La critica al neoliberalismo come gesto femminista



L’articolazione neoliberale di produzione e riproduzione, e il debito come macchina dello sfruttamento sono i temi su cui riflette Veronica Gago. Muovendosi attraverso una mappa delle letture che alimentano la prospettiva femminista, propone una riflessione situata che dal laboratorio America Latina discute il neoliberalismo nella sua narrazioni euro-atlantica[1].



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Si discute già da tempo la convergenza del neoliberalismo con forme di politica autoritarie e violente. A loro volta, in regioni come l'America Latina, le forme neoliberali richiamano l’archivio della violenza originaria del capitalismo. Tali questioni ci permettono di ravvivare la critica al neoliberalismo a partire dalle preoccupazioni femministe circa le dinamiche moralizzatrici, finanziarie e di espropriazione di corpi e territori.

Una serie di recenti pubblicazioni può essere letta come punto di incontro tra femminismo e neoliberalismo per interrogare il presente. Che spunti di riflessione offrono le mobilitazioni femministe degli ultimi anni per comprendere il neoliberalismo e contestarlo? In che modo i femminismi contemporanei permettono di orientarci attraverso la mappa della violenza?

Possiamo partire da un'ipotesi: il neoliberalismo è centrale per i femminismi contemporanei e ne rappresenta l’elemento chiave della prospettiva internazionalista. In primo luogo perché il neoliberalismo pone le coordinate dei conflitti animati dai femminismi, nel senso che, questi conflitti di massa, hanno permesso di accumulare forza nelle iniziative anti-neoliberali. Inoltre, perché il nesso tra femminismo e critica al neoliberalismo è parte di un dibattito sollevato dalla reazione conservatrice scatenata contro il ciclo transnazionale di lotte che ha contestato la gestione degli effetti delle crisi economiche che si sono succedute dal 2008 ad oggi. Ma soprattutto perché sono i femminismi del Sud del mondo che ci permettono di spiazzare le narrazioni euro-atlantiche a partire dalle quali il neoliberalismo viene solitamente concettualizzato. Andiamo per punti.


Mutazioni neoliberali

Come definire un neoliberalismo che si allea con forze conservatrici o immediatamente fasciste senza cessare di essere neoliberalismo? Ciò solleva due ordini di problemi. Da un lato ci costringe a riconsiderare, ancora e ancora, ciò che chiamiamo neoliberalismo, per localizzarne le mutazioni (un recente libro di William Callison e Zachary Manfredi parla di «neoliberalismo mutante»[2]). Dall'altro, ci porta a smentire, il carattere di «novità» di questa alleanza tra neoliberalismo e autoritarismi di destra (che Zeynep e Gambetti non esitano a chiamare «nuovi fascismi»[3]) postulato da alcune narrazioni atlantico-eurocentriche, che mostrano il momento attuale come una sorta di involuzione o anomalia di un neoliberalismo che sarebbe stato sempre caratterizzato dal liberalismo politico e che sarebbe solo ora costretto a questo svolta repressiva.

In America Latina, l'origine del neoliberalismo è indiscutibilmente violenta. Sono state le dittature intervenute a reprimere un ciclo di lotte operaie, di quartiere e studentesche che ne hanno segnato l'inizio. Come principio di metodo e come prospettiva per questo continente, è, quindi, necessario sottolineare l'emergere del neoliberalismo come risposta alle lotte. Per questo motivo, il neoliberalismo si presenta come regime del sociale e modo di comando politico, applicato a livello regionale con il massacro da parte dello Stato e di organizzazione parastatali, dell'insurrezione popolare e armata, e consolidato nei decenni successivi a partire da grossolane riforme strutturali, mosse da una logica di adeguamento alle politiche globali. Con questo intendo dire che la congiunzione di neoliberalismo e autoritarismo ha, in America Latina, un archivio chiave.

Se il Cile è l'avanguardia promossa dai Chicago Boys con il golpe militare contro Salvador Allende (che ha inaugurato il neoliberalismo con capacità costituzionali di cui, grazie a una rivolta sociale senza precedenti, si discute oggi), l'Argentina è il suo perfezionamento in termini di piano sistematico del terrorismo di Stato, inseparabile dalle simultanee riforme nel sistema finanziario (ancora in vigore). In quegli anni, le visite nella regione di Friedrich Hayek e Milton Friedman sono un capitolo particolare per l’elaborazione della componente dottrinale che il neoliberalismo sviluppa nei nostri paesi, dove anche il Perù, sotto la bandiera di Hernando de Soto, ne è stato un baluardo. Credo che questo punto permetta di assumere un'altra prospettiva sull'idea di «novità» di un neoliberalismo che si è spogliato della sua veste liberale e persino progressista per ricondurlo, invece, verso la sua esperienza originaria in alcune regioni (senza dubbio del Terzo Mondo) del pianeta. Ma segna anche l'importanza politica e metodologica di pensare a questa nuova scena di violenza neoliberale, e alle rivolte che nella regione hanno sfidato la legittimità politica del neoliberalismo e che si sono accumulate dall'inizio di questo secolo fino al ciclo delle rivolte femministe.

Nella nostra regione abbiamo quindi più di quattro decenni di mutazioni neoliberali che ci permettono di leggere varie cose. Da un lato, come ho affermato, permettono di sottolineare l'origine stessa del neoliberalismo in termini di violenza. Dall'altro, di comprendere le sue successive mutazioni dal punto di vista delle lotte che lo hanno sfidato, consentendo di leggerne contropelo le strategie; vale a dire: considerare ciò che le lotte sovvertono come ciò che determina l'orientamento della mutazione. Parlare del carattere polimorfico, della capacità versatile e combinatoria del neoliberalismo, permette di vedere come la governamentalità neoliberale si riferisca a una razionalità politica che non si riduce all'apparato di governo e interessa le soggettività come spazio strategico per la produzione del governo stesso.


L’ordine sessuale e di genere neoliberale

Se, come hanno documentato e discusso teoricamente Wendy Brown[4], Suely Rolnik[5], Keeanga Taylor[6], Silvia Federici[7] e Judith Butler[8] - per citare alcuni titoli di una mappa di letture che alimenta la prospettiva femminista - il neoliberalismo ha ora bisogno di allearsi con forze conservatrici e retrograde, dal suprematismo bianco ai fondamentalismi religiosi, dall'inconscio coloniale alla dilagante espropriazione finanziaria, è perché la destabilizzazione delle autorità patriarcali e razziste mette a rischio la stessa accumulazione di capitale nel presente.

Ora che la fabbrica e la famiglia eteropatriarcale (anche se immaginaria) non riescono più a esercitare la propria disciplina, e che il controllo securitario è messo in discussione dal modo transfemminista ed ecologico di gestire l'interdipendenza in tempi di precarietà esistenziale - che include la lotta per i servizi pubblici e l'aumento dei salari, per alloggi e riduzione del debito, e non solo per il riconoscimento della cura! - la controffensiva è raddoppiata. Ciò significa che dobbiamo dare credito ai femminismi e ai movimenti di dissidenza sessuale nelle loro composizioni migrante, favelada, sindacale, universitaria, rurale, indigena, popolare, ecc., e al loro carattere di massa, radicale e transnazionale, quali dinamiche chiave di destabilizzazione dell'ordine sessuale, di genere e, quindi, dell'ordine politico neoliberale, perché rendono materiali le conseguenze delle diverse crisi che continuano a riprodursi e approfondirsi dal 2008. In questo senso, neoliberalismo e conservatorismo condividono i medesimi obiettivi strategici di normalizzazione e gestione della crisi del rapporto di obbedienza che, nelle sue diverse declinazioni, svolge un ruolo centrale per l'accumulazione.

Contro l'opposizione tra identità e classe o tra tematica del potere e tematiche dello sfruttamento, con cui oggi, spesso, si cerca di mettere all'angolo le lotte femministe, queste, al contrario, esprimono e insieme mobilitano e diffondono un cambiamento nella composizione delle classi lavoratrici e in ciò che si intende per lavoro, che tracima classificazioni e gerarchie. La dimensione di classe dei femminismi entra in gioco quando si parla di lavoro riproduttivo, che si tratti della violenza che sorregge l'appropriazione estrattivista di determinati corpi e territori o della pratica dello sciopero che non cancella o sostituisce il problema dello sfruttamento ma ne riformula l’organizzazione mettendo in discussione i mandati di genere e i privilegi razzisti che definiscono il triangolo indissolubile tra capitale, patriarcato e colonialismo.

Diversi studi hanno segnalato una nuova articolazione della relazione tra patriarcato e capitalismo (per esempio, la discussione di Étienne Balibar sul concetto di «capitalismo assoluto») che si esprime in una nuova articolazione tra produzione e riproduzione. Sarebbe allora da chiedersi: perché è lì che muta il neoliberalismo? Nel provare a fornire una risposta, è importante segnalare l'importanza di considerare insieme la dimensione finanziaria e l'analisi della riproduzione sociale quale ambito del reale in cui moralità e sfruttamento si legano insieme. Il libro Vive, libere e senza debiti! Una lettura femminista del debito[9], permette di individuare i flussi di indebitamento che completano la mappa dello sfruttamento - nelle sue forme più dinamiche, versatili e apparentemente «invisibili» - su cui si radica la mutazione neoliberale. In America Latina, l'indebitamento dell’economia domestica, delle economie non fondate sul salario e di quelle considerate storicamente improduttive, permette di vedere i dispositivi finanziari quali veri e propri meccanismi di estrazione del valore che confinano vite e assegnano compiti secondo mandati di genere.

Si tratta quindi di leggere la fisionomia che assume la ricomposizione del classicamente detto conflitto operaio al di là delle sue consuete coordinate (un quadro salariale, sindacale, maschile), per pensare l'espansione del sistema finanziario, da una parte come risposta a un susseguirsi specifico di lotte e, dall’altra, come dinamica di contenimento che organizza una certa esperienza della crisi attuale. Questa prospettiva permette anche di comprendere come il massiccio indebitamento delle popolazioni - per lo più non salariate, migranti, femminilizzate - richieda uno specifico tipo di disciplina ed eventualmente di criminalizzazione. È questo un altro modo per considerare oggi la questione del lavoro da una prospettiva femminista e comprendere le forme di sfruttamento del momento neoliberale. Qui si gioca anche un senso preciso di come la soggettivazione di massa dispiegata dalle rivolte femministe sia una componente chiave della battaglia infinita (l'utopico infinito finanziario) contro il neoliberalismo.

Alcuni anni dopo il dibattito sul post-neoliberalismo nella regione, siamo di fronte a un nuovo attacco del neoliberalismo conservatore. L’approfondirsi della crisi della riproduzione sociale è sostenuta da un brutale aumento del lavoro femminilizzato che si sostituisce alle infrastrutture pubbliche, richiamando dinamiche di supersfruttamento. La privatizzazione e riduzione dei servizi pubblici fa sì che le attività sanitarie, di cura, per la produzione del cibo, ecc. debbano essere fornite, come attività non retribuito e necessario, da donne, lesbiche, travestiti e trans, un’ulteriore forma di indebitamento di questi settori a più basso reddito.

Diversi autori hanno evidenziato il vantaggio moralizzante - come riaffermazione del mandato di famiglia – che alimenta questa crisi riproduttiva e che fa da base di convergenza tra neoliberalismo e conservatorismo. Dobbiamo situare, come segnala Melinda Cooper[10], il modo in cui il neoliberalismo fa rivivere la tradizione della responsabilità familiare privata, per giustificare le sue politiche di aggiustamento e gestione della crisi, e come ciò avvenga attraverso il linguaggio del «debito domestico»! L'indebitamento delle famiglie fa parte dell’appello neoliberale alla responsabilità ma racchiude, allo stesso tempo, lo scopo conservatore di piegare la riproduzione sociale sul confine della famiglia cis-eteropatriarcale. Tale torsione conservatrice è un aspetto fondamentale che da un lato, cerca di rafforzare l'obbligo di fornire assistenza sociale attraverso la famiglia come nella logica della cura e della responsabilità; dall'altro, rende oggi le chiese i canali privilegiati per la ridistribuzione delle risorse. Si consolida così una struttura di obbedienza, nel presente e rispetto al futuro, che ci costringe ad assumere i costi della crisi in modo individuale e privato e a ricevere condizionamenti morali in cambio di risorse scarse. Tutto questo ci dà, ancora una volta, la possibilità di comprendere in modo più ampio e complesso ciò che diagnostichiamo come alleanza del neoliberalismo con le forze conservatrici, e che si esprime come violenza su corpi femminilizzati assunti come nuovi territori di conquista. Per questo è necessario incoraggiare la critica al neoliberalismo con gesto femminista sul meccanismo del debito, inteso quale dispositivo generalizzato di sfruttamento finanziario, perché è un modo per andare contro la costruzione del senso di colpa neoliberale sostenuto dalla moralità eteropatriarcale e dallo sfruttamento delle nostre forze vitali.

Voglio soffermarmi su due contributi che mi sembrano importanti in questa mappa delle letture che nutrono la prospettiva femminista nel presente: quelli delle studiose americane Wendy Brown e Nancy Fraser. Si tratta di interventi allo stesso tempo filosofici, politici ed epistemici, che mettono in gioco la definizione di neoliberalismo interrogandosi sui problemi del femminismo, e che, in qualche modo, sono centrali nella definizione (euro-atlantica) di neoliberalismo.


Economicizzazione della vita sociale e rifiuto della politica: Wendy Brown

Nel suo libro Undoing the Demos: Neoliberalism's Stealth Revolution (2015), Wendy Brown, a partire dalla lettura del corso di Michel Foucault del 1979, propone di addentrarsi in una nozione di neoliberalismo che appare onnicomprensiva. A tale scopo si sofferma su«l’antinomia tra cittadinanza e neoliberalismo» e discute la governance neoliberale come processo di «de-democratizzazione della democrazia». Dalla sua prospettiva, il neoliberalismo restringe gli spazi democratici non solo a livello macrostrutturale ma, nella misura in cui la concorrenza diventa norma per ogni tipo di legame, anche a livello di organizzazione delle relazioni sociali. Intende questo processo un’economizzazione della vita sociale che altera la natura stessa di ciò che chiamiamo politica e rafforza il contrasto tra l’homo economicus e l’homo politicus. Brown sottolinea che nel neoliberalismo la cittadinanza non è solo un insieme di diritti, è anche una sorta di obbligo all’attivismo continuo, come obbligo alla nostra valorizzazione. Secondo la studiosa americana, la penetrazione della razionalità neoliberale in istituzioni moderne come la cittadinanza, indebolisce la nozione stessa di democrazia. Sostiene inoltre che nelle genealogie di Foucault «non ci sono cittadini».

Questa critica del neoliberalismo come neutralizzazione del conflitto è un contributo importante al dibattito e l’analisi di Brown è tagliente anche se rimane all'interno di un quadro politicista: l'espansione che permette di pensare il neoliberalismo come governamentalità è nuovamente limitata se si ipotizza la ragione neoliberale come sinonimo di scomparsa della politica. La distinzione tra economia e politica (la distinzione fondante del capitalismo) viene così ricreata, in modo tale da preservare una «autonomia del politico» come campo ormai colonizzato ma da difendere. Da una prospettiva chiaramente arendtiana, il «regno della regola» è fatto spazio privilegiato per lo sviluppo democratico dell'homo politicus. Lungo questa linea di argomentazione, la spiegazione del trionfo di Donald Trump nel 2016, che Brown propone come «populismo apocalittico», sarebbe la consumazione di questo sequestro della politica da parte del neoliberalismo.

Se il rifiuto della politica è un elemento importante per l'assalto del neoliberalismo alla democrazia, altrettanto importante, nel generare sostegno all'autoritarismo plutocratico, è ciò che chiamo l'economizzazione di tutto, compresi i valori democratici, le istituzioni, le aspettative e la conoscenza. Il significato e la pratica della democrazia non possono arrendersi alla semiotica del mercato e sopravvivere. La libertà si riduce nel promuovere i mercati e mantenere ciò che si ottiene, legittimando quindi la crescita della disuguaglianza e dell’indifferenza per gli effetti sociali che questa produce. L'esclusione è legittimata come rafforzamento della competitività; il segreto della competitività, più che la trasparenza o la responsabilità, è il buon senso degli affari[11].

Per Brown, ciò che viene svuotato, dal punto di vista dell'economizzazione della vita, è la cittadinanza come forma di «sovranità popolare». Inoltre, sottolinea, la privatizzazione dei beni pubblici e dell'istruzione superiore contribuisce a indebolire la cultura democratica, e la nozione di «giustizia sociale» si consolida come ciò che limita le libertà private. In breve: l'aperto disprezzo neoliberale per la politica; l'assalto alle istituzioni, ai valori e alle immaginazioni democratiche; l'attacco ai beni pubblici, alla vita pubblica, alla giustizia sociale e all’istruzione, generano insieme una nuova formazione politica antidemocratica, antiegualitaria, ultraindividualista e autoritaria.

Questa forma economizzata della politica produce, nella prospettiva di Brown, un tipo di soggettività che si oppone alla stabilità e alla sicurezza della cittadinanza; una soggettività adesso infiammata da tre differenti carburanti: paura e ansia, declino dello status socioeconomico e rancore della bianchezza ferita. Paura, ansia, precarietà e rancore della «bianchezza» sono gli affetti che si sprigionano quando i confini della cittadinanza non producono né regolano la soggettività democratica. L'equazione per Brown, quindi, è la seguente: le libertà aumentano man mano che si riduce la politica; nella misura in cui non c'è contesa da parte dei cittadini vengono rilasciate energie dannose. Il risultato è una politica che nel caso di Trump non è antistatale ma piuttosto gestione aziendale dello Stato.

Da quale punto di vista si può criticare il politicismo di questa visione? Questa prospettiva comporta tre problemi. Da un lato, penso che ciò che emerge dal voto di destra, considerato in senso molto ampio, non sia solo uno spirito antidemocratico. Ci tengo a precisare che sto contemporaneamente pensando al cosiddetto «spostamento a destra» in America Latina, che è coinciso con il trionfo di Trump, e ha promosso la ricerca di «spiegazioni» su questo «spostamento» nelle preferenze che è stato prima elettorale e poi come appoggio alle manovre golpiste. I governi di destra, per dirla con le memorabili parole della destra vernacolare, «rivelano» attraverso il materialismo cinico la natura antidemocratica della democrazia. Con questo intendo dire che nell'argomentazione di Brown c'è una doppia idealizzazione della democrazia (questa è la fonte del suo politicismo). Primo, perché vengono cancellate le violenze che tessono il neoliberalismo alle origini (colpi di Stato e terrorismo in America Latina, ma anche le forme di razzismo legittimate dalla democrazia), violenze che le democrazie post-dittatoriali prolungano in modi diversi ma sempre costitutivi. In secondo luogo, perché la concezione della democrazia come regno della regola ci impedisce di vedere la violenza repressiva che essa stessa genera e di cogliere l’origine della conflittualità sociale di oggi nella percezione della politica come campo di regole che è privilegio discorsivo del le élite. Questo perché nella pratica si fa esperienza del fatto che le regole democratiche non funzionano in modo universale, come per esempio, il movimento #BlackLivesMatter e gli omicidi di giovani poveri nelle metropoli latinoamericane rendono evidente.

Credo che la critica al neoliberalismo si indebolisca quando lo si considera apolitico. Perché con tale idea di politica si annullano i momenti propriamente politici del neoliberalismo e, in particolare, si rendono invisibili le «operazioni del capitale» nella loro efficacia immediatamente politica, cioè come costruzione di norme e spazialità, nonché come produzione di soggettività. In relazione a ciò, mi sembra fondamentale pensare a pratiche politiche capaci di mettere in discussione il neoliberalismo senza considerarlo come «l’altro» della politica. Se c'è nel neoliberalismo, qualcosa di impegnativo e complesso è che la sua costituzione è già direttamente politica e, in quanto tale, può essere intesa come un campo di battaglia. Nel libro In the Ruins of Neoliberalism: The Rise of Antidemocratic Politics in the West (2019), Brown rivede questi argomenti, a partire dalla mancata previsione e comprensione dell'avanzata delle destre, in un contesto di congiunzione di «libertarismo, moralismo, autoritarismo, nazionalismo, odio per lo Stato, conservatorismo cristiano e razzismo». Cerca di allontanarsi da quello che chiama il «senso comune della sinistra» e sottolinea soprattutto l'articolazione del neoliberalismo con la morale tradizionale. L'enfasi sul «lato morale» del progetto neoliberale diventa la base per «smantellare la società» (giocando col il foucaultiano «difendere la società»), con riferimento ai modi in cui la «ferita del privilegio» della bianchezza, la mascolinità e il cristianesimo trovano vie per diventare una reazione antidemocratica. La questione delle soggettività è al centro della disputa politica.


Il neoliberalismo progressista di Nancy Fraser

Se Brown sottolinea fin dall'inizio i tratti apocalittici del populismo di Trump e la sua perversa continuità con il carattere de-democratizzante del neoliberalismo, Nancy Fraser ha parlato del trionfo di Trump come di un «ammutinamento elettorale» contro l'egemonia neoliberale, più specificamente come «rivolta contro la finanza globale». Ha qui collocato anche la Brexit, la campagna democratica di Bernie Sanders, la popolarità del Front National in Francia e il respingimento delle riforme di Matteo Renzi in Italia e ne ha letto la comune volontà di rifiutare il «capitalismo finanziarizzato». A questa lettura si piega la sua idea che ad essere in crisi sia il «neoliberalismo progressista», come ha scritto in un articolo all'inizio del 2017.

Nella forma che ha assunto negli Stati Uniti, il neoliberalismo progressista è un'alleanza delle correnti principali dei nuovi movimenti sociali (femminismo, antirazzismo, multiculturalismo e diritti lgbtq).) da un lato, e dei settori delle imprese di fascia alta e dei servizi «token» (Wall Street, Silicon Valley e Hollywood) dall'altro. In questa alleanza, le forze progressiste si sono effettivamente unite con il capitalismo cognitivo, in particolare in ambito di finanziarizzazione. La verità, dannatamente divertente, è che sono i primi a prestarsi ai secondi. Ideali come la diversità e l’«impoteramento» che in linea di principio potrebbero servire a scopi diversi, ora fanno luce su politiche che sono state devastanti per la produzione e per la vita di quella che una volta era la classe media[12].

Già nel 2016, nel libro Contradictions of Capital and Care, Fraser commentava che l'immaginario egualitario di genere alimenta un individualismo liberale in cui la privatizzazione e la mercificazione della protezione sociale riescono ad assorbire un'«aura femminista». Ciò garantisce che i compiti riproduttivi siano presentati come un ostacolo nella carriera individuale e professionale delle donne; compiti da cui fortunatamente il neoliberalismo ci dà la possibilità di liberarci attraverso il mercato. L'emancipazione assume così un carattere reazionario, sostiene Fraser, operando proprio sulla riformulazione della divisione riproduzione-produzione, e normalizzando il campo dove oggi si collocano le contraddizioni più profonde del capitale.

In questo senso, il «neoliberalismo progressista» sarebbe la controrivoluzione dei postulati femministi, in cui l'emancipazione avviene sia perché siamo spinte nel mercato del lavoro, stabilendo il modello del «doppio reddito familiare» come metabolizzazione perversa della critica femminista del salario familiare, sia per le sempre profonde gerarchia di classe e razza nella divisione globale del lavoro, per cui le donne migranti povere del Sud colmano il «divario di cura» delle donne del Nord, che si dedicano alla carriere professionale.

In questa prospettiva, il «neoliberalismo progressista» è la risposta alle lotte contro l'egemonia disciplinare del lavoro salariato maschile che sono confluite nei movimenti sociali che hanno politicizzato le gerarchie sessiste e razziste.

La forza del neoliberalismo pensato come reazione e controrivoluzione, sarebbe quella di essere riuscito a trasformare queste lotte in una sorta di cosmesi multiculturale: il freelance per le politiche di adeguamento, disoccupazione e disinvestimento sociale che parla la lingua dei diritti delle minoranze. La già citata Melinda Cooper mette in guardia contro il rischio dell'argomento di Fraser: «Nel suo lavoro più recente, Fraser accusa il femminismo della seconda ondata di aver collaborato con il neoliberalismo in uno sforzo comune per distruggere il salario familiare. È stata una semplice coincidenza che il femminismo della seconda ondata e il neoliberalismo abbiano prosperato insieme? O c'era qualche malvagia affinità elettiva sotterranea tra i due?»[13]. Il dubio sollevato da Cooper con queste domande è rilevante per una critica della famiglia (anche di quella più egualitaria) che non sia né nostalgica né riparatrice nel nome di una sicurezza perduta, poiché sono proprio quelle le bandiere su cui sventola il neoliberalismo più conservatore.

Il punto che rimane come dilemma, è come questa interessante lettura possa non risolversi in una razionalità che prevede sempre la sconfitta. Cioè, come evitare di assumere - a priori come logica che si sancisce in un analitico a posteriori - la capacità del neoliberalismo di metabolizzare e neutralizzare ogni pratica e ogni critica, garantendone in anticipo il successo. Fraser è insieme a Cinzia Arruza e Tithi Bhattacharya autrice di Femminismo per il 99% (2019), pubblicato negli Stati Uniti e tradotto in molte lingue. Lo slogan «99%», lanciato originariamente dal movimento Occupy Wall Street, viene qui, in modo molto interessante, recuperato per costruire un'opposizione diretta al femminismo corporativo (lean-in). Tuttavia, al suo interno sono inscritte due linee problematiche: un'articolazione populista e una prospettiva internazionalista delle lotte che portano nella discussione la questione tutta di pratica politica, sul come si produce un femminismo maggioritario che abbia come prospettiva una critica radicale del neoliberalismo.

In mezzo alla pandemia, persistono oggi rivolte femministe, che sostengono reti di cura, autodifesa, approvvigionamento alimentare, che contestano direttamente le condizioni della riproduzione: dalla sanità all'alloggio, passando per le pensioni, le tasse e per l'accesso alla connettività. Qui si gioca la concezione del lavoro, del chi produce valore e di quali siano le forme di vita che meritano di avere assistenza, cura e reddito, nonché la questione del dove prendere le risorse per farlo. Le letture femministe che affrontano il tema del neoliberalismo nella sua modalità conservatrice sono oggi più che mai strategiche.



Note [1] L’articolo è stato originariamente pubblicato come Lecturas sobre feminismo y neoliberalismo, «NUSO» Nº 290 /2020, https://nuso.org/articulo/lecturas-sobre-feminismo-y-neoliberalismo/. La traduzione dallo spagnolo è di Anna Curcio. [2] W. Callison - Z. Manfredi (a cura di): Mutant Neoliberalism: Market Rule and Political Rupture, Zone Books, Nueva York, 2019 [3] Z. Gambetti, Explorary Notes on the Origins of New Fascisms, «Critical Times» vol. 3 No 1, 4/2020. [4] W. Brown, Neoliberalism’s Frankenstein: Authoritarian Freedom in Twenty-First Century ‘Democracies’, «Critical Times» vol. 1 No 1, 2018. [5] S. Rolnick, Esferas de la insurrección, Tinta Limón, Buenos Aires, 2019. [6] K. Taylor, Race for Profit: How Banks and the Real Estate Industry Undermined Black Homeownership, University of North Carolina Press, Chapel Hill, 2019. [7] S. Federici, Reincantare il mondo. Femminismo e politica dei «commons», ombre corte, Verona 2018. [8] J. Butler, The Force of Non Violence: An Ethico-Polical Bind, Verso, Londres-Nueva York, 2020. [9] L. Cavallero - V. Gago, Vive, libere e senza debiti! Una lettura femminista del debito, ombre corte, Verona 2020. [10] M. Cooper, Family Values: Between Neoliberalism and the New Social Conservatism, Zone / Near Futures, Nueva York, 2017. [11] W. Brown, Democracy Lecture, «Blätter für deutsche und internationale Politik», 8/2017. [12] N. Fraser: El fin del neoliberalismo progresista «Review. Revista de Libros» No 11, 3-4/2017. [13]M. Cooper, Family Values, cit., p. 23.



Immagine: Thomas Berra


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Verónica Gago, politologa e femminista, è attiva nel movimento argentino di Ni Una Menos. In Italia ha publicato Vive, libere e senza debiti! Una lettura femminista del debito, ombre corte, Verona 2020 (con Luci Cavallero).