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Dioniso a Mirafori

La ricerca militante di Antonio Negri prima di Impero a partire da un saggio di Damiano Palano (II)


Bill Traylor, Man with Black Dog, 1939–1942
Bill Traylor, Man with Black Dog, 1939–1942

Dopo la prima parte, «Fabbrica e(ra) società», Adelino Zanini prosegue il confronto con Dioniso postmoderno di Damiano Palano. Al centro di questa seconda sezione sono l’«ipotesi hegeliana», la crisi della legge del valore e il tentativo negriano di oltrepassare la dicotomia tra fabbrica e società. Zanini torna così a sottolineare la complessità della ricerca di Negri: dietro la fabbrichizzazione della società non vede la dissoluzione delle mediazioni e l’approdo a un indistinto postmoderno, ma il tentativo di comprendere la trasformazione concreta del rapporto tra produzione e riproduzione e l'emersione di nuove forme di soggettività conflittuale.

Decisiva appare, in questo percorso, la svolta spinoziana, che permette a Negri di ripensare la soggettività, il conflitto e il politico dopo la sconfitta, mantenendo aperta la possibilità di una nuova costruzione collettiva e di un nuovo inizio.


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8. Ma veniamo al secondo sentiero, definito ipotesi hegeliana. Non prima di aver ricordato però come i due percorsi non siano affatto escludentisi, quantomeno negli anni Settanta, durante i quali, scrive Palano, «le sequenze logiche dell’ipotesi hegeliana risultavano intrecciate con quelle dell’ipotesi strategica, anche negli interventi dedicati alla trasformazione della logica d’azione dello Stato capitalistico». Domandiamo: si potrebbe dire che, nonostante gli esiti più interessanti della prima ipotesi – quella strategica e, quindi, del tentato superamento dell’enigma trontiano –, Negri non avesse mai abbandonato la vecchia dicotomia di fabbrica e società? Tant’è, se è vero che Il lavoro di Dioniso (1994) sarebbe preceduto e accompagnato da un «ritornare a Hegel»…

Palano ricorda, al riguardo, quanto rilevante fosse stato nella teoria negriana l’articolarsi progressivo dell’abbandono di ogni ipotesi dialettica, compiuto, tra metà anni Settanta e inizio anni Ottanta, col porre da canto la dicotomia fabbrica/società; con la ripresa del Secondo Libro de Il capitale e dei temi della riproduzione; con un’analisi materialistica delle istituzioni politiche del capitalismo. Ma lo spettro trontiano, nonostante tutto, sarebbe costantemente riapparso e Negri, alla fine, avrebbe cercato di risolverlo a suo modo: dichiarando estinta la società civile. Proletari e Stato (1976) avrebbe dato avvio alle danze, poiché nel mentre delineava l’ipotesi di operaio sociale, avrebbe iniziato anche a formulare l’ipotesi dell’estinzione della società civile. Così Palano.

Cosa avrebbe significato «estinzione della società civile»? Un po’ paradossalmente, avrebbe significato, anzitutto, riabilitarne l’immagine, per poi poterla negare: ecco quello che Palano definisce ritornare a Hegel (allo Hegel di Jena e della Fenomenologia dello spirito, chiaramente). E ciò sarebbe avvenuto perché, per realizzare il proprio obiettivo, Negri avrebbe dovuto «richiamare in vita proprio la concezione hegeliana di lavoro astratto», espresso nello scambio tramite il denaro e, quindi, al di fuori del processo di produzione. Questo voleva dire rievocare l’immagine della società civile come ambito della mediazione mercantile. Tuttavia, poiché nel frattempo Negri aveva escluso ogni possibile idea e pratica politica di mediazione, la società civile riabilitata non poteva che essere dichiarata contemporaneamente estinta.


9. Di per sé, la tesi di Palano può suscitare qualche quesito. Però, per intenderla è necessario comprendere fino in fondo come si articoli, per così dire, il backbone dell’interpretazione complessiva dell’autore. Mi sembra che essa faccia perno sulle sorti della teoria del valore nelle mani di Negri (e dell’operaismo tutto, direi). Ma per capire le ragioni di ciò, è necessario considerare prima quelle che Palano definisce le due logiche della socializzazione, tra scambio, produzione e conflitto. Qui l’attenzione cade nuovamente sulla differenza tra Il capitale e i Grundrisse. Mentre nel primo – ricorda Palano – l’analisi marxiana dello sviluppo della cooperazione produttiva avrebbe descritto il mutamento dell’organizzazione del lavoro all’interno della fabbrica con il passaggio dalla manifattura alla grande industria, nei secondi, la cooperazione produttiva nell’ambito della fabbrica diveniva la base strutturale del crollo del capitalismo. Un «sistema automatico di macchine» avrebbe creato le condizioni per la senescenza dello scambio, «la produzione basata sul valore di scambio crolla – scrive Marx –, e il processo di produzione materiale immediato viene a perdere anche la forma della miseria e dell’antagonismo». Differenza tangibile, quindi, rispetto alla quale Palano richiama la lettura già menzionata di Paolo Virno, ossia la non commensurabilità tra socializzazione del lavoro attraverso lo scambio e socializzazione del lavoro in se stesso.

Ebbene, secondo Palano, l’interpretazione che Negri avrebbe dato di questa incommensurabilità avrebbe definito una vera e propria contraddizione strutturale, che avrebbe trovato punti d’appoggio nella riflessione di Hans Jürgen Krahl – in particolare, nella «riduzione del "capitale sociale" al processo lavorativo socializzato che essa implicava» – e poi, in quella di Alfred Sohn-Rethel, nella quale, nel capitalismo sviluppato, accanto alla sintesi sociale garantita dallo scambio mercantile tramite denaro, avrebbe preso forma una «nuova sintesi», «in cui il rapporto fra produttore e prodotto non [era] mediato dall’astrazione dello scambio». In questa prospettiva, afferma Palano, «era la stessa produzione capitalistica che, estendendo progressivamente la socializzazione del processo lavorativo, creava un lavoratore collettivo, sociale, in contraddizione strutturale sia con la permanenza dello scambio mercantile, sia con la funzione del denaro come scambio di equivalenti e misura del lavoro». Il tutto avrebbe avuto un peso enorme nell’ambito di una teoria della transizione.


10. Ora, i passaggi del testo di Palano possono presentare per chi legge alcune difficoltà di sintesi, dovute anche – soprattutto, forse – al fatto che egli sembra dare per implicita una teoria del valore, con ciò che essa implica rispetto alla definizione di lavoro astratto. Indubbiamente, egli non manca di riconoscere le note difficoltà, delle quali dà brevemente conto in vari passaggi; ma, anche per chi abbia dimestichezza con testi e contesti, le insidie non sono poche, mentre i costanti richiami a una teoria del valore – al suo, da Negri dichiarato o perseguito, esaurimento – non aiutano. Certo, il non pretendere di stabilire la «corretta» teoria di Marx – riconoscendo, anzi, che nei suoi testi potrebbero convivere diverse concezioni del valore – è chiaramente ammesso; ed è anche detto essere quasi impossibile stabilire con certezza se l’interpretazione di Negri possa essere uno sviluppo coerente della concezione marxiana (ma quale?), ovvero, un’elaborazione totalmente a sé, persino in contrasto con «l’autentica teoria» (ma quale?) di Marx.

Insomma, ben definiti sono i contorni delle tessere del puzzle, ma tutt’altro che univoci gli incastri possibili, perché il gioco tra ipotesi strategica e ipotesi hegeliana è alla fin dei conti rinvenuto anche nei testi marxiani. E allora è necessario provare a schematizzare. Diamo per assodate le molte differenze esistenti tra Grundrisse e Il capitale, focalizzandole, per comodità, nel Frammento sulle macchine; facciamo lo stesso con l’interpretazione che Negri darà delle due opere nel corso dei decenni, nel tentativo di risolvere l’ereditato enigma trontiano. Il punto di arrivo, come detto, sarà la vera e propria scomparsa di uno dei termini dell’enigma, la società, in quanto lo stesso enigma verrà di fatto meno, a seguito dell’estendersi progressivo della socializzazione del processo lavorativo tramite «una delle due» (vedi sopra) definizioni di operaio sociale. Come accade ciò? Con la fabbrichizzazione della società.

Punto cruciale: l’interpretazione del lavoro astratto, tra mercato del lavoro, processo produttivo immediato, riproduzione, socializzazione. Palano sostiene che da una parte, negli scritti degli anni Settanta, Negri intende lo sviluppo del capitale come il fattore che mette in moto un processo di progressiva socializzazione produttiva e di astrazione del lavoro dentro la fabbrica; dall’altra, lo stesso Negri adotterebbe una concezione del lavoro astratto completamente opposta, nella quale il lavoro verrebbe reso astratto fuori della fabbrica, nella società, sul mercato. Salterebbe così il quadro problematico della riproduzione e ogni traccia dell’antagonismo reale e del conflitto concreto tra capitale e lavoro. Insomma, la fabbrichizzazione della società risolverebbe l’enigma trontiano, negando definitivamente la vigenza, il «senso», meglio, della legge del valore. 

E se dicessimo societizzazione della fabbrica come tendenza concreta?


11. In ogni caso, il potenziale rischio «filologico» è piuttosto severo; Palano ne è consapevole e lo schiva, in buona sostanza, rimanendo legittimamente ancorato alla discussione delle due ipotesi negriane su cui il libro si regge. Né ha difficoltà a riconoscere che già in Crisi dello Stato piano l’assunzione della crisi della legge del valore era presente. Tuttavia, è soprattutto nel momento in cui la cooperazione produttiva assorbiva la circolazione medesima e la società come area dello scambio tra equivalenti finiva con lo svanire, è lì che la legge del valore, fondata sulla misura del tempo di lavoro, si conservava «solo come forma ormai vuota, priva di ogni residua razionalità». Questo perché – afferma Palano – «il momento dello scambio sul mercato diventava superfluo. La funzione di socializzazione del lavoro mediante lo scambio diventava cioè non solo inutile e del tutto superflua, ma addirittura strutturalmente impossibile». 

Al riguardo, Palano è molto attento nell’interpretare l’importanza de La costituzione del tempo compreso in Macchina tempo (1982). Lo considera «una sorta di spartiacque», che permette d’intendere come la fabbrichizzazione della società, la sua completa sussunzione al capitale, facessero sì che una vera e propria sproporzione temporale rendesse inservibile la legge del valore. Il vecchio contrasto tra fabbrica e società, l’enigma trontiano, diveniva ora un contrasto tra due differenti costituzioni temporali, che rendevano appunto impossibile una «mediazione» tramite la legge del valore. Insomma, filologie a parte, credo che qui stia davvero il punto nevralgico dell’interpretazione di Palano; l’idea, cioè, che per quanto sia vero che l’operaismo abbia sempre considerato la legge del valore con una certa diffidenza, essa sia stata fatta saltare del tutto solo allorché Negri ha risolto a suo modo l’enigma trontiano, per mezzo della fabbrichizzazione della società. 


12. Ora, a parte il fatto che il rapporto tra fabbrica e società, da un certo momento in poi, parrebbe divenire biunivoco nei fatti, prima che nella teoria di Negri (basti ricordare, cum grano salis, cosa successe a Mirafiori tra il Settantasette, l’entrata in fabbrica dei cosiddetti «neo-assunti», il licenziamento dei 61 e la sconfitta dell’ottobre 1980, anticipata dalla propaganda «sociale» Fiat, che diceva, grosso modo: “se devi attendere la tua auto è perché gli operai scioperano”), ragion per cui non sarebbe affatto improprio ragionare anche di societizzazione della fabbrica (emblematico il tormento che attraversa un libro come La tribù delle talpe (1978) curato da Sergio Bologna); a parte tutto ciò, dicevo, mi pare di poter dire che la funzione della legge del valore (lasciando pur cadere le note questioni teoriche irrisolvibili, da Palano menzionate), per l’operaismo tutto, è sempre stata necessaria solo a dar conto dell’apparenza dello scambio; esplicitata nel momento in cui, nel processo di riproduzione allargata, era lo sfruttamento della forza lavoro stessa (il plusvalore) che poneva le basi del proprio ulteriore sfruttamento – sebbene, certo, giuridicamente, lo scambio rimanesse libero e in esso vigesse quella legge dello scambio tra equivalenti, fatta concretamente e storicamente saltare dalla contemporaneità di processo lavorativo e processo di valorizzazione.

Si dirà che la questione rimane esattamente questa: il rapporto tra società, fabbrica, ancora società, suoi istituti; una differenza, da Negri ora colta, ora accantonata, ora valorizzata, ora negata, tra circolazione e produzione; e che, proprio nella misura in cui la circolazione è sussunta nella produzione, si genera una socializzazione indistinta e indistinguibile. Insomma, che cos’è Il lavoro di Dioniso (1994) se non un indistinto post-moderno, tronco di «quell’“albero genealogico” della moltitudine che Hardt e Negri hanno collocato al centro della loro riflessione a partire dal 2000»? Commentando le vicende del post-operaismo italiano nel ventennio finale del secolo scorso, in effetti, nella Prefazione alla seconda edizione del 2008, Palano osservava che nel mentre veniva celebrato all’estero come uno degli interpreti marxisti più originali, Negri, insieme agli eredi del post-operaismo (o forse artefici, meglio), «trasformava la sua teoria dell’esaurimento della legge del valore nel trampolino per saltare dall’ormai desolata terra del marxismo nell’affollato mare del postmodernismo».


13. In questo giudizio, l’autore offriva in poche righe una sintesi davvero efficace. E, ancora una volta, il perno era la teoria del valore, il suo esaurimento: «l’unico modo per dissolvere la società senza mettere in discussione la validità teorica della coppia fabbrica-società». Un esaurirsi grazie al quale «la legge dello scambio mercantile» si sarebbe ugualmente dissolta, in modo che «gli studenti, le casalinghe, i disoccupati, e tutti gli altri soggetti della protesta sociale estranei alla fabbrica po[teva]no essere considerati dapprima come “produttivi” (in virtù della dilatazione estrema della cooperazione capitalistica) e, infine, anche come antagonisti, proletari e punti di forza dello scontro di classe». Quindi, con la società civile si sarebbe dissolta la nozione marxiana di lavoro astratto, perché «inadeguata alla natura immateriale, affettiva, intellettuale e fin dall’inizio sociale del lavoro». Addirittura, la fabbrichizzazione intesa a dissolvere la società, a sussumerla, avrebbe costretto Negri sino al punto di dover «restaurare una concezione tradizionale, ottocentesca e liberale della società civile», al fine di negarla. Così facendo, egli avrebbe dissolto la possibilità di comprendere la specificità delle lotte esterne alla fabbrica, la specificità dei modi in cui in quest’ambito i soggetti «lottano contro l’imposizione della forma merce».

Ora, a fronte di tali inequivocabili asserzioni conclusive, si potrebbe forse tornare a insistere sul dubbio già espresso: ossia, sulla possibilità d’interpretare tutto ciò a rovescio, pur in termini relativi, come una vera e propria societizzazione della fabbrica – non sarebbe affatto difficile argomentarla. Come sopra accennato, se assunto base dell’operaismo era stato che «l’area del conflitto di fabbrica si estendeva al di fuori dei cancelli di Mirafiori», nel corso del lungo Sessantotto italiano, accadde poi che il rifiuto del lavoro non si esprimesse solo lungo le linee di produzione, ma giungesse alle linee anche dall’esterno, già formato. Nel già menzionato e travagliato La tribù delle talpe (1978), Sergio Bologna aveva molte buone ragioni per stigmatizzare i «cascami ideologici del movimento del ‘77», tuttavia, le tendenze di una contraddittoria ma concreta societizzazione della fabbrica erano effettive. Si trattava – nei termini allora impiegati da Marcello Messori e Marco Revelli – di fenomeni di invasione della fabbrica da parte delle contraddizioni emergenti sul terreno sociale: dai servizi ai rapporti interpersonali, dal tempo di lavoro al tempo di vita. Qui ricadeva la «questione dei bisogni» e delle dinamiche della riproduzione.

Ciò detto, quanto ai giudizi di merito circa la coerenza teorica negriana al proposito, ognuno poté giudicare come meglio credette e potrà continuare a farlo. Quella che rimane però un frutto indubbio di quella contraddittoria societizzazione è la duplicità, da Palano rilevata, inerente alla teoria dell’operaio sociale. Indubbia e qui tangibile. Non a caso, Negri ebbe a lamentarsi, in Dall'operaio massa all'operaio sociale (1979), di coloro che avevano inteso l’operaio sociale come una sorta di dilatazione dell’operaio massa. Ciò era potuto accadere, però, perché un’ambiguità originaria era presente ed era connessa non solo all’enigma trontiano, ma anche alla trasformazione complessiva dello scenario italiano.

Tuttavia, spingersi sino a dire – e questo nella Prefazione alla nuova edizione (2025) – che, tra senescenza della società civile e arbitrarietà del comando capitalistico, l’antagonismo sarebbe venuto meno, poiché il travaglio negriano avrebbe poggiato su di un’idea di mutamento «imputato allo sviluppo della tecnica, alla socializzazione del processo produttivo, alla costruzione di un immenso sistema di macchine, e dunque a fattori “oggettivi”», «neutrali», mi sembra traslare l’interpretazione del general intellect marxiano ben oltre ogni oggettivismo (qui i problemi sono radicalmente altri, au-delà de Negri). Quando si dica, invece, che l’operaio sociale era inteso «oltre» Marx, «oltre» il lavoro astratto misurato da una teoria del valore relata allo scambio mercantile tra denaro e forza lavoro, allora si centra il punto, che attraversa i molti passaggi dell’intero libro, focalizzandosi, alla fine, su di una assenza che non può non richiamare in causa nuovamente Tronti, ma non solo il primo. Ciò che sarebbe assente è la capacità della critica della politica di mantenersi e di rendersi effettiva.


14. In verità, Palano non manca di richiamare, in particolare nel capitolo decimo, i momenti alti, nei quali una critica della politica negriana si espresse, soprattutto ne La forma Stato (1977). Tuttavia, costantemente insidiata dall’affiorare, prima, e dallo stagliarsi, poi, dell’ipotesi hegeliana, essa sarebbe collassata a fronte della conseguente reintroduzione della contrapposizione tra economia e politica, della «vecchia opposizione tra spontaneità dell’economia e artificiosità dell’ordine politico», arretrando rispetto al punto d’attacco suggerito da Raniero Panzieri, e separando critica della politica e critica dell’economia politica – sino a giungere alla traslazione dell’economico nel politico, di cui è detto in Fine secolo (1988). Ebbene, è proprio in quest’esito «hegeliano» che Negri si mostrerebbe incapace «di fare realmente i conti con Tronti». Con il primo Tronti? Quello di Fabbrica e società (1962)? Certamente, poiché in quel saggio una contraddizione insolubile c’era, ma sarebbe stata almeno riconosciuta – a posteriori, ma non solo, suggerisce Palano – dall’autore stesso, e di fatto «trattenuta». 

Nella Prefazione alla nuova edizione (2025), Palano, rifacendosi a Dello spirito libero (2015), uno degli ultimi lavori di Mario Tronti, ricorda al riguardo come egli individuasse, in relazione alla vicenda operaista, un’ambivalenza genetica, definita tra una tensione «escatologica» e una vocazione «katecontica». Il merito della prima era stato quello di cercare uno sbocco politico alle lotte operaie; retrospettivamente, tale merito sarebbe consistito – consisterebbe, nel presente – nell’opporsi attivamente, nel «contenere» e nel ritardare la deriva umanitario-filantropica dell’operaio di fabbrica (va da sé che il negriano soggettivismo-oggettivizzante non poteva non rimanere impigliato nel paradigma escatologico).

Peraltro, sempre con molta correttezza, Palano afferma di non voler fare un uso disinvolto di una distinzione data a posteriori. Afferma anche, tuttavia, che forse «è proprio una divaricazione di quel genere che può consentire di cogliere in maniera ancora più nitida le radici della contrapposizione tra fabbrica e società». In effetti, già nel Tronti di Operai e capitale (1966) una vocazione katecontica non sarebbe stata del tutto assente; perché l’enigma, nella sua radicalità irriducibile, non avrebbe prefigurato né invocato un «oltre» escatologico, bensì un «freno»… Di certo sfuggito di mano, quantomeno in «quel modo tardo-romantico di porgere, nella forma, le cose», di cui fu fatta giustizia il 28 gennaio 1971. 

«Marxiano per eccesso» – così, autocriticamente, l’ultimo Tronti – Negri lo è sempre stato – persino oltre l’operaismo stesso, oltre l’intreccio novecentesco fra tensione escatologica e opzione katecontica, tra Fortschritt e Sturm. Detto a posteriori, tre decenni dopo, il non essere giunto a cogliere o prefigurare, nell’enigma, quest’intreccio novecentesco, secondo l’autore, era e rimane il vero limite di Dioniso postmoderno. Di fatto, dicevamo sopra, l’autocritica è forse impropria; se non altro ove afferma che, pur guardando verso il futuro della «società postmoderna», il libro «continua in realtà a volgere lo sguardo verso il passato, di cui punta a difendere l’eredità positiva e di cui finisce inevitabilmente anche col raccogliere il peso della sconfitta». Perché c’è un senso profondo nel rivendicare, parimenti, la validità di quelle argomentazioni, salvo includervi «uno sviluppo capace di riflettere sulla dimensione “politica” della composizione di classe».

Il fatto è che questo potrebbe non bastare: non a difendere la sostanza teorica di un libro ben meditato e compiuto, quanto a re-indirizzare lo sguardo, a ri-volgere le spalle al passato, a sottrarsi al peso della sconfitta. L’angelo benjaminiano-trontiano non è bifronte, rimira, tragicamente, solo le rovine; in questo consiste la sua radicalità, del resto. Forse a torto, Toni Negri non amava molto quell’angelo. Per questo la vera neue Darstellung era per lui sempre e ancora da immaginarsi. Non solo «oltre» Marx, ma anche «oltre» Spinoza. Quella che Palano definisce la svolta etica, credo non fosse affatto «destinata a segnare solo brevemente l’itinerario di Negri». In realtà, rappresentò una svolta decisiva, che gli permise di ri-cominciare a ri-pensare a suo modo il politico, metabolizzando la sconfitta epocale, senza misurarsi davvero con essa. Fu il presupposto imprescindibile della rielaborazione di una teoria della soggettività moltitudinaria, dopo l’operaio-sociale. Senza di essa, Negri avrebbe forse dovuto venire a patti con l’angelo benjaminiano – o, almeno, con quelli wendersiani. Viceversa, con Michael Hardt, aprì una nuova stagione teorica. Oltre l’operaismo? Ultimo dei problemi – sebbene, tra le molte fratture, l’elogio dell’assenza di memoria abbia pur sempre lisciato un filo rosso, una continuità, fatta non solo di affetti e di cicatrici condivise.


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Adelino Zanini (1954) ha insegnato Filosofia politica e Storia del pensiero economico all’Università politecnica delle Marche. Autore di numerose opere, tra cui, Principi e forme delle scienze sociali (Il Mulino, 2013), Ordoliberalismo (Il Mulino, 2022); Schumpeter after Schumpeter (Brill, 2026). Per DeriveApprodi ha pubblicato Invarianze neoliberali (2024) e Filosofia economica (2025).

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