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Introduzione. Violenza e ironia



opera di Andrea Salvino

Pubblichiamo l’introduzione del volume Fine di mondo. Dentro al rifugio antiatomico da giardino di Pierpaolo Ascari, ultima pubblicazione di MachinaLibro. Come ci spiega l’autore, il titolo del libro è tratto da una famosissima scena de Il dottor Stranamore di Stanley Kubrick.

Di seguito la quarta di copertina del libro: «Con l’invasione dell’Ucraina e la distruzione di Gaza, nei nostri notiziari si è improvvisamente rifatta viva una vecchia conoscenza: la bomba atomica. A nominarla sono adesso ministri e presidenti che ancora una volta potranno poi celebrarne la funzione deterrente, ma nel frattempo la minaccia nucleare avrà anche svolto un secondo e non meno canonico tipo di lavoro. Di questo lavoro, a partire dalla vicenda dimenticata dei rifugi antiatomici promossi dall’amministrazione Kennedy nei giorni più frenetici della guerra fredda, il libro rende conto attraverso l’analisi della narrativa e del cinema di fantascienza, le fonti storiche e la cronaca di costume, il fumetto e la riflessione filosofica. Nonostante il loro fallimento commerciale, infatti, proprio quei rifugi avrebbero dato una forma compiuta alle proposte di salvezza che continuano a orientare il mondo sempre più pericolante in cui sopravviviamo. Ed ecco allora la storia di un incubo che non ha mai abbandonato le nostre vite».

 

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Dato che la bomba non è sospesa sulle nostre università, ma sulle nostre teste, non sarebbe adeguato trattare filosoficamente della possibile Apocalisse con un linguaggio specialistico a un gruppo di specialisti. [...] Si tratta dunque di trovare un tono che possa venir percepito da una cerchia più ampia: ossia di fare della filosofia in termini popolari.

 

Günther Anders, L’uomo è antiquato

 

 

Ho cominciato a prendere gli appunti per questo libro nel gennaio del 2022 con l’obiettivo di sviluppare un’ipotesi di ricerca che mi aveva già condotto in alcuni luoghi molto interessanti. L’idea era quella di provare a riflettere sulle simbiosi tra corpi, spazi e rapporti sociali in una serie di contesti sufficientemente estremi da compromettere qualunque tentativo di armonizzazione. In questo senso, un complesso di edilizia popolare di St. Louis o i nostri centri storici trasfigurati dall’emergenza pandemica potevano risultare lo «scarto» che una volta preso debitamente in esame, secondo la celebre formulazione dello storico Carlo Ginzburg, consentiva di «dissolvere le nebbie dell’ideologia»[1]. Oppure, ricorrendo alle pagine in cui Mario Lavagetto aveva riflettuto sul medesimo problema, stavo assegnando ad alcune tipologie di spazio la funzione epistemologica delle unghie, i lobi delle orecchie o le dita dei piedi che proprio perché vengono declassati dagli elementi più prestigiosi di una rappresentazione possono custodirne il rimosso[2]. Studiare alcuni episodi apparentemente marginali dell’esperienza urbana, insomma, significava provare a procurarsi una conoscenza meno approssimativa e falsata della città.

Talvolta la parola «scarto» poteva assumere un significato violentemente sociale, come nel caso degli immigrati o dei mendicanti, ma sempre in relazione alla concretezza dei luoghi e al modo in cui li andava esplorando il filosofo tedesco Siegfried Kracauer nel secolo scorso, quando ritenne di poter comprendere qualcosa della Repubblica di Weimar attraverso la descrizione dei suoi uffici di collocamento e il segreto di quegli uffici nel polsino sdrucito di una camicia[3]. All’immagine di un secondo polsino sarebbe poi ricorso Robert Musil per illustrare come si stavano trasformando le funzioni contemporanee della casa[4] ed è proprio in questa prospettiva da estimatore di mondi cifrati o metafore materiali, devo dire, che anche io mi sono imbattuto nell’epopea quasi dimenticata dei rifugi antiatomici.

Se non fosse che verso la fine di febbraio, con l'invasione russa dell’Ucraina, i miei reperti cominciarono ad assumere una consistenza sempre meno archeologica. Nella notte tra il 3 e il 4 marzo veniva bombardato un edificio adiacente alla centrale nucleare di Zaporižžja e nei mesi successivi la guerra diede l'impressione di poter gattonare tra i reattori con la micidiale incoscienza di un neonato. A novembre il direttore dell'Agenzia internazionale per l’energia atomica dichiarava quindi che le forze armate sembravano «giocare con il fuoco» e poche settimane prima, in ottobre, un missile balistico lanciato dalla Corea del Nord era sfrecciato sui tetti del Giappone causando la chiusura della metropolitana e dimostrando di poter percorrere una distanza tale da andarsi a fare esplodere nella giurisdizione degli Stati Uniti. All’inizio del nuovo anno, così, il Bulletin of the Atomic Scientists diffondeva la notizia che sull’orologio deputato a prevedere simbolicamente la fine del mondo, il cosiddetto «Doomsday Clock», all’umanità rimanevano da vivere soltanto novanta secondi, mentre i servizi norvegesi avrebbero presto segnalato una presenza sempre più massiccia di sottomarini e testate nucleari nel Baltico. Lo stesso anno si sarebbe poi concluso con le parole di un ministro israeliano che all’indomani della strage compiuta da Hamas il 7 ottobre 2023, non riteneva di dover escludere che a risolvere tutto potesse essere la bomba, proprio come andava ripetendo da tempo Vladimir Putin. A questo punto il tono spesso scanzonato che avevo assunto nei miei appunti cominciava chiaramente a steccare, ma più ci riflettevo meno mi convinceva l’idea di riscriverli, perché gli abusi politici dell’apocalisse che mi era parso di poter ridicolizzare rimanevano francamente ridicoli.

In un libro del 2003 intitolato Awaiting Armageddon, la ricercatrice indipendente Alice L. George aveva già parlato di provvedimenti «casuali e quasi comici»[5], ma la mia sensazione era che si potesse fare di meglio. Nel considerarli micidiali e ridicoli, intendevo richiamarmi alla definizione che del carattere ubuesco del potere ha dato il filosofo francese Michel Foucault, secondo il quale sarebbe proprio il riferimento a un personaggio d’invenzione come quello di Ubu, un capopopolo sadico e sanguinario che pochi istanti prima di andare alla guerra esprimeva il desiderio di diventare vescovo per finire sui calendari, a rendere visibile una singolare parentela tra gli imperatori romani, i sistemi totalitari e le forme più contemporanee e democratiche di governo. «Il grottesco di uno come Mussolini - scrive Foucault - era di per sé iscritto nella meccanica del potere»[6].

La stessa meccanica doveva evidentemente riguardare due fotografie che circolarono molto all’epoca delle guerre non solo americane in Afghanistan e in Iraq. Nella prima George W. Bush rassicurava una classe di piccoli patrioti leggendo loro un libro che reggeva sulle ginocchia all’incontrario, nella seconda posava accanto ad alcuni ufficiali in divisa mimetica e scrutava l'orizzonte da una specie di trincea con un binocolo tappato. Non solo quelle immagini si ponevano effettivamente nella tradizione dei Caligola e degli Eliogabalo, passando per le pose da gallo impagliato di Mussolini, ma mi pareva che prenderle davvero sul serio significasse concedere all’ironia di esplicitare quanto fosse macchiettistica la loro oggettiva carica di distruzione. Non si trattava di ridicolizzare qualcosa di tremendo, ma di mostrarlo in tutta la sua stupidità, appellandomi semmai ai tratti non meno ubueschi che la minaccia della bomba aveva già assunto in romanzi quali L’uomo che vedeva gli atomi di Murray Leinster (1958), La guerra mondiale n. 3 di Jacques Spitz (1963)[7] o in un capolavoro indiscusso della storia del cinema come Il dottor Stranamore (1964).

Kubrick stesso ha ricordato il disagio che gli stavano procurando le soluzioni troppo umoristiche nelle quali tendevano a precipitare le prime scritture del film, finché non dovette giungere alla conclusione che «l'unico modo per raccontare la storia era una commedia nera o, meglio ancora, una commedia da incubo, dove le cose delle quali si ride di più sono proprio gli atteggiamenti paradossali che rendono possibile una guerra nucleare»[8]. Per esempio la sequenza della cortesissima telefonata tra il presidente americano e il primo ministro sovietico Dimitri, al termine della quale spetta all’ambasciatore russo chiarire qual è il destino che adesso incombe su tutti loro se non saranno in grado di fermare i B-52 spediti in missione dal generale Ripper. Perché a quel punto si attiverà automaticamente la «Doomsday Machine», che nel doppiaggio italiano diventa l’irresistibile «ordigno fine di mondo», «un’arma che cancellerà tutti esseri viventi da faccia di terra». A risultare esilarante, in questo modo, credo sia la sproporzione tra l’enormità di quello che l’ambasciatore deve annunciare e i mezzi quasi puerili dei quali dispone per farlo. D’altronde, la sua è una condizione che si può estendere a tutte le autorità politiche e militari del film, rese ugualmente ridicole dalle cerimonie o dalle fissazioni (i fluidi, la sacralità della proprietà privata, il mito della frontiera) con le quali amministrano un’emergenza decisamente più seria di loro.

E proprio alla bomba fine di mondo mi pareva che in questi termini fossero riconducibili anche i rifugi antiatomici da giardino, che se da un lato si potevano considerare una variante in business class delle corna o un’espressione comunque scaramantica della capacità d’investimento, dall’altro avevano pur sempre a che fare con la paura nemmeno troppo infondata di morire. Tanto valeva, quindi, riservare alla loro sfrontata inadeguatezza il «gusto di mettere in evidenza l'ironia insita nelle cose stesse» che Sebastiano Timpanaro attribuiva a Marx, senza dissimularne gli aspetti più drammatici ma continuando a chiamare le circostanze con il loro nome. Anzi, la precipitazione degli eventi lo rendeva ancora più doveroso, perché in un mondo nuovamente terminale non si poteva escludere che anche alla più miserabile iscrizione, un giorno, venisse assegnato il compito di documentare quali fossero i modi di vivere e di sentire di un’intera civiltà. Come succede nel romanzo L’ultima spiaggia di Nevil Shute (1957), l’incubo della bomba è anche quello in cui aumenta l’importanza di far sapere a chi dovesse eventualmente venire dopo o da un’altra galassia cosa stavano facendo gli umani mentre dicevano «gatto». E rimaneva esattamente questa la grande occasione che gli stessi amministratori della minaccia nucleare non si erano lasciati sfuggire, la possibilità di vincolare la vita quotidiana a un nuovo ordine di significati e di corrispondenze.

Il senso di minaccia che il rifugio antiatomico si candidava a contenere, infatti, si sarebbe presto esteso all’intero paesaggio urbano e suburbano. Proprio nella transizione agli anni Sessanta e al postfordismo, le strade stavano diventando autostrade ad accesso limitato, le vie dello shopping delle fortezze commerciali distanti dalle fermate dei mezzi pubblici, i centri storici qualcosa di molto simile a delle megastrutture isolate dal resto della città e la riconfigurazione dei quartieri, in generale, avrebbe obbedito in modo pedissequo alle divisioni di classe, di razza o appartenenza religiosa che continuavano a disarticolare il corpo della società americana. La psicologia del contenimento si afferma proteggendo la casa o il cortile – hanno scritto Sarah Bonnemaison e Christine Macy nel loro Architecture and Nature – ma una volta scatenata infetta la produzione di qualunque altro spazio e ne irregimenta gli usi[9]. E anche questa, come proverò a raccontare nelle prossime pagine, si potrebbe considerare una prestazione dell’epoca che non avrebbe più smesso di sopravvivere alla bomba. So bene che non servirà a molto prenderla in ridere, che tante volte l’ironia è una sostanza tossica o meglio ancora: che come scriveva il filosofo danese Søren Kierkegaard nella sua dissertazione di dottorato, si risolve spesso in una «vanità ironica che desidera testimoni da cui venir assicurata e certificata»[10]. Ma non è tutto, perché accanto all’ironia che fa bottino lo stesso Kierkegaard ne individuava una seconda di carattere diverso che a partire dal modello socratico si poteva definire negatività assoluta, distruzione di «tutta la realtà data in un determinato tempo e sotto determinati rapporti»[11], liberazione del reale nel possibile. E concludeva: «L’ironia quale momento dominato si mostra nella sua verità proprio insegnando a rendere effettiva la realtà, ad accentarla come si conviene. […] La realtà ottiene insomma il suo valore mediante l’agire»[12], vale a dire in una dinamica opposta rispetto al sequestro istituzionale dell’azione che viene insistentemente propiziato dalla nostra cronica esposizione a qualche nuovo genere di catastrofe. Per cui bisognerebbe discuterne a lungo, è chiaro, ma credo proprio che anche oggi rimanga indispensabile preservare una variante molto ordinaria di negatività che non ha nulla a che vedere con la logica creditizia del vanitoso, che non risparmia nemmeno se stessa e che per amore di sintesi continueremo a chiamare senso del ridicolo.

 


Note

[1] C. Ginzburg, Miti emblemi spie. Morfologia e storia, Einaudi, Torino 1986, p. 191.

[2] M. Lavagetto, Analizzare, in Id., a cura di, Il testo letterario. Istruzioni per l’uso, Laterza, Roma-Bari 1996, p. 185.

[3] S. Kracauer, Uffici di collocamento, in Id., La massa come ornamento, trad. di Maria Giovanna Amirante Pappalardo e Francesco Maione, Prismi, Napoli 1982, p. 139.

[4] R. Musil, Porte e portoni, in Id., Pagine postume pubblicate in vita, trad. di Anita Rho, Einaudi, Torino 1970, pp. 71-74.

[5] A. L. George, Awaiting Armageddon. How Americans faced the Cuban Missile Crisis, The University of North Carolina Press, Chapel Hill and London 2003, p. 42.

[6] M. Foucault, Gli anormali. Corso al Collège de France (1974-1975), a cura di Valerio Marchetti e Antonella Salomoni, Feltrinelli, Milano 2000, pp. 22-23.

[7] In realtà la datazione del romanzo, pubblicato postumo nel 2009, è ancora incerta: qua ho indicato la data di morte dell’autore.

[8] Citato in J. Gelmis, The Film Director as Superstar, Doubleday, New York 1970, p. 309.

[9] S. Bonnemaison – C. Macy, Architecture and Nature. Creating the American Landscape, Routledge, London 2003, pp. 282-283.

[10] S. Kierkegaard, Sul concetto di ironia in riferimento costante a Socrate, a cura di Dario Borso, Rizzoli, Rizzoli 2021, p. 250.

[11] Ivi, pp. 255-256.

[12] Ivi, p. 330.



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Pierpaolo Ascari è ricercatore di Estetica presso il Dipartimento di Architettura dell’Università di Bologna. Ha scritto Ebola e le forme (2016), Attraverso i confini. Lettura, storia ed esperienza estetica in Stendhal e Flaubert (2018), Corpi e recinti. Estetica ed economia politica del decoro (2020) e The Adventure of Form. Aesthetics, Nature and Society (2021).

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