Für Laura


«I gatti sono i soli testimoni dei nostri tentativi di proseguire una vita», omette la parola «insieme», non c’è bisogno di puntualizzare, non esistono più tassonomie.

Dice che dovrei smettere anch’io, che non c’è scrittura, adesso, che tutto sarà diverso, sarà come un salto. Ricorda il libro che ha letto, quello che parla dell’inizio. «Così è». Lei dice. «Tutto è nato con gli animali e tutto finirà con gli animali».

Dice che gli occhi dei gatti sono lo specchio dove finiremo tutti, che siamo animali e che torneremo ad essere parte del tutto. Intanto i gatti rovistano tra sacchetti e i cartoni, festeggiano la disinfestazione.

Una volta l’occhio esterno era quello di dio, ora è della macchina intelligente, lei ci descrive mentre facciamo lezione, brindiamo all’ora dell’aperitivo, chiamiamo persone.

L’occhio del gatto è come la camera che ci schiaccia in un panottico: la nostra natura animale è anche meccanica, il punto di contatto tra ciò che proviamo e ciò che diciamo.

Lei dice che potremmo pensare a noi come al primo uomo e la prima donna, sospesi nella ripetizione dei gesti, prima della colpa.

Dice che dovremmo fare il pane, non fidarci del passamano, della vecchia filiera umana, dal produttore al fornitore, dovremmo tornare all’artigianato, al fai da te, come se fossimo fuori dal mondo.

Il pane lievita nel forno, un attrezzo che singhiozza a cadenza regolare, scandisce la fase di cottura e di impasto con un mmmmm, una sorta di verso animale, il mugghio sordo e stupido del mulo. Lei dice che sono uno stronzo, che porto nel nuovo mondo le cattiverie di quello antico.

Dice che non sono ancora pronto, che penso troppo al commento, alla postilla all’evento, alla chiosa arguta sull’ultima notizia, all’analisi politica del bollettino di giornata, alla frattura tra chi eravamo e chi siamo. Mi invita a lasciarmi andare, sentire come muta la mia percezione, comportarmi come un naufrago sulla scialuppa, solo e senza il mare.

Lei ha ragione. Potrei provare. Starmene buono, smettere del tutto, sentire il battito del cuore schiacciato nel diaframma mentre leggo «La montagna incantata». «Proprio non riesci», come una sirena gira intorno alla mia scialuppa, non mi chiede di saltare ma di restare, non mi chiede di annegare, ma di respirare. Lei dice che l’abbandono è la cura. Sentiamo un’ambulanza, ne portano via Uno che si somma agli altri Uno che contano a fine giornata.

Ogni giorno che passa è un decennio di attesa, esiste un codice nuovo di adesione alle secrezioni e alle mucose; si riparte da questo: non più ciò che conservi, ma ciò che perdi. Non c’è una tregua, il bollettino dei giorni è perenne. Annota qualcosa che cambia in ciò che resta. Una progressione costante della perdita.

Allora restiamo di fronte alla serie con uno sceneggiatore che complica lo sguardo della protagonista per dare l’illusione che ce ne siano più di una di vite.

Siamo tutti insieme, lei dice, adesso si gioca la partita, se restare uniti nella fine. Fuori si muore e dentro si restringe la nostra visione.

«Hai sentito cosa dicono alla televisione? Qualcuno c’è ancora. Resta in piedi il palinsesto e tutta l’informazione: l’inno, la bandiera, il coro alla finestra, il mezzo tenore di fronte alla piazza vuota, le dirette in streaming, la sacra illusione».

Seguiamo la notizia di un’anziana coppia, l’eziologia della loro malattia: «Tutto inizia con una semplice tosse, prima fievole, poi sempre più forte, fino a quando si spegne la voce, con Lei che chiama e Lui che non risponde».

Eppure, è come un’ombra che scompare, mentre tutti rientrano nelle proprie spelonche. Sembra non funzioni la vecchia narrazione, adesso nessuno ricorda, adesso c’è questa nuova battaglia, anche se c’è solo silenzio nell’aria.


Torneremo alla rugiada sulle rive dell’Adda.

mentre allerta in vocali la stima di vita,

ancora prova il canto la lingua,

mentre la densa pioggia abbatte i colori

su una veduta diventata orizzonte.


Lei dice che possiamo dormire, che domani sarà come oggi, che lo spazio dell’insonnia mangerà i piedi del letto, che saremo tutti nel mezzo di un risveglio.


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Immagine: Emea


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Vincenzo Frungillo (Napoli, 1973) ha pubblicato testi di poesia, narrativa e saggistica. Ha pubblicato i libri di versi Fanciulli sulla via maestro (Palomar, 2002), Ogni cinque bracciate. Poema in cinque canti (Le Lettere, 2009), Il cane di Pavlov. Resoconto di una perizia (d’If edizioni, 2013), Le pause della serie evolutiva (Oedipus, 2016), Prime scene di caccia e di morte (Zacinto edizioni, 2021). Per il teatro ha pubblicato Il cane di Pavlov. Un monologo (Editoria&Spettacolo, 2013) e la drammaturgia Spinalonga. Una drammaturgia sulla corruzione (Zona contemporanea, 2016). Il suo primo romanzo si intitola Un nome in meno (Ensemble, 2019). Una parte dei suoi scritti saggistici è confluita nel libro Il luogo delle forze. Lo spazio della poesia nel tempo della dispersione (Carteggi Letterari, 2017). I suoi versi sono antologizzati in Italia e all’estero.