Chi ha paura del romanzo artificiale?
- Daniele Comberiati
- 1 giorno fa
- Tempo di lettura: 7 min
Fantascienza e AI

L'Intelligenza Artificiale è una tematica centrale della fantascienza, ma il suo rapporto con la scrittura viene da lontano: dal connubio di Nanni Balestrini con l'IBM 7070 agli esperimenti contemporanei con i modelli generativi. Ripercorrendo questa storia, l'articolo mostra come il nodo decisivo non sia tanto la presunta fine della creatività umana, quanto le inclinazioni dell'industria editoriale, sempre più piegata a logiche di profitto. Così, se l'AI può produrre sempre più facilmente un prodotto culturale medio e vendibile, la vera domanda diventa un'altra: quali condizioni materiali permettono ancora a chi scrive di vivere del proprio lavoro?
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L’A.I. come tematica centrale delle narrazioni fantascientifiche è un tema non solo ormai trasversale, ma che, in Italia e altrove, vanta anche una storia decennale. A rifletterci con attenzione, però, altrettanto lungo è il percorso dell’uso dell’Intelligenza Artificiale nella scrittura di romanzi o in generale opere di finzione. Anche in questo caso occorre risalire agli anni Sessanta, vero e proprio spartiacque nel rapporto fra letteratura e tecnologia. Mentre Malerba immaginava un robot che scriveva poesie che venivano addirittura pubblicate in una prestigiosa rivista, Nanni Balestrini negli stessi anni metteva in pratica il connubio con l’IBM 7070, con l’aiuto del quale doveva combinare in modo sempre diverso 15 frammenti di 3 versi, creando una serie di poesie di sei strofe di sei versi ciascuna. Lo stesso Balestrini aveva definito queste poesie come «ex machina», creando un’interessante riflessione sulla presunta autonomia dello spazio poetico, come hanno visto Cecilia Bello Minciacchi (Come agisce Balestrini) ed Emanuela Patti nel suo fondamentale Opera aperta. Certo, le poesie di Balestrini non appartengono strettamente al genere della fantascienza (almeno nella sua accezione comune) e propongono ancora, in pieno stile anni Sessanta, un messaggio che non può essere del tutto pessimista: la collaborazione fra macchina e poeta rappresenta proprio questa speranza, quella di una macchina che, se non potrà alleviare le fatiche dell’essere umano, riuscirà almeno a spalleggiarlo nell’atto creativo. Eppure, in alcuni testi critici dell’Almanacco Bompiani del 1962, che si vorrebbe ottimista e aperto al futuro, trapela già una malcelata paura: dove comincia l’operato dell’essere umano e dove quello del computer? È ancora possibile distinguerli? E, qualora non fosse possibile, che cosa ci differenzia dalla macchina?
Nel campo della musica, notoriamente più attenta al rapporto con la tecnologia, la questione esplode prima, mentre nel campo letterario, al di là di eccezioni come quella di Balestrini, invero non l’unica, il discorso emerge con forza negli anni Ottanta. Le teorie postmoderne, in questo caso, vengono in aiuto al dilemma filosofico di cui sopra, che sarà anche il fulcro centrale della riflessione di Ridley Scott in Blade Runner. Scott che prende Dick, lo prosciuga dalle paranoie, dalle allucinazioni lisergiche e lo catapulta in un futuro in cui il ruolo delle multinazionali private che ormai controllano gli esseri umani non è più un timore, ma una realtà: la tecnologia dell’A.I. ha già creato un «realismo capitalista» ante-litteram. Film postmoderno per eccellenza, Blade Runner, e c’è da aggiungere che una certa semplificazione nella ricezione delle teorie postmoderne di Fredric Jameson e soprattutto di Jean-François Lyotard non fa che accelerare lo spazio dell’immaginario dell’Intelligenza Artificiale nella fantascienza. D’altra parte, se nessuna originalità è più possibile, se il collage, la parodia e il patchwork sono le uniche modalità creative (un passato rivisitato sotto altre forme, in fondo), se siamo ormai alla «fine della storia», come avrebbe sentenziato pochi anni dopo Fukuyama, che senso ha stupirsi se l’Intelligenza Artificiale sta lentamente invadendo il nostro spazio poetico?
Ma a pensarci bene il problema è opposto: l’immaginario asfittico nasce anche dalle circostanze storiche di un mondo che non ha più un’alternativa (il capitalismo non ha vinto la guerra fredda, ha letteralmente trionfato) e dove il romanzo di fantascienza deve essere soprattutto un prodotto medio di mercato, meglio se a basso costo. In questo caso l’A.I. appare un mezzo particolarmente allettante e dura poco l’illusione gibsoniana di un mondo virtuale dove la conquista dei mezzi di comunicazione possa portare a una rivoluzione. Fanno così sorridere le previsioni di Malerba su un robot che scrive poesie di avanguardia o del regista/robot che, nel secondo episodio della terza stagione di Boris, gira corti sperimentali premiati a Locarno: nella maggior parte dei casi, l’A.I. è di chi ne ha la proprietà, in pieno stile capitalistico, e ne rispecchia artisticamente i gusti. Medi, senza rischi, a impatto economico sicuro. In una recente intervista a Roberto Gerace in cui l’impiego dell’A.I. nel processo di scrittura è dato per assodato, Walter Siti è molto chiaro al proposito, dichiarando come il romanzo Bestie di Andrea Damasco – scritto con l’aiuto dell’A.I. e incluso nel genere dell’Artificial Crime – dimostra proprio questo: le case editrici possono ormai pubblicare un prodotto medio (quasi) senza scrittori, moltiplicando i profitti.
La fantascienza internazionale non fa eccezione. Molti sono ormai i casi di testi scritti esclusivamente o con l’aiuto esplicito dell’A.I. È del 2018 1 The Road, versione «hacker» del quasi omonimo romanzo di Jack Kerouac scritta da un’Intelligenza Artificiale concepita da Ross Goodwin. È lo stesso Goodwin a definirsi, fra le altre cose, «hacker», «data poet» nonché «gonzo data scientist». L’idea alla base di 1 The Road è interessante: l’autore ha installato in una Cadillac una videocamera, un microfono, un navigatore GPS e un orologio, creando un’applicazione collegata ad un’Intelligenza Artificiale aggiornata con i classici della letteratura anglo-americana. La macchina ha quindi prodotto il romanzo di viaggio mentre viaggiava da New York a New Orleans, prendendo spunto dalle impressioni che microfono e telecamera registravano durante il tragitto. Come si può notare la funzione autoriale non è affatto cancellata, al contrario: se possiamo legittimamente chiederci la ragione per cui nel 2018 dovremmo leggere un testo scritto sul modello di On the Road di Kerouac invece dell’originale – ma a pensarci bene è una domanda che potremmo farci su molte pratiche culturali odierne, ammesso e non concesso che l’originalità sia sempre il valore principale nella fruizione di un testo –, è innegabile che 1 The Road esiste grazie alla creatività di Goodwin, al di là del risultato finale. Non siamo molto lontani, a pensarci bene, da video-installazioni o performance artistiche contemporanee. Più inquietante, anche in questo caso, risulta il contesto economico: l’editore francese del libro ha affermato ad esempio che «includere un umano nel processo di traduzione avrebbe falsato l’esperienza» della macchina ed è quindi ricorso gratuitamente a piattaforme di traduzioni online. Come si vede dunque il problema non risiede nell’assenza o meno di creatività della macchina, ma nella circolazione del prodotto culturale medio per un largo pubblico all’interno del circuito culturale e letterario.
Anche perché i campanelli di allarme sembrano sempre fuori fuoco. Nel 2023 Damian Santana fa uscire The Singularity, uno dei primi romanzi dichiaratamente di fantascienza scritti dall’Intelligenza Artificiale. A detta di Santana, si tratta di un esperimento per testare le capacità di questa tecnologia: la trama è stata creata dalla macchina, lui ha apparentemente sviluppato ciò che il computer ha creato (d’altra parte, per tornare al materialismo, quando lo compriamo su Amazon o su altre piattaforme c’è il suo nome come autore). Siamo davvero nella fantascienza contemporanea classica, perché Singularity è anche un romanzo metalinguistico, una storia scritta con l’A.I. che parla di A.I. Un mondo del futuro in cui l’essere umano ha raggiunto una sorta di immortalità virtuale grazie alla fusione con l’A.I., ma al prezzo di un nuovo crudele classismo, fra chi è stato scelto per la fusione e chi invece è rimasto semplicemente umano. Nota a margine, piuttosto indicativa: Singularity è anche il titolo inglese della nuova traduzione del romanzo Il grande ritratto di Dino Buzzati (il titolo precedente era Larger than life), edito nel 2024 per la New York Review Books e presentato come l’anticipatore dell’A.I. Una storia che ritorna, a quanto pare.
Ancora più paradossali le polemiche scaturite dalla pubblicazione di Tokio Sympathy Tower della scrittrice giapponese Rie Kudan. Il romanzo ha vinto il premio Akutagawa, uno dei più prestigiosi in Giappone e ha destato scalpore perché scritto per il 5% grazie all’aiuto dell’A.I. In realtà, a leggerlo con attenzione, si tratta di semplice coerenza narrativa: all’interno della narrazione vi è un personaggio-A.I. che parla dunque impiegando le formulazioni prese dall’A.I. Quel 5% è dovuto proprio alle parti in cui è in scena questo personaggio, ma affermare che il romanzo sia stato scritto con l’aiuto dell’Intelligenza Artificiale equivale ad accusare di plagio uno scrittore che costruisce un personaggio che si esprime esclusivamente attraverso citazioni di classici. È il contesto in fin dei conti che lo impone.
I timori nella maggior parte dei casi sembrano rivolgersi ad una ipotetica e presunta scomparsa della creatività umana e in misura minore (o in modo vago) alle problematiche di sfruttamento economico e intellettuale. Il fulcro è proprio questo: in un mercato editoriale che predilige un prodotto medio, per un pubblico largo, con stile piano e scorrevole, tematiche di moda e atte a intercettare il maggior numero possibile di lettori, il ricorso all’I.A. non appare né remoto né particolarmente complicato. E neanche se ne può fare una colpa a chi scrive, che si trova nell’obbligo di dipendere dalle vendite per sopravvivere (a meno che non faccia un altro lavoro a latere, con tutte le problematiche di tempo e stress connesse). Forse bisognerebbe pensare a un nuovo modello di retribuzione per autori e autrici, che non dipenda esclusivamente dalle vendite: un reddito artistico o un centro nazionale del libro che sostenga progetti a lungo termine, anche non remunerativi nell’immediato. Certo, parlarne oggi con i chiari di luna attuali potrebbe apparire utopico, eppure sarebbe il segnale di come l’impiego dell’A.I. nella scrittura abbia finalmente dato un nome al gigantesco elefante nella stanza che solo raramente viene segnalato: come vive (o sopravvive) chi scrive?
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Daniele Comberiati è professore in italianistica all’Università di Montpellier e scrittore. Ha pubblicato Italian Science Fiction (2019), Ideologia e rappresentazione (2020), La fantascienza contro il boom economico? (2023, finalista al Premio Italia) e, con Eugenio Barzaghi, L'uomo dall'altro mondo. Fantascienza di un'Italia (im)possibile (MachinaLibro/DeriveApprodi, 2025).




