La casa come luogo di lavoro



Proseguiamo con la pubblicazione degli interventi del corso «L’industrializzazione del quotidiano. Dal lavoro flessibile allo smart working», organizzato dal Punto Input di Bologna sul finire del 2021. Il contributo odierno è la trascrizione dell’intervento di Sandra Burchi, interlocutrice privilegiata delle sezione e di cui abbiamo già pubblicato degli importanti interventi (https://www.machina-deriveapprodi.com/post/interni-storie-di-un-lavoro-sempre-pi%C3%B9-dentro e https://www.machina-deriveapprodi.com/post/la-transizione-digitale-del-quotidiano). Ringraziamo ancora il Punto Input di Bologna per aver messo a disposizione questi importanti contributi formativi.


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Il lavoro da casa è stato per me il punto di osservazione per leggere le trasformazioni del lavoro contemporanee. Negli anni ho portato avanti vari cicli di interviste e ricerche, in questo intervento riporterò alcuni risultati degli studi sul campo.

È stato naturale per me occuparmene considerando la casa come spazio di lavoro perché, a partire dagli anni ’90, si è palesata la scomposizione e la frammentazione rispetto alle modalità che molti riferiscono al fordismo ̶ ovvero quelle di un lavoro organizzato con tempi e spazi precisi ̶ anche se questa narrazione è perlopiù una mitologia: solo una parte della complessa organizzazione che si è vista si è basata su una modalità di attuazione compatta e precisa, basti pensare al lavoro di genere per avere un esempio alternativo. Quindi, se ricalibriamo la prospettiva dal punto di vista del genere, ci possiamo rendere conto di come persino i «Trenta gloriosi» abbiano visto una certa intermittenza fra non-lavoro e lavoro, tra dentro e fuori.

Mi sembrava interessante ricucire la tradizione della scomposizione del lavoro, processo che parte da lontano. Porre sotto la lente di ingrandimento l’universo del lavoro flessibile, atipico, autonomo ̶ anche se ciascun termine ha un significato proprio ̶ , significa subito rendersi conto di come esso sia stato disperso nella città, di come abbia coinvolto anche la casa come luogo di lavoro: in maniera più o meno pensata, decisa, organizzata, una parte di quel lavoro definito «della conoscenza», «intellettuale» o «autonomo di seconda generazione» ̶ concetti usati per definire quelle attività che hanno perso un sistema di regolazione chiaro ̶ veniva svolto anche da casa. Queste prime letture sono della fine degli anni ’90: ad esempio il libro Il lavoro autonomo di II generazione di Sergio Bologna e Andrea Fumagalli è del 1997. In queste analisi si è analizzato il cambiamento del rapporto tra lavoratori e il lavoro, rapporto che in quegli anni stava prendendo una declinazione diversa, diventando sempre più autonomo e poggiato sulle spalle dei singoli, sempre più indaffarati a costruire delle situazioni di continuità con il lavoro. Inoltre, questo processo coinvolgeva sempre più la postazione del tutto privata che era la casa. Così anche io ho cominciato ad occuparmene, sempre con un’ottica di genere.

La flessibilità, la precarietà e l’intermittenza, infatti, appartengono moltissimo all’esperienza delle donne. La casa come luogo di produzione è stata particolarmente centrale nella storia femminile: la commistione tra lavoro che porta economia e quello che serve per vivere, ha trovato nella casa una sua collocazione. Le storiche del lavoro, in Italia ma non soltanto, stanno facendo una ricerca importante in tal senso. Ad esempio, nel libro di Anna Bellavitis «Il lavoro delle donne nelle città dell’Europa moderna», si fa una ricostruzione che spiega come una parte importante del lavoro femminile già tra Cinquecento e Settecento era compiuto in questo spazio-soglia che è la casa. L’immagine che abbiamo noi della casa è fondata su quello che è successo alla fine dell’Ottocento, su quel processo che si chiama «domesticazione». Ad un certo punto, l’onda lunga della rivoluzione industriale ha separato in maniera netta il lavoro e la casa, la città come spazio pubblico e la casa come spazio privato. Quindi questa distinzione non ce la portiamo dietro dalla notte dei tempi. Gli scritti di Antonella Sarti ci dimostrano come la casa sia da sempre anche spazio di lavoro, non soltanto per le donne: mi riferisco, ad esempio, alle botteghe artigiani; inoltre molte corporazioni e molte attività, come il tessile, hanno avuto storicamente nella casa il luogo di attivazione.

Il nostro immaginario sulla casa viene però mantenuto pervicacemente: basti pensare ai timori e alle discussioni in pandemia, quando si è pensato che molte attività potessero essere svolte in uno spazio concepito come ambiente a sé solido e solitario e separato da tutto il resto.

La continuità, la non-separazione netta tra vita e lavoro, è particolarmente evidente se vista dal punto di vista di genere, senza per questo negare che dagli anni ’70 siano intervenuti dei cambiamenti importanti. In Italia, ad esempio, c’è un’esperienza importante di lavoro a domicilio di cui c’è pochissima memoria, ma che invece è stato abbastanza significativo, determinando un certo scarto, una certa configurazione della società. Il lavoro a domicilio ritorna spesso nelle interviste sullo smart working che ho fatto: molte lavoratrici richiamavano le esperienze di lavoro a domicilio nelle precedenti generazioni della propria famiglia, perciò l’impiego da casa per loro non era una novità.

Inoltre per me la casa era un elemento particolarmente importante dal punto di vista del genere perché sin dagli anni ’70 le femministe l’hanno considerata un luogo politico in cui avvenivano dei processi con una valenza strutturante e strutturale rispetto al resto della società: una parte importante delle declinazioni dei rapporti tra i generi e dei rapporti di potere passavano per quelle attività invisibilizzate che abbiamo imparato a riconoscere come lavoro di cura o lavoro domestico e che sono state messe al centro del dibattito soprattutto dal femminismo marxista.

Mi sembrava che tutto questo universo di contenuti fossero richiamati da quello che stava avvenendo quasi spontaneamente, ovvero quel processo per cui alcune professioni stavano trasformando la casa in un luogo in cui lavorare in una maniera ovviamente differente rispetto al domicilio classico, per vari motivi: ad esempio per la minore pesantezza delle macchine ̶ per cui un computer si può mettere in un angolo della casa a differenza di un telaio.

Per dirla ancora più chiaramente, mi sembrava che guardare ai processi che si stavano attivando dentro casa significasse mettere in mostra un lato poco evidente delle trasformazioni del lavoro complessive, dell’individualizzazione dei rapporti di lavoro. In più era un modo per osservare al meglio il lavoro nell’esperienza femminile. Perciò a metà degli anni 2000 ho fatto vari cicli di interviste a donne con una posizione di lavoro indipendente ̶ partita iva, consulenti del turismo, microimprenditrici, tutte persone che si assumono una certa flessibilità, con un’autoattivazione molto incoraggiata ̶ che erogavano le prestazioni da casa. Mi sono fatta raccontare come si sono organizzate, quali strumenti utilizzassero, come attrezzassero lo spazio di lavoro. Farsi raccontare il luogo di lavoro come spazio fisico è stato un modo per capire l’organizzazione del lavoro e tutto il contesto che c’era dietro. Un’osservazione di dettaglio dunque, come mettere una lente d’ingrandimento per capire cosa stesse succedendo. Ho organizzato poi delle interviste su alcune parole chiave del lessico della sociologia del lavoro ̶ tempi, spazi, diritti, corpo, organizzazione, economia e via dicendo ̶ per capire qualcosa di questi concetti a partire dalle biografie delle lavoratrici intervistate nel dettaglio.

In quegli anni in sociologia del lavoro era molto utilizzato il concetto di «domestication», usato da Bologna e Fumagalli e ripreso poi da Cristina Morini in Per amore o per forza. Il concetto era stato preso da un autore, Silverstone, che lo utilizzava per descrivere quel processo per cui le case hanno iniziato a diventate punto di riferimento di una serie di tecnologie di tutte i tipi (da quelle classiche fino a internet) che addomesticano i nostri stili di vita e che «aprono» le nostre case mettendole in collegamento con quanto c’è fuori. La soglia di casa, dunque, che è sempre stata considerata importante nel lavoro e nell’organizzazione della vita in generale, tra privato e pubblico, viene scompaginata perché con le nuove tecnologie diventa uno spazio con molti più strati da gestire. I sociologi che studiano il tema dell’abitare parlano delle case come nodi interconnessi piuttosto che come ambienti separati, di spazi ibridi in cui alla vita domestica materiale si unisce la vita del lavoro e delle tecnologie, come se dal cyberspazio al fornello di casa ci fossero una serie di continuità.

La domestication per Bologna e Fumagalli era dunque quel processo per cui i soggetti perdono la capacità di guardare alla vita e al lavoro con punti di vista diversificati. Riprendo la definizione che ne danno: «la prima caratteristica del lavoro indipendente è la domestication del luogo di lavoro, l’assorbimento del lavoro nel sistema delle regole della vita privata, anche se i due ambiti del lavorare e dell’abitare sono tenuti distinti. L’esistenza dei nuovi lavoratori si riduce ad un unico ciclo socio-affettivo: quello della vita privata». Definizione interessante, anche se dal mio punto di vista ragiona in termini dicotomici: la preoccupazione di un unico ciclo affettivo ha dietro di sé la nostalgia degli ambiti separati. Come dicevo prima, è però da dimostrare che questi ambiti siano stati sempre così separati, soprattutto se prendiamo come riferimento quello della vita quotidiana.

Un altro importante sociologo del lavoro, Luciano Gallino, condivideva la preoccupazione rispetto allo «spargersi» del lavoro. Ne Il costo umano della flessibilità scrive: «una società in cui è possibile e conveniente lavorare ovunque perché siffatta attività ha perso ogni legame definito con uno spazio definito. La «placeless society» è una delle icone preferite dai soggetti che progettano la nuova economia». Gallino era preoccupato dal racconto che veniva fatto, un lavoro che diventando flessibile, sarebbe stato liberato dai vincoli temporali e spaziali, sarebbe potuto divenire nomade. Questa idea di liberarsi dai vincoli è arrivata fino allo smart working.

Ma cosa succede se, nonostante tutte queste idee sugli spazi che si allentano, si diversificano, si invisibilizzano, ti radichi a casa con il lavoro? È vero che con il portatile si può lavorare dovunque, ma serve comunque uno spazio, che resta un frame significativo dell’azione individuale. Liberare il lavoro da uno spazio fisico e da un orario preciso, inoltre, è un bisogno effettivamente circolato nella nostra società. In Soggettività smarrita. Sulle retoriche del capitalismo contemporaneo, Federico Chicchi scriveva che la spinta verso la destandardizzazione del lavoro provenisse, in parte, anche da una soggettività inquieta, desiderosa di andare oltre.

Le motivazioni che hanno indotto una siffatta destandardizzazione del lavoro sono dunque tante: da un lato, quindi, il bisogno, incoraggiato da tanti punti di vista; dall’altro la necessità organizzativa, come è emerso dalle persone che ho intervistato. In un momento in cui il lavoro autonomo e indipendente non è più quello delle professioni autonome tradizionali (come ad esempio gli avvocati e i commercialisti) ma include anche quelle forme che un tempo sarebbero state considerate sotto il rapporto di subordinazione, costruirsi uno spazio diventa importante. Lo spazio di lavoro, inoltre, contiene una dimensione performativa che racconta l’agency di queste lavoratrici e lavoratori.

Ma cosa è venuto fuori da queste interviste? Che la maggiore fatica sta proprio nell’organizzare una routine che diventa produttiva. È stato molto interessante ascoltare come sia importante organizzare lo spazio in un certo modo perché possa essere produttivo e possa favorire la concentrazione, che non invada troppo l’ambiente di casa ma che, al contempo, sia abbastanza visibile e rispettato dagli altri abitanti della dimora, in modo tale da poter lavorare senza troppi disturbi. Mi sono concentrata molto su questa necessità di disporre confini nello spazio e nel tempo. Anna Carreri e Annalisa Dordoni, due colleghe rispettivamente dell’Università di Milano e di Trento, che stanno lavorando sul lavorare da casa in pandemia, mi hanno suggerito il paradigma del «boundary work», che indica proprio il lavoro sul confine. Lavorare da casa è fondamentalmente uno sforzo per trovare un’organizzazione che funzioni, che crei visibilità e che, al tempo stesso, faccia in modo che il quotidiano non sia totalmente colonizzato dal lavoro. La questione del tempo di lavoro resta fondamentale: se non si pongono dei confini precisi, il tempo di lavoro di dilata in maniera smisurata. Nelle interviste vengono fuori molti stratagemmi usati per regolarizzare il tempo: ad esempio, c’è chi fa suonare la sveglia ogni ora per rendersi conto del tempo che passa; chi organizza la giornata in base agli orari di lavoro di chi è assunto in azienda per fare in modo che ci sia compatibilità con i tempi sociali; ma c’è anche chi è inseguito dal lavoro per 24 ore. Il tempo che non ha forma deve trovarne una per fare in modo che sia pagato giustamente: la questione è come far diventare economia un’organizzazione della vita quotidiana che è impastata da cose che vanno in direzioni diverse.

Le intervistate che lavoravano da casa con queste modalità passavano una parte consistente del tempo a cercare un’organizzazione efficace, un equilibrio tra quanto percepito e tempo di lavoro e tra spazio occupato per il lavoro e quello per le altre attività. Negli anni in cui ho fatto le interviste, si parlava già di smart working, anche se la legge è stata approvata definitivamente solo nel 2017, dopo un iter parlamentare lungo e complicato. Nel 2017 si è dunque arrivati ad una definizione, utilizzata poi negli anni della pandemia. La legge ha una collocazione particolare perché inserita in una serie di articoli sul lavoro autonomo ed è stata molto discussa perché spinta da alcune sperimentazioni fatte soprattutto in alcune città del Nord: si svolgevano, infatti, le «giornate del lavoro agile» che insistevano sull’idea di risincronizzare i tempi di spostamenti verso il lavoro, risparmiando un po’ delle insistenze sulle mobilità delle città, ripensando l’organizzazione complessiva di città ed aziende e cercando di far diminuire le quantità di Co2 emesse.

Fino alla pandemia, la legge è stata utilizzata molto poco perché complicata da realizzare. Lavorare come richiede la legge, un po’ dentro l’azienda e un po’ fuori, richiede che siano organizzati gli spazi anche in esterno. Come dicevo, sono al 2020 la legge non ha funzionato molto, gli accordi individuali sul lavoro agile erano circa 500.000. Era dunque una contrattazione di nicchia attivata nelle grandi aziende molto innovative, con una serie di policy aziendali forti, mentre era scarso l’uso che se ne faceva nella pubblica amministrazione e nelle piccole e medie imprese. Durante la pandemia è stata infine modificata. La legge è così espressa: «Le disposizioni del presente capo, allo scopo di incrementare la competitività e agevolare la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, promuovono il lavoro agile quale modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato stabilita mediante accordo tra le parti, anche con forme di organizzazione per fasi, cicli e obiettivi e senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro, con il possibile utilizzo di strumenti tecnologici per lo svolgimento dell'attività lavorativa». Quindi lo smart working è concepito per cicli da dentro e fuori l’azienda (a differenza del telelavoro) e si definisce chiaramente che è pensato per «incrementare la produttività delle aziende e facilitare la conciliazione vita-lavoro». Inoltre, ha per principale riferimento il lavoro subordinato. In pratica, mi sembrava che con questa legge regolarizzassero alcune cose che io vedevo già svolgersi nel mondo del lavoro precario.

Durante la pandemia in molti si son ritrovati a dover lavorare da casa, cosa che è sembrata un’assoluta novità. Come ho spiegato, invece, la casa era un posto già occupato dal lavoro. Nessuno ha pensato di confrontare la propria esperienza con quelle, abbastanza solide e definite, di chi da almeno 20 anni lavora dalla propria abitazione.

Lavorare da casa è un processo piuttosto complesso che richiede una consapevolezza rispetto agli spazi e che ha dei significati importante perché significa ridefinire il lavoro tout court: il lavoro desincronizzato e dematerializzato cambia nella propria costituzione. Quando gli studiosi che ho citato sopra parlavano del lavoro svolto in un «unico ciclo», scrivevano che produrre fuori dall’azienda, da casa, in uno spazio che un singolo gestisce in solitudine, da una parte garantisce l’ambizione di autonomia, di autogestione e di libertà, dall’altra disciplina fortemente i luoghi di vita. Il contraltare della supposta libertà è la preoccupazione che il dovere del produrre possa conquistarsi tutti gli spazi di vita. Durante la pandemia si è spesso ripetuto che le donne da casa hanno lavorato maggiormente perché le sono tornate le aspettative sul fatto che ad esse tocchi il lavoro di cura, domestico, di gestione della casa. Credo che sia una visione un po’ convenzionale dei rapporti tra i generi e avrei delle cose da dire. In ogni caso, ammesso che sia vero, non si è detto con sufficiente insistenza che è vero che si lavora di più in assenza di limiti dati di tempo, ma a mutare è la natura stessa di quel tempo. In questo impasto di attività diverse nello stesso ambiente, il lavoro diventa più pesante perché non funziona secondo un’organizzazione riconoscibile e già definita e dunque richiede delle capacità produttive particolari: non soltanto una buona gestione di sé ma, più in generale, del saper produrre e non produrre, una gestione dell’attenzione, della tensione, una capacità psicologica forte. Per dirla più brevemente, richiede una disciplina per interiorizzare un numero crescente di compiti.

Dunque è un lavoro che va sempre più in interno: non è solo lo spazio di casa a essere occupato (che può essere anche un’occasione, non va demonizzato a priori, lavorare da casa per due giorni alla settimana può anche essere positivo), ma c’è un disciplinamento continuo rispetto all’interiorizzazione di cose che vanno fatte. La promessa che c’è dentro lo smart working per il lavoro dipendente è quella di commutare l’orario di lavoro in obiettivi raggiungibili. Ma questi obiettivi chi li decide e con quali strumenti? Con quale controllo? In un librino scritto da alcuni pensatori entusiasti dello smart working, che s’intitola «Smart working. Mai più senza» viene scritto che tutto si basa sul rapporto di fiducia tra lavoratore e datore. Penso che ci possano essere delle aziende in cui il rapporto di lavoro si basa effettivamente sulla fiducia, ma, in generale, quello che sappiamo è che sono aumentati tantissimo i sistemi di controllo. In molti casi lo smart working è diventato telelavoro tout court. Trasformare le ore di lavoro in compiti da realizzare è una cosa che bisogna analizzare bene. Ad esempio, per i lavori molto esecutivi si possono stabilire le cose da fare in un determinato tempo; ma se, invece, nel tuo lavoro devi scrivere un report o devi svolgere un’attività che richiede l’immissione di soggettività oppure se all’attività da svolgere è connessa una valutazione, non c’è diritto alla disconnessione che tenga, perché sarai tu stesso a metterci più del tempo che serve. Quindi effettivamente sento questi elementi disciplinanti, non soltanto quelli evidenti ma anche quelli sottili: l’ingiunzione a stare negli obiettivi.

L’altra questione, come dicevo, è quella della conciliazione. Le lavoratrici che ho intervistato (un campione variegato di progettiste, consulenti del turismo, ricercatrici etc.) mi parlavano soprattutto di lavoro, come se volessero sottolineare il loro sforzo. Alle mie domande sull’organizzazione della vita familiare mi rispondevano dicendo che è una cosa molto complessa, stabilita una volte per tutte è gestita con più facilità, come fosse un sistema in cui si mettono dei confini, raccontata con un linguaggio molto lavoristico, con un’organizzazione molto precisa, molto scritta anche. Però era evidente che potevano lavorare bene da casa solo quando l’abitazione era vuota. Anche i meno critici dello smart working si rendono conto che la doppia convivenza di cose da fare nello stesso ambiente crea un sistema di interferenze. La conciliazione probabilmente si recupera nel tempo di spostamento che risparmi, nell’organizzazione che ognuno si dà da solo: ancora una volta la regia delle cose da fare torna sulle spalle dei singoli.

Dopo la legge del 2020, alla fine del 2021 sono usciti dei protocolli che insistono su questioni molto più specifiche: straordinari, permessi etc. In effetti, negli ultimi due anni i lavoratori dipendenti diventati smart worker hanno iniziato a perdere una serie di diritti che gli venivano garantiti, pezzi di welfare che di fatto scompaiono in questo mondo iper-responsabilizzante.

Nell’estate del 2020 ho condotto una ricerca per la Cgil, ho trovato molte differenze rispetto al primo ciclo di interviste. Se nel primo ciclo ho ritrovato l’esigenza di capire come riuscire a lavorare negli spazi di casa smontati e rimontati, nel secondo ho percepito l’impreparazione e l’incapacità di darsi una regola personale ̶ indotta probabilmente dalla pandemia e dall’abitudine a lavorare in ufficio ̶ , un uso notevole delle tecnologie e molto disorientamento per la ridotta socialità. Anche le comunicazioni online (l’uso delle chat), nell’impossibilità di poter cooperare con i colleghi, contribuisce ad aumentare l’orario di lavoro. L’elemento che mi ha sicuramente colpito di più è stato questa sensazione di sentirsi obbligati a saper fare tutto da soli: la perdita della vita d’ufficio è stata letta come una generazione di un ambiente troppo solitario e isolato, dove il lavoro si impoverisce perché la cooperazione è tenuta in considerazione anche in ambienti classici; in questo modo, le intervistate non si sentivano all’altezza di fare tutto da sole (dal gestire il rapporto con le tecnologie, quello con il tempo e via dicendo). La nuova norma richiede di saper fare tutto da sole, di saper reggere un’organizzazione del lavoro totalmente centrata sulla performance, sulla prestazione, sul fare bene e nei tempi giusti e sul non avere bisogno del confronto, dell’appoggio, dello scambio.

La remotizzazione è quindi vissuta come un rapporto esclusivo e isolato con le attività lavorative da svolgere, elemento che crea sofferenza e burnout soprattutto nelle persone con molte situazioni da gestire. In questo caso le case diventavano oppressive e, come reazione, i soggetti si trovano a cambiare postazione di lavoro più volte per sottrarsi dall’oppressione di uno spazio che deve ospitare troppe persone e troppa gestione di sé.