La Banda dello Zoppo


Sergio Bianchi, Nescius, carboncino su carta, cm 20x30, 1994


Ricostruire le gesta della Banda dello Zoppo è utile per comprendere il clima politico e la carica delle aspettative rivoluzionarie diffuse sui territori alla vigilia e durante la presa del potere da parte del fascismo, e che si sviluppano non in conformità con le forze storiche organizzate del movimento operaio ufficiale. La formazione era stata costituita per iniziativa soprattutto di due fratelli, Oscar e Tito, appartenenti alla numerosa famiglia Scarselli di Certaldo e si era irrobustita con il reclutamento di militanti prevalentemente della Valdelsa, nella provincia fiorentina, anche se il terreno di azione della banda era principalmente il territorio volterrano, per via della sua configurazione geografica che offriva grandi occasioni di nascondigli e di difese naturali. Fu proprio dalla fortezza di Volterra, dove si trovava imprigionato dopo che la repressione poliziesca riuscì a sgominare la banda, che Oscar Scarselli prenderà il largo con la rocambolesca evasione che contribuirà definitivamente a costituire il mito che affollerà l’immaginario collettivo popolare del territorio. In un libro per altro pregevole [1], Lelio Lagorio considera Oscar Scarselli l’ultimo dei briganti della Toscana, probabilmente perché è più politicamente corretto trattare con simpatia un romantico brigante facendone un Robin Hood delle campagne fiorentine piuttosto che un militante politico propugnatore della lotta armata sia pure nel lontano 1920! Per altro al Lagorio non sfuggono i caratteri politici delle gesta degli Scarselli e nemmeno in quale tipo di tradizione culturale e politica affondassero le loro radici. Nel territorio della Valdelsa il movimento anarchico si era insediato e sviluppato ancor prima di quello socialista. La Toscana era stata la terra in cui erano sorti i primi circoli anarchici affiliati alla Prima Internazionale fondata a Londra nel 1864 e anche in Valdelsa si hanno notizie di un circolo anarchico attivo già dal 1871. Il movimento anarchico era stato scavalcato, dal punto di vista del seguito di massa, dal movimento socialista a partire dalla fine dell’800 in seguito ai relativi successi della politica riformista gradualistica del Psi, ma senza che l’imprinting anarchico venisse rimosso e cancellato dalla coscienza politica del proletariato locale. A partire dalla stagione politica giolittiana riprenderà vigore come tendenza di estrema sinistra sia nella forma dell’anarco-sindacalismo che nella forma, non sempre coincidente, dell’anarco-comunismo, addirittura alcuni anni prima che, a partire dal 1921, esistesse in Italia un’organizzazione denominata comunista. Anarco-sindacalismo e anarco-comunismo non necessariamente coincidevano perché la seconda componente si riallacciava alle radici originarie dell’anarchismo puro mentre la prima operò a lungo all’interno del Psi e della Confederazione Generale del lavoro dalla quale in maggioranza usciranno nel 1912 per fondare l’Usi. Tuttavia fra le due fondamentali tendenze anarchiche esistenti, quella individualista e quella cosiddetta organizzatrice, in Toscana era la seconda a prevalere largamente e questo spiega sia l’apparizione di forme di organizzazione politico-sindacale anarchiche autonome e sia la cooperazione nelle lotte economiche e politiche fra anarco-comunisti e anarco-sindacalisti. Proprio in questo campo si distinse il maggiore dei fratelli Scarselli, Ferruccio, che nel 1919 fondò a Certaldo la prima Lega (anarchica) dei barrocciai e degli impagliatori. Nel 1919 Ferruccio Scarselli aveva già alle spalle un cumulo di esperienze, avendo partecipato agli scontri che anche in Toscana erano accaduti nel corso della settimana rossa nel 1914 con scontri a fuoco, barricate, morti e feriti ma soprattutto fu la Grande guerra a segnare sia Ferruccio che il fratello Tito. Ferruccio, che era stato arruolato nella cavalleria, «nell’estate del 1917 fu utilizzato in servizio di ordine pubblico e si trovò a fronteggiare a Verona una manifestazione di donne che rumorosamente denunciavano la povertà e la fame delle loro famiglie e chiedevano il ritorno dei soldati mandati al fronte. Gli fu ordinato di caricare la folla ma – assieme ad altri due valdelsani, Calvetti e Garosi – si rifiutò e, deposte lancia e sciabola, andò a prendere posto fra quelle donne».

Tutti e tre vennero condannati a 26 anni di carcere per tradimento, diserzione e abbandono di posto. Al fratello Tito capitò addirittura di peggio: nell’aprile del 1918 abbandonò il proprio reparto in linea sul Brenta e accusato di diserzione in zona di guerra fu condannato a morte in contumacia dal Tribunale militare di guerra di Bologna. La condanna, che avrebbe dovuto essere eseguita mediante fucilazione nella schiena, fu emessa pochi giorni dopo la fine della guerra, circostanza che rese molto più blande le ricerche del disertore fino a quando nel settembre del 1919 intervenne l’amnistia generale varata dal governo Nitti. In pochi mesi appena rientrato a casa, come già accennato, Ferruccio si affermò come capo lega ma anche come agitatore politico: il 7 novembre 1919 tenne un comizio a Certaldo in occasione del secondo anniversario dell’Ottobre rosso. Oramai per Ferruccio e per tutta la famiglia Scarselli si trattava di fare come in Russia! Ma per i fratelli Scarselli «fare come in Russia» non significava soltanto radicalizzare le lotte proletarie ma disporsi concretamente nella prospettiva insurrezionalista, e quindi attrezzarsi sul terreno della lotta armata ancora prima che l’offensiva squadrista ne motivasse l’urgenza come unica autentica garanzia di autodifesa. Effettivamente Ferruccio non si era limitato all’organizzazione delle Leghe, ma aveva dato vita a un gruppo militante affiliato all’Unione comunista anarchica italiana che nel corso del proprio congresso tenutosi a Firenze, al quale Ferruccio aveva partecipato, aveva approvato un piano generale di lotte preparatorie dell’insurrezione. Quindi non ha senso chiedersi quale sarebbe stato il loro destino se non fossero stati costretti a darsi alla macchia: la resistenza armata era considerata da molti anarchici insurrezionalisti l’unica forma praticabile di resistenza nei confronti dell’offensiva reazionaria e d’altra parte la partecipazione dei fratelli Scarselli a tutti gli episodi più radicali e a tutti gli scontri che si susseguivano in diverse località della Toscana rendevano altamente probabile la necessità del passaggio alla clandestinità. La scintilla che incendia la prateria, l’episodio che darà il via alla catena di eventi connessi alla operatività della banda dello zoppo, avviene a Certaldo il 28 febbraio 1921. I due fratelli Oscar ed Egisto Scarselli, accorsi in soccorso ad alcuni braccianti, partecipano nella piazza del paese a una rissa nel corso della quale Oscar ferisce un carabiniere con una coltellata al collo. A quel punto la situazione degenera: non è chiaro chi, fra i braccianti e i carabinieri, abbia aperto il fuoco per primo ma anche se non ci scappò subito il morto, nella sparatoria generalizzata rimasero sul terreno diversi feriti. Vale la pena ricordare che in Toscana in quei giorni la tensione era altissima perché non si era ancora spenta l’eco degli scontri armati successi il mese prima a Firenze, e soprattutto era ancora viva l’impressione per la strage di marinai e carabinieri di Empoli. A tutto ciò si deve aggiungere il fatto che in paese, a Certaldo, i rapporti con i carabinieri erano tesi anche per via della loro recente perquisizione nei locali del Comune alla ricerca di armi. In un simile contesto è difficile pensare che gli scontri coi carabinieri siano scoppiati per pura fatalità, anche perché l’immediatezza con la quale si è ricorso alle armi da fuoco dimostra che esse si trovavano già nella piazza. Successivamente in paese venne fatta filtrare la voce che si temeva una spedizione squadrista: ma sta di fatto che in quei giorni non c’erano fascisti alle porte di Certaldo. Intanto, cessati gli spari, di fronte a una folla in tumulto, ai carabinieri non rimase tentare il ripiegamento verso la propria caserma. Fu a questo punto che il sindaco e un altro esponente socialista, Catullo Masini, fra l’altro nipote dell’onorevole Giulio Masini che era anche presidente socialista della Provincia, scesero in piazza per cercare di sedare gli animi confidando sull’ascendente che entrambi esercitavano sulla popolazione. L’intento dei due dirigenti socialisti era quello di scortare e proteggere i carabinieri durante la loro ritirata ma quando dalla folla ripartì una nutrita scarica di pallottole essi vennero a trovarsi sulla linea di fuoco: una pallottola raggiunse Catullo Masini che spirerà dopo 8 giorni di agonia. Infine, nel clima di rivolta armata imperante, venne organizzata la caccia ai pochi fascisti locali. Qualcuno venne bastonato mentre uno, Giorgio Gori, venne crivellato di pallottole e non morì per puro miracolo.

Ritenendo che a seguito delle sparatorie sarebbe seguita inevitabile la ritorsione delle camice nere, Ferruccio Scarselli mobilitò il proprio gruppo anarchico e assieme al padre Usebio, i fratelli Tito, Oscar ed Egisto e le due sorelle Isa e Ines (entrambe in effetti furono successivamente accusate di aver provveduto ai rifornimenti di munizioni) predispose un accurato piano di difesa sulla strada verso Empoli. Scelto un terrapieno che sovrastava la strada di circa cinque metri, venne eretta una barricata dietro alla quale si appostarono gli anarchici in armi. Verso sera «aprirono il fuoco contro un camion che sopraggiungeva da Castelfiorentino. Ma non erano fascisti, erano carabinieri inviati a Certaldo per rafforzare la stazione locale e mantenere l’ordine pubblico. Ci fu un lancio nutrito di bombe a mano e una lunga scarica di rivoltelle e fucili. Morì un carabiniere e due altri rimasero feriti. Gli anarchici si dettero alla fuga. Ferruccio Scarselli – che aveva ordinato ai suoi di ripiegare per radunarsi in un punto prestabilito della campagna – teneva una bomba in tasca, durante la corsa gli esplose addosso e lo dilaniò». In seguito a questo fatto Certaldo venne occupata militarmente da carabinieri e polizia e in pochi giorni vennero arrestate una sessantina di persone a vario titolo coinvolte negli incidenti. Fra gli arrestati c’erano il padre Eusebio Scarselli, Egisto, il cugino Danilo, le sorelle Ines e Ida ma non Tito e Oscar che con altri compagni si erano resi latitanti nelle campagne. E questa fu la genesi della Banda dello Zoppo. Non è facile, a questo punto, stabilire con certezza quali fossero le intenzioni di Oscar e Tito Scarselli, se semplicemente sottrarsi alla cattura oppure costituire l’avanguardia di un movimento armato in attesa che altri gruppi si dessero alla macchia. Quando nei primi anni ’70, lui stesso ultrasettantenne, Egisto Scarselli lascerà una testimonianza orale raccolta dall’allora sindaco comunista di Certaldo, egli sosterrà che «il nostro intento era solo quello di non farci arrestare, in quanto non eravamo per niente certi, se ci avessero preso, di aver salva la pelle. Ma speravamo anche in più grandi sommovimenti rivoluzionari che poi non si verificarono». Che questa non dovesse essere solo un a vaga speranza lo dimostra il fatto che dopo l’evasione dalla fortezza di Volterra, nel 1924, nonostante la pacificazione violenta operata dal fascismo vincitore che a quel punto lo cercava considerandolo alla stregua di uno dei nemici pubblici numero uno, Oscar Scarselli riuscirà a espatriare, potendo contare ancora su solidarietà e legami organizzativi sicuri. Quindi, se nel 1921 rimasero ancora in circolazione e all’offensiva, è perché non ritenevano ancora del tutto chiusa la partita. Non considerando le gesta successive del solo Tito Scarselli la banda armata, con tutto il suo organico originario, rimase attiva per non più di cinque mesi, durante i quali «fummo aiutati dalle tante persone che ci erano amiche e condividevano le nostre idee. In caso diverso ci avrebbero preso entro pochi giorni. Persone che ci sfamavano, ci davano informazioni, ci nascondevano. Ci finanziavano con sottoscrizioni popolari con le quali aiutavamo come ci era possibile le nostre famiglie».

Della solidarietà e dell’attivo concorso da parte della popolazione nei confronti della banda si trova abbondante traccia nella cronaca degli arresti e dei processi per favoreggiamento che si protrassero fino alla primavera del 1922 ma, analizzando le modalità e le tecniche degli assalti compiuti dalla banda, Lelio Lagorio mette in evidenza che la rete amica non svolgeva solo funzioni di sostegno. Sicuramente svolgeva funzioni logistiche non solo accogliendo e nascondendo i membri ma custodendo anche le armi, e infatti ancora nel marzo del 1922 quattro coloni delle campagne di Certaldo furono arrestati con l’accusa di detenzione di armi da guerra appartenenti alla banda. Ma soprattutto la rete amica forniva elementi di intelligence, tanto che nella scelta degli obiettivi la banda Scarselli mostrava accurata conoscenza sia sulle abitudini che sulla reale disponibilità finanziaria dei proprietari terrieri scelti come obiettivi: «Quasi sempre alle vittime era imposta una taglia che alla resa dei conti non risultava cervellotica ma calibrata alle reali possibilità degli aggrediti». Non è difficile ravvisare in questo tipo di collaborazione non soltanto l’espressione di una manifestazione di solidarietà ma anche una sorta di adesione, o comunque di appoggio politico, a una attività di espropriazione che si rappresentava come la continuazione della lotta di classe fra contadini e proprietari, ora condotta con mezzi e metodi ben più radicali. La fantasia popolare e le stesse cronache addebitarono alla Banda dello Zoppo una quantità esorbitante di fatti criminosi all’interno di un’area estremamente vasta ma quando la banda finì sotto processo, gli assalti che risultarono sicuramente addebitabili agli anarchici non furono più di sei. L’ultimo, il sequestro lampo dell’ingegner Mario Filippi, il 25 giugno del 1921, risultò fatale alla banda. Circa la scelta degli obiettivi è da notare che prevalentemente non bastava essere un possidente per entrare nel mirino della banda: Mario Filippi infatti non solo era un grande proprietario con una fattoria che lambiva i confini di tre comuni fra i quali Volterra, ma era stato il finanziatore, l’organizzatore e il segretario di uno dei primi fasci sorti nella zona: «Hai pagato il fascio, ora paghi noi!», venne intimato infatti al Filippi. Sfortunatamente, nella concitata fase del ritiro della taglia la banda venne intercettata da una pattuglia di sei carabinieri e nel corso della sparatoria che ne seguì l’ostaggio rimase ucciso. Tutti i membri della banda riuscirono a sganciarsi ma a questo punto, consapevoli del livello di caccia all’uomo che si sarebbe scatenata contro di loro, decisero di disperdersi. Tito e Oscar Scarselli, con un terzo affiliato, si diressero verso la Svizzera e, presumibilmente guidati da contrabbandieri della zona, entrarono in Canton Ticino attraverso sentieri di montagna. Le modalità della fuga fanno pensare che gli Scarselli fossero ben inseriti in un circuito politico organizzativo all’interno del quale godevano di notevole credito. Del resto abbiamo visto come il fratello Ferruccio fosse presente al congresso anarchico del ’19 nel quale era stata decisa la via insurrezionalista. Del resto appare credibile che proprio questa ventilata strategia del movimento anarchico avesse fornito il quadro di riferimento all’interno del quale gli Scarselli pensavano si inscrivesse la propria scelta. Indubbiamente, più o meno ingenuamente, essi si aspettavano che altri passassero all’azione sulla scia del loro esempio e non a caso, a prescindere dal sostegno ottenuto in occasione delle fughe, sia Egisto Scarselli che lo stesso Oscar in alcune missive inviate in Italia dalla Russia sovietica in cui si era rifugiato, non esitarono ad accusare di tradimento i vecchi compagni che li avevano abbandonati nella lotta. Ma a Lugano qualcosa andò storto. Insospettite dalle registrazioni in albergo a Lugano, le autorità elvetiche passarono al controllo dei tre anarchici addosso ai quali furono ritrovate delle mazzette di corone austriache che risultarono il frutto di una rapina effettuata in Toscana. Il 28 agosto i tre vennero consegnati alla polizia italiana che li rinchiuse nel carcere di Como. Il 10 agosto erano stati arrestati a Ventimiglia altri elementi della banda. In pratica non si salvò nessuno: in totale furono trenta gli arrestati e accusati di aver fatto parte, a vario titolo, della banda armata. Ma gli Scarselli avevano sette vite, come i gatti. Quasi tutti gli imputati erano stati concentrati a San Miniato, ma anche in carcere la banda manifestava la propria ferma volontà di opposizione allo Stato che prese la decisione di disperdere i detenuti in varie carceri disponendo una serie di traduzioni. Oscar Scarselli arrivò regolarmente a Volterra, dove si ingegnò subito di progettare una evasione, Tito Scarselli addirittura riuscì ad evadere durante la traduzione che doveva condurlo al carcere di Bologna. Tanto per capire la tempra degli uomini di cui stiamo parlando, pare che Tito Scarselli sollevò un asse del pianale dello scompartimento in cui era ammanettato, lasciandosi cadere sotto il treno durante un suo rallentamento. La fuga di Tito avvenne il 19 marzo 1922. Imprevedibilmente egli ritornò nei territori che avevano assistito alle gesta della sua banda. In realtà ci sono almeno tre fattori che spiegano questa scelta. Intanto la Valdelsa era ancora attraversata da una viva resistenza popolare nei confronti del fascismo; in secondo luogo Tito era a conoscenza dell’apparizione sulla scena politica degli Arditi del Popolo, fattore questo che lo induceva a sperare nella possibilità dell’allargamento della resistenza armata. Infine, ovviamente, si proponeva l’obiettivo della liberazione del fratello Oscar.

In realtà, ancora una volta, le cose non andarono così e dopo una serie di assalti e rapine condotte contro aristocratici della zona, l’ultima delle quali contro il marchese Guido Incontri, che produssero una straordinaria mobilitazione della forza pubblica sulle sue tracce, Tito decise di espatriare. Alla fine di agosto di quel 1922 una giovane donna di Certaldo riceverà una lettera di Tito proveniente da Perm, porto commerciale ai piedi degli Urali. Ancora una volta va rimarcato quanto non dovesse essere facile per un evaso espatriare clandestinamente in Russia dopo aver attraversato tutta l’Europa in treno, con tappa a Berlino. Peraltro, nella missiva Tito dice di essere in compagnia di altri tre suoi compagni. Per il resto dà una spiegazione prevedibile della sua scelta: «Che vuoi, cara Luisa, data la mia ristretta situazione in cui mi trovavo non potevo rimanere per lungo tempo a voi vicino, ciò che avrei tanto desiderato, visto che non potevo più far niente, se non cadendo di nuovo nelle mani dei nemici che nulla mi avrebbero risparmiato. Mi decisi a partire lasciandovi col cuore afflitto, per raggiungere questa terra che mi dà ospitalità». La notte fra il 4 e il 5 ottobre 1924 anche Oscar riguadagnò la libertà: «Sui pancacci, al posto suo e dei suoi due compagni di cella, aveva messo tre fantocci con tre parrucche raffazzonate. I pupazzi dovevano far guadagnare tempo ai fuggiaschi. Le guardie guardando dallo spioncino dovevano credere che i tre prigionieri fossero profondamente addormentati e così una notte sarebbe passata e i tre avrebbero preso un buon vantaggio sulla muta di inseguitori che certo si sarebbe mossa appena scoperta l’evasione. I tre segarono le sbarre e attraverso uno strettissimo pertugio saltarono, tre metri più sotto, nel grande cortile interno del penitenziario. Di qui risalirono sul camminamento di ronda e per farcela dovettero arrampicarsi per quasi nove metri. Ora non c’era che da buttarsi giù dal muraglione della fortezza, quindici metri che vinsero con strisce strette di lenzuola». Negli anni a seguire i due fratelli saranno sospettati di tutti i principali attentati e complotti contro il regime come la bomba fatta esplodere all’inaugurazione della fiera campionaria di Milano il 12 aprile del 1928 o il complotto contro Umberto di Savoia nel 1929. Il gruppo responsabile dell’attentato di Milano era composto da cinque militanti antifascisti maremmani che probabilmente si rifacevano idealmente alla banda Scarselli mentre è poco attendibile la segnalazione fiduciaria pervenuta alla Questura di Milano che segnalava la presenza nel capoluogo lombardo di Oscar Scarselli. Il fatto è che i fratelli Scarselli toglievano il sonno alle autorità fasciste convinte che i due fratelli avessero assunto il ruolo di due protagonisti assoluti dei progetti sovversivi internazionali. Effettivamente la presenza degli Scarselli per esempio a Parigi nel 1928 è documentata e Lagorio fa bene a interrogarsi circa il fatto che i movimenti dei due in entrata e in uscita dalla Russia sovietica non potevano avvenire senza coperture politiche ad alto livello da parte del potere sovietico, ma in ogni modo non esiste alcuna documentazione che comprovi l’arruolamento dei due fratelli in qualche struttura speciale demandata a lavori sporchi dell’Internazionale comunista mentre è più credibile la segnalazione dell’ambasciata italiana in Urss del 19 giugno 1933 nella quale si segnalava l’attività di Oscar fra i fuoriusciti fra i quali «lo Zoppo godeva di speciale considerazione per il suo famigerato passato». In realtà l’esilio sovietico dei due fratelli non sarà per nulla dorato: Tito alla fine diventerà macchinista delle ferrovie sovietiche e morirà in un incidente del lavoro per lo scoppio di una caldaia alla quale stava effettuando manutenzione mentre Oscar ebbe una vita travagliatissima conducendo mille mestieri e nella quale spicca la tragedia per la perdita della moglie e della figlia avvenuta per mano dei tedeschi durante l’occupazione della Crimea. Le ultime notizie certe su Oscar Scarselli rimandano al 1947 quando inoltrò richiesta di passaporto per rientrare in Italia all’ambasciata italiana di Mosca. La richiesta ovviamente non ebbe alcun seguito. Ma di Oscar Scarselli sono disponibili ancora due tracce significative. La prima riguarda una informativa del Ministero dell’Interno negli avanzati anni ’70 con la quale si chiede alla Questura di Firenze se «Oscar Scarselli, residente in Russia, abbia più fatto ritorno in patria». Nel corso dei cosiddetti anni di piombo anche un ultrasettantenne incuteva timore al potere costituito. La seconda traccia riguarda una testimonianza resa da una cugina: «Oscar mi scrisse che la sua famiglia era stata ammazzata dai tedeschi, e lui rimasto solo sentiva tanta nostalgia dell’Italia e chiedeva se poteva tornare. Andai in Comune e parlai col sindaco Nencini e col suo figliolo. Mi dissero: “Quelle son genti che stanno bene lontane. Dopo tutto, sono stati condannati oltre che per reati politici anche per altri fatti”» [2].


Note

1. Lello Lagorio, Ribelli e briganti nella Toscana del Novecento, Verona 2002.

2. La testimonianza della cugina tuttavia è inesatta: al tempo, 1990-1995, Nencini era semplice consigliere comunale nella giunta Morales, socialista passato nel 1995 a Forza Italia.


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