L’incessante attivismo politico di Claudio Costantini



Claudio Costantini (1933-2009) è stato un intellettuale genovese, di origine romana, al centro delle vicende culturali e politiche della seconda metà del secolo scorso: docente di storia moderna all'Università, ha scritto libri fondamentali sul Seicento e sulla Repubblica di Genova. Ha ideato l'Enciclopedia Io e gli altri. Come attivista politico, è tra i fondatori di «Democrazia diretta», rivista che nasce sull'onda dei fatti del giugno 1960 a Genova e, a partire dal 1967, ha affiancato le lotte del movimento all'Università, contribuendo, tra l'altro, alla nascita dell'esperienza dei Centri di interesse. Alla sua figura Archimovi (Associazione per un archivio dei movimenti) ha dedicato un volume uscito nei giorni scorsi Claudio Costantini: Storia, politica, insegnamento (Genova, ottobre 2022), all'interno del quale, attraverso trenta contributi, emerge il ritratto di un intellettuale libertario e antidogmatico, ironico e rigoroso. Il volume è reperibile nelle librerie o richiedendolo al sito dell'Associazione: www.archviomovimenti.org

Pubblichiamo di seguito il contributo di Giorgio Moroni Quell'incessante attivismo politico.


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Senza essere mai stato un militante – per come classicamente lo si è inteso nel Novecento [1] – né essersi pienamente riconosciuto in alcuna formazione politica (fatta eccezione per un breve e infelice passaggio nella Fgci tra Roma e Rapallo e l’esperienza, anch’essa di breve durata, nel movimento «anti legge-truffa» di Unità popolare, assieme a Ferruccio Parri e Tristano Codignola, nel 1953), Claudio Costantini ha attraversato in modo politicamente attivo le epoche e le stagioni dei movimenti anti-capitalistici della seconda metà del secolo scorso, dal loro medio evo, negli anni Cinquanta, fino al rinascimento degli anni Sessanta e Settanta e, successivamente, al plumbeo e mediocre tempo dell’isolamento e del controllo sociale che è seguito alla loro caduta.

L’attraversamento di questi cicli di resistenza antisistemica, nel caso di Costantini, è consistito nel vivere in una internità ideale ai contenuti delle lotte e, assieme, nel praticare una prossimità fisica ai protagonisti di queste, leader o giovani militanti che fossero, spesso stringendo con loro grandi e profonde amicizie; e, inoltre, nell’esercitare attraverso le sue molteplici iniziative (riviste, lettere, lezioni, ricerche) un’influenza duratura sui contenuti che le connotavano, di frequente ispirandoli con levità e naturalezza, come se avesse interiorizzato quell’attitudine di complemento alla prassi, da geniere della politica, che tanto gli si addiceva.

Consapevole dei propri mezzi, nel contempo dotato di una particolare sensibilità e di uno spiccato ottimismo umanista, Claudio Costantini ha dissimulato ludicamente, per tutta la vita, la propria superiorità intellettuale, guardandosi bene dall’ostentarla, anzi ridimensionandola in ogni occasione e irridendola se necessario, senza mai prendersi sul serio e sempre pronto a scendere dal piedistallo dove talvolta si trovava collocato. È possibile che con questo atteggiamento intendesse applicare anche al suo modo di relazionarsi con gli altri, allievi e compagni, ciò che aveva preso ben presto a teorizzare, e cioè il rifiuto di ogni esercizio di potere, anche se in stato di necessità e a maggior ragione nel contesto accademico dove operava. Con questi fondamenti, non poteva che diffidare del principio di autorità che discendeva dalla propria posizione socialmente superiore, in quanto docente, con i derivati dell’obbedienza e in ultima analisi della disuguaglianza sociale ribadita; criticandolo, vi opponeva, anche nell’insegnamento oltre che nelle relazioni personali, la scelta opposta, quella del criterio formativo della maieutica e dell’avviamento a una coscienza disincantata di sé e del mondo esterno.

È proprio la valorizzazione di queste sue attitudini e comportamenti sociali, prima ancora delle discriminanti politiche di linea o di programma, a condurlo assai presto, e definitivamente, fuori dalla concezione leninista della forma partito per approdare al socialismo libertario e all’anarchismo, là dove è previsto il rifiuto o la critica permanente delle gerarchie ed è concepito, quando non sia esclusivamente ammesso, un ordine fondato sull’autonomia degli individui. Essenziale, in questo percorso, fu senza dubbio la scoperta e la lettura dei testi di Andrea Caffi, che Costantini fece nei primi anni Sessanta assieme all’amico Gino Bianco [2].

Quanto a quel movimento o a quei movimenti che Costantini scelse coscientemente di attraversare, dati i presupposti che ho appena provato a descrivere, le tracce che segnano la storia e la trasformano dal punto di vista delle classi subalterne non potevano che essere, nel suo pensiero, quelle delle minoranze radicali, oltre e contro le strutture burocratizzate in cui si cristallizzano e si congelano potere e contropotere, anche quello che in origine era rivoluzionario; nasce qui la ricerca dei caratteri universali e archetipici della rivolta, che Costantini a ritroso individua nel rifiuto dell’autorità, nell’anarchismo e, infine, nel prototipo pre-rivoluzionario dell’egualitarismo, quello del new model army cromwelliano. Saranno proprio questi i contenuti del suo apporto, discreto ma costante e intenso, a quanto si stava agitando in forma di movimento nella cittadella universitaria di Balbi e in città nei primi anni Settanta; e saranno questi stessi i temi del suo instancabile attivismo intellettuale e politico negli anni della crisi del movimento, alla fine del secolo scorso, contro l’amnesia storica, il nazionalismo intellettuale e l’impermeabilità dei saperi.

Nel Claudio Costantini attivista politico si manifesta e si incarna una delle tipiche anomalie della critica radicale nella città chiusa e stretta tra Partito e Chiesa, dove non erano concepibili vie di mezzo e si poteva solo essere o dentro o rischiosamente fuori. Innanzitutto, Claudio è un intellettuale rivoluzionario che rispetta e difende i comunisti, li frequenta e in qualche caso ne è amico, ma non è comunista, e già questa a Genova è in sé un’anomalia. Per il resto, che si fosse comunisti, anarchici o apostoli di strada, la personalità e lo spessore necessari per resistere a lungo, in quanto radicali e rivoluzionari, al di fuori della rigida e contratta rete dei poteri, a Genova negli anni Sessanta e Settanta e anche oltre, dovevano essere enormi; soprattutto se si apparteneva a generazioni precedenti a quelle emerse nel Sessantotto, rispetto alle quali il Partito comunista solo inizialmente avrebbe mostrato indulgenza in considerazione delle attenuanti che si potevano loro concedere per la giovane età dei protagonisti. Intendiamoci, non c’è nulla da beatificare nella sua figura come in quelle di Gian Battista Lazagna, di Gianfranco Faina e di don Andrea Gallo, che in modi assai diversi e in fasi differenti hanno costituito a Genova il riferimento ascendentale [3] delle più giovani generazioni del Sessantotto, dell’espressione locale di quella minoranza inquieta, in cerca di spalle su cui appoggiare la certezza del volo, in cui di norma si cela, e da cui si genera, la suggestione e la proposta del cambiamento, come sosteneva e sosterrebbe ancora oggi Costantini. Si tratta piuttosto di riscoprire le tracce del loro cammino, a cominciare da quello di Costantini, che è stato necessariamente tortuoso ed esposto a rischi oltre che, talvolta, inevitabilmente contraddittorio e ingenuo. Non è un caso che sia Lazagna che Faina e don Gallo siano stati legati da una forte amicizia con Costantini, talvolta anche da affinità politica, e abbiano tutti frequentato la sua casa biblioteca.

Una figura tutt’altro che moderata, la sua, al di là dell’apparenza e del suo reiterato understatement; di certo non meno radicale delle altre tre, anche se in modo più nascosto e sotterraneo, ma anche più testardamente continuo. Nonostante Claudio sia stato un docente scrupoloso e uno studioso prolifico, ciò che risalta nella sua vita attiva, come chiunque lo abbia conosciuto da vicino può testimoniare, è il continuum di politica e insegnamento, di rigore critico e di radicalità rivoluzionaria. Nondimeno, o forse proprio per queste sue molteplici attitudini e proprietà, Claudio era capace di vivere in mezzo alle correnti avverse senza farsi travolgere, anzi praticando con efficacia il mestiere della rappresentazione ufficiale degli interessi antagonisti: ad esempio, la sua abile narrazione nelle sedi istituzionali delle finalità del movimento – illustrate come già storicamente determinate – si sostanziò nel supporto [4], in seno al Consiglio di Facoltà, alla richiesta della fiscalizzazione dei Centri di interesse, proveniente dagli occupanti la Facoltà di lettere e filosofia nel 1972-1973. Su questo tornerò più avanti attingendo ai ricordi dello stesso Claudio.

A tanta pubblica mitezza e apertura politica Claudio Costantini contrapponeva, nel proprio privato, una coerenza e una particolare durezza che erano basate su una concezione granitica della linea di condotta e dell’etica che si addicevano ai rivoluzionari e comunque ai ribelli e che prorompevano in giudizi sarcastici e talvolta aspri e velenosi, di cui c’è traccia in alcune delle interviste che ha rilasciato e nella copiosa corrispondenza con compagni, amici e allievi.

Il punto è che Claudio Costantini scontava un eccesso di lucidità che gli rendeva obiettivamente difficoltosa la scelta di uno schieramento militante, perché questa comportava di fatto una chiusura se non l’ostilità verso altre valide opzioni politiche o nuove posizioni di critica che l’evoluzione dello scontro di classe faceva emergere, il che lo poneva in una posizione al di sopra della mischia – non certo opportunistica e comunque tutt’altro che comoda. Senza che con questo sia mai venuta meno la sua generosa disponibilità ad aderire alle richieste dei compagni di cui era particolarmente amico se si trattava, ad esempio, di prestare il suo nome per le liste del Manifesto alle elezioni politiche del 1972, quelle in cui venne candidato Pietro Valpreda [5].

Con Anna Marsilii, nell’ambito di una ricerca sulla sinistra radicale genovese tuttora incompiuta, raccogliemmo nel 2004 una lunga intervista a Claudio Costantini. Quanto mai opportuno dargli direttamente la parola, come farò di seguito: Claudio commenterà in modo disincantato e ironico, al solito, alcune delle vicende politiche che abbiamo menzionato, assieme ad altre, e non esiterà a descrivere esplicitamente il suo vissuto personale dentro di esse.

Di lunghissima data (si conobbero all’Università) è la sua amicizia con Gianfranco Faina, una relazione a specchio che durerà fino alla fine, ovvero fino alla morte precoce di Faina nel 1981. Come sappiamo, è Claudio Costantini, assieme a Gino Bianco, dopo i fatti del giugno 1960 che lasciarono da subito intravedere nuovi orizzonti di lotta operaia in Italia, a imprimere una svolta alla rivista di Gaetano Perillo, «Movimento operaio e socialista», rendendola provvisoriamente indipendente dall’egemonia e dal controllo del Partito comunista [6].

Sono sempre loro due, Claudio e Gino, nel ruolo di guastatori, di battitori liberi dell’intelligenza radicale e rivoluzionaria nella città del partito-chiesa, a metter su la rivista «Democrazia diretta», assieme al sindacalista anarchico Bruno Delucchi, all’operaio libertario Carlo Boccardo e al comunista Gianfranco Faina, oltre al genovese Edoardo Grendi, futuro storico, e ai torinesi Emilio Soave e Romano Alquati, collaboratori di «Quaderni rossi» [7]; ed è proprio la scelta di collaborare a «Democrazia Diretta» a comportare per Faina l’accusa di attività frazionistica e conseguentemente la sua espulsione dalla Fgci. In un’intervista del 2004 [8] Claudio diceva: «Eravamo un po’ più vecchi di Faina, e a settant’anni due o tre anni di differenza non sono niente, ma quando ce ne hai venti sono una specie di generazione. E poi tieni presente che lui era comunista per cui noi lo guardavamo un po’ così, dall’alto al basso».

L’espulsione di Faina dalla Fgci determina il suo allontanamento da Movimento operaio e socialista e ha come conseguenza l’abbandono da parte di Costantini e Bianco della redazione della rivista e dal Centro ligure di storia sociale – che paradossalmente proprio da loro era stato fondato.

Il rapporto di Costantini e Faina è molto stretto e affettuoso (anche se Costantini non sopporta che Faina nei suoi peraltro rari lavori accademici non citi mai le fonti); nonostante siano divisi da percorsi politici diversi e anche da vite familiari opposte, non si perdono di vista ed è molto probabile che Gianfranco abbia trascorso la sua ultima notte a Genova a casa di Claudio prima di scegliere la clandestinità di Azione rivoluzionaria, come Costantini racconta nell’intervista citata.

Dopo l’allontanamento dal Pci e la breve esperienza milanese con Ludovico Geymonat, Gianfranco Faina, nel frattempo entrato nell’Istituto di lettere e filosofia come professore incaricato, diventa, a partire dal 1967, il punto di riferimento del movimento degli studenti universitari a Balbi:


«Gianfranco nel ’67 guida l’occupazione di Balbi. Guida soprattutto l’espulsione dei comunisti dall’assemblea di Balbi [...] Giulietto Chiesa era allora responsabile della federazione giovanile, della Fgci, e fu buttato fuori dall’aula dove c’era l’assemblea. Io ero fuori e credo che stessi parlando col preside, in quanto unico membro dell’assemblea che fosse docente, avevo cominciato allora. Quindi le chiavi dell’università le avevano date a me, come responsabile e se avessero fatto dei danni avrebbero fatto rivalsa sul mio stipendio. Credo che stessi parlando con il preside, che allora era Della Corte, di queste cose, del fatto del passaggio di chiavi, mi pare che in quel momento l’ho visto uscire, questi qui che lo buttano fuori… era Giulietto Chiesa. Che poi col tempo è migliorato. Forse non inaspettatamente. Non bisogna essere troppo severi con i comunisti di quegli anni, secondo me. I comunisti di quegli anni avevano delle qualità, poi avevano a che fare con la nomenclatura, che è quello schifo che è. Ma Giulietto Chiesa se ne è andato molto presto dalla nomenclatura, è passato al giornalismo, ha fatto l’esperienza in Unione sovietica, e credo che l’esperienza in Unione sovietica… [lo abbia cambiato, ndr]».


Costantini apparentemente se ne sta fuori dalla mischia ma è più coinvolto di quanto non sembri: non gli sfugge nulla di ciò che accade, svolge una attività di servizio alla critica radicale dell’esistente nelle forme in cui si manifesta e ne accetta coerentemente le conseguenze, ma rifiuta ogni forma di protagonismo, mentre


«Faina era un uomo che esercitava un grande fascino. Non c’è dubbio. Ma tu l’hai conosciuto. Te lo ricorderai. Esercitava un grande fascino, era un figlio di una mignotta. Non era un grande oratore, ma interveniva. Aveva un’oratoria dinamica, nel senso che costruiva delle sceneggiature […] Naturalmente per fare il processo ai professori bisognava trovare il professore che si facesse processare. Uno è stato, ovviamente, Francesco Della Corte [9]. Bravissimo, non gliene poteva fregare di meno, li ha affrontati tranquillissimamente. L’assemblea lo ha smerdato per bene, perché poi Gianfranco si documentava. Lo ha smerdato per bene, però alla fine lui ne è uscito a testa altissima. E l’altro che poteva essere processato senza che si finisse tutti in galera ero io, ovviamente. Nel ’68 mi ha fatto processare dall’assemblea. Devo dire che è riuscito a farmi condannare con due soli voti di maggioranza, praticamente era un’assoluzione. Però intanto era stata una sceneggiata che aveva occupato una giornata. Ed era una sceneggiata molto pedagogica. Non erano soltanto degli happening, venivano fuori un sacco di problemi, veri, reali, concreti. La gente si educava così».


La sua lettura del movimento studentesco non si focalizza sull’esplosione sessantottesca e preferisce dilatarsi a prima e dopo, lungo gli anni Sessanta, con un occhio alle vicende internazionali. Il suo è lo sguardo di un libertario che ancora negli anni duemila, quando ci rilascia l’intervista, si rivolge al passato anche con un filo di ironia:


«[…] Tieni presente però che allora dobbiamo prendere proprio il Sessantotto nel senso lungo del termine, che dura per tutti gli anni Sessanta. Le prime occupazioni sono quelle della facoltà di Architettura a Roma, a Venezia. Cominciano nei primi anni Sessanta, c’è anche una bella esperienza anarchica di un mio allievo. Un mio allievo, che però era a Milano, fonda la rivista “Materialismo e Libertà” [10] molto bella, ne sono usciti solo tre numeri. Era un po’ del giro di quegli anarchici che rapirono il Console spagnolo a Milano, ai quali fecero il processo che fu un’apoteosi. Furono non propriamente assolti, perché sequestrare una persona non è un atto gentile, ma diciamo che lo stesso Console spagnolo non si era potuto lamentare della prigionia. Questi bravi ragazzi erano tutti ricchi, avevano le ville in Brianza, il Console era stato ospitato benissimo in queste ville. Quella era stata una ripresa di anarchismo, che poi è morto perché gli anarchici odiavano i movimenti del Sessantotto, non ne volevano sentire parlare, loro erano un’altra cosa. Se prendiamo il Sessantotto come questa cosa un po’ lunga, allora sì, però ci sono tante altre esperienze che vanno in circolazione, in America la lotta per i diritti civili dei neri, Berkeley, la lotta contro il Vietnam…»


Tra Claudio e Gianfranco ormai i percorsi sono diversi, le strade si sono separate, anche se non al punto di perdersi di vista:


«Gianfranco andò a Parigi nel maggio, prima non lo so se avesse dei rapporti. C’è il gruppo dei Situazionisti con i quali certamente lui era in contatto, ma non lo so datare, potrebbe essere prima del ’68. Come ho già detto io mi interessavo delle cose mie e Gianfranco delle sue, qualche volta erano le stesse cose, ma solo qualche volta, perlopiù erano diverse. A me per esempio interessava assai più un altro filone, quello della new left inglese, quello dei provos olandesi, tutte quelle esperienze che si sono andate coagulando dalla fine degli anni ’50 ai primi degli anni ’60 e che poi hanno dato vita al Sessantotto».


Amicizia e stima non impediscono a Claudio di prendere anche sprezzantemente le distanze e di affermare in modo aspro il proprio punto di vista: a proposito delle lotte di Balbi nel 1972-1973 e del progetto di alternativa alla didattica costituito dai Centri di interesse Costantini precisa:


«Non era lui l’iniziatore dei Centri di interesse […] Come al solito Gianfranco cavalcava qualsiasi cosa, noi facevamo l’università e lui faceva arruolamento. Io non me lo ricordo un granché partecipare a questo seminario, certamente mi ricordo di Enrico Fenzi, di Francesco Surdich, di Manlio Calegari e Oscar Itzcovich che erano sempre presenti. L’idea dei Centri d’interesse l’aveva tirata fuori lui […] Poi tutto il progetto, il programma l’abbiamo fatto noi […] Tutto il programma, il progetto e anche tutta la fatica – che era un lavoro bestiale, avevamo gruppi da La Spezia a Ventimiglia, il che significa trasferirsi – l’avevamo fatto noi. E ha retto finché ha retto il “volontariato”. È stata anche una bella esperienza».


A proposito della lotta per la fiscalizzazione dei Centri di interesse su cui il Comitato di agitazione di Balbi (correntemente chiamato all’epoca Comdag), espressione in quel momento del movimento studentesco, si impegnò a partire dall’occupazione di fine 1972 e successivamente nel 1973, chiedemmo a Claudio Costantini, che a quella campagna aveva attivamente partecipato sui due fronti opposti, che cosa pensasse di quell’atmosfera sospesa che si instaurò tra gli occupanti, con la loro richiesta radicale e impossibile di una autentica alternativa alla didattica (I Centri di interesse appunto), e il Consiglio di facoltà, di cui egli faceva parte integrante, che era composto a maggioranza di docenti del Pci:


«[…] I professori, i docenti della facoltà di lettere avevano paura. Quindi questa era un po’ l’atmosfera che predisponeva a smorzare i toni. Poi un altro elemento che devi tenere presente è che la facoltà di lettere a quei tempi era largamente egemonizzata dai comunisti, era di sinistra. I comunisti odiavano il movimento, ne avevano paura, con due o tre personaggi, Della Corte, Albini [11] e Maltese [12], che hanno fatto un gioco di mediazione, loro facevano i respingenti. Questo era il movimento, questa era l’istituzione, l’importante era che il movimento non sfondasse l’istituzione, loro facevano i respingenti. Nel consiglio di facoltà costituivano la maggioranza, fra questi c’erano dei Lividi – che ancora oggi li vedo e continuano a essere Lividi –, i comunisti Lividi, sono Lividissimi! C’erano poi i Bonaccioni, per esempio quello di glottologia, De Felice, che non sapendo che pesci pigliare ed essendo però un po’ il leader di questo gruppo, venne da me a chiedermi cosa doveva fare, e io: «Fai così, io faccio cosà, ma tu fai così». La stessa tecnica ce l’aveva Albini. Il problema era quello di non fare accadere l’irreparabile, in definitiva era anche una linea di responsabilità. Non sono mai riuscito, nonostante ci litigassi piuttosto fortemente, e qualche volta li strattonassi anche di brutto, non sono mai riuscito a fare sì che questo tentativo di evitare il peggio diventasse in qualche maniera comprensione delle ragioni degli altri. Su questo tiravano giù la saracinesca. Se si trattava per il momento di chiudere un occhio, andava bene, ma se si trattava di capire perché questi fanno queste cose, no. Non c’era un grande rispetto per Gianfranco, c’era un gran timore di Gianfranco».


Quanto al percorso di Faina, Costantini ci ritorna sopra con distacco critico – ancora una volta non tipicamente «sessantottesco»:


«È anomalo che un marxista, operaista, comunista come Faina finisca su una sponda simil-anarchica e individualista. Non è che sia una parabola di quelle regolamentari. Lui studiava Carlo Marx e la composizione organica del capitale, è vero, però era anche in contatto con i Situazionisti francesi e ne distribuiva le pubblicazioni […] Gianfranco elabora il discorso della Società dello spettacolo, mi ricordo che mi faceva degli elmetti su queste cose, prima la composizione organica, poi la Società dello spettacolo. I Situazionisti erano dei ragazzi intelligenti, scrivevano anche delle cose discretamente intelligenti. Anche se, questo gli dicevo, i Situazionisti avevano riscoperto negli anni Cinquanta, quando cominciano come avanguardia artistica, il Surrealismo degli anni Trenta. Ci sono dei testi che sembrano copiati dal Surrealismo degli anni Trenta. Ma mentre i Surrealisti degli anni Trenta erano dei precursori perché vedevano certe cose con grande lucidità, ma in un momento in cui ancora eravamo molto indietro, l’unico strumento di comunicazione di massa erano la radio o il cinema, invece questi Situazionisti arrivavano assieme alla televisione. È chiaro che cambia il mondo dello spettacolo, la società dello spettacolo cambia, quindi ripropongono tutta una serie di temi di notevole interesse. Questo naturalmente esula da un’interpretazione marxista tradizionale. Infatti, anche i Situazionisti francesi erano tutti marxisti, trotzkisti, però non è che ci fossero grandi agganci con la tradizione marxista, in questo senso la loro critica era più simile alla critica degli anarchici che non alla critica marxista della società».


Il 17 maggio 1979 costituisce per Genova, e in particolare per il polo universitario di Balbi con le sue componenti radicali, il punto di non ritorno: un’inchiesta giudiziaria promossa dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa coinvolge nelle indagini centinaia di persone (anche di area sindacale e cattolica) e conduce in carcere con l’accusa di partecipazione a banda armata poco meno di una ventina di militanti, e numerosi sono tra questi gli ex militanti del Comdag di Balbi; tra gli arrestati c’è anche Enrico Fenzi. L’ondata di arresti viene presentata come il primo potente colpo inferto alla «imprendibile» colonna genovese delle Brigate rosse [13], ma, in realtà, solo una piccola componente degli arrestati c’entra con le Br perché ne ha fatto parte in passato o perché vi si riconosce in quel momento, più o meno attivamente. Si tratta in ogni caso di una operazione completamente basata su prove a carico degli imputati del tutto false, in quanto costruite dagli stessi carabinieri che l’hanno condotta; le contro-inchieste successive, nonché l’esito finale di un processo che durerà fino ai primi anni Novanta del secolo scorso, lo dimostreranno inoppugnabilmente. Siamo, inoltre, a quaranta giorni dal fatale 7 aprile 1979, giorno in cui un’altra inchiesta di più ampio rilievo, in questo caso padovana, ha portato in carcere decine di militanti dell’Autonomia operaia con l’accusa di costituire la direzione delle Brigate rosse (anche in questo caso l’accusa poliziesca e giudiziaria verrà smontata, sia pure a distanza di decenni). In quel clima teso e pericoloso di caccia al «terrorista della porta accanto» che Heinrich Boll aveva descritto nel 1974 [14] anticipando il caso italiano, Claudio Costantini prende la penna e scrive al direttore del Secolo XIX Michele Tito una coraggiosa lettera aperta, che viene pubblicata il 23 maggio. Nella lettera Costantini si appella all’indipendenza di giudizio mostrata dal giornalista in occasione del sequestro di Aldo Moro, «quando in molti straparlavano di pena di morte e di leggi eccezionali, di stato di assedio e di guerra civile», per lanciare un allarme contro la «criminalizzazione del buon senso»: perché ciò che emerge dall’operazione genovese di Dalla Chiesa, ma anche dall’operazione padovana del giudice Calogero, innanzitutto confligge con il buon senso (entrambe le inchieste di fatto erano e sembravano strampalate e surreali, oltre che abusive; illegale comunque era quella genovese, come sarebbe stato provato), e manifesta una natura a suo modo terroristica: «se il terrorismo è anche un sistema di dominio fondato sulla paura, non le sembra che le procedure seguite in questa operazione (e in altre simili operazioni) possano essere qualificate terroristiche, o quanto meno intimidatorie? E non crede che la rimozione del dubbio sia già acquiescenza di fronte al terrorismo?».

Dell’intervista già citata occorre, infine, riportare, a completamento del quadro dell’epoca, alcuni stralci che assai amaramente Claudio Costantini dedica a Enrico Fenzi, professore di Letteratura italiana nella stessa facoltà, un altro dei protagonisti delle vicende universitarie e cittadine. Siamo nel 2004, sono passati più di venti anni dai tragici avvenimenti genovesi del 1979-1981 (l’arresto di Gianfranco Faina e la sua morte per cancro diciotto mesi dopo; il blitz del generale Dalla Chiesa e la provvisoria assoluzione degli imputati; l’irruzione dei carabinieri in via Fracchia con il massacro dei brigatisti; il suicidio dell’avvocato Edoardo Arnaldi – anch’egli tra gli amici più cari di Costantini – davanti ai carabinieri che lo stavano arrestando; l’annientamento della colonna genovese delle Brigate rosse e l’arresto di Enrico Fenzi assieme a Mario Moretti; infine, la decisione di Enrico Fenzi di collaborare con i magistrati); quasi venticinque anni dopo Costantini non ha mollato di un centimetro rispetto alla sua missione di promuovere, anche attraverso nuove ed evolute forme di comunicazione, quelle digitali, la formazione critica e l’informazione a favore dei giovani e di quelli che chiama sarcasticamente «i suoi cinque lettori», ma la tensione, il rimpianto e la sofferenza che erompono nel ricordo di quel passaggio storico ed esistenziale emergono inalterati.


«Enrico, che è del 1939, è l’altro grosso problema della mia vita; eravamo amici come con Gianfranco, forse addirittura di più, ancora più fraterni. Per me Enrico è stato una duplice sorpresa. La prima volta, nel 1979, quando è finito in galera abbiamo organizzato dei comizi per rivendicare la sua innocenza, abbiamo scritto degli articoli, abbiamo litigato con un bel po’ di persone. Venne assolto e fu rilasciato. Stava in cella con Franceschini e Curcio e mi mandava delle cartoline con le firme dello Stato Maggiore (ride), sarà per quello che pensavano che fossi il capo delle Br! Gli mandavamo libri e altro in cella. Fatto sta che come esce di prigione mi viene a trovare con un po’ di figli suoi. Uno dei suoi figli, il primo, che è morto, si chiamava Claudio in onore mio. Questo dà un po’ l’idea del legame che ci poteva essere. Viene qui con un paio di bambini e mi fa capire che mi era molto grato, ma che forse mi ero sprecato. Dopo di ché non l’ho più rivisto, anzi sì, lo incontro ogni tanto, qualche volta ci salutiamo, qualche volta no. Più spesso facciamo finta di non esserci visti. Per cui lì sono rimasto brasato. Questo divano sul quale sediamo stava di là, la casa era disposta in maniera diversa, lui aveva i suoi figli, io avevo mio figlio […] Non ho mai capito, ancora oggi non riesco a capire questo delirio di Enrico. Ti rendi conto che era quello che scriveva o sopportava quelle cose illeggibili che erano i comunicati delle Br? Eppure Enrico era un letterato vero, un bravissimo scrittore, ed era un uomo pieno di ironia. Noi ci sbragavamo dal ridere ed era lui a scrivere quella roba o a non correggerla. La scrivi e poi vieni da me, a ridere, lì c’è una schizofrenia. Sei una doppia persona, con me sei Enrico, con l’altro sei Fenzi […] Quando Enrico se n’è andato lo abbiamo accompagnato alla porta, ci siamo guardati in faccia e ci siamo detti che avevamo sbagliato tutto, lì la prima cosa. La smaltisco, perché tutto si smaltisce a questo mondo. Dopo un po’ sul «manifesto» compaiono tre righe dove si dice che Enrico Fenzi sta collaborando con le autorità. Mi incazzo come una bestia […] e prendo la macchina da scrivere, gli scrivo una letteraccia, ma che cazzo state a dire, Enrico Fenzi che fa la spia della polizia, siete pazzi. Fortunatamente non l’ho spedita! Perché sennò avrei fatto la doppia figura da imbecille, prima quando giuravo che non era un Br, poi quando giuravo che non era una spia».


Claudio Costantini non si sottrae di fronte alla catastrofe né si volta da un’altra parte, vive da dentro le tragedie con cui si chiude un’epoca, si illude più volte, si prende i suoi rischi e sbaglia, ma si riprende e riparte a modo suo. Ora che è rimasto solo, senza i compagni di un tempo (del suo tempo), riprende a ispirare e a dar vita a innumerevoli iniziative culturali con i colleghi e compagni dell’istituto, che è rimasto in città il polo di riferimento culturale più vivo e influente, mentre moltiplica energie e tempo da dedicare alla comunicazione virtuale con la rete degli amici e dei colleghi.

Come si è detto all’inizio, è compito arduo scindere, nel suo caso, la politica dall’attività di formazione, di informazione e di ricerca. In una lettera inviata a «Panorama» e pubblicata il 14 febbraio 1988 Claudio Costantini ripropone l’argomento del «tradimento dei chierici»:


«[…] Quel rancore [nei confronti del Sessantotto] mi faceva specialmente paura nei colleghi, che erano pagati per capire e farsi capire, non per pontificare. E mi faceva paura in quegli uomini di cultura che non avrebbero dovuto faticare a riconoscere nelle «provocazioni» sessantottesche i tratti familiari di esperienze e di atteggiamenti che in molti casi proprio loro avevano contribuito a far conoscere e amare. Il guaio è che molti uomini di cultura sanno apprezzare solo ciò che è morto, o che ritengono morto. E se per caso se lo ritrovano improvvisamente di fronte (come accade con le idee, che possono sopportare periodi molto lunghi di latenza per riesplodere quando meno te lo aspetti), si sentono presi in trappola, danno in escandescenze, disconoscono figli e nipoti perché non tollerano l’idea di avere prodotto nella loro vita di studiosi qualcosa di diverso dai libri».


Dunque il presente non è che l’attualità del passato, il presente va sempre vissuto come storia. Testardo, lucido e coerente; come sempre. E anche beffardo; senza dubbio questo testo avrebbe potuto condividerlo, anche nella forma, con Gianfranco Faina.


All’inizio dell’estate del 1990, una decina di anni dopo i lutti e i fallimenti narrati o commentati nell’ultima parte della sua intervista, Costantini indirizzò una lettera a un centinaio di amici – molti tra questi gli studenti dei suoi corsi più recenti: Claudio aveva continuato a praticare generosamente il comunismo delle idee. Si intitolava Lettera ai compagni: un invito alla discussione, una proposta politica. In seguito, nel 1994, Claudio la pubblicò – col titolo di Eguali – insieme ad un’altra dozzina di lettere indirizzate a persone diverse nel primo numero di Lettere di storia, politica e varia umanità, una pubblicazione di cui era il solo redattore, legatore, editore, distributore e le cui copie erano destinate ai suoi amici. È una lettera che si può leggere con qualche brivido come un testo di pochi giorni fa. Quando Claudio scriveva in Italia non c’erano più i fermenti sociali e politici dei decenni precedenti, il tema era come «tornare a fare politica» per scongiurare il rischio sempre incombente della barbarie, della follia, della regressione; e il discorso di Thomas Rainsborough [15], esponente dei Levellers ai dibattiti di Putney, nell’Inghilterra del 1647, da cui Claudio proponeva di ripartire, è il richiamo della foresta che possiamo provare a sentire ancora oggi.




Note [1] Vedi a questo proposito F. Milanesi, Militanti, Un’antropologia del Novecento, Edizioni Punto Rosso, Milano 2010. [2] Vedi a questo proposito il saggio di G. Quiligotti pubblicato in questo volume: Claudio Costantini, l'amico Gino Bianco e il Fondo Caffi. Gli anni '50 di un Socialista Libertario a Genova. [3] Mi permetto di non considerare in questo caso, tra gli ascendenti di riferimento del movimento locale, i pur assai influenti dirigenti più anziani de «il manifesto», quali Giacomo Casarino e Manlio Calegari, in quanto «il manifesto», la frazione radiata dal Pci che entra in scena nel 1970, si presentava a tutti gli effetti, e integralmente, come un’opzione politica. [4] Vedi su questo tema il contributo di M. Calegari pubblicato in questo volume: la guerra dei «Centri», 1972-1973. [5] Vedi su questo particolare, e in generale sul libertarismo politico di Costantini, il contributo di G. Casarino pubblicato in questo volume: Un uomo libero, un elogio. Successivamente Claudio Costantini presterà il suo nome anche alle liste di Nuova sinistra unita, nel 1979. [6] Vedi su questo il contributo di A. Marsilii pubblicato in questo volume: Claudio Costantini e la rivista «Movimento operaio e socialista». [7] Vedi su «Democrazia diretta» il saggio di G. Quiligotti Democrazia diretta e i fatti del 1960 pubblicato in Contemporanea, XIV, n. 2, aprile 2011. [8] Intervista di Claudio Costantini ad Anna Marsilii e Giorgio Moroni del 7/02/2004. Tutte le citazioni che seguono sono tratte da questa intervista. [9] Professore Ordinario di Letteratura latina (Napoli, 1913; Genova, 1991), latinista e filologo classico. [10] Amedeo Bertolo e altri coetanei, tra cui gli anarchici Aimone Fornaciari, Luigi Gerli e Gianfranco Pedron, poco più che ventenni, salgono alla ribalta delle cronache per l’incruento rapimento del viceconsole di Spagna, Isu Elías, portato a termine in pochi giorni con l’intento di denunciare all’opinione pubblica la spietata repressione del regime franchista contro tre militanti della Federación ibérica de juventudes libertarias (Fijl). Il processo ai rapitori si apre a Varese nel novembre 1962 trasformandosi in atto d’accusa del regime, tanto che ai protagonisti viene comminata una lieve condanna e, presto, tornano in libertà. Dalle riflessioni sviluppate nel gruppo dei giovani anarchici milanesi escono quindi i tre numeri del periodico «Materialismo e libertà», contrario a una ancora diffusa visione idealista e «sentimentale» dell’anarchismo. Ne escono tre numeri, dal gennaio al maggio del 1963 (cfr Centro studi libertari e libertaria n. 4/2000). [11] Umberto Albini (Savona 3 maggio 1923 – Genova, 25 gennaio 2011), grecista e filologo classico, ha studiato Lettere antiche prima alla normale di Pisa e poi si è laureato a Genova nel 1945. Negli anni del liceo e dell’università ha vissuto la partigianeria e la Resistenza. Studioso del teatro greco e della letteratura ungherese, traduttore di tragedie. Ha lavorato a lungo con lo Stabile e con il Teatro della tosse a Genova, dove sono stati rappresentati anche testi suoi, tra cui Viva la pace, tratto da Aristofane (1988) e un’interpretazione di Teodora. Albini è stato inoltre tra i primi a portare in Italia il teatro e la poesia ungheresi, traducendo il drammaturgo Miklòs Hubay e numerosi poeti, tra cui Varga Tamas, Jozsef Attila, Gyula Illyés e Sandor Petofi. È stato Preside della Facoltà di lettere e filosofia negli anni Settanta. [12] Corrado Maltese (Genova, 7 ottobre 1921 – Roma, 24 marzo 2001), storico dell'arte, Ordinario di Storia dell'arte medievale e moderna all’Università di Genova, docente di Storia dell’arte moderna alla Sapienza. Ha compiuto studi sull’arte del Rinascimento e sull’arte dell’Ottocento e moderna. Nel 1956 fuoriesce dal Pci e firma il Manifesto dei centouno contro la repressione sovietica in Ungheria, manifesto firmato anche da Argan e Vespignani, suoi amici. È autore della Storia dell’arte in Italia 1785-1943, pubblicata da Einaudi. [13] Vedi sull’inchiesta e sul processo A. Casazza, Gli imprendibili, DeriveApprodi, Roma 2013. [14] L’onore perduto di Katharina Blum, Einaudi 1974. [15] «Io penso veramente che l’essere più povero che vi sia in Inghilterra ha una vita da vivere quanto il più grande e perciò credo sia chiaro che ogni uomo il quale debba vivere sotto un governo debba prima col suo consenso accettare quel governo; e ritengo che l’uomo più povero in Inghilterra non sia affatto tenuto a rigore a obbedire a quel governo che egli non ha avuto alcuna voce nel creare; e sono sicuro che, quando avrò ascoltato le ragioni in contrario, a quelle ragioni vi sarà chi risponda, in quanto che dubiterei che sia un inglese chi dubitasse di queste cose». (dal dibattito di Putney, 28 ottobre – 11 novembre 1647; citato in G. Carocci, La rivoluzione inglese 1640-1660, Editori Riuniti, Roma 1998, p. 70).