiamo. E proprio per questo la loro fotografia ha qualcosa di profetico, anche se non fu profezia. Non anticipò consapevolmente nulla. Siamo noi, dal futuro, a riconoscere nel passato una possibilità che allora non aveva ancora un nome.
Forse è questo il senso più profondo della morte di Livio Berruti. Non soltanto ricordare il campione, ma ricordare il momento storico nel quale il campione è apparso. Roma 1960 fu una specie di cerniera. L'Italia si affacciava al boom economico; l'America si avvicinava alla stagione più drammatica dei diritti civili; l'Africa stava entrando nella decolonizzazione; la televisione trasformava lo sport in spettacolo planetario. E dentro questa gigantesca macchina della modernità due ragazzi camminavano tenendosi per mano.
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Luigi Guelpa, nato nel 1971, è giornalista professionista e scrittore. Collabora con diverse testate nazionali occupandosi di politica estera. Nel 2010 ha vinto il Premio Selezione Bancarella Sport con il libro Il tackle nel deserto. Per DeriveApprodi ha pubblicato La lunga marcia della tartaruga. Una partita contro il destino (2026).




