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Fernand Braudel: il capitalismo come strategia

3 ore fa
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Toyen, War (Field Scarecrow), 1945, dettaglio
Toyen, War (Field Scarecrow), 1945, dettaglio

Maurizio Lazzarato, in un nuovo articolo della serie scritta per Machina, torna sulla congiuntura di guerra e crisi riprendendo il pensiero di Fernand Braudel, lo storico che ha letto il capitalismo non come semplice economia di mercato o modo di produzione, ma come una strategia di potere. A partire da quattro nuclei – il primato storico della finanza e del credito, la distanza tra capitalismo e mercato concorrenziale, la centralità della relazione centro-periferia e il nesso strutturale tra Stato e capitale – Lazzarato interroga le trasformazioni degli ultimi cinquant’anni: il debito al posto del salario, la rendita al posto del profitto, la finanziarizzazione, la guerra come condizione delle nuove accumulazioni. Un articolo che invita a ripensare il capitalismo come strategia, cioè come capacità politica di scegliere, organizzare e trasformare i rapporti di forza tra classi.


***


Vorrei provare a utilizzare il lavoro di Fernand Braudel per vedere se può aiutarci a capire la sconfitta storica che abbiamo subito negli anni Settanta (non parlo solo dell’Italia) da cui non ci siamo mai più sollevati. Si tratterebbe di un progetto di ricerca politico, piuttosto che un articolo. Quindi  di ipotesi da confermare.

Ancora adesso abbiamo delle difficoltà a mettere in chiaro la strategia della macchina Stato - Capitale messa in atto a partire dalla fine degli anni Sessanta. Se abbiamo capito molto tardi la loro politica (il debito al posto del salario, la rendita al posto del profitto, la finanza al posto dell’industria, i proprietari di azioni e obbligazioni al posto dei lavoratori, ecc.), abbiamo subito uno spiazzamento ancora maggiore dalla guerra, dalla guerra civile e dal genocidio, le grandi – e irresponsabili – rimozioni. Da cinquanta anni rincorriamo affannosamente l’iniziativa del nemico di classe forse perché non abbiamo i concetti adeguati per lo scontro di classe attuale.

Braudel, nel 1979, propone tre o quattro concetti che vale la pena di discutere perché fanno traballare le nostre certezze:


  1. Il capitalismo non è identificabile con la rivoluzione industriale. Il capitale finanziario ha preceduto il capitalismo industriale o lo supererà. Il credito/debito  è la  sua arma principale. Il capitalismo non evolve dalla merce, alla produzione, alla finanza, ma è sempre contemporaneità di capitalismo commerciale, capitalismo industriale, capitalismo finanziario, diversamente sviluppati secondo le fasi. Il capitalismo non passa neanche dal capitalismo concorrenziale al capitalismo dei monopoli (Lenin): è sempre stato monopolista, come è sempre stato dominato dalla finanza/debito. Questo per quanto riguarda la nostra tradizione marxista;

  2. Il capitalismo non è identificabile con l’economia di mercato. Non sono né lo scambio, né la concorrenza, né il mercato, né l’iniziativa individuale che guidano e decidono la produzione e la circolazione, ma il monopolio, la forza, la centralizzazione delle potenze economiche e politiche, sempre collettive. L’economia di mercato esiste, ma è un capitalismo straccione, sempre subordinato alla forza superiore del capitalismo del credito, della finanza, monopolio, dove si creano e si concentrano produttività, tecnologia, innovazione. Questo per quanto riguarda il liberalismo;

  3. Il modello dell’accumulazione non è Manchester, mai il mercato mondiale. È la relazione centro- periferia con le sue divisioni escludenti/includenti che fonda e definisce sia il Capitale che lo Stato. Non è l’Europa, non è Manchester, non sono i termini della relazione, centro/periferia, ma la relazione stessa che è produttiva. Il capitalismo è sempre stato imperialista (e quindi non il suo ultimo stadio) e colonialista. Questo per quanto riguarda l’eurocentrismo del marxismo occidentale (anche l’operaismo) e dell’insieme del pensiero critico (Foucault in particolare);

  4. Il capitalismo non è un modo di produzione, né un mercato, né un sistema, né un’astrazione, né un automatismo, né una assiomatica, ma una strategia. Questo è per me il concetto per me più interessante e promettente dello storico. La strategia introduce l’elemento soggettivo, la capacità e la possibilità di decidere e di agire, oltre gli automatismi della produzione, oltre il feticismo della merce e del denaro, oltre l’oggettivismo degli economisti e della maggior parte dei marxisti occidentali. Braudel introduce la soggettivazione soltanto dal punto di vista del capitale (non bisogna domandare troppo a uno storico borghese), ma afferma così che il Capitale prima di essere economia è politica, cioè strategia (dal mio punto di vista più Lenin che Marx, più Mao che Tronti o Debord che si consideravano comunque degli strateghi).

 

Questi quattro punti interrogano soprattutto il marxismo. Se vogliamo continuare a utilizzare Marx produttivamente è necessario operare un duplice spostamento. Mettere l’accumulazione primitiva all’inizio del capitale e quindi cominciare l’analisi non con la merce, il lavoro, la produzione, ma con la guerra.

La guerra e l’industria degli armamenti sono elementi strutturali del capitalismo in un senso specifico, devono cioè essere introdotti, con la guerra civile e lo Stato, nel concetto di «capitale». La produzione capitalista presuppone la differenziazione tra proprietari e non proprietari. Questa distribuzione primaria che precede la distribuzione economica non è il risultato della divisione del lavoro ma della divisione prodotta dalla guerra civile, dalla guerra di conquista, dalla guerra di espropriazione che spoglia gli uni e concentra la proprietà su altri (pochi). Questo aspetto non è molto sviluppato in Braudel ma è fondamentale. Ciò che stiamo vivendo è proprio una nuova accumulazione primitiva per una nuova divisione dei poteri e delle classi, condizione di una nuova «produzione» (una re-industrializzazione nei sogni impossibili dell’amministrazione prima di Biden, dopo di Trump).

 

Il secondo spostamento: anche il terzo libro del Capitale che tratta del credito deve precedere l’analisi della merce, del lavoro e della produzione. L’analisi del capitalismo deve cominciare dalla moneta, ma dalla moneta debito. Il credito, la finanza, la rendita, il debito non sono i «rampolli» del capitalismo industriale (Marx), vengono prima. «La moneta», dice Michel Aglietta, «precede e determina l’ordine sociale degli scambi», è «logicamente anteriore alle relazioni di mercato».

Marx descrive correttamente nel secondo e terzo libro del capitale lo sviluppo del capitale monetario, come il debito diventa merce, l’autonomia del capitale produttivo di interesse rispetto al capitale industriale, malgrado faccia nascere la moneta dalla circolazione delle merci, dall’economia mercantile.

La moneta nasce invece, 5000 anni fa in Mesopotamia, per pagare debiti e tasse al Tempio e al Palazzo e non dallo scambio. L’«equivalente generale» non è il risultato automatico della circolazione delle merci (qui Marx è dentro fino al collo all’economia politica), ma è una decisione amministrativa presa dal Tempio e dal Palazzo. È sempre moneta di un potere e di uno Stato, non nasce dalla coordinazione miracolosa di individui divisi. È un «bene» pubblico, non privato. Tutta la nuova strategia capitalista consisterà e consiste nel tentativo impossibile di privatizzare la moneta (e dunque lo Stato, non eliminarlo e neanche minimizzarlo)

Marx crede che il capitalismo industriale riuscirà comunque a controllare e a subordinare il capitale produttivo di interesse alla sua dinamica. È avvenuto esattamente il contrario. Il capitalismo industriale si è fatto fagocitare dal capitalismo della finanza, ciò che invece il partito comunista cinese è riuscito a evitare (il responsabile della bolla immobiliare scoppiata in Cina è stato condannato all’ergastolo – in Occidente, da questo punto di vista, ci sarebbero decine di migliaia di ergastoli da attuare per bloccare il casinò del capitalismo contemporaneo).

 


Sul primo punto

Per quanto riguarda il primo punto. La macchina Stato-Capitale degli Usa decide, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, di spiazzare completamente il terreno dello scontro di classe: la relazione capitale-lavoro deve essere subordinata alla relazione creditori-debitori. L’universalità e l’astrazione della seconda, per utilizzare un linguaggio marxiano, è molto superiore alla prima, riguarda la società nel suo insieme.

L’egemonia del capitale finanziario già presente alla fine del XIX secolo (dice Lenin, per Braudel invece l’egemonia ce l’ha da sempre avuta) è abbandonata per ragioni politiche (le rivoluzioni nelle periferie e la lotta di classe al centro) e la finanza sembra ritrovare, per un breve periodo, la funzione di «ancella della produzione» (per  Braudel non lo è mai stata).

Due sono i pilastri di questa politica, il primo: il circuito del dollaro, fondato sul debito (sui debiti) che fa degli Usa il primo impero non più creditore verso il mondo, ma grande debitore. Il secondo consiste nel mettere il debito al centro non soltanto nelle relazioni internazionali, ma anche dei rapporti di classe interni, in modo che la finanza e il credito che la sostiene, diventino il centro dell’accumulazione.

C’è un solo marxista, a mia limitata conoscenza, che ha colto in tempo reale quello che stava succedendo (insieme a Michael Hudson che già nel 1972, ricostruisce precisamente la nuova politica del dollaro/debito con il suo Superimperialisme).

Dalla fine degli anni Sessanta in poi, Sweezy sviluppò una critica della strategia capitalistica incentrata su un'economia industriale dominata da grandi imprese o multinazionali che aveva lui stesso adottato. Sulla rivista Monthly Review, propone uno scenario molto  diverso: la novità risiedeva nell’egemonia dei «capitalisti finanziari privi di esperienza o interesse nella produzione». Il capitale «inevitabilmente diventa capitale speculativo orientato alla propria espansione».

Nel 1981, l'economista americano descrisse la «crescita finanziaria» iniziata prima del 1971 come segue:

 

La dimensione più significativa, e al tempo stesso più straordinaria, di questa elefantiasi finanziaria è l'espansione del debito, sia pubblico che privato, negli ultimi tre decenni. Ma l'espansione del settore finanziario non si limita affatto alla crescita quantitativa del debito. Si è assistito anche a una proliferazione senza precedenti nella varietà, nella crescita e nelle dimensioni delle istituzioni e dei mercati finanziari. E questo, a sua volta, ha innescato una vera e propria esplosione di formazione e speculazione finanziaria.

 

Il capitalismo non è semplicemente un'immensa raccolta di merci (Marx), ma anche un ammontare ancora più ampio di titoli (diritti di proprietà sui profitti futuri) che speculano sui prezzi dei beni, unitamente a un numero sproporzionato di derivati ​​(assicurazioni contro le fluttuazioni dei prezzi fissate nei contratti di compravendita), il tutto accompagnato da una montagna di titoli di Stato emessi dagli Stati per finanziare il loro debito. Il mercato dei beni funziona solo sotto il controllo e il dominio del mercato della produzione e distruzione del debito a cui succhia il sangue come il capitalista industriale all’operaio (rendita)

Sweezy sostituisce la distinzione marxiana tra «capitale reale» (industriale) e «capitale fittizio» (capitale finanziario), con «capitale produttivo» e «capitale speculativo», perché entrambi sono reali. Il capitale speculativo è reale perché costituisce un'enorme forza politica: sconfigge il movimento operaio nel Nord distruggendo l’industria e con lei il movimento operaio mentre organizza la mondializzazione dell’economia, industrializzando il sud.

Che la finanza possa svilupparsi in modo autonomo (ciclo D-D’, denaro che produce denaro senza passare per la produzione) non significa che possa fondarsi su sé stessa: il denaro che genera denaro è il mito dei nuovi alchimisti che pensano di aver scoperto la formula per produrre l’oro. Il suo sviluppo è sempre relativo alla sottostante economia produttiva. Questo non vuol dire però, aggiunge Sweezy, che non possa avere una funzione «produttiva» come l’ha avuta organizzando la deindustrializzazione del nord e l’industrializzazione del sud, con l’obiettivo di fare del nord il cervello e del sud il braccio della nuova accumulazione (un nuovo colonialismo).  Ma dopo aver allargato enormemente la base industriale creando milioni di nuovi operai soprattutto in Asia, sicuramente più numerosi che nel fordismo, vive nell’illusione di potersi separare, di potersi sviluppare all’infinito fondandosi sull’inflazione degli asset finanziari finanziati col debito. La finanza è la tendenza più importante contro la stagflazione che imperversa negli anni 70 ma finisce inevitabilmente nella speculazione. La sua forza costruttiva, capace di modificare i rapporti di forza tra le classi, finisce nella distruzione-autodistruzione.

Che cos’è la borsa? promessa su promessa, scommessa su scommessa, tutte finanziate a debito, con l’illusione che il gioco possa sempre essere rilanciato, senza fine. Non ci sarà mai la resa dei conti con il «reale» perché posso sempre indebitarmi per un’altra scommessa, posso sempre fare o accettare un’altra promessa, finanziata anche lei dal debito che aumenta in maniera esponenziale perché l’investimento non riguarda beni o servizi, ma sempre un’altra promessa o un’altra scommessa. Si potrebbe dire che l’infinito della valorizzazione finanziaria deriva dalla famosa «produzione per la produzione» marxiana o anche l’inverso (questo magari potrebbe pensarlo Braudel).

Lo storico francese è uno dei pochi studiosi completamente a suo agio con la nuova realtà del capitalismo. Non è affatto turbato dall’egemonia del capitale finanziario, perché credito e finanza sono, fin dal XV secolo, i mezzi della sua egemonia e del suo comando. «Il capitalismo è nato finanziario» (XV secolo) e la moneta (credito/debito) è il segreto della sua forza, come sottolinea l’economista Michel Aglietta riprendendo esplicitamente il punto di vista del grande storico francese. Sempre, afferma Braudel, quando si è prodotta

 

un’accumulazione di capitali superiore alle normali occasioni di investimento (...) il capitalismo finanziario ha saputo conquistare la piazza e dominare, per un certo periodo, il mondo degli affari.

Il credito/debito è sempre stato il punto di avvio, di comando e di direzione dell’accumulazione, ma la sua affermazione definitiva arriva tardi. Secondo Braudel il credito ha tentato più volte di istituzionalizzarsi dal XV secolo (prima con Firenze — XIII secolo, poi Genova — XVII, Amsterdam — XVIII), ma solo a partire da una consolidata base industriale riesce a stabilirsi durevolmente come comando e direzione, perché sfrutta e cattura l’enorme produttività introdotta dal macchinismo. La finanza precede l’industria ma è solo grazie ad essa che assume la forma attuale.


Questa stabilizzazione del credito, fulcro della strategia capitalistica anche nella Rivoluzione industriale, è descritta anche da Marx in una serie di articoli pubblicati sul «New York Daily Tribune», dove analizza l’operato del «Crédit Immobilier» dei fratelli Pereire, un monopolio finanziario concesso da Napoleone III. Marx si confronta con il sistema bancario e monetario moderno, capace di centralizzare la liquidità. Capitale e Stato, insieme, raccolgono i risparmi e li mobilitano per determinare un salto qualitativo nel processo di accumulazione. Il «Crédit Immobilier», precursore della finanza contemporanea, diventa proprietario della maggior parte dell’industria francese, fungendo al contempo da meccanismo di centralizzazione del mercato dei capitali. Agisce come capitalista collettivo, costituendo il vero governo della socializzazione del capitale. Lo scontro tra oligarchie per determinare la forma dell’industrializzazione si manifesta nel settore finanziario (i fratelli Pereire contro il potente banchiere Rothschild) e non nel capitale industriale.

Sergio Bologna, ricostruendo il punto di vista di Marx a partire da questi articoli, afferma la completa convergenza , a questo alto livello strategico-decisionale, tra Stato e capitale finanziario, tra economia e politica, dentro e grazie al credito.

L’attuale egemonia del capitale finanziario ha dunque una lunga storia dietro di sé.

E noi, all’epoca in cui Sweezy e Braudel decifravano la nuova strategia della finanza e del debito, cosa pensavamo? Eravamo ancora, chi più chi meno, dentro il capitalismo industriale anche se si pensava ormai, nelle sue elaborazioni più avanzate a partire dal rapporto società-fabbrica; emergevano nuovi movimenti (femminista, post-coloniale) che presi dall’analisi e la lotta contro la specificità dei loro rapporti di potere non prestavano nessuna attenzione alla strategia «globale» della contro-rivoluzione. Altri ancora erano presi nell’illusione di uno Stato che non esisteva più (l’autonomia del politico, il farsi Stato della classe). Tutti lontani da immaginare quello che stava succedendo. Anche quando si metteva al centro il denaro (vedi «Primo maggio») si pensava ancora il «denaro capitale», non l’egemonia del debito, del capitale portatore di interessi, del credito «speculativo».  Anche le categorie elaborate successivamente («post-fordismo» per esempio o si pensi al tanto ingiustamente celebrato Il nuovo spirito del capitalismo che ancora nel 1999 era tutto concentrato sul management dell’impresa) non riuscivano a cogliere il salto operato dal nemico di classe.

Gli anni Settanta sono invece la conferma che una nuova accumulazione presuppone una nuova accumulazione primitiva. Il quadro extra-economico capace di fondare una nuova economia, può essere costruito solo distruggendo le vecchie classi sociali e producendone delle nuove (sia dal lato del comando che dal lato degli sfruttati). Il vero problema è finirla con le rivoluzioni del XX secolo che continuavano nel dopoguerra come guerre civili di liberazione nazionale.

 

Dal 1971 al 1979 si dispiega la strategia Usa di guerra totale (allo stesso tempo militare, economica, politica, comunicativa, ecc.)  di cui bisogna ammettere che del piano generale e del suo senso non abbiamo capito molto: inconvertibilità del dollaro in oro, dazi del 10%, blocco dei salari, liberazione dei prezzi; riconciliazione con la Cina senza cui non ci sarà mondializzazione; guerra civile sanguinaria in Cile dove si dimostra, se ce ne fosse ancora bisogno, che la guerra precede l’instaurazione dell’economia (del debito); smantellamento dell’esercito di leva e costruzione dell’esercito professionale; diverso utilizzo dei fascisti in Europa nella strategia della tensione; indicizzazione del dollaro al petrolio imposto dagli Usa ai paesi arabi; legislazione che libera completamente la circolazione dei capitali; legislazione da «stato di eccezione» in tutto il nord; colpo di Stato in Argentina, sempre comandato dagli USA, che continua a spianare la rivoluzione per impiantare il «neoliberalismo»; dichiarazione di incompatibilità del capitalismo con la democrazia da parte della Trilaterale, segnale che la classe operaia e il proletariato non sarà più riconosciuto come soggetto politico, ma solo come «lavoro servile»; rottura di ogni compromesso e mediazione, la classe dominante Usa non ha digerito il New Deal; crisi fiscale dello Stato di New York che prospetta come soluzione la predazione dei fondi pensione dei lavoratori; utilizzazione della fine della «rivoluzione culturale» che conferma ancora una volta che solo chi vince decide del «destino dell’economia gli accordi della Giamaica pongono definitivamente fine al sistema monetario delle parità fisse tra valute; esplosione dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve per far convergere capitali e lanciare la finanziarizzazione e l’economia del debito; primo viaggio di Hayek in Cile per incontrare Pinochet e tessere le trame del «capitalismo fascista» presupposto armato del libero mercato ecc.)

Quando arrivano Thatcher e Reagan, la strategia era già saldamente disegnata.

C’è una vera e propria rimozione (o ignoranza) della strategia costruita tra guerra civile e finanza negli anni Settanta: la rivista su cui è pubblicato questo testo ha preso l’encomiabile iniziativa di analizzare decennio per decennio la controrivoluzione, cancellando però il decennio dove questa è stata pensata e attuata. Misteri del pensiero critico. L’amministrazione Trump si sta ispirando a questa strategia, utilizzando tutte le leggi speciali varate in quel periodo perché, come sempre, si cambia forma dell’accumulazione e dello Stato solo tramite la guerra.

 


Secondo punto

Il secondo naufragio teorico-politico può essere riassunto in questo modo: pensare l’iniziativa capitalista che non si era riuscito a capire negli anni Settanta e Ottanta, tramite il concetto di neo-liberalismo. Completamente disorientati, perché privi di una teoria, dei concetti e della categorie per comprendere il reale, si è adottata l’assurda identificazione del capitalismo e del liberalismo, andando a cercare in Foucault, filosofo che era altrettanto perso, se non di più, di noi.

Il corso di Michel Foucault, Naissance de la biopolitique, è considerato a torto una grande anticipazione del pensiero critico (cito solo i compagni che conosco personalmente ma la lista è lunghissima: Gentili, Chignola, Stimilli, Zanini, Hardt, Negri) perché mostrerebbe una capacità sorprendente di leggere in tempo reale le trasformazioni del capitalismo. In realtà, il metodo dell’«ontologia del presente» mobilitato dal filosofo non riesce a cogliere nessuno dei principi del grande cambiamento di strategia in corso negli anni Settanta. Nel suo corso non ci sono proprio le parole per comprenderla: moneta, debito, rendita, finanza, credito.

I tre volumi di Civiltà materiale, economia e capitalismo di Fernand Braudel uscirono nel 1979, lo stesso anno in cui Michel Foucault tiene il corso Nascita della biopolitica, e testimoniano di una radicalissima alternativa teorica al filosofo francese e la critica più spietata delle giaculatorie liberali. Il libro determinante è sicuramente il primo, non la pubblicazione del corso.

Io non ho mai capito come dei compagni possano confondere delle teorie che agiscono nel dibattito delle idee (ideologia?), con la pratica reale del capitale e dello Stato. La lezione di Braudel è che assumere le categorie degli ordoliberali, Hayek, Mises, ecc. (mercato, concorrenza, azione individuale, spontaneità, coordinazione automatica, ecc.) è già aver perso la battaglia delle idee. Braudel opera uno scarto distinguendo il capitalismo dal mercato. A Foucault, come tutti i liberali, aggrada invece l’identificazione. Seguendo gli ordoliberali, il cui riferimento è ancora il capitalismo industriale che non ha niente da spartire con il capitalismo che si sta costruendo negli Usa, il filosofo crede di essere ancora confrontato con la centralità delle  imprese industriali: «Non una società supermercato, ma una società di imprese», una società della «proliferazione di aziende industriali» per cui «la società non può essere disciplinata attraverso il consumo e la merce». La figura soggettiva è dunque quella dell’imprenditore industriale. Nel 1978, facendo il bilancio del decennio, Sweezy scrive esattamente il contrario, il capitale egemone è finanziario e porta a esasperazione proprio la società dei consumi, ma, cosa fondamentale da capire, non finanziati dal salario ma dal debito:


Il fattore di gran lunga più determinante della crescita statunitense non è stato, come ci si sarebbe aspettati, l’accumulazione del capitale, ma il consumo

finanziato dal debito.

Il capitalismo della finanza e del debito è un grande, immenso supermercato globale che, paradossalmente, è l’altra faccia della implacabile e inevitabile deindustrializzazione. Altro che società impresa! Non solo la produzione industriale sarà trasferita nel sud del mondo, ma le imprese che restano, saranno finanziarizzate. Per cui i profitti saranno delle rendite (tutte le big-tech usufruiscono di una rendita da monopolio, costruita con la complicità dello Stato). Oggi la distruzione dell’industria e dei suoi lavori e la finanziarizzazione dell’economia è una evidenza, ma non si tratta che di una realizzazione della strategia degli anni Settanta.

Quindi per tornare al consumo, la spoliticizzazione, la neutralizzazione e il controllo delle soggettività passano ancora per il consumo che costituisce i due terzi del PIL USA (tra il 68% e il 69%, secondo i calcoli). L’uomo consumatore-indebitato, e non l’imprenditore, diventa la figura soggettiva dominante. Se c’è un modello è quello dell’imprenditore speculativo, che «scommette» sul futuro indebitandosi (gli studenti americani!). La società del «rischio» ha il suo fondamento nel prendere a prestito dalle banche e dalle istituzioni finanziarie.

Foucault sottolinea il grande passo in avanti compiuto dal pensiero liberale quando, con gli ordoliberali afferma che la condizione fondamentale del mercato non risiede più nello scambio, ma nella concorrenza. Braudel smonta storicamente queste credenze: «La nozione di mercato autoregolato (…) deriva da un gusto teologico della definizione». Questo mercato, nel quale «intervengono solo la domanda, il costo dell’offerta e i prezzi, che risultano da un accordo reciproco», in assenza di qualsiasi elemento esterno è una creazione dello spirito. E rimane tale anche se il mercato e la concorrenza non sono fenomeni naturali, ma costruiti e garantiti dall’intervento dello Stato come vogliono gli ordoliberali.


Ma si può spendere tempo e intelligenza come fanno a profusione i miei «compagni critici» per discutere del «mercato» come risultato dell’ordine spontaneo, naturale ed evolutivo (Hayek) che emerge dalle azioni volontarie e coscienti (Mises) di milioni di individui in concorrenza gli uni con gli altri, senza che scappi loro da ridere? Possiamo prendere sul serio, come fa Adelino Zanini, la lotta degli ordoliberali contro «il potere economico illegittimo» dei monopoli e la necessità «democratica» di eliminare il loro «privilegio», «affinché prevalga la libertà e non l’arbitrio» opponendogli la concorrenza come misura e principio regolativo?

Il capitalismo, suggerisce Braudel, «si appoggia sempre, ostinatamente, su monopoli di diritto e di fatto» e non sulla concorrenza e questo dal XV secolo. Grazie alla centralizzazione è capace, «nove volte su dieci, di cancellarla». Il capitalismo è, e non da oggi, un «“contro-mercato” che cerca e riesce a liberarsi della concorrenza e delle regole dei mercati». Se si fa funzionare correttamente la «concorrenza piena», come vogliono gli ordoliberali, il risultato non sarà la libertà e la fine dell’arbitrio, ma l’azzeramento del profitto. Ragion per cui ogni capitalista ha sempre come obiettivo esistenziale il monopolio. Peter Thiel, imprenditore reazionario della Silicon Valley ma più onesto degli ordoliberali, ne ha fatto un suo mantra, la concorrenza è per i perdenti :

 

Tutte le aziende di successo si sono guadagnate il monopolio in un settore... Tutte le aziende fallimentari sono uguali: non sono riuscite a sottrarsi alla competizione.

 

In Nascita della biopolitica la definizione del mercato «come un principio di regolazione indispensabile alla formazione dei prezzi» ha l’intento implicito di criticare la pianificazione sovietica, mentre quest’ultima non è altro che una strategia, allo stesso modo in cui il capitalismo «realmente esistente» dispiega la propria, poiché non commette la follia di affidare la propria potenza al mercato, agli individui, alla concorrenza. Lo Stato capitalista a partire dal New Deal ha assunto la pianificazione, oggi delegata alla finanza.

Anche nella formazione dei prezzi il sistema funziona su due livelli, quindi in modo politico:

 

ci sono i prezzi di mercato e i prezzi dei monopoli, cioè un settore monopolistico e un settore concorrenziale.

 

E il primo comanda il secondo. Questo sistema a due livelli, settore monopolistico e settore concorrenziale, disposti gerarchicamente, consente a Braudel di stabilire due verità legate tra loro che sfuggono a Foucault: «il monopolio di diritto e di fatto» e la «manipolazione dei prezzi».

Ciò che nel 1970 appariva evidente analizzando le multinazionali è, avverte Braudel, una realtà costante del capitalismo:

 

le leggi del mercato non esistono più per le grandi imprese, capaci di influenzare la domanda tramite una pubblicità altamente efficace e di fissare arbitrariamente i prezzi.

 

L’informazione, chiave del successo imprenditoriale, frammentata e diffusa come gli individui, non è espressa dai prezzi tramite il mercato, grande dispositivo impersonale (una sorta di computer ante litteram, secondo Hayek), ma è una risorsa strategica già nelle mani dei «capitalisti» prima della rivoluzione industriale, che consente ai monopoli di manipolare e fissare i prezzi.

Vale veramente la pena di confrontarsi con distinzioni che risultano immediatamente assurde tipo «taxis» (ordine artificiale, pianificato, costruito) et «cosmos» (spontaneità dell’azione della molteplicità degli individui), quando confrontiamo queste cattedrali dello spirito umano con un qualsiasi volgarissimo «mercato»? Esempio:  il prezzo del gas, che rappresenta circa il 40–45% della bolletta che paghiamo, è determinato da un indice con sede immateriale ad Amsterdam, appartenente alla società americana ICE. I suoi principali azionisti sono i grandi monopoli ( BlackRock, Vanguard, State Street) che rappresentano circa due terzi degli operatori. Il prezzo del gas non è determinato dalla domanda e offerta reali, ma da scommesse basate su aspettative. I prezzi sono decisi da operatori monopolisti che non producono, né vendono gas, ma speculano su una merce, una produzione e una circolazione che non hanno mai visto nella loro vita. Non c’è nessuna concorrenza perché la decisione è pianificata dai monopoli e oligopoli. C’è un prezzo cartaceo del gas e un prezzo reale (determinato da altri monopoli che lo estraggono e lo distribuiscono) e il primo decide del secondo. Cosa c’entra «taxis», «cosmos» di Hayek, il «monopolio come principio inammissibile» degli ordoliberali, l’azione di Mises?  «Il diritto e lo Stato forte» dovrebbero servire a impedire la concentrazione del potere arbitrario in economia, regolando i monopoli che, in realtà, non hanno mai tanto proliferato come nel cosiddetto neoliberalismo creando differenze di classe abissali.


Invece di stabilire una giusta remunerazione dei fattori produttivi attraverso la concorrenza, ci troviamo di fronte a un prezzo predatorio, senza rapporto con i costi di produzione, che può arrivare a moltiplicare fino a dieci volte, come è successo dopo il Covid, il prezzo del gas senza variazioni nell’offerta e nella domanda reali. Ciò che hanno istituito l’economia marginalista, l’ordoliberalismo, il neoliberalismo, gli anarco-capitalisti è la legittimazione della rendita: ogni prezzo, anche se speculativo (immobiliare, assicurativo, finanziario) ha un valore economico.

Il limite più grande dell’analisi di Foucault riguarda sicuramente lo Stato per la cui analisi è meglio affidarci agli storici e ai giuristi (Otto Hintze, Ernst Fraenkel, Braudel, Schmitt su tutti, ecc.) che agli economisti o filosofi. Dello Stato considera solo le funzioni amministrative e governamentali, arrivando ad affermare che lo «Stato non è altro che l’effetto mobile di un regime di governamentalità multipla». L’economia di mercato costituirebbe un’alternativa finalmente trovata al sovrano:

 

L’economia è una disciplina senza Dio; l’economia è una disciplina senza totalità; l’economia è una disciplina che comincia a manifestare l’impossibilità di un punto di vista sovrano.

 

Foucault crede che l’economia politica infligga un colpo fatale alla sovranità, mentre per Braudel «il capitalismo trionfa solo quando si identifica con lo Stato, quando è lo Stato».

Il liberalismo nasce, secondo il filosofo, dalla differenza tra il «mondo politico-giuridico e il mondo economico», poiché sono «mondi eterogenei e incompatibili», cosa che Braudel nega risolutamente. Il sovrano e l’economia, l’economico e il politico, lo Stato e il capitalismo sono ben lontani dall’essere eterogenei e incompatibili: «Stato e Capitale, ieri come oggi, hanno una buona relazione», la loro azione è reciproca, lo

 

Stato è talvolta suo complice, talvolta il suo ostacolo, l’unico ostacolo che possa talvolta sostituirsi a esso, escluderlo o, al contrario, imporgli un ruolo che non avrebbe desiderato.

 

Lo Stato non interviene dall’esterno nell’economia, come vorrebbero gli ordoliberali per sostenere e imporre la concorrenza di individui liberi e separati, ma dall’interno, creando e gestendo la chiave di volta di tutta la valorizzazione capitalistica: moneta/debito e tramite il monopolio della forza, cioè della guerra che, nei periodi di accumulazione originaria come il nostro, si mostra direttamente come forza economica (Marx).


Lo Stato e il Capitale hanno interessi diversi: l’uno mira alla potenza, l’altro al profitto, ma comunicano attraverso il potere, poiché il capitale, prima di essere economia, è un rapporto tra forze. Tanto lo Stato quanto il capitalismo, tanto l’economia quanto il politico sono costituiti da relazioni di potere che distribuiscono il comando e l’obbedienza.

Braudel, a differenza dell’«ontologia del presente» del filosofo che continua a prendere fischi per fiaschi (1978: la questione contemporanea non sarebbe più la produzione contemporanea di ricchezza e povertà come nel XIX secolo, ma quella del «troppo potere» sulle soggettività), coglie perfettamente il momento, l’ora, l’adesso della strategia capitalista. Se Marx ha potuto affermare: «Accumulate, accumulate! Questa è la legge e i profeti», Braudel afferma che si potrebbe dire altrettanto, se non più precisamente: «Indebitatevi, indebitatevi! Questa è la legge e i profeti». Braudel ha trovato la parola d’ordine del capitalismo contemporaneo capace di produrre contemporaneamente ricchezza e miseria inimmaginabili  nel XIX secolo.

La cosa veramente interessante degli ordoliberalismi è la prima parte del loro nome, «ordo» perché «liberali» si limita a ripetere, con qualche variazione, l'ideologia dell'economia liberale. «Ordo», al contrario, esprime chiaramente la necessità di presupporre rapporti di potere extra-economici al funzionamento dell’economia. L’Ordo è il risultato di una prima appropriazione e divisione extraeconomica, «occupatio primaeva» e «divisio primaeva» in Hobbes, accumulazione originaria in Marx, capace di determinare una distribuzione politica tra chi comanda e chi obbedisce, condizione di ogni successiva distribuzione: un atto di decisione politica che è dapprima violenza, codificato poi dal diritto.

Ma per apprezzare «ordo» Foucault avrebbe dovuto conoscere il dibattito degli anni 30 tra gli ordoliberali e Carl Schmitt che conduce i primi a immaginare la necessità di una «democrazia dittatoriale» e il dibattito tra Adorno e Habermas e il movimento studentesco dove quest’ultimo affermava lo stretto rapporto tra «economia sociale di mercato» e il fascismo.

Avrei potuto risparmiarmi questo sforzo teorico perché la guerra ha ridotto in cenere questi castelli  ideologici costruiti sulla sabbia, ma sono stato costretto a farlo perché neanche le bombe, i missili, lo scontro armato, riescono a risvegliare le coscienze critiche dei compagni critici. Forse Foucault e i suoi  seguaci esprimono nel modo più compiuto il fallimento del pensiero post ’68.



Sul terzo punto

La relazione centro-periferia costituisce il punto di svolta di ogni crisi epocale del capitalismo. Ancora oggi la guerra, scatenata dagli Usa è determinata dall’evoluzione di questa relazione. Ma della natura della relazione centro-periferia parlerò in un prossimo testo, perché contiene le ragioni del rapporto tra capitalismo e fascismo, tra democrazia e dittatura, cioè la nostra attualità.

 


Sul  quarto punto

C’è un salto, una rottura, una discontinuità tra elaborare una teoria rivoluzionaria (Marx) e pensare e attuare una teoria della rivoluzione (Lenin, Mao, Giap) perché la seconda è una strategia che implica necessariamente una scelta organizzativa. Braudel descrive solo la strategia del nemico di classe, ma concepisce il capitale, la macchina Stato - Capitale, come un’azione politica. Riesce a non ridurre il capitalismo agli automatismi impersonali del mercato che agiscono alle spalle degli individui (i liberali), né all’oggettività del modo di produzione e ai suoi feticismi (Marx) o ancora agli apparati  (Gestell) tecnologici (nominare il capitalismo tramite la tecnologia digitale, delle piattaforme e adesso l’Intelligenza artificiale), bensì a considerarlo come un’azione strategica, cioè un punto di vista soggettivo e di parte capace di analizzare una situazione, di scegliere e decidere.

Il capitalismo «sorveglia continuamente la congiuntura per intervenire secondo direzioni preferenziali», cioè «sa e può scegliere il campo della propria azione (...)». Ha la possibilità «di creare una strategia e i mezzi per cambiarla, il che definisce la superiorità capitalistica».

In Civilisation matérielle, économie et capitalisme (1967), Braudel afferma che, grazie alla sua «relativa libertà di movimento», il capitalismo può scegliere i settori in cui investire (o disinvestire), passando dal commercio alla manifattura, alla rendita fondiaria, al debito pubblico o all’usura.

L’elemento soggettivo che la strategia introduce non è un semplice soggettivismo perché si tratta di una soggettivazione della macchina Stato-capitale che componendo diversi centri di potere a partire dallo Stato, costruisce una «totalità» capace di superare e sfruttare le crisi perché nomina un nemico e si dà tutti gli strumenti per batterlo. Come strategia del nemico nei momenti di crisi abbiamo l’imbarazzo della scelta (Nixon, Trump, ecc.), per quanto ci concerne praticamente solo la prima metà del XX secolo in 5000 anni di sfruttamento e dominio.

Il capitale come strategia è forse la categoria più importante e innovativa proposta da Braudel grazie alla quale si può portare alle sue logiche conseguenze la concezione marxista del «capitale come rapporto sociale», ovvero come rapporto di potere che stabilisce una gerarchia tra chi comanda e chi obbedisce. Le relazioni di potere, il comando e l’obbedienza possono essere comprese, governate o modificate solo attraverso una strategia (Foucault, in un momento di lucidità mai approfondito, afferma che la strategia militare è lo strumento più importante a questo scopo – per Lenin, Mao, Ho Chi Minh è un punto da cui partire).

Monopolio, credito, rendita, finanza e imperialismo/colonialismo definiscono il capitalismo come una grande macchina di cattura strategicamente organizzata (che vuol dire politicamente organizzata) che precede, attraversa e supera il capitalismo industriale, privandolo di ogni funzione progressiva ancora presente in Marx. L’industria non sembra essere la sua forma definitiva, affermazione quasi profetica di Braudel: «altre opzioni oltre all’industria si offriranno nel XIX e XX secolo». Il capitalismo finanziario si imporrà su quello industriale già alla fine del XIX secolo (come constatato da Lenin), verrà temporaneamente subordinato per ragioni politiche (guerre mondiali, fascismi, bomba atomica) diventando l’ancella dello sviluppo industriale, per poi tornare dominante a partire dagli anni Settanta, come punta avanzata della strategia capitalista che neutralizza ogni opzione rivoluzionaria. Il capitalismo industriale trasforma profondamente il capitale nato nel XV secolo, ne aumenta il volume e la produttività, ma, in Occidente, verrà «superato», come confermato dagli ultimi cinquant’anni. Il capitale ha potuto scegliere strategicamente la forma finanziaria, assicurandosi al tempo stesso la sconfitta politica della rivoluzione e profitti più elevati. Oggi le scelte sono più limitate perché le vecchie colonie sono diventate delle potenze che lo sfidano (sempre la relazione centro-periferia al cuore del problema politico).


Il XX secolo ci ha mostrato in maniera inconfutabile che la strategia precede l’essere: il fordismo si impone come ordine mondiale grazie alla Seconda guerra mondiale, il cosiddetto neoliberismo diventa governance del capitalismo finanziario e del debito dopo quindici anni di guerra civile, mentre il nuovo ordine (o il nuovo disordine), la nuova produzione (o la nuova distruzione) uscirà dal conflitto attuale, dal rapporto strategico in corso tra classi e tra Stati.

Il sapere strategico stabilisce una grande alternativa alla trasformazione della politica, dei rapporti di potere, della guerra, dell’ostilità di classe in ontologia, sciagurata operazione compiuta dal pensiero critico post ’68. L’ontologia è una operazione di neutralizzazione tanto da parte di Foucault quanto di Negri. Il primo, dopo aver cercato di fondare il potere come rapporto strategico, proponendo come suo metodo la guerra civile, abbandona questo progetto teorico-politico per la biopolitica e la governance. L’ontologia del presente si rivelerà incapace di cogliere l’adesso, l’ora, il momento dell’epoca, proprio perché ontologia. Negri, sostituendo la rivoluzione politica con la rivoluzione ontologica, distrugge il sapere strategico elaborato nella prima parte del XX secolo (Lenin, Mao, Giap ecc.) e costruisce un’impotente «potenza» della Moltitudine, capace di produrre sempre nuovo essere, sempre nuova «eccedenza» che non diventa mai politicamente reale, che non si trasforma mai in forza e in rapporto di potere perché mai strategica (non ha nemici, deve solo sviluppare la propria potenza, autovalorizzarsi). Le classi politiche non nascono dall’ontologia, ma dall’azione che le costruisce tramite una strategia.  Nel migliore dei casi il pensiero critico è stato capace di elaborare una teoria rivoluzionaria, ma mai nessuna teoria della rivoluzione.

La verità di queste affermazioni salta agli occhi con la guerra, la guerra civile e il genocidio di Gaza in corso. Il mercato, la concorrenza, il modo di produzione, le leggi dell’economia sono investiti da forze soggettive collettive e organizzate che ne fanno elementi della loro volontà politica. Ma c’è una sola strategia in campo. I proletari, ancora una volta, sono senza rivoluzione.


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Maurizio Lazzarato vive e lavora a Parigi. Tra le sue pubblicazioni con DeriveApprodi: La fabbrica dell’uomo indebitato(2012), Il governo dell’uomo indebitato(2013), Il capitalismo odia tutti(2019), Guerra o rivoluzione (2022), Guerra e moneta (2023). Il suo ultimo lavoro è: Guerra civile mondiale? (2024).


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