L’uomo più pericoloso d’America



Pubblichiamo per la sezione «finisterre» un racconto di Tito Sdralevich ambientato in un tribunale americano che vede tra gli imputati un personaggio molto paricolare.


***


«La corte!», urla l’usciere. Balziamo sull’attenti. Il giudice Russel, in toga nera e parrucca in fibra di cavallo, entra da una porta laterale e si accomoda in cima al palchetto. Ai capi del tavolo già stracolmo di scartoffie e materiale audiovisivo stanno gli stenografi. I giornalisti, tra cui il vostro corrispondente, sono appollaiati in cima a una tribuna a lato dell’aula. Quassù fa caldissimo; tutti goccioliamo sui taccuini e ci tamponiamo con le cravatte. Di fianco agli interpreti si trova la gabbia di vetro degli imputati – una buona metà dei quali non appartiene alla specie umana, o comunque non è americano – e il recinto dei testimoni. «Seduti!», sbraita l’usciere. Tutti prendiamo posto nella Burbank Courthouse nello stato della California, USA. Il primo imputato si siede sullo scranno.


GIUDICE: Mister Bernie. Nato a Budapest nel 1970, topo comune mus musculus, attualmente residente a Newark, New Jersey. Conferma?


BERNIE: Confermo, Vostro Onore, sono nato a Rákmosete, diciassettesimo distretto di Budapest a maggioranza cattolica.


GIUDICE: Leggo qui che il suo nome di battesimo è in realtà Bernard Balzás, e che Bernie è solo il suo nome d’arte. Vuole per favore spiegare alla corte?


BERNIE: Fu il mio agente a suggerirmelo: quando sbarcai a New York nel ’71 mi presentavo ai provini come Bernard Balzás e…


GIUDICE: nel ’71? Era già un topo adulto allora.


BERNIE: Sì, Vostro Onore, da ragazzo a Budapest lavoravo con mio padre, ma i commerci andavano male. Mio zio all’epoca lavorava in un circo. Fu lui a convincermi a tentare la carriera da attore.


GIUDICE: E in che cosa commerciava suo padre?


BERNIE: Tappetini da preghiera musallah, Vostro Onore.


GIUDICE: Tappetini da preghiera musallah? In un quartiere cattolico?


BERNIE: Beh, le ho detto che gli affari andavano male.


GIUDICE: E quindi emigrò a New York. E i provini? Come andavano i provini?


BERNIE: Ne toppavo uno dopo l’altro. Fu il mio agente a suggerirmi di cambiare nome: si era messo in testa che intimidissi le persone. Passammo una notte nel mio appartamento al West Village con una bottiglia di Bombay Sapphire a spararne un po’: Bastian, Boris, Benozzo, Behemoth, Buster, Bob, Bellinzona, Babbo, Beato Angelico, Lord Bullingdon, Ben, Barnaba, Belzebub, Barry Lyn…


GIUDICE: [sollevando la mano destra] Ho capito Mister Balzás, vada avanti!


BERNIE: Verso le cinque, il mio agente se ne esce con Bernie –«come la mia zietta del Kentucky», dice, e si mette a singhiozzare. A me non interessava; mi bastava che le cose andassero meglio. La settimana dopo, un mio amico, che all’epoca faceva il barman al Friedrich der Grosse, mi dice che aveva passato la notte a innaffiare due quadri della Disney seduti al bancone, e che al quarto Moscow mule avevano sbragato.


GIUDICE: Avevano cosa?


BERNIE: Si sono aperti, Vostro Onore.


GIUDICE: Continui.


BERNIE: Gli hanno detto che avevano un mostro da otto milioni in trattamento. Il soggetto era buono: un’organizzazione internazionale di topi da salvataggio che vanno in giro per il mondo a tirare fuori dai pasticci orfani Dickensiani maltrattati. La produzione però stentava a partire perché Roy [1] non era convinto della caratterizzazione degli antagonisti. Aveva offerto la parte a Margaret, ma lei aveva rifiutato perché, dopo il successo della Carica, era depressa da fare schifo. Insomma, alla fine la parte dell’antagonista la diedero a Medusa e quella del lacchè a Melvin.


GIUDICE: Intende Miss Madame Medusa e Mister Melvin Snoops?


BERNIE: Esatto, Vostro Onore. Intanto perdevano ventimila dollari al giorno, agli sceneggiatori saltavano le teste, ai disegnatori le coronarie e le porte girevoli dello studio ruotavano più veloci della ruota del samsāra. Stavano facendo un terzo giro di casting: per il ruolo di protagonista avevano solo un mezzo accordo con… insomma era un vero casino e non sapevano dove sbattere la testa.


GIUDICE: E come andò il provino?


BERNIE: Inizialmente mi diedero la parte dell’inserviente della Sats, la sede atlantica di topi da salvataggio. Il contratto prevedeva uno screen-time di trenta secondi e diecimila dollari. Avrei dovuto spazzare l’entrata e scoccare una languida occhiata a Bianca, che recitava la parte dell’eroina co-protagonista. Da copione, il mio sguardo impudente non sarebbe stato ricambiato, e Bianca avrebbe tirato dritto verso la plenaria della Sats, convocata d’urgenza per discutere del sequestro dell’orfana Penny da parte di Medusa e Melvin. Questo avrebbe chiarito subito al pubblico le qualità di Bianca: incorruttibile, ossessionata dal lavoro, verginale.


GIUDICE: E come arrivò poi a fare il co-protagonista? Leggo qui che il titolo del trattamento era Le avventure di Bianca e Bartholomeo.


BERNIE: È così. Da copione, Bianca alla plenaria si sarebbe seduta di fianco a Bart, che avrebbe recitato la parte del co-protagonista maschile: un rampante diplomatico belloccio e dal fascino nauseabondo. Insieme sarebbero stati incaricati dalla Sats di recarsi alla palude del diavolo dove Penny era tenuta prigioniera da Medusa e Melvin. Lì si sarebbe consumato il loro amore impossibile, atto eroico dopo atto eroico Bart avrebbe alzato la temperatura fino a sciogliere il diafano cuore di Bianca. [Accavallando le gambe] Bart era perfetto per la parte; ero contento che l’avessero data a lui: se la meritava. Avevamo vissuto insieme i primi anni a New York, in un buchetto vicino a Steinway, nel Queens. A New York misurano quanto te la passi bene in base a quante pareti tocca il tuo letto: se ne tocca una, ce l’hai fatta; se ne tocca tre… beh tanti auguri. Ecco, noi non avevamo neanche il letto. Dormivamo a turno su un materasso: due non ci stavano, e comunque c’era troppo casino per dormire. Steinway, prima che si gentrificasse e apparissero gli studenti della Tisch con le loro bici e le borse di tela, era un quartiere greco-ortodosso e gli ecuadoregni e i messicani erano appena arrivati. Ogni notte, in strada, c’era una processione, una festa, o una sparatoria. Vivevamo più fuori che in casa, passavamo la notte su e giù per Astoria avenue. Giravamo tra le feste di Alex, che era l’unico disposto a scoparsi le ecuadoregne obese sul divano senza preservativo e davanti a tutti in cambio di erba; i bar della trentunesima, dove le cameriere avevano tutte la clamidia e servivano solo birre Fix, o Alfa o Mythos; e l’angolo di Serhan, che era armeno, ma aveva un camioncino di fajitas e a chiusura ce ne regalava un paio perché avevamo sempre fame.


GIUDICE: Mister Balzás! Le ricordo che si trova davanti a una corte: la prego di moderare i termini, a meno che non stia riportando le parole di qualcuno.


BERNIE: Scusate, Vostro Onore, ho perso il filo. Ah sì, giusto: Bart. Bart aveva cominciato come voce narrante nel radiodramma Joesphine, ovvero il popolo dei topi. Poi una comparsata come topo ubriacone del porto in Basil l’investigatopo. Due anni dopo la svolta: gli diedero la parte del protagonista in Un topolino sotto sfratto. Fece vedere a tutti quello che sapeva fare. Che interpretazione magistrale! Aveva la carriera sulla rampa di lancio: gli serviva solo un grande incasso per fare il botto. E poi, due giorni prima dell’inizio delle riprese… beh, successe quello che successe.


GIUDICE: Ovvero?


BERNIE: Andiamo, Vostro Onore. Non c’è davvero bisogno di raccontarla di nuovo, questa storia.


GIUDICE: Vada avanti, Mister Balzás.


BERNIE: [sospirando] ai tempi Bart conviveva con Maria, Maria el Tira, la sua compagna, una arvicola campestre che aveva conosciuto in una fognatura in vacanza a città del Messico, aspirante attrice. Aveva fatto una comparsata in Zorro, schiacciata dal tacco del servitore muto Bernardo. Il concierge del Chelsea Hotel chiamò la polizia allarmato dalle grida che provenivano dalla stanza. Li trovarono abbracciati sul letto; lei stava ancora ciucciando via il midollo dalla testa mozzata di uno dei neonati, come una caramella. La moquette, a camminarci sopra, spurgava ancora sangue, tanto ne era imbevuta. Le membra, i corpi sventrati e le ossa rosicchiate dei bambini erano sparsi un po’ per tutta la stanza; le zampine galleggiavano nelle pozze di vomito. Orribile, davvero orribile.


GIUDICE: E lei crede alla versione ufficiale? Che lo abbiano fatto per non compromettere la carriera di lei?


BERNIE: [guardando fisso davanti a sé] Vostro Onore, lei sa spiegare quello che non riesce a comprendere?


GIUDICE: Mister Balzás, non mi sembra questa la sede adatta per lanciarsi in sgangherate riflessioni filosofiche. Le ricordo che è sotto giuramento.


AVVOCATO: Vostro Onore, chiedo un’interruzione dell’udienza di un quarto d’ora.


GIUDICE: Concessa.


Il giudice Russel concede un’interruzione di dieci minuti. Pausa toilette. Decido di approfittarne per un piccolo chiarimento e picchietto la spalla del collega del Washington Post. «Non sapevo che ai processi si dicessero davvero cose come “obiezione” e “Vostro Onore” e “respinta”», gli dico abbozzando una complice strizzata d’occhio. Il collega lancia al vostro corrispondente un’occhiata di quelle che lasciano i lividi, «ma come, non lo sai?». «Ma-come-non-lo-so-che-cosa?», gli rispondo, e comincio ad agitarmi sulla sedia. Squadrandomi come se in tasca avessi due caciotte, il collega mi spiega che i diritti del processo sono stati venduti (tra gli altri) a Sky, all’Abc, alla Bbc, alla Cnn, e a YouTube. Insomma, a mezzo mondo: a qualsiasi canale, emittente, walkman, o radio pirata in grado di incollare un’antenna su un tetto. «Le vedi quelle? – sbuffa indicandomi le telecamere piazzate un po’ovunque nell’aula – si chiamano “telecamere”; le usano per riprendere le persone affinché altre persone possano vedere quello che fanno». «E questo cosa c’entra con tutta questa sceneggiata alla Perry Mason?», gli chiedo in tono di sfida. Il collega spalanca i grandi occhi da pesce. Nel suo sguardo intelligente ormai c’è spazio solo per la compassione. «Ma non capisci proprio? O parlano così oppure non sarebbero riusciti a vendere i diritti… la gente a casa vuole divertirsi, commuoversi, eccetera». «Ma a chi vanno i soldi? È legale tutto ciò?». A questo punto il collega geme e decide di gettare la spugna con il vostro corrispondente. Sbirciando il mio tesserino per assicurarsi che sia davvero un giornalista, si gira dall’altra parte. Anche io mi giro e torno ad ascoltare il processo. Comunque, questa parte mi sa che la taglierò dal pezzo.


[Tutti si sono lavati le mani, hanno spento i mozziconi e sono rientrati. L’udienza riprende.]


GIUDICE: Qual è il suo stato civile, Mister Balzàs?


BERNIE: Divorziato, Vostro Onore.


GIUDICE: Figli?


BERNIE: Ventiquattro, Vostro Onore.


GIUDICE: [inforcando gli occhiali] Tutti, attualmente, in affido alla madre: Miss Bianca Baumgarden.


BERNIE: Corretto, Vostro Onore.


GIUDICE: E il motivo della fine del vostro matrimonio, secondo lei, è da imputarsi al fatto che – cito testualmente dagli atti – «quell’ebreaccia esattrice di prepuzi si è sempre vergognata che io venissi dalla fogna».


AVVOCATO: Obiezione, Vostro Onore! Non vedo come questo c’entri con…


GIUDICE: [interrompendolo] Respinta! Lei sostiene [rivolgendosi nuovamente all’imputato] di averla conosciuta sul set di Le avventure di Bianca e Bernie.


BERNIE: Come le ho detto prima, Vostro Onore. Dopo che mi hanno dato la parte di Bart, abbiamo passato mesi a lavorare insieme sul set, ci siamo innamorati e sposati a riprese ancora in corso.


GIUDICE: [scartabellando] Ma nel sequel Bianca e Bernie nella terra dei canguri lei non passa forse tutto il film a cercare il coraggio di proporsi a Miss Bianca?


BERNIE: Quella fu una trovata della produzione. L’idea di rendermi un Romeo goffo e un Cyrano insicuro piacque ai piani alti: «Vedrai che andrà alla grande con le madri – dicevano –, il maschio aggressivo non vende più: lo percepiscono come una minaccia all’indipendenza delle figlie», dicevano.


GIUDICE: [incredulo] E quindi tutti i tratti del suo personaggio? La sua balbuzie? La triscaidecafobia?


BERNIE: [isterico] Sono sempre stato il primo della classe di dizione e non sono affatto superstizioso. Tutti i miei tratti sono stati concordati a tavolino dal mio agente e dalla produzione. Mi sono solo fidato delle persone sbagliate, Vostro Onore: tutto qui.


GIUDICE: Io sono convinto invece, Mister Balzás, che questo suo spacciarsi agli spettatori come un impacciato topo di campagna, amico dei bambini e dei deboli, sia stata tutta una cinica macchinazione per distrarre il grande pubblico e far passare il suo omicidio come una sorta di inevitabile incidente. [Massaggiandosi le tempie] Mister Balzás, si rende conto delle gravità della sua posizione, e di cosa rischia?


BERNIE: [gemendo] Ma Vostro Onore, io non…


GIUDICE: [indicando con un puntatore laser] Mister Balzàs, in questa immagine si vede chiaramente il momento in cui lei fa perdere l’equilibrio a Mister Percival C. McLeach, a cui era stata assegnata la parte dello spietato cacciatore di frodo, facendolo precipitare giù dal canyon dell’incubo, dritto nelle Cascate del coccodrillo.


BERNIE: [girando in tondo sulla sedia dell’imputato] Vostro Onore, le assicuro che io non volev…


GIUDICE: [sbattendo i palmi sullo scranno] Silenzio! Non ho finito! Il fotogramma successivo la mostra nell’atto di sfregarsi le zampe, chiaramente soddisfatto del suo gesto.


BERNIE: [alzandosi sulle zampe posteriori] Vostro Onore, quella parte è falsa: è stata fatta tutta in digitale e aggiunta dopo in post-produzione.


GIUDICE: Mister Balzàs, queste immagini che ho appena mostrato sono prese dalla pellicola Bianca e Bernie nella terra dei canguri. Pellicola che è stata distribuita in diciotto paesi diversi e ha incassato oltre cinquanta milioni di dollari. Pellicola a cui lei ha confermato di aver preso parte; che porta addirittura il suo nome nel titolo; che dimostra senza ombra di dubbio la sua premeditata intenzione di uccidere. Questa che leggo è una deposizione sotto giuramento fatta dalla sua ex moglie, Miss Bianca Baumgarden, co-protagonista nella pellicola: «Bernie dormiva due ore a notte e rispondeva male a tutti. Diceva che eravamo tutti dei falliti, che quello era l’ultimo film che faceva con Disney, che la Warner era pronta a ricoprirlo di soldi, che, nonostante fossi una puttana ebrea, mi amava ancora perché ero la madre dei suoi figli; intanto mi picchiava, e da tempo sul set dormivamo in tende separate. Più volte l’ho sorpreso a farsi. Sono sicura che si trattasse di cocaina. Credo la tenesse sotto il cappello. Si faceva in ogni momento, anche sul set, tra una scena e l’altra. Percy non lo poteva vedere; cosa gli avesse fatto non lo so. Erano due galli in un pollaio, due prime donne. Bernie era geloso di lui: sospettava che fra noi ci fosse qualcosa. Ovviamente non era vero. Con Percy eravamo amici. Era stato anche il padrino di Elias, il nostro sedicesimo figlio. Una sera, Bernie lo sorprese nella mia tenda e tentò di sparargli addosso. Per fortuna era un fucile di scena. Percy si era chiuso con me nella tenda per vedere come stavo. Era preoccupato per me; voleva solo proteggermi. Lavorare con loro era diventato un incubo: sul set si punzecchiavano in continuazione, litigavano per le battute. Un giorno, Percy gli pestò la coda – se lo fece apposta non lo so – e vennero di nuovo alle mani. Di notte, spiavo Bernie nella sua tenda: aveva gli occhietti da pazzo, girava in tondo fino alle quattro del mattino, beveva e mangiava le sue stesse feci. Ho sempre provato a fargli abbandonare questa nostra orrenda usanza. Diceva che prima o poi quel bastardo lo avrebbe ammazzato davvero. Io ero terrorizzata. La notte sognavo che Bernie avrebbe mangiato i nostri figli per farmela pagare. Invece a pagarla fu Percy. Era l’ultimo giorno di riprese; era il confronto finale. Tutti volevamo solo chiudere il prima possibile e andarcene a casa. Da copione, Percy minacciava di annegare il bambino Cody nel fiume se non gli avessimo rivelato il luogo in cui avevamo nascosto l’oggetto del suo desiderio: le preziose uova dell’aquila reale. A tutti noi del cast sembrava una trovata sciatta e già vista mille volte, ma così voleva la produzione. Dopo una zuffa con Bernie, Percy sarebbe dovuto ironicamente cadere nella trappola che lui stesso aveva preparato per noi. E invece…oh Percy! Bernie lo spinse davvero giù nelle cascate del Coccodrillo. Percy, da vero uomo, lottò con tutte le sue forze e respinse i coccodrilli, ma precipitò nelle cascate. Ritrovarono il suo cadavere frantumato più a valle; le ossa erano così sbriciolate che, per portarlo via, dovettero infilarlo in un sacco dell’immondizia con una pala. Naturalmente tutti avevamo visto. Io svenni. Ero così sotto shock che, per farmi prendere il volo per New York, dovettero sedarmi. Il giorno dopo chiamai il mio avvocato e gli ordinai di preparare le pratiche per il divorzio. Tutti noi chiedemmo di sospendere la produzione, ma Roy disse che ormai era troppo tardi e che, piuttosto di non distribuire il film, si faceva crocifiggere a testa in giù come San Pietro. La sirenetta era appena uscito e aveva incassato così tanto che c’era quasi da vergognarsi. Era il momento di spingere a tutti i costi. I giornalieri vennero montati così com’erano e il film venne distribuito». [Il giudice riprende fiato] Qui si interrompe la testimonianza di Miss Baumgarden. Mister Balzás, potrei affermare senza troppo imbarazzo che, dopo Caino e Abele, il suo è l’omicidio più celebre, e, con oltre un centinaio di milioni di testimoni oculari, il più seguito della storia dell’umanità. Mister Balzás [pausa enfatica], è ancora sicuro di voler sostenere che si è trattato di un incidente?


[Bernie non risponde alla domanda del giudice, svenuto tra le braccia del suo avvocato viene portato fuori dall’aula. La giuria si ritira per deliberare.]


«La corte!», urla l’usciere. Il collega del «Post» mi tira una gomitata. Balziamo sull’attenti. Il giudice Russel, in toga nera e a capo scoperto, si accomoda in cima al palchetto. Il capo giurato procede alla lettura della sentenza. Mi annoto i momenti più importanti. Mister Bernie Balzás: colpevole. Colpevole dell’omicidio volontario, aggravato dai futili motivi, di Mister Percival C. McLeach. Colpevole di omissione di soccorso a Madame Medusa e Mister Melvin Snoops sul set di Le avventure di Bianca e Bernie. Madame Medusa: abbandonata ancora viva e aggrappata all’albero del suo piroscafo naufragato nella Palude del Diavolo. Lasciata in balia dei suoi coccodrilli da compagnia Bruto e Nerone, divorata dagli stessi. Mister Melvin Snoops: scampato al naufragio della Palude del Diavolo, rimane vittima del suo personaggio, una caricatura razzista dell’ebreo cagionevole e ossessionato dalle pietre preziose. Sempre più insofferente e paranoico, viene internato in una clinica psichiatrica dove scrive di getto un memoir reazionario in cui dice di sé: «Io sono Shakespeare, Ulisse, l’ebreo errante, il lettore di BuzzFeed, l’uomo che crede a ciò che legge nei giornali, ognuno, e il capro espiatorio». L’editore lo denuncia per plagio e lui si toglie la vita soffocandosi con delle pallottole di carta igienica inzuppate nel whisky. Condannati in concorso di colpa anche Miss Bianca Baumgarden, l’orfana Penny e il suo orsacchiotto Chicco. L’orfana Penny viene assolta perché minorenne all’epoca dei fatti, così come l’orsacchiotto Chicco, assolto in quanto oggetto inanimato. Considerata la sua condizione di topo mus musculus adulto e in piena salute, Bernie viene condannato dalla corte a fare da cavia alla Brain Network Dynamics Unit della Oxford University. «Vedrai che finirà male – mi bisbiglia il mio collega –; li conosco quei porci, ci ho fatto un pezzo sopra quando scoppiò quel casino sui fondi per la ricerca usati per comprare spose coreane». «Perché? – gli chiedo – Cosa gli succede ora?». «Ti dico che finisce male. Lo metteranno nelle mani di un dottorando imbecille che gli affetterà il cervello come un salame».


L’udienza per oggi è finita. Oggi è stata davvero lunga. Decidiamo di scrollarci via la tensione alle Muse orgiastiche del Golf, un bar carino, non troppo pettinato, e vicino all’albergo dei giornalisti; di sera servono birra Weiss e fanno la lap dance. Nei giorni seguenti ci toccherà assistere alla triste sfilata di tutti gli altri imputati: cupo antipasto al piatto forte che tutti stiamo aspettando. «Vedrai che se la sbrigheranno in fretta: sono sentenze già scritte – mi dice il collega asciugandosi un baffo di birra dal labbro – Vuoi scommettere? Ti dico io come andrà». Mi annoto su un tovagliolino il breve elenco dei suoi pronostici: Anakin Skywalker, ventotto anni di reclusione per omicidio aggravato della moglie Padmé Amidala, al nono mese di gravidanza; Cacciatori nella neve, tre mesi di reclusione e quindicimila dollari di multa per l’uccisione senza licenza della madre di Bambi; Bestia, venticinque anni di reclusione per omicidio preterintenzionale del cacciatore Gaston LeGume; Quasimodo, dodici anni di reclusione per omicidio colposo del giudice Claude Frollo, precipitato dalla guglia della cattedrale di Notre-Dame de Paris; Principessa Leia Organa, ventotto anni di reclusione per omicidio premeditato tramite soffocamento del gasteropode Jabba Desilijic Tiure, meglio noto come Jabba the Hutt, signore del crimine del pianeta Tatooine, appratente a una specie protetta e in via d’estinzione; Sheev Palpatine, gli daranno vent’anni per aver disintegrato l’ammiraglio Ackbar e poi vedrai che lo passano all’ Aja, dove risponderà del genocidio dell’ordine degli Jedi; le principesse Biancaneve, Cenerentola, Aurora, Belle, Jasmine e Ariel, taglieranno praticamente tutte le loro scene e dovranno scusarsi in televisione per aver promosso gli stereotipi di genere. L’elenco che mi ha fatto va avanti, ma credo di avere già materiale a sufficienza. In ogni caso, vedremo come andranno le udienze nei prossimi giorni. «Ma sì, questi sono pesci piccoli», il collega sorseggia distratto la sua Weiss, i suoi occhi si sono posati su una ragazza a testa in giù che gli sorride tenendosi al palo con la sola forza delle cosce. «In confronto a tutto quello che ha fatto lui alla nostra generazione, a milioni di persone, cosa vuoi che gliene freghi ai giudici di qualche baruffa tra amanti finita male? È chiaro che non sono loro il punto della faccenda». Provo a immaginarmi la scena. La seduta riprende, al banco degli imputati si siede un uomo alto, calvo e muscoloso, in completo Armani blu. Più che il Ceo della Disney sembra un ex giocatore di football americano. Dietro di lui, come in trasparenza, con i capelli pettinati all’indietro e con un elegante abito in gessato nero anni Cinquanta, si siederà lo spettro, pronto a essere processato: lo spettro dell’uomo più pericoloso del mondo. «Che ne dici?», mi sa che il pezzo lo chiudo così. «Mmmh – mugugna il collega staccando le labbra dai capezzoli della ragazza del palo che ora tiene sulle ginocchia –, io direi “dell’uomo più pericoloso d’America”».



Note [1] Bernie si riferisce qui a Roy Edward Disney, nipote di Walt, senior executive della Walt Disney Company all’epoca dei fatti.