L’università indigesta 2

Nota sui professori


Il tema delle «industrie riproduttive» costituisce uno dei nuclei centrali delle elaborazioni contenute in Transuenze, sono diversi, infatti, i contributi che abbiamo proposto, tra cui un articolo di Francesco Pezzulli sulla condizione studentesca nell’Università trasformata dalle riforme (https://www.machina-deriveapprodi.com/post/l-universit%C3%A0-indigesta-note-da-un-inchiesta). Nell’articolo odierno riprendiamo le riflessioni dello stesso autore che, in questo caso, si concentra sull’esercizio dell’attività di docenza e sul ruolo dei professori, sempre di più indirizzati dalle disposizioni normative e dai criteri di valutazione industriale introdotti con le riforme.

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In una intervista del 2016, un Professore dell’Università di Bologna racconta che la scelta di dare alle stampe il suo ultimo libro sulla nuova università, l’ottimo Universitaly. La cultura in scatola, è dovuta a «un senso di tradimento dell’idea di cultura e alla sensazione molto concreta di perdere il significato stesso del mio lavoro». Più avanti, dei colleghi dice di essere colpito soprattutto dal fatto:


che tanta rassegnazione, indifferenza, conformismo, opportunismo, pigrizia o vigliaccheria si manifestino proprio in persone che dovrebbero dedicare la loro vita alla ricerca, al sapere critico, alla decostruzione dei luoghi comuni, guidati da facoltà ingovernabili come la curiosità, l’ironia, l’autonomia del pensiero e del giudizio. Lo dico a ragion veduta, senza chiamarmi fuori, con l’esperienza di chi ha vissuto in prima persona queste «passioni tristi», come le chiamerebbe Spinoza, e che ha cercato quotidianamente di scacciarle dal suo animo con battaglie incerte e sfiancanti[1].

L’osservatorio è privilegiato, la Direzione di un Dipartimento universitario alle prese con l’applicazione delle normative introdotte dalle ultime Riforme. Una posizione fondamentale assunta nel momento in cui tutto stava cambiando: il raddoppio dei Titoli, la moltiplicazione dei Corsi di Laurea e degli Insegnamenti, l’organizzazione in «moduli» di questi ultimi, la definizione degli indirizzi, l’applicazione di criteri standard di valutazione e monitoraggio, eccetera.

Per descrivere il contesto foriero delle «passioni tristi» il nostro professore utilizza la metafora della «zona grigia» di Primo Levi, coniata in un contesto infinitamente più tragico ma che può essere utilizzata ogni qual volta «la costrizione politica fa nascere l’area indefinita dell’ambiguità e del compromesso»[2].


La vischiosità di questo orizzonte – continua il nostro professore – è ciò che rende impossibile l’unica riforma di cui ci sarebbe davvero bisogno: una riforma «morale», ostacolata non tanto da problemi tecnici (a partire dalla disquisizione infinita sulle regole dei concorsi) ma da un’ambiguità etico-politica che rende sempre difficile prendere posizione, esercitare il diritto al dissenso, smarcarsi da un sistema spesso corrotto che ha un formidabile potere di contagio e che riesce a rendere tutti corresponsabili.

Quando si rivolge ai colleghi rimarca i fini etici del proprio ruolo professionale: un’idea di cultura autentica, disinteressata, svincolata da obiettivi e interessi contingenti, finalizzata al miglioramento degli individui e all’accrescimento del benessere generale, «tutti ideali che questa università sta clamorosamente rischiando di tradire»:


Ogni tanto, mentre compiliamo schede astruse o scriviamo progetti complicatissimi per cercare disperatamente dei finanziamenti, dovremmo ricordarci che ci sono solo due cose che siamo davvero tenuti a fare, in quanto funzionari dello Stato pagati con denaro pubblico: studiare con passione e insegnare meglio che possiamo ai nostri studenti. È questa l’unica missione a cui dovremmo finalizzare il nostro tempo e le nostre energie. Tutto il resto è aria fritta.


Nel corso dell’intervista trapela comunque un filo di rassegnazione circa i risultati concreti che il richiamo etico può esercitare per invertire la tendenza in corso, soprattutto se tali principi sono in contrasto con i criteri e metodi valutativi dell’Anvur, in base ai quali si decidono le carriere e il successo professionale, nonostante le fondate critiche della più autorevole letteratura scientifica[3].

Su questo versante è ampiamente condivisibile quanto afferma Piero Bevilacqua e cioè che: «è necessario abolire l’Anvur e i suoi criteri di valutazione industriale della ricerca, cancellare i crediti a partire dal lemma finanziario che li designa». In una intervista a «il manifesto», lo storico, professore ordinario alla Sapienza di Roma, prende atto che


È antropologicamente cambiato il corpo dei docenti. Da 10-15 anni ha lasciato l’insegnamento un’ampia schiera, quella che potremmo chiamare la generazione dei maestri. Studiosi che dagli anni Cinquanta in poi hanno portato, accanto ai saperi delle loro discipline, un grande afflato civile, legato alle sorti del paese. È poi seguita un’altra generazione di insegnanti, quelli che da studenti hanno attraversato l’esperienza del ’68 e comunque si sono formati nell’Italia dei conflitti sociali e delle grandi manifestazioni di massa. Oggi, nella fascia alta dei docenti, dominano figure anche scientificamente attrezzate, ma che vivono il proprio lavoro come un ritaglio specialistico, finalizzato a dei risultati da certificare presso agenzie di controllo. Sono sotto l’assedio quotidiano di un flusso continuo di disposizioni normative, soffocati da compiti organizzativi mutevoli, spesso di difficile comprensione, da pratiche quotidiane di interpretazioni e applicazioni che sottraggono tempo alla ricerca e a un insegnamento non di routine. È comprensibile che questi docenti non abbiano molti legami con la vita politica e culturale della società[4].


Non si può restare indifferenti al termine: «cambiamento antropologico», perché questo ci interroga sulle conseguenze che le riforme universitarie hanno avuto sulla figura del professore, sintetizzate da Bevilacqua nella parabola «da maestro a specialista», con l’aggiunta che questi ultimi sono spesso senza legami con la vita politica e culturale della società.

Anche un altro Professore, Vittorio Coletti, ha utilizzato la categoria di «cambiamento antropologico» degli insegnanti. In una lettera al quotidiano «la Repubblica», con la quale ha espresso le sue motivazioni di pensionamento anticipato, il Professore dell’Università di Genova ammette che:


Noi professori di vecchia generazione abbiamo una colpa grave: abbiamo accettato una mutazione antropologica che ha atrofizzato le nostre capacità intellettuali e critiche, ridotto chi si è ostinato a usarle al residuo folclorico del vecchio rompiballe. Abbiamo dilapidato un’eredità con molte pecche ma non poche qualità, lasciandone una senza qualità e molte pecche


La goccia che ha fatto traboccare il vaso, ossia ciò che ha convinto alla definitiva resa il nostro professore, è seguita ai fatti che hanno determinato il decurtamento del finanziamento statale all’Università di Genova nel 2017: alcuni docenti, per protesta contro i criteri con cui veniva fatta la valutazione, si sono rifiutati di presentare i propri titoli, cosicché l’università ha avuto un punteggio più basso e una relativa diminuzione delle risorse. Scrive Coletti:


l’università da cui voglio andare via è quella in cui la dimensione critica e libera è stata annullata al punto che i suoi professori abbassano il capo anche davanti a un’ingiustizia di questa entità. E sapete perché? Perché i soldi non dati a Genova se li è presi qualche altra sede dove i docenti sono stati in massa più ligi: e nessuno che gridi allo scandalo di un premio che non va alle università con i professori migliori ma a quelle con i docenti più remissivi o rassegnati[5].


Una situazione in cui il merito di un professore dipende anche solo in parte dal suo conformismo può diventare inquietante se vengono meno le condizioni stesse per una protesta o uno sciopero: i professori che protestano contro il sistema di valutazione divengono di fatto responsabili della decurtazione del finanziamento pubblico alla propria Università. All’inverso, i professori che non protestano contribuiscono ad accrescerne il merito e il credito, ovvero la quota di finanziamento statale.

Tre più due ha dato zero, scrive Coletti nella sua vibrante dichiarazione di resa:


Contro questa università, in cui le pubblicazioni si chiamano «prodotti», l’insegnamento «offerta formativa» e i professori «punti organico», mi sono battuto a lungo, prima con rabbia e poi stancamente; sempre vanamente; ora mi sono arreso.


È possibile che le capacità intellettuali e critiche dei professori siano atrofizzare e fuori uso? Forse, ma non ancora del tutto. Tra i professori di giovane generazione, infatti, c’è anche una minoranza che continua a pensare la ricerca e l’insegnamento come esercizi liberi, che non possono essere contabilizzati da indicatori di stampo economico. Professori che sanno che la «scienza» e gli «interessi», ovvero gli interessi economici nelle scelte scientifiche, possono facilmente convertire il «vero» con il «vantaggioso». Si tratta di docenti e ricercatori formati prima delle Riforme di inizio secolo, fedeli al principio di università come comunità per l’autoformazione, votata all’incontro di maestri e allievi, al fine di riconoscere le proprie vocazioni e poterle esprimerle al meglio nella vita sociale e privata.

Nonostante le defezioni, le conversioni e i pensionamenti degli anni recenti[6], dunque, non tutti gli insegnamenti universitari hanno fatto propria l’ideologia del capitale umano (il merito, i crediti, la valutazione, i coefficienti standard, eccetera), mentre tutti, però, sono oggi valutati (e incentivati) con la sua metrica, sulla base di misurabili e predefinite condotte professionali. Riusciamo a comprendere questo aspetto in tutta la sua portata quando confrontiamo le «minoranze critiche» interne alle due ultime generazioni di professori (con Bevilacqua: quelli che da studenti hanno attraversato l’esperienza del ’68 e «gli specialisti»).

Quarant’anni fa i professori che non seguivano la «linea di condotta» del governo accademico vennero definiti da un importante linguista, «pentito» per autodefinizione, come dei «cani sciolti», che anteponevano la propria indipendenza intellettuale al successo professionale. I cani sciolti sono stati soggetti liberi ma non hanno contato niente nelle gerarchie accademiche, perché la scelta di rimanere estranei a correnti e confraternite li ha esclusi dai vantaggi potenziali del proprio ruolo[7]. È possibile rintracciare facilmente caratteristiche in comune con la minoranza critica degli «specialisti», ma ciò che è indicativo della loro diversità è che il «cane sciolto», ufficialmente senza padroni, è stato ben tollerato dal sistema accademico, mentre i professori non allineati di oggi lo sono molto meno, come mostrano i numerosi casi di colpevolizzazione (e criminalizzazione) degli anni recenti[8]. Una seconda differenza di rilievo sta nel fatto che i «cani sciolti» potevano vivere da outsider («la carriera in cambio della libertà») semplicemente non partecipando alla vita accademica e allo scambio di doni che questa implica, mentre per i professori di oggi chiamarsi fuori dai giochi non è cosi semplice, forse è impossibile. Come diceva il professore citato in testa a questo articolo: «ognuno di noi è parte del sistema, collabora più o meno attivamente a farlo essere quello che è».

Con un gioco letterario, in conclusione, possiamo dire che i cani sciolti somigliano a Bartleby, lo scrivano di Wall Street di Melville, che per «qualche irresistibile considerazione» rifiuta qualsiasi attività comandata e indesiderata, relazionandosi agli altri con il minimo di parole possibile; mentre gli specialisti, somigliano al Guglielmo Speranza di Eduardo, che anche muto, dopo aver interrotto ogni comunicazione, continua a essere valutato, con metodo arbitrario, per tutta la vita. E, nella commedia, anche dopo[9].



Note [1] Universitly. La cultura in scatola. Intervista con Federico Bertoni, in «Sudcomune. Biopolitica Inchiesta Soggettivazioni», n.1/2, DeriveApprodi, Roma 2016. [2] Primo Levi, I Sommersi e i salvati, Einaudi, Torino 1986. [3] Tra gli altri, cfr. R. Bellofiore, G. Vertova (a cura di), Ai confini della docenza. Per la critica dell’Università, Torino, Accademia University Press 2010; D. Borrelli, Contro l’ideologia della valutazione. L’Anvur e l’arte della rottamazione dell’università, Milano, Jouvence 2015; V. Pinto, Valutare e punire. Una critica della cultura della valutazione, Napoli, Cronopio 2019; F. Coin, La valutazione dell’utilità e l’utilità della valutazione, in «Aut aut». All’indice. Critica della cultura della valutazione. [4] P. Bevilacqua, Il silenzio dell’università e le responsabilità del ceto politico, in «il manifesto» del 02/10/2020. [5] V. Coletti, Università: perché mi sono arreso, in «la Repubblica» (edizione di Genova) del 25/06/2017: «Genova non ha avuto un punteggio alto perché alcuni docenti, per protesta contro i criteri discutibili con cui veniva fatta la valutazione, non hanno presentato i loro titoli. Io, preciso, l’ho fatto, sia pure indirettamente e controvoglia, per non creare problemi. Ma alcuni colleghi sono stati più coerenti o determinati di me e si sono rifiutati di compiere il gesto simbolico di portare all’altare del nuovo dio telematico le loro pubblicazioni, per altro, come dice il nome, pubbliche e quindi facilmente controllabili, se si vuole. L’università di Genova è stata penalizzata da questa protesta. La cosa sconcertante però è che noi professori ora subiamo passivamente questa mortificazione gravissima del diritto di sciopero, uno sciopero, per di più, che era stato puramente simbolico, non aveva interrotto i servizi neanche per un minuto, non aveva sospeso né didattica né ricerca» [6] La generazione dei professori assunti con l’ope-legis del 1980 è andata in pensione in questi anni recenti. È stato stimato che si è trattato di circa 12.000 docenti (2011-2015) e di circa 30.000 entro il 2020. Cfr. F. Sylos Labini, Sul pensionamento dei docenti universitari, in «ROARS» del 07/06/2010. [7] R. Simone, L’Università dei tre tradimenti, Laterza, Bari 1983. Pp. 69-70. [8] Vedi, in proposito, le riflessioni sviluppate nell’ambito del gruppo «Effimera» e pubblicate nel volume General Intellect (a cura di), Università critica, in effimera.org/ebook-universita-critica/, 2017 [9] H. Melville, Bartleby lo scrivano (1853), Feltrinelli, Milano 2020; Eduardo De Filippo, Gli esami non finiscono mai, Einaudi, Torino 1973.



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Francesco Maria Pezzulli, sociologo e ricercatore indipendente, coordina la rivista «Sudcomune. biopolitica inchiesta soggettivazioni» (DeriveApprodi).