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Il clima come spettacolo

Come abbiamo sostituito gli scienziati con i personaggi


Katherine Bradford, Beautiful Lake, 2009
Katherine Bradford, Beautiful Lake, 2009

Come si costruisce oggi il dibattito pubblico sul cambiamento climatico? «Il clima non è diventato un problema di meteorologia. È diventato un problema di comunicazione» risponde Luigi Guelpa, nell'articolo che pubblichiamo oggi. Più che attorno ai dati, il dibattito sembra organizzarsi attorno ai volti, ai simboli e ai personalismi degli scienziati. Così il sistema dell'informazione trasforma una questione complessa in uno scontro tra personaggi, spostando l'attenzione dalla ricerca alla sua rappresentazione. Un'analisi del modo in cui il mercato dell'attenzione finisce per ridefinire non solo il racconto del clima, ma il rapporto stesso tra conoscenza, politica e comunicazione.


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C’è un dettaglio che continua a sfuggire nel dibattito pubblico sul cambiamento climatico. Un dettaglio tanto semplice quanto decisivo. Non riguarda la fisica dell’atmosfera, né la concentrazione di anidride carbonica, né l’ultimo rapporto dell’Ipcc. Riguarda la televisione. E, più in generale, il mercato dell’attenzione.

Il clima non è diventato un problema di meteorologia. È diventato un problema di comunicazione. Non perché la scienza abbia fallito. Al contrario.

La climatologia contemporanea rappresenta probabilmente uno degli esempi più straordinari di convergenza scientifica mai registrati. Migliaia di ricercatori, decenni di osservazioni satellitari, modelli matematici raffinati, verifiche continue, pubblicazioni sottoposte a revisione tra pari. Un edificio costruito lentamente, pietra dopo pietra, nel quale ogni affermazione deve essere sostenuta da dati.

Il paradosso è che proprio questa forza costituisce la sua debolezza mediatica. Uno scienziato parla per probabilità, intervalli di confidenza, scenari, margini d’errore. Un talk show vive invece di certezze, conflitti e slogan. L’incontro tra questi due mondi produce inevitabilmente una deformazione. Così il climatologo che dedica quarant’anni allo studio della circolazione oceanica viene condensato in trenta secondi. Mentre il personaggio capace di generare polemica conquista l’intera trasmissione. Non è una questione ideologica. È una questione di share.

Negli ultimi anni la figura simbolo di questa trasformazione è stata Greta Thunberg. Vale la pena chiarire un punto fondamentale. Greta Thunberg non ha mai sostenuto di essere una climatologa. Anzi, gran parte dei suoi interventi pubblici consistevano proprio nell’invitare ad ascoltare gli scienziati. La sua autorevolezza non nasce da competenze accademiche, ma dalla capacità di mobilitare l’opinione pubblica, soprattutto attraverso un linguaggio morale e generazionale. Studi internazionali hanno mostrato come la sua immagine sia stata costruita dai media come quella di un’icona globale, spesso semplificando il dibattito e trasformando una questione scientifica in una narrazione centrata su una persona.

Il problema, dunque, non è Greta, per altro ora occupata su altri fronti e solo marginalmente sull’ambiente. Il problema è tutto ciò che è successo intorno a Greta. Perché il sistema mediatico ha fatto quello che sa fare meglio: personalizzare. Laddove esisteva una comunità scientifica, è comparso un volto. Laddove esistevano migliaia di studi, è comparsa una fotografia. Laddove servivano spiegazioni, sono arrivati simboli.

Il risultato è stato inevitabile. Per milioni di persone il cambiamento climatico ha smesso di essere associato ai climatologi ed è diventato inseparabile da manifestazioni, vernice lavabile sulle fontane, blocchi stradali, quadri protetti da vetri antisfondamento, slogan urlati davanti alle telecamere.

Non importa discutere qui dell’efficacia o meno di queste forme di protesta. Importa osservare un altro fenomeno. Quando il messaggio coincide completamente con il messaggero, ogni giudizio sul messaggero finisce per contaminare anche il messaggio. È un meccanismo antico quanto la propaganda. Chi considera simpatica Greta tende ad ascoltare il tema climatico. Chi la considera irritante rischia di respingere, insieme a lei, anche ciò che la climatologia afferma da decenni.

La politica lo ha capito immediatamente. È molto più semplice discutere di un’attivista che discutere di modelli climatici. È molto più facile ironizzare su un blocco stradale che spiegare l’acidificazione degli oceani. È molto più redditizio costruire un nemico simbolico che affrontare una trasformazione industriale lunga trent’anni.

La conseguenza è devastante. Il dibattito pubblico si sposta continuamente dalla sostanza alla rappresentazione. Nel frattempo, i veri protagonisti della ricerca rimangono invisibili. Chi conosce il volto di Johan Rockström o di Annalisa Bracco? Quanti saprebbero riconoscere Michael Mann? Quanti hanno ascoltato una conferenza di Valérie Masson-Delmotte? Quanti ricordano le spiegazioni di Ed Hawkins sui grafici climatici? Antonino Zichichi, per andare agli antipodi, sosteneva che la storia della Terra fosse scandita da cicli, non da improvvise conversioni. Lo diceva con il peso di una vita trascorsa tra formule, osservazioni e ipotesi, non tra slogan. Ascoltarlo non significa arruolarsi nella sua tesi, così come dissentire non equivale a scomunicarlo. Il punto non è scegliere una curva da tifare come fosse il risultato della domenica. Il punto è conservare l’abitudine, sempre più rara, di ascoltare chi ha dedicato un’esistenza allo studio, sapendo che la scienza vive di confronto e di dubbi molto più che di cori da stadio. Eppure sono queste persone ad aver costruito la conoscenza che oggi utilizziamo. Non gli influencer. Non gli attivisti. Non i politici. Gli scienziati.

Paradossalmente, una ricerca pubblicata su «Nature Communications» ha mostrato che, nell’ecosistema mediatico complessivo, figure contrarie al consenso scientifico hanno spesso ottenuto una visibilità sproporzionata rispetto alla loro autorevolezza scientifica. Lo studio conclude che giornalisti ed editori dovrebbero correggere questo squilibrio e offrire maggiore spazio agli esperti del settore.

Qui emerge un secondo paradosso. Da una parte assistiamo alla spettacolarizzazione dell’attivismo. Dall’altra, gli stessi esperti faticano a trovare spazio persino quando eventi estremi sembrerebbero rendere evidente la necessità di spiegazioni scientifiche. Un’analisi recente condotta nel Regno Unito ha rilevato che la maggioranza degli articoli dedicati a un’ondata di caldo record non citava nemmeno il cambiamento climatico come fattore rilevante. In altre parole, perfino quando la cronaca sembra imporre il tema, il collegamento scientifico viene spesso omesso. Questo significa che il problema non è soltanto chi parla. È soprattutto ciò che il sistema dell’informazione decide di raccontare. Il mercato dell’attenzione seleziona il conflitto. La scienza produce complessità. Le due logiche raramente coincidono. Ed è qui che nasce il grande equivoco. Molti cittadini finiscono per identificare il movimento climatico con le sue manifestazioni più spettacolari. Ma il cambiamento climatico non appartiene agli attivisti. Appartiene alla fisica. Esiste indipendentemente dalle vernici, dai cortei, dagli slogan, dai governi, dalle simpatie e dalle antipatie. Le molecole di CO2 non votano. Le correnti oceaniche non leggono i social. I ghiacciai non guardano i talk show. La natura rimane completamente indifferente alle nostre guerre culturali.

Forse è proprio questa la più grande sconfitta della comunicazione contemporanea. Abbiamo trasformato una questione di conoscenza in una questione di identità. Non discutiamo più dei dati. Discutiamo delle persone che li rappresentano. È una differenza enorme. Perché quando la politica sostituisce la competenza con il simbolo, la scienza perde inevitabilmente. E quando la scienza perde il proprio linguaggio, anche la democrazia perde uno degli strumenti fondamentali per prendere decisioni razionali. Forse il primo gesto davvero rivoluzionario, oggi, sarebbe sorprendentemente semplice. Spegnere per qualche minuto il rumore dei personaggi. E tornare ad ascoltare chi, da decenni, osserva il pianeta senza cercare applausi.

Gli scienziati non colorano fontane. Non bloccano il traffico. Non diventano quasi mai virali. Ma sono loro, nel silenzio dei laboratori, delle università e degli osservatori climatici, ad aver scritto la storia più importante del nostro tempo.

Una storia che continua a chiedere non tifosi, ma cittadini capaci di distinguere tra il teatro della comunicazione e la fatica della conoscenza.


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Luigi Guelpa, nato nel 1971, è giornalista professionista e scrittore. Collabora con diverse testate nazionali occupandosi di politica estera. Nel 2010 ha vinto il Premio Selezione Bancarella Sport con il libro Il tackle nel deserto. Per DeriveApprodi ha pubblicato La lunga marcia della tartaruga (2026).

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