Fabbrica e(ra) società
- Adelino Zanini
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La ricerca militante di Antonio Negri prima di Impero a partire da un saggio di Damiano Palano (I)

Adelino Zanini discute Dioniso postmoderno di Damiano Palano, ampia ricostruzione critica dell’itinerario teorico di Antonio Negri. In questa prima parte, al centro è il rapporto tra fabbrica e società, l’«enigma» consegnato all’operaismo da Mario Tronti. Seguendo il primo dei due sentieri individuati da Palano, quello della cosiddetta «ipotesi strategica», Zanini attraversa la crisi dello Stato-piano, la teoria dell’autovalorizzazione e la formazione della figura dell’operaio sociale. Secondo l'autore della recensione, lungi dal risolversi in uno schematismo teorico, il percorso di Negri appare così come uno sforzo continuo per pensare nuove forme dell’antagonismo oltre la centralità esclusiva della grande fabbrica, cercando di comprendere come produzione, riproduzione e conflitto si trasformino insieme.
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1. Leggere la nuova edizione di Dioniso postmoderno. Per una critica della teoria radicale di Antonio Negri (Mimesis, 2026) di Damiano Palano significa operare un doppio salto all’indietro – e il più difficile da compiersi è forse quello più breve, rappresentato dai quasi trent’anni che separano dalla prima edizione di un testo scritto alla fine degli anni Novanta, circolato inizialmente in due tomi come quaderno di lavoro del seminario «il Cielo», poi pubblicato, nel 2008, per i tipi di Multimedia Publishing. Questo accade perché l’accelerazione del moto di distanziamento da quello che Palano assume convenzionalmente come punto d’avvio dell’esperienza (teorica) operaista – ossia l’articolo Fabbrica e società di Mario Tronti (pubblicato nel 1962 sul secondo numero dei «Quaderni rossi») – è via via aumentata nel corso del tempo. Ciò, se da un lato obbliga a riprendere in mano testi già considerati «classici» trent’anni or sono, dall’altro, richiede uno sforzo per comprendere ciò che possa significare, oggi, un’interpretazione di quei classici formulata tre decenni fa, considerata, appunto, la non linearità del moto di allontanamento dal punto d’avvio.
Si ricorderà come in più di un momento del suo non breve e altamente consapevole fine vita, Antonio Negri sottolineasse, ripetutamente, l’incomunicabilità di ciò che «era stato». Il per molti aspetti tragico, nel senso di alto e nobile, dialogo con la figlia Anna in Toni, mio padre, mi sembra testimoni anche questa incomunicabilità, in una forma che, attraversando affetti privati, pone un’intera generazione e più a fronte di un quesito spiazzante: «Ma davvero pensavate di fare la rivoluzione, nell’Italia degli anni Settanta?». Va da sé che il ciò che «avrebbe potuto essere» è persino difficile da spiegarsi storicamente, oggi. Nel senso che una restituzione puramente razionale, per quanto possa identificare errori, schematizzazioni, e altro, non può spiegare, se non socio-logicamente, perché quella generazione e più coltivasse quelle pratiche politiche e quelle speranze.
Certo, qui, il punto non è questo, ma è legittimo chiedersi se qualcosa di simile possa dirsi non solo dell’esperienza, ma anche della teoria, espressa muovendo da quel punto d’avvio dell’operaismo. Insomma, leggere un libro articolatissimo, critico, ma misurato e ponderato, scritto trent’anni fa – prima, peraltro, della pubblicazione di Impero e delle opere successive da Negri composte a quattro mani con Michael Hardt – solleva anche, se non anzitutto, una questione storiografica, che non può sicuramente essere affrontata in questa occasione. Basti dunque dire, in breve, che il dopo non sempre aiuta a comprendere il prima.
Del resto, è lo stesso autore a ricordare, già nella Prefazione alla seconda edizione (2008), come il libro fosse (e sia, quindi) un prodotto degli anni Novanta, di cui conserva ambivalenze, incertezze, illusioni. «Ma soprattutto, pur dirigendosi all’apparenza verso il futuro della “società postmoderna”, continua in realtà a volgere lo sguardo verso il passato, di cui punta a difendere l’eredità positiva e di cui finisce inevitabilmente anche col raccogliere il peso della sconfitta».
2. «Volgere lo sguardo verso il passato»: è un’ammissione autocritica importante, ma forse impropria, alla luce di quanto detto nella Prefazione alla nuova edizione (2025); se è vero, almeno, che un puramente ipotetico proseguimento di Dioniso postmoderno non richiederebbe per l’autore un mutamento delle argomentazioni, che per lui restano valide, quanto uno sviluppo in grado di «riflettere sulla dimensione “politica” della composizione di classe» (passi la non irrilevante problematicità della locuzione, oggi), lungo il sentiero tracciato da Mario Tronti e non solo. Insomma, c’è un passato che non passa, a ben vedere, e questo perché il proseguimento, mi pare di poter dire, era già prefigurabile nella redazione originaria del testo, che per l’autore è da leggersi sì nella contingenza degli anni Novanta, ma nel quale già perfettamente chiara era, a nostro parere, la spinta verso una «critica della politica» – sebbene, o forse proprio perché, nella formulazione dei Movimenti degli anni Settanta e nella versione di Negri, in particolare, essa non prefigurasse affatto quanto l’autore rivendica oggi (e prefigurava ieri). Ciò che peraltro ne attesta la coerenza.
Nell’insieme, lo svolgimento del libro è ben bilanciato. Non stupisca l’osservazione: parliamo, infatti, di un volume di oltre di 800 pagine, in cui l’autore tiene efficacemente uniti analisi teorica e intrecci storico-politici, nel laboratorio dell’operaismo, dentro e fuori la fabbrica – per parafrasare i titoli delle due parti costituenti il testo. Certo, la mole non sempre facilita chi legge. Inseguire l’argomentazione negriana nei dettagli comporta in qualche caso un’eccessiva «fatica del concetto» – una scomposizione sempre ricomposta, indubbiamente, dovendo tuttavia ricorrere a ripetizioni inevitabili. È da dire però che essa permette anche di sottolineare, pur incidentalmente, ciò che da tempo si è lasciato cadere: ad esempio, l’importanza della lettura negriana di Schumpeter, oltre che di Kelsen – e poi Krahl, Roth, per non dire di Sohn-Rethel, sebbene la posizione di Negri credo fosse un po’ diversa rispetto a quella indicata da Palano.
3. La tesi interpretativa può essere schematicamente sintetizzata dicendo che, per l’autore, all’origine della vicenda teorica operaistica – e quindi anche del pensiero di Negri –, sarebbe da porsi il già menzionato Fabbrica e società di Mario Tronti del 1962. Un testo in cui il rapporto tra «la» fabbrica e «la» società sarebbe stato per Tronti stesso irresolubile, una contrapposizione destinata a non trovare mai un superamento. Di ciò è meglio detto, in Operai e capitale, a cui lo stesso Palano rimanda, dove si afferma che il grado raggiunto dal processo di socializzazione all’interno del rapporto capitalistico di produzione sarà sempre più alto di quello raggiunto dallo stesso processo all’interno del rapporto sociale generale. Tronti parla al proposito di uno scarto e conclude – ricorda ancora Palano – affermando che lo scontro frontale tra fabbrica come classe operaia e società come capitale rappresenterà uno dei punti più alti della lotta di classe. Di qui «la gabbia teorica del fabbrichismo», di qui l’ «enigma Tronti», destinato a rimanere, insoluto, alla base della tradizione operaista.
Infatti, nonostante il riflettere sullo Stato – afferma Palano – quest’ultimo «si presentava come una sorta di “ponte” tra fabbrica e società, perché da un lato esso era il rappresentante del capitale sociale e perciò la controparte dell’operaio collettivo, mentre dall’altro era l’organizzatore di quella società capitalistica in cui gli operai erano ormai singoli individui». Era cioè espressione contemporanea della massima forza e della massima debolezza della classe operaia. Un enigma, appunto, che spingerà Tronti a riconoscere, progressivamente, una potenziale autonomia del terreno politico, all’interno del quale avrebbe (ri)-trovato adeguata collocazione anche l’istituzione-partito.
Sarebbe da aggiungere forse – ma Palano conosce molto bene il pensiero di Tronti, quindi, non vorrei risultare inopportuno – che quel partito avrebbe dovuto essere «parte» e che proprio ciò avrebbe dovuto impedire alla società capitalistica di funzionare. In altri termini, il rapporto fabbrica e società implicava un discrimine politico radicale come programma minimale: il non ridurre la classe operaia, come «parte», «a tutta intera la società». Il farsi «partito» avrebbe dovuto impedire alla società di funzionare come società capitalistica. Sino alla rottura del nesso. Sarebbe stata la soluzione dell’enigma, se fosse accaduto? Oppure non sarebbe potuto accadere comunque, per cui l’enigma è appunto rimasto tale? Archeologia concettuale.
Di certo, se leggessimo il Tronti del ‘62 per mezzo del Tronti del ’72, il dopo non aiuterebbe a comprendere il prima, o lo forzerebbe, inevitabilmente; di certo, quell’enigma era quanto costituiva lo «scandalo» operaista. Se è infatti vero – sia detto senza semplificazione alcuna – che per la sinistra comunista tutta e per parte del sindacato, persino, dire «centralità operaia» aveva un senso – non dirò condiviso, ma neppure meramente contingente –, è vero anche che quando si fosse considerato, accanto all’enigma detto, la definizione del ruolo dello Stato, anziché risolvere il primo enigma, se ne sarebbe aggiunto un secondo. L’argomentazione di Palano è al riguardo molto convincente e le pagine di Operai e capitale, a rileggerle, tutt’altro che lisce… – se si prescinde dal dopo, che spiega, ma semplifica il prima.
4. Veniamo però al punto: alle ragioni per cui l’enigma trontiano avrebbe costituito il riferimento di partenza della teoria negriana, sebbene il distacco si profilasse già a partire dal 1967, dall’ormai celebre seminario tenutosi all’Istituto di scienze politiche e sociali dell’Università di Padova e dal quale deriveranno i materiali raccolti in Operai e stato (1972) – un testo seminale per molteplici ragioni. Secondo Palano, è l’interpretazione del ruolo dello Stato keynesiano (non certo assente in Tronti) a delineare «una formulazione senza dubbio più convincente del ruolo dello Stato» – e, nell’analisi di Luciano Ferrari Bravo, in particolare, della società capitalistica. Tuttavia, il ruolo delle cosiddette istituzioni intermedie rimaneva ancora e irrimediabilmente trascurato, per cui il dilemma restava in fin dei conti intatto. Scrive Palano: «In breve, lo Stato-piano veniva in questo modo considerato ancora come un “pianificatore razionale”, come il capitalista collettivo efficace alfiere dell’estensione della logica economica a tutta la realtà. (…) il livello politico poteva essere inteso soltanto, per un verso, come terreno autonomo o, all’opposto, come dimensione interamente assoggettata all’economia».
Ora, che l’attenzione prestata alle vicende del New Deal trasformassero la contraddizione tra fabbrica e società in quella tra Stato e società testimoniava però, «contro qualsiasi tentazione di “autonomia del politico”», la «identità sempre più marcata di politica ed economia» – conclude Palano. Dunque, l’enigma trontiano era mantenuto ma riformulato. Ma come avrebbe potuto essere diversamente pensato il rapporto tra politica ed economia? Ebbene, se da un lato mi risulta molto difficile immaginare una soluzione alternativa, dall’altro mi verrebbe da dire che la risposta potrebbe essere cercata proprio nel passo di Ferrari Bravo, dallo stesso Palano citato in nota, dove la critica è all’autonomia della politica, non del politico, e dove si diceva appunto che da tempo, ormai, lo Stato era divenuto soggetto principale di imputazione del processo di riproduzione sociale. Non solo operai e capitale, quindi, ma anche operai e Stato; non solo produzione immediata, ma anche riproduzione sociale.
Ribadito, anche per questo (e Palano al proposito è molto attento e preciso), che quando ci si riferisce a Operai e stato (1972) è importante ricordare tutti gli autori coinvolti (Sergio Bologna, George P. Rawick, Mauro Gobbini, Ferruccio Gambino, oltre a Negri e Ferrari Bravo), veniamo davvero alla tesi centrale di Dioniso postmoderno. Secondo l’autore, può essere sostenuto e ragionevolmente dimostrato che nel lunghissimo percorso della ricerca militante di Negri è possibile individuare due sentieri, che per molti aspetti convivono, s’intrecciano, si sovrappongono, nel tentativo di sciogliere l’ereditato enigma trontiano. Il primo sentiero è definito ipotesi strategica, il secondo, ipotesi hegeliana. Nel mezzo, la controversia sulla legge del valore rivestirebbe un ruolo paradigmatico, definito anche dall’abbandono progressivo del Marx de Il capitale a vantaggio di quello dei Grundrisse. Il tutto, va ribadito, entro i limiti temporali stabiliti dalla pubblicazione de Il lavoro di Dioniso (1994).
5. Il primo sentiero avrebbe avuto al proprio centro la teoria dell’autovalorizzazione, la cui più chiara formulazione sarebbe da ricercarsi nell’ultimo capitolo de La forma Stato (1977). Palano vi giunge attraverso un’analisi molto articolata degli scritti da Negri composti a ridosso dell’esperienza di Potere operaio, nei quali era messo a tema «l’ormai definitiva crisi dello Stato keynesiano di fronte all’esplosione delle lotte operaie», ma entro i quali «lo scontro logico tra fabbrica e società veniva risolto in pratica con l’eliminazione di uno dei due poli»: quindi, la dilatazione della fabbrica assorbiva la società. Prendeva così corpo una rilevante riflessione sullo Stato-crisi ma, con il perdersi della soggettività antagonistica dentro il processo di socializzazione della fabbrica nella società, si sarebbe delineato, non di meno, un paradosso. Scrive Palano: «L’elemento paradossale era che, mentre in precedenza Negri aveva definito la composizione di classe come determinante della crisi e della ristrutturazione, ora avveniva l’inverso, e l’assetto della classe risultava – almeno apparentemente – definito dall’assetto del capitale».
Siamo, manco a dirlo, al Frammento sulle macchine – che, alla lettera, è un paradosso in se stesso: nei termini di Marx, voglio dire. Giustamente, nel prosieguo, Palano cita in nota uno dei giudizi più lucidi al proposito: quello di Paolo Virno. Perché è nel testo di Marx il paradosso secondo cui convivono general intellect e un’apoteosi del capitale fisso. Tuttavia, la conclusione di Palano mi sembra a sua volta un po’ schematica, sebbene sia indubbio che di lì «dovesse» derivare come esito inevitabile la teoria dell’operaio sociale, dopo il passaggio, tutt’altro che semplice da interpretarsi in diretta, rappresentato dall’occupazione di Mirafiori del 1973. Emblematico il saggio Partito operaio contro il lavoro (in gran parte redatto tra estate e autunno del 1972), ove a conclusione della Appendice 4, scritta dopo il marzo 1973, si ragiona appunto della differenza, nella continuità, tra Piazza statuto del 1962, Corso Traiano del 1969, occupazione di marzo, auspicando «il radicarsi della tendenza FIAT in tutto il corpo della classe operaia».
Del resto, nella lettura di Palano, la teoria dell’operaio sociale, anziché essere davvero risolutiva dell’enigma trontiano, appare essere essa stessa portatrice del paradosso detto; una sorta di «stratagemma logico» che, muovendo dal processo di socializzazione della produzione al di fuori della fabbrica, avrebbe definito una «fabbrichizzazione totale» della società e, quindi, la sua sparizione. In breve, da Proletari e Stato (1976) in poi, dunque, tra anni Settanta e Ottanta, pur muovendo dalla chiara messa in questione della centralità della fabbrica, negli scritti di Negri sarebbero presenti due differenti immagini dell’operaio sociale, due teorie della socializzazione, due teorie della transizione, due differenti varianti della teoria del valore, due sentieri di ricerca militante.
6. Del primo, quello strategico, si è detto. Al suo centro vi sarebbe stato l’ultimo capitolo de La forma Stato (1977), quindi la rilettura degli schemi di riproduzione del Secondo Libro de Il capitale: una rilettura che avrebbe spinto il processo di socializzazione oltre il processo immediato di produzione. Come affermava lo stesso Negri, il rifiuto del lavoro aveva definito modi di autovalorizzazione operaia nella riproduzione. Era questo l’antagonismo possibile nel processo di riproduzione sottratto al rigido schema Produzione/Circolazione – rispetto cui, le pratiche e l’elaborazione teorica del femminismo operaista ebbero un ruolo decisivo. Basti pensare a Potere femminile e sovversione sociale (1972) di Mariarosa Dalla Costa. Complessivamente, emergeva una nuova definizione di capitale sociale, entro cui l’autovalorizzazione intrecciata con la sussunzione reale esprimeva, nel conflitto, un’autonomia.
Dal punto di vista dell’elaborazione teorica negriana, tutto ciò avrebbe trovato sbocco in Marx oltre Marx (1979). Un punto di arrivo e di ripartenza, dice Palano. Essere d’accordo non è certamente difficile, sebbene si potrebbe essere, forse, molto più drastici. Dire, ad esempio (ho cercato di dirlo in altra occasione), che il testo del 1979 chiude, für immer und ewig, la vicenda teorica operaistica. Nel momento in cui la previsione argomentativamente più conseguente, il «praticamente vero», si sarebbero inverati, ma a rovescio. Non con la «fabbrichizzazione» della società, ma con la «societizzazione» della grande fabbrica – assieme alla sua ristrutturazione e relativa dispersione, iniziate ben prima. Ecco perché il marzo del 1973 era stato così importante e così difficile da comprendersi in diretta. Con il 1977, sarebbe stata la società a entrare in fabbrica.
7. Nel testo di Palano vi è un lungo capitolo, il Nono, che su ciò riflette, con i dovuti richiami teorici e contestuali. Teoria dei bisogni, autovalorizzazione, ridefinizione dell’operaio sociale, sono i temi di riferimento, tra Proletari e Stato 1976) e Il dominio e il sabotaggio (1978). Egli ricorda l’articolato dibattito; in particolare, la posizione espressa da Sergio Bologna e dal collettivo di «Primo Maggio», richiamando, a conclusione, quella che definisce «la critica retrospettiva» da Negri espressa in Il comunismo e la guerra (1980). Affermare che l’operaio massa sarebbe stato – così Negri – «un elemento parziale della soggettività di lungo periodo dell’operaio sociale», secondo Palano, avrebbe infatti significato spezzare «la rigidità dell’ipotesi fondata sull’idea di una figura centrale dell’antagonismo, la composizione di classe poteva essere considerata, in termini assai più flessibili, come il risultato di molteplici processi di autovalorizzazione (…)». Insomma, individuare la “realtà concreta” dell’operaio sociale avrebbe significato porsi al di fuori della prospettiva fabbrichista. Ciò che avrebbe altresì determinato una riconsiderazione della vecchia idea di Stato-piano, in un rapporto di confronto con le contemporanee riflessioni marxiste sullo Stato e le sue trasformazioni.
Che significa riconsiderazione? Significa, essenzialmente, il superamento, almeno parziale, della concezione dello Stato-macchina – strumento al servizio della classe capitalistica, engelsiano «capitalista collettivo ideale» – collocando la funzione dello Stato medesimo al livello della riproduzione complessiva. Qui torna la questione della già menzionata critica della politica, rispetto cui, forse, Palano è troppo critico e troppo benevolo al tempo stesso. O, forse, sono io a essere semplicemente ancora «incantato» da una ormai troppo lontana lettura di Negri (si noti che accade lo stesso con il suo leninismo, su cui non posso qui argomentare per ragioni di spazio). In breve, che la teoria dello Stato conosca in Negri un’evoluzione, è evidente. Basti considerare quanto trascorre tra la pubblicazione dei primi lavori sullo storicismo tedesco e poi su Hegel, Kant, lo Stato keynesiano, prima, e la crisi dello Stato-crisi, poi. Ciò detto, porre in rapporto l’idea dello Stato-Macchina con l’idea dello Stato come «comitato d’affari», mi sembra fuori luogo.
Perché il modo in cui l’operaismo tutto interpretò l’idea di capitalista collettivo, di capitale sociale, poteva essere accusato di molte semplificazioni fabbrichiste – anche e soprattutto nei termini di una teoria politica – ma era lontano, mi sembra, da ogni vulgata. Lo Stato-piano era lo Stato keynesiano, appunto, dentro cui l’antagonismo operaio c’è sempre stato ed era, in quanto tale, cruciale, perché politico. Si può discutere sin che si vuole sui limiti che comportava, in termini politici, il riferirsi al processo immediato di produzione (ma anche qui, con riferimento allo Stato keynesiano, ci sarebbe da riflettere); tuttavia, ciò nulla aveva a spartire, mi sembra, con il «comitato d’affari della borghesia» della vulgata m-l lato sensu. La crisi dello Stato-piano darà luogo ad aperture molto più articolate, perché i suoi presupposti le contemplava.
Paradossalmente, la teoria negriana dello Stato diventerà molto più schematica proprio nel momento in cui centrale diventerà il nesso produzione/riproduzione. Lo dimostra egregiamente l’analisi di Palano ove menziona il passaggio dal Welfare al Warfare. Cosa poteva significare che sotto il profilo della «forma politica» lo Stato-crisi avrebbe potuto essere inteso come «fascismo»? Indubbiamente, sono le articolazioni del Warfare (Stato nucleare, sistemico, telematico, fascista) a essere interessanti e impensabili secondo l’idea di Stato-piano. Tuttavia, che dal Warfare si giungesse alla «guerra» descritta in Il comunismo e la guerra (1980), al fronteggiarsi di autovalorizzazione come autodeterminazione, da un lato, e puro dominio, dall’altro; a uno «schematismo» rigidissimo, che l’autore volle mitigare poco dopo in Politica di classe: il motore e la forma. Le cinque campagne oggi (1980), è lo stesso Palano a ricordarlo. Chiaramente, le «cinque campagne» delineavano una sorta di … «riprendiamo a fare politica», su cui era necessario tornare, anche perché il numero di coloro che finivano in galera per associazione sovversiva cresceva esponenzialmente, di giorno in giorno.
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Adelino Zanini (1954) insegna Filosofia politica e Storia del pensiero economico all’Università politecnica delle Marche. Autore di numerose opere, tra cui, Principi e forme delle scienze sociali (Il Mulino, 2013), Ordoliberalismo (Il Mulino, 2022); per DeriveApprodi ha pubblicato Invarianze neoliberali (2024) e Filosofia economica (2025).




