La memoria recisa di Genova
- Giulia Carati
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A venticinque anni dal G8 di Genova, Giulia Carati torna sulle vicende di piazza Alimonda e sull'omicidio di Carlo Giuliani, ricostruendole all’interno della più ampia gestione dell’ordine pubblico di quelle giornate. L’autrice riflette inoltre sulle difficoltà che hanno accompagnato la loro elaborazione storica e memoriale, tra rimozioni, testimonianze e memorie ancora divise. Il testo che pubblichiamo è un estratto da Sconvolgenti analogie. Gli omicidi di Francesco Lorusso e Carlo Giuliani (DeriveApprodi, 2026).
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La genesi degli scontri non lascia dubbi sul fatto che questi hanno avuto origine da tre diverse manovre del contingente di Carabinieri del Battaglione Lombardia, tutte egualmente caratterizzate dal connotato dell’arbitrarietà [1].
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Senza quell’illecita decisione di caricare e la violenza arbitraria esercitata in via Tolemaide – per la quale nessun ufficiale fu peraltro mai processato[2] – probabilmente non ci sarebbe stata piazza Alimonda. Per questo è necessario guardare alla morte di Carlo Giuliani non come a un evento isolato, bensì come al tragico esito di una catena di abusi, esercitati da chi avrebbe dovuto tutelare un diritto e generò invece le condizioni di possibilità della morte di un ragazzo di ventritré anni, «vittima tra le tante possibili, casuale e banale della brutalità »[3]. Per questo occorre ricollocare con precisione piazza Alimonda all’interno del più articolato mosaico di quelle giornate e contestualizzare la relativa vicenda giudiziaria alla luce delle evidenze emerse, quasi dieci anni dopo la sua archiviazione, dagli ulteriori procedimenti relativi ai fatti di Genova. Per questo la storia di «quel ragazzo» rappresenta e racchiude, non solo simbolicamente, «l’intera giornata, tutto il G8».
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Non è semplice, seppur a venticinque anni di distanza, ricostruire la storia delle giornate di Genova e dell’ampio movimento transnazionale confluito in quell’occasione nel capoluogo ligure per contestare i capi di Stato e di governo degli otto paesi più industrializzati del mondo, riuniti nel vertice G8. Nonostante alcuni importanti lavori di ricerca e inchiesta[4] abbiano fornito contributi essenziali alla ricostruzione dei fatti e del contesto, e malgrado l’enorme mole di materiale documentale e audiovisivo disponibile, sembra permanere una sorta di reticenza alla storicizzazione, riconducibile a una serie ragioni, più o meno manifeste. Prima fra tutte, l’estrema rilevanza politica di quella vicenda, ancora attualissima, sia per la continuità dei quadri istituzionali, dei referenti politici e del personale delle forze dell’ordine, sia perché vediamo oggi materializzarsi in tutta la loro urgenza e drammaticità le questioni che il movimento aveva allora indicato come rischi. Ma a ostacolare la storicizzazione dei fatti di Genova concorre anche la pressoché totale assenza di un processo di elaborazione politica: non è mai stata condotta infatti nel nostro paese un'autentica riflessione sulla disastrosa gestione dell'ordine pubblico di quelle giornate, né sulle brutali violenze e torture subite o testimoniate da migliaia di persone, che gli osservatori di Amnesty International definirono «la più grave violazione dei diritti umani in una democrazia occidentale nel dopoguerra»[5]. In questi vent’anni, larga parte delle forze politiche e delle istituzioni ha preferito il silenzio alla denuncia, l’omissione e la manipolazione all’assunzione di responsabilità , l’oblio pubblico a un gravoso processo di riconciliazione e riforma, la criminalizzazione del movimento a una seria presa in carico delle sue istanze. Nemmeno le sentenze storiche con cui la Magistratura, a più di dieci anni dai fatti, ha riconosciuto tali abusi e condannato i più alti vertici delle forze dell'ordine sono state sufficienti a sollecitare l’effettiva individuazione delle responsabilità sul piano politico, né a smuovere un dibattito pubblico, sia sulle cause all’origine di quella violenza massiva, sia sulla necessità di riformare il sistema di polizia. Ulteriore conferma della mancata volontà politica di fare chiarezza sui fatti di Genova fu la scelta – dei governi tanto di centro-destra quanto di centro-sinistra – di affossare le numerose iniziative promosse negli anni per istituire una Commissione parlamentare d’inchiesta dopo quella dell’agosto-settembre 2001[6], che avrebbe permesso di fare piena luce sulle dinamiche degli eventi, sulle catene di comando e sulle responsabilità di chi pianificò, sovraintese e diresse la gestione dell’ordine pubblico.
A inibire la possibilità di storicizzazione di quegli eventi contribuisce inoltre la loro mancata elaborazione sul piano memoriale: quella di Genova è ancora, venticinque anni dopo, una memoria obliata, bandita, divisa. Per chi c’era, ovvero un’intera generazione di cittadini e attivisti che si trovarono a fronteggiare una violenza istituzionale e una sospensione dei diritti democratici che – per durata, proporzioni e intensità  – non aveva precedenti nella storia repubblicana, quei giorni rappresentano una ferita ancora aperta, un «trauma psicopolitico»[7] mai completamente rielaborato, che tanti e tante furono costretti ad affrontare in una dimensione esclusivamente intima e individuale. Tornati da Genova, infatti, molti dovettero confrontarsi con un’opinione pubblica indisponibile all’ascolto, resa ostile dalle informazioni distorte che furono fin da subito veicolate dai principali canali di comunicazione[8] che concorsero a plasmare una memoria deformata di quei giorni. Come emerge da diverse delle testimonianze raccolte negli anni successivi[9], tutto ciò ha prodotto una sorta di «afasia della memoria», una riluttanza a ricordare prima ancora che a raccontare un evento che, «come una diga», segnò «un prima e un dopo nella vita di molti»[10], costringendo improvvisamente migliaia di persone a ripensare radicalmente la propria identità di cittadini e militanti. Gestite e rappresentate alla stregua di uno scenario di guerra più che come momento di libera espressione democratica, intorno a quelle giornate coesiste ancora oggi «una pluralità di memorie in conflitto non ricomponibile»[11]. Mai diventata patrimonio dell’intera comunità nazionale, quella di Genova resta una «memoria partigiana», espressione del ricordo delle vittime e delle reti che si sono mobilitate negli anni per continuare a chiedere verità e giustizia: un «ingranaggio collettivo» che ha accompagnato la nascita di una memoria dal basso, capace di opporsi all’oblio pubblico, operare come contro-verità sul piano memoriale e supportare le battaglie giudiziarie.
«Genova per chi non c’era»[12] – come la mia generazione – resta un tassello di storia che ci è sottratto, insieme alla possibilità di comprendere le radici del presente a cui è legata a doppio filo, come se, tentando di riavvolgerlo, lo trovassimo a un certo punto reciso. Nasce da qui l’esigenza, l’urgenza, di «riallacciare» il legame con Genova, di opporsi a un’amnesia forzata e riappropriarsi di quella memoria per comprendere cosa abbiano significato quei giorni, snodo cruciale di una mappa senza cui non è più possibile orientarsi. Oggi, mentre la nostra società sembra vivere immersa nell’incubo di quelli che erano i sogni a Genova – un incubo popolato dalla crisi climatica, dalla disgregazione dello stato sociale, dalla criminalizzazione dell’accoglienza e del dissenso e dall’inarrestato dilagare di genocidi e guerre – un rinnovato, seppur embrionale, interesse per i fatti del G8 e per le istanze e le rivendicazioni di quel movimento che a Genova si volle arrestare sembra essere riemerso tra le giovani generazioni. Ciò potrebbe preludere a una nuova stagione di ricerche: in questa prospettiva, valorizzare e riconoscere il vissuto traumatico e il ricordo di chi fu testimone di quegli eventi rappresenta non solo un passo imprescindibile nel processo di storicizzazione, ma anche un modo di farsi carico, come collettività , di quella memoria traumatica, offrendo almeno parziale risposta al bisogno di verità e giustizia di chi, a più di vent’anni di distanza, ne attende ancora il riconoscimento.
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Note
[1]Â Sentenza Trib. Genova, 14 dicembre 2007, p. 406.
[2] Nonostante la richiesta del Tribunale di Genova di procedere per falsa testimonianza nei confronti di Antonio Bruno, Paolo Faedda, Angelo Gaggiano e Mario Mondelli, la Procura non aprì alcun fascicolo; né fu mai avviato un procedimento sulle condotte dei carabinieri in via Tolemaide, pur avendo i giudici ravvisato gli estremi di reato doloso.
[3] F. Caffarena – C. Stiaccini, a cura di, Fragili, resistenti. I messaggi di piazza Alimonda e la nascita di un luogo di identità collettiva, Terre di Mezzo, Milano 2005, p. 143.
[4] Oltre ai saggi in bibliografia, si rimanda in particolare al sito «Processi G8», che raccoglie molta della documentazione e del materiale audiovisivo della segreteria legale del Genoa legal forum, e al sito del Comitato Piazza Carlo Giuliani, dove è ospitato «NarrAzioni», spazio di condivisione di tesi e studi sul G8.
[5] Cfr. E. Zucca, La consegna del silenzio, in Genova 2001-2001, dossier «Altreconomia», luglio-agosto 2001.
[6] Tra agosto e settembre 2001 una Commissione parlamentare di 36 membri – 18 senatori e 18 deputati – condusse un’indagine conoscitiva sui fatti del G8 di Genova. Registrazioni, trascrizioni e relazioni finali sono disponibili sul sito «Processi G8». Negli anni successivi, ulteriori proposte di indagine parlamentare furono invece respinte.
[7] Cfr. A. Zamperini – M. Menegatto, Cittadinanza ferita e trauma psicopolitico. Dopo il G8 di Genova: il lavoro della memoria e la ricostruzione di relazioni sociali, Liguori, Napoli 2011.
[8] Per un approfondimento sul ruolo dell’informazione si veda: S. Cristante, a cura di, Violenza mediata. Il ruolo dell'informazione nel G8 di Genova, Editori Riuniti, Roma 2003; L. Riccetti, Il linguaggio della tensione. La manipolazione mediatica del G8 di Genova, Cronache Ribelli, Perugia 2023.
[9] Tra i più importanti lavori di raccolta di testimonianze sul G8 si segnala: G. Proglio, I fatti di Genova. Una storia orale del G8, Donzelli, Roma 2021; Archivi della Resistenza, La rivoluzione non è che un sentimento, cit.; I. Bracaglia – G. Salvatori – M. Tiburzio, a cura di, Genova 2001-2021. Cerchi della memoria, Elementi Kairos, 2021.
[10] A. Camilli, Limoni, I episodio, «La trappola», min 05.03-05.14.
[11] I. Bracaglia – E. O. Denegri, Un ingranaggio collettivo. La costruzione di una memoria dal basso del G8 di Genova, Unicopli, Milano 2020, p. 9.
[12] Cfr. A. Miotto, 2001-2021 Genova per chi non c’era. L'eredità del G8: il seme sotto la neve, Altreconomia, Milano 2021.
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Giulia Carati (1998) si è laureata in Storia contemporanea all’Università di Bologna. Impegnata nel mondo dell’attivismo antimafia e archivista in formazione, nel 2025 ha vinto il premio per le tesi di laurea del Comitato Piazza Carlo Giuliani. Nelle sue ricerche si è occupata di storia dei movimenti, storia giudiziaria, avvocatura militante e femminismo giuridico. Per DeriveApprodi ha scritto Sconvolgenti analogie. Gli omicidi di Francesco Lorusso e Carlo Giuliani.
Per approfondire:


