Jean Baudrillard attraverso le sue cool memories

Un pensatore originale come Jean Baudrillard merita un ritratto altrettanto originale. È così che René Capovin rilegge il filosofo francese attraverso Cool Memories. Diari 1980-1990, una raccolta di aforismi, pensieri e abbozzi che lo stesso Baudrillard definisce «una matrice di pigrizia». Dai paradossi della società dei consumi alla teoria della simulazione, dalla critica degli intellettuali e del postmoderno alla sovrapproduzione culturale, Capovin ricostruisce per frammenti il pensiero baudrillardiano, sempre attraversato da una buona dose di ironia, provocazione e insofferenza verso le convenzioni intellettuali. Ne emerge il ritratto di un pensatore radicale, difficilmente riconducibile alle categorie con cui si è cercato di interpretarlo, capace di mettere in discussione persino le teorie che lo hanno reso celebre.
Lo choc primario del bagliore dei deserti e della California è passato, e tuttavia – esiste ragionevolmente qualcosa di più bello al mondo? Probabilmente no. Devo dunque pensare di aver incontrato, once in my life, il più bel luogo che mai mi sarà dato di vedere.
Così l’inizio di Cool Memories, una raccolta di aforismi, pensieri, abbozzi, «una matrice di pigrizia», come la definisce l’autore. Qui useremo questo testo di Jean Baudrillard per schizzare il profilo intellettuale di questa strana figura che ha disturbato il campo intellettuale negli ultimi decenni del XX secolo. Si tratta di una sorta di diario poetico che comincia nell’ottobre 1980: dopo il deserto e la California, l’elenco degli apici già toccati da Baudrillard continua con la donna la cui bellezza più lo ha colpito, la cui perdita più lo ha ferito. E poi il libro più bello, anche quello già alle spalle. C’è dell’altro? Non sembra.
Qui comincia il resto della mia vita. Ma il resto è ciò che viene dato in sovrappiù, e c’è un incanto e una libertà particolare nel lasciare che una qualsiasi cosa proceda con la grazia, o la pena, di un destino ulteriore.
Nel 1980 Baudrillard aveva 51 anni, gliene restavano 27.
Nel pieno dell’orgia, un uomo mormora nell’orecchio della donna: «What are you doing after the orgy?».
Orgia di tutto: oggetti, consumo, informazione, diritti. Per Baudrillard c’è troppo di tutto, anche di analisi con pretese scientifiche.
Primario, selvaggio, incolto, irresponsabile, rozzo, egoista, incosciente, asociale – senza referenza, senza riconoscenza, spergiuro di ogni cultura, estraneo a ogni affetto, allergico a ogni parentela. Ecco su che materiale bestiale si fonda una teoria della simulazione.
Che è la cosa che avrebbe fatto Baudrillard. Ma di analisi ce ne sono anche troppo dicevamo, come può essere uscita una «teoria della simulazione»? In effetti, non è una teoria per come la intendiamo di solito: nessuna pretesa di verità, nessun modello che debba corrispondere alla realtà.
L’obiettività radicale è esattamente l’opposto di quella della scienza. L’una mira alla radicalità dei processi parziali, l’altra all’ironia del processo globale.
Una teoria radicale ironica opera di un incolto-chic, ecco Baudrillard. Qualcosa che non dà soddisfazione ai secchioni o anche solo ai bravi impiegati della cultura (nemmeno ai militanti seri, va detto). E’ piaciuta di più ai furboni dell’arte contemporanea, che lui però snobbava alla grande. In ogni caso quella cosa che leggiamo non sta in piedi da sola, finisce nel momento in cui ci arriva (se arriva): tocca ai lettori troppo buoni provare a sistemarla, mentre i lettori pedanti e/o «oggettivi» faranno presto a mostrare che non è certo così che si fa teoria.
La minuziosità della scienza produce oggi solo una stereofonia artificiale.
Per cui, per fare un esempio, si fa sociologia del turismo producendo ricerche che nessun addetto all’industria turistica, dall’ultimo agente di viaggio giù giù fino al ministro di turno, leggerà mai, capirà mai o avrà mai il potere di tradurre in policies. Ma allora, se così è, possiamo dire di essere finalmente dopo l’orgia di questionari inutili e teorie troppo intelligenti sulle scelte del turista-consumatore, possiamo finalmente provare a pensare stupidamente, e a scrivere stupendamente, la stupenda stupidità quotidiana.
Le vacanze non sono assolutamente un’alternativa alla congestione e alla promiscuità delle città e del lavoro. Al contrario: si cerca l’evasione in un’intensificazione delle consuete condizioni di vita, in un peggioramento deliberato: più lontani dalla natura, più vicini all’artificio, all’astrazione, all’inquinamento totale, stress, forcing, concentrazione, monotonia ben superiori alla media – questo è l’ideale dell’evasione popolare. Nessuno pensa di tirarsi fuori dall’alienazione, ma ad addentrarvisi fino all’estasi. Queste sono le vacanze. E l’abbronzatura è la prova soprannaturale di questa accettazione delle condizioni della vita normale.
Dove l’accento va su «evasione popolare» perché, certo, è implicito che esista anche un’evasione non popolare. E come funziona? Possiamo immaginarlo: si tratta di una pratica di distinzione tesa anzitutto a tirar fuori dall’alienazione, a portare più vicini alla natura, più lontani dall’artificio, dall’astrazione, dall’inquinamento totale, dallo stress, dal forcing, dalla concentrazione, dalla monotonia. Vacanze così, però, arrivano non certo gratis, ma solo dopo mesi di duro lavoro su libri, siti e app, anni di addestramento del gusto e di giri giusti. Insomma, le vacanze intelligenti costano una vita.
L’intellettuale, una volta araldo della negatività storica, è diventato il buffone trasparente della dissidenza.
Nelle spedizioni a caccia di Parti Giuste l’Intellettuale Dissidente Sovietico fu il tesoro di fine anni Settanta in Francia. Baudrillard ce l’ha qui con chi parassitava energia antagonista altrui per gestire tattiche domestiche. Era la nuova generazione, mediatica e apparentemente immortale - dopo Glucksmann padre, il figlio; dopo Henry Lévi, Henry Lévi; dopo l’URSS, l’Ucraina e Israele. La generazione precedente invece aveva cominciato ad andarsene in uno strano modo.
Sartre muore ancora pomposamente. Barthes e Foucault scompaiono discretamente, prematuramente. L’era dei grandi letterati e retori che sopportavano allegramente la gloria è finita. I pensatori più sottili dell’era mediatica non la sopportano più. La funzione idolatrica, come d’altronde l’esercizio del potere, diventano sempre più difficili da assumere in una società democratica dove i pensieri sono senza conseguenza e gli avvenimenti senza memoria. […] Più Foucault è diventato imperioso, dispotico, arbitrario, più è cresciuta la sua autorità nell’ambiente intellettuale. Ciò la dice lunga sulla miseria di questo ambiente. Ma in fondo, forse non è molto diverso dal mondo popolare della musica rock.
Gli anni Ottanta furono però soprattutto quelli dell’Intellettuale Postmoderno, citazionista e compiaciuto.
Il postmoderno è il primo prodotto concettuale davvero universale come i jeans e la Coca-Cola. Ha le stesse virtù a Vancouver o a Zanzibar, a Chicago o a Budapest. Fornicazione verbale a tutte le latitudini. […] La postmodernità è la simultaneità della distruzione dei valori anteriori e della loro ricostruzione. E’ il rifacimento nello sfascio. […] Egemonia del commento, della chiosa, della citazione, della referenza. E tuttavia superiorità assoluta dell’ellissi, del frammento, dell’abbozzo, dell’enigma, dell’aforisma. Quello che dico è già troppo. È già chiosa. Bisogna estirpare tutti i metalinguaggi, strappare la lingua a se stessa, fermare l’emorragia. Distruggere – dice – non decostruire.
Eppure Baudrillard fu preso per uno di questo giro, cioè per un postmoderno teorico della simulazione, e così continua a essere etichettato anche da chi pensa di essere stato influenzato dal suo pensiero.
I simulacri sono oggi accettati ovunque nella loro versione realista: esiste il simulacro, ed esiste la simulazione. D’altronde è la versione intellettuale e mondana di questa volgarizzazione che è la peggiore: tutto è segno, i segni hanno abolito la realtà, ecc. Chi avrebbe detto, dieci anni fa, che il segno sarebbe caduto così in fretta nel linguaggio gergale? Come il «proletariato», la «dialettica», l’«inconscio»: tutto questo non passerà nemmeno l’anno 2000.
Anche i suoi simulacri diventarono di moda, anche Baudrillard è stato per un po’ di tendenza. Eppure di mode ne aveva schivate parecchie: quella dei Dannati del Terzo Mondo, quella dell’Imbroglio Ecologico e quella, classica, dell’Operaio, splittato in aristocrazia e massa. Su quest’ultima cosa Baudrillard non ha l’imbarazzo della scelta.
Il lavoratore, una volta eroe della negatività storica, è diventato il disoccupato trasparente di simulacri di fabbriche.
L’immagine di un lavoro ridotto (in certi ambiti ma Baudrillard non ama i distinguo) a passatempo da scioperati è anche in Anders ma qui il Nostro rimanda, più che a certi lavori trasformati in non lavoro (tipo controllo di macchine a cui non succede niente se non magari nei test per vedere cosa succederebbe se mai succedesse qualcosa), la straordinaria invenzione della cassa integrazione: basta scioperi, la fabbrica chiude ma vi diamo il salario come se lavoraste per uno, toh anche per due anni, i soldi ci sono, sì. Come i soldi ci sono? I soldi ci sono. Ma se siano andati anni per spuntare un aumento di poche lire e niente, adesso ci date il salario per non lavorare? Per un anno? Addirittura per due anni? E da dove li prendete i soldi, sentiamo. Li mette lo Stato. Come li mette lo Stato? E lo Stato da dove li prende? Fa debito. E chi pagherà? Mah. Ecco qua un’arma di pacificazione di massa (S. Bologna) letteralmente fantastica, una soluzione ovviamente insostenibile e per molti versi assurda ma presentata, allora e adesso (solo la realtà invecchia), come fosse la cosa più naturale e razionale del mondo. Del resto, eravamo negli anni Ottanta.
C’è stato uno spettacolo di disperazione dopo il 1968. C’è un grande spettacolo di speranza dopo il 1980. Finito di piangere, d’accordo. L’ottimismo reaganiano, il lievitare del dollaro. […] Riluttanza proibita. Il vecchio pessimismo proveniva dal fatto che le cose andavano sempre peggio. Il nuovo pessimismo proviene dal fatto che tutto va sempre meglio. […] Le nostra società cambiano. Non è più l’atmosfera poliziesca che ci pesa, che ossessiona le strade e i nostri cervelli. È l’atmosfera radiosa ed efficiente che ci pompa l’aria. Letteralmente l’euforia, il dumping e l’accelerazione assorbono tutto l’ossigeno ambientale e ci lasciano come pesci sulla sabbia. […] Nel nostro universo deteriorato dal metalinguaggio della felicità, il minimo segno di disgrazia è segno di speranza.
Che fare, nell’utopia realizzata? Baudrillard ha le idee chiare, almeno a livello di condotta personale.
Se generazioni di contadini hanno passato la vita a sgobbare, il loro dispendio di energie deve pur essere scontato con l’ozio. Mio nonno ha smesso di lavorare quand’è morto: era contadino. Mio padre, impiegato statale, ha smesso molto prima di avere raggiunto l’età per farlo: pre-pensionamento. Io non ho mai cominciato a lavorare, prestissimo ho trovato una sistemazione marginale e sabbatica, da universitario. [...] La pigrizia è una strategia fatale, e la fatalità è una strategia della pigrizia. Da questo traggo una visione del mondo pigra e al tempo stesso estremista. E non la cambierò, qualsiasi sia il corso delle cose. Detesto l’attività frenetica dei miei concittadini, lo spirito d’iniziativa, la responsabilità sociale, l’ambizione, la concorrenza. Sono valori esogeni, urbani, competitivi, pretenziosi.
Non solo pigro, anche stupido.
Capisco molto bene ciò che mi si spiega, ma in fondo a me stesso sono complice di quelli che non capiranno mai. Un bruto sonnecchia dentro di me, un bruto che ridacchia della mia facoltà di comprendere e si burla altamente dell’intelligenza. Con coloro che capisco, formo un contratto di intelligenza, ma allo stesso tempo con gli altri stipulo un patto di stupidità. L’intellettuale, o chi si pretende tale (non ce ne sono altri), è colui che ha rotto questo patto di stupidità, e se ne crede liberato. Toccando così, e proprio per questo, il fondo della stupidità.
Al culmine dell’intelligenza la stupidità, dopo l’ipotetica caduta tendenziale del tasso di profitto l’inaggirabile caduta tendenziale del tasso di acculturazione.
L’espansione della produzione culturale supera abbondantemente quella della produzione materiale: nel campo culturale c’è un ingorgo, più mostruoso ancora di quello automobilistico o economico. Perché ognuno può produrre gesti, testi, colori, segni, spontaneamente e indefinitamente, tramite una sorta di transito intestinale ininterrotto. Il tempo dell’esegesi e del piacere sparisce, ciascuno mette in scena la sua performance tra l’indifferenza degli altri. E se siamo riusciti a scongiurare la crisi economica con l’apertura dei mercati culturali, chi potrà liberare il mercato dalla sovrapproduzione culturale, quando a sua volta sarà saturo? […] Sarà necessario praticare un salasso, distruggere una gran parte dei beni per salvare il valore segno, come si faceva con il caffè bruciato nelle locomotive per salvare il valore di scambio.
Anche se non sembra, siamo qui ancora a fine anni ‘80. Seguendo questo ragionamento, chi oggi rovescia gli scaffali di libri dovrebbe fare ancora uno sforzo per essere davvero d’aiuto al mercato culturale: dovrebbe distruggere le librerie («distruggere, non decostruire») e hackerare gli archivi di e-book in modo da ridare valore a quel che resta – anche se certo, tutto è inutile se nel frattempo tutti gli altri continuano a produrre cultura. Per cui ecco, se non altro in nome dell’estremismo pigro, fermiamoci qui.
Comunicare? Comunicare? Solo i vasi comunicano.
***
René Capovin è esperto di musei e progettista culturale, ha un dottorato in filosofia con una tesi dedicata all’opera di Jean Baudrillard. Autore di numerosi articoli per importanti riviste italiane e straniere su autori del Novecento (oltre a Baudrillard, Riegl, Bataille, Perniola), intellettuali e populismo, museologia, postmodernismo.
Per DeriveApprodi ha scritto Jean Baudrillard. Patafisica. Sistema. Simulazione. Evento. America (2026).
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