L’innocua tragedia dei messia laici

Uno sguardo su Judas and the Black Messiah



A un anno di distanza dalla potente insorgenza afroamericana che ha messo radicalmente a critica il razzismo strutturale che governa gli Stati Uniti, Jack Orlando commenta uno dei film cult della stagione: Judas and the Black Messiah (Warner Bros. Picture, 2021), che ricostruisce la vicenda del tradimento e poi dell’uccisione da parte del FBI di Fred Hampton, leader della sezioni di Chicago delle Pantere Nere, artefice di quella straordinaria esperienza rivoluzionaria anticoloniale e antirazzista che è stata la Rainbow Coalition.


Immagine: Sergio Bianchi, 2018


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Il nome di Fred Hampton ai più non dice nulla. Una delle tante vittime della violenza poliziesca in una stagione di profondi conflitti sociali, relegata a pagine ormai lontane di storia.

Abbastanza lontane da poterle considerare ormai inoffensive, incapaci di allungare le loro mani fino al presente e contaminarne la materia.

È probabilmente questo l’assunto che sta alla base della recente riscoperta cinematografica delle lotte afroamericane, questo e l’ovvio ritorno economico per l’industria culturale che punta a recuperare un tema riemerso potentemente sulla spinta delle mobilitazioni ultime.

La questione afroamericana, che tra rimozioni e recuperi attraversa il tessuto storico degli Stati Uniti, rimane un nodo focale in grado di mobilitare con forza passioni e slancio sociale e, proprio per questo, è oggetto di una continua contesa politica e culturale.

Il fuoco delle strade di Minneapolis, sintomo e seme allo stesso tempo di una diffusa e profonda radicalizzazione politica, è stato da subito oggetto di sussunzione delle macchine dell’establishment: dalle aperture del Partito Democratico in corsa per la Casa Bianca alle bandiere BLM esposte su uffici, ambasciate e sedi di grandi aziende; dalle donne nere impiegate come security nelle filiali bancarie durante i cortei allo scopo di scongiurarne gli assalti fino alle politiche aziendali e amministrative di sensibilizzazione, di empowerment razziale, di assunzione ed utilizzo delle identity politics come metodo di gestione e come prodotto.

Una vera e propria battaglia simbolica giocata sulla pelle nera. È in questo solco che, dicevamo, si colloca la ripresa del tema afroamericano nel cinema e nell’industria culturale, con prodotti pure di grande pregio, specialmente se confrontati a quelli degli anni precedenti dove l’afroamericano non è mai uscito da una narrazione infantilizzante/depotenziante (o criminogena).

Il recente Judas and the Black Messiah è un gran film, non solo stilisticamente e sul piano della realizzazione tecnica, né solo per essere fedele agli avvenimenti storici. Ha il merito soprattutto di aver riportato l’attenzione su una storia spesso rimasta ai margine anche in ambito antagonista che, delle Pantere Nere, ha assunto più la mitologia che l’esperienza.

Fred Hampton, morto ammazzato dall’intelligence americana a ventun’anni, era il leader delle Pantere Nere di Chicago. Poco più che un adolescente, spiccava nel partito e sul territori in cui agiva con grandi doti politico organizzative. Non solo in grado di realizzare e tenere in equilibrio una pratica di radicamento basata sui pilastri della formazione politica dei militanti e della comunità, del patrolling armato contro gli abusi di polizia e della costruzione di strutture di supporto ai bisogni immediati della base sociale; ma anche architetto di una coalizione anticoloniale, socialista e rivoluzionaria in seno a uno dei maggiori centri industriali del paese: la Rainbow Coalition.

Come è noto le Pantere, pur essendo una struttura esclusivamente nera, collaboravano con qualsiasi altra formazione o movimento politico. Erano via via slittati da posizioni nazionaliste ad una posizione pienamente marxista; sono famosi i raduni con le sigle della new left per la liberazione di Huey Newton, il presidente del BPP, e le candidature congiunte alle elezioni in seno al Peace and Freedom Party, un percorso che vede però intrecciarsi solo le sfumature del bianco e del nero, lungo la linea del colore.

Meno famosa è la Rainbow Coalition, termine tendenzialmente collegato al cartello elettorale riformista del reverendo Jesse Jackson, figlioccio del pastore King, nel generoso tentativo di correre come candidato alla Casa Bianca negli anni Ottanta, con una piattaforma costruita insieme ad associazioni e movimenti cittadini.

Tuttavia, prima di essere un tentativo democratico di governo, la Rainbow Coalition ha le sue radici nella Chicago del 1969, in particolare, nella sezione locale del Black Panther Party e nell’operato di Hampton: l’idea forza dell’autodifesa, la sua pratica politica, l’intuizione della minoranza nera come colonia interna nel punto più avanzato del dominio capitalista hanno scavalcato i confini della razza per attecchire in altre comunità di minoranza. Su questa scia si formano il gruppo portoricano degli Young Lords, i messicani Brown Berets, gli asiatici Red Guards e finanche gli Young Patriot, giovani immigrati bianchi del Sud, la cosiddetta «spazzatura bianca», i bifolchi. Una composizione colorata e stracciona, composta di sottoproletari, studenti, hustlers, tutto il fondo della società, raschiato e politicamente soggettivato.

È su questa base che Hampton inizia a lavorare per un fronte unico anticapitalista, cooptando persino membri delle gang locali.

È un ragazzino, ma è credibilmente quello che J.E. Hoover definì il Messia Nero: l’uomo in grado di compattare ribellismo sociale, minoranza razziale e movimento socialista in una forza concreta.

Ovviamente sulla coalizione grava sin da subito la pesante condannata dell’FBI, che ne fa bersaglio continuo delle sue manovre.

Pur essendo uno degli esempi più profondi e prolifici di antagonismo made in USA, e pur tenendo conto delle migliaia di iscritti e simpatizzanti, delle centinaia di sedi, è difficile credere che le Pantere fossero realmente «la più grande minaccia alla sicurezza interna degli Stati Uniti» (nelle parole dello stesso Hoover) e che quindi fossero seriamente in grado di rovesciare il governo americano, sconfiggere le forze armate e instaurare un Stato di stampo socialista. Eppure, forse proprio per la fecondità delle analisi e delle pratiche messe in atto, per la loro capacità di emulazione e replicabilità, si attirano addosso il meglio degli apparati repressivi americani.


Boicottati, calunniati, depistati, infiltrati, incarcerati, assassinati. È una parabola tragica quella del BPP e delle sue figure di punta. E Fred Hampton è uno dei martiri di quella parabola: ucciso in un raid omicida di polizia e FBI, mentre era incosciente nel proprio letto, drogato da un compagno/informatore a pochi giorni dalla nascita del figlio. C’è voluta una controinchiesta ed una battaglia giudiziaria durata più di un decennio per accertare pubblicamente le intenzioni omicide delle forze dell’ordine e la totale illegalità di condotta degli apparati di Stato. Un episodio tra i tanti, uno dei più eclatanti ed efferati. Un atto di accusa al sistema America. Eppure una storia lontana, per cui si può dire, come sopra, che le chances di vittoria erano nulle, e i protagonisti possono veder ridotto il proprio ruolo a quello di giovani testardi idealisti. Ecco perché un colosso economico può permettersi di produrre un film su di una storia simile. L’atto d’accusa finisce come sempre a gratificare le anime belle della democrazia. Dice tanto e non sposta nulla.

A ben guardare, anche in un film ben fatto, storicamente fedele, dettagliato e ben interpretato, che mette in scena i discorsi e le performance potenti di un militante leader di un movimento di prim’ordine, Fred Hampton, le Pantere, i Lords, i Patriot e pure gli studenti socialisti sembrano le figure piatte di una storia remota, in fondo innocua e innocente. Il personaggio più corposo e reale resta O’Neill, l’infiltrato, il vero protagonista, il Giuda. Capofila di un esercito di spioni mandati a rovinare gioventù e rivoluzione, con la doppiezza, la viltà e il senso di colpa che ogni infame porta con sé nella tomba. Hampton è la figura potente e drammatica della pellicola ma la tragedia del Tempo è tutta nella parte di O’Neill.

Non poteva essere altrimenti, non con un film e tantomeno in un fase come quella attuale in cui la conflittualità e il radicalismo esplosi nelle rivolte dell’estate scorsa non sono sopiti, ed in cui nuovi soggetti prendono in mano i vecchi stendardi delle organizzazioni del passato, per seguirne oltre che la lezione anche le forme.

Ma le forme, come la prassi politica, sono legate alla contingenza. O sono concepite e praticate nell’oggi, o sono celebrazione del passato; ed al momento non servono a nulla le celebrazioni, la tradizione vale solo finché vive in un corpo nuovo, altrimenti è cera da museo.

Non serve un Fred Hampton come santo laico, rimanenza del passato, servono cento Fred Hampton come organizzatori e militanti, carne viva nel fuoco del presente.