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Indisciplinabili dal fordismo

Hobos, wobblies e i limiti di Gramsci




Indisciplinabili dal fordismo
Immagine: The Hobo Code. The Secret Language of the Working Class

Fabrizio Denunzio riflette su come leggere Gramsci oggi, interrogando le positività e le criticità di Americanismo e fordismo e provando a illuminare i processi di formazione di soggettività che, dentro e fuori il fordismo, non si sono lasciate disciplinare dalla logica della produzione tayloristica e che, nella sostanza, lasciano intravedere forme di vita, di lotta e di sindacalismo non riconducibili a quelle che si sono affermate nel movimento operaio europeo tra la fine del XIX e i primi decenni del XX secolo.



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Come leggere Gramsci oggi

 In almeno due importanti lavori usciti di recente, a poca distanza l’uno dall’altro, Pasquale Serra ci invita a leggere Gramsci in modo molto diverso da quanto lo si sia fatto negli ultimi decenni, ossia da quando il furore filologico degli esperti – credo databile dagli inizi degli anni Novanta del Novecento e identificabile sempre presuntivamente, visto che l’autore non cita mai esplicitamente gli artefici di questa svolta, con Gianni Francioni e il suo progetto di una nuova edizione nazionale dei Quaderni del carcere – ha preso il sopravvento sul modo abituale con il quale in Italia, tra gli anni Cinquanta e i Settanta del XX secolo, si era solito leggere il pensatore sardo, cioè non allontanandolo mai dall’attualità politico-sociale del paese e da tutti i più scottanti problemi che lo assillavano: dal lavoro in fabbrica all’emigrazione, dal fascismo alla questione meridionale, e così via.

Con la conquista dell’egemonia interpretativa da parte delle ermeneutiche filologiche, il gramscismo italiano si è ridotto a una sapiente quanto ferrea macchina di citazioni avendo oramai abbandonato ogni pretesa analitica della realtà contemporanea. Questo passaggio ha determinato una forma di produzione intellettuale altamente «spoliticizzata» quanto sterilmente «speculativa» (Serra 2019, p. 67), meglio, allora, molto meglio, riprendere la lezione degli argentini per i quali il «loro Gramsci» non ha mai smesso di reagire con le questioni fondamentali del loro tempo, il peronismo prima fra tutte: da qui la decisione di Serra di curare l’edizione italiana del saggio di Horacio Gonzáles Il nostro Gramsci, dalla quale sono ricavabili le precedenti argomentazioni polemiche[1]. Che non sono destinate a finire.

Nel secondo dei due lavori a cui ho appena fatto riferimento, Serra rilancia la polemica, purtroppo lasciando anche questa volta nell’anonimato i suoi bersagli, ma non avrei difficoltà a riconoscervi, come esempi illustrativi, i lavori di un Giuseppe Cospito (2004, pp. 74-92) o di un Fabio Frosini (2004, pp- 93-11). Introducendo nel 2024 un paio di scritti giovanili di Mario Tronti su Gramsci, Serra torna a ribadire con forza non solo il vuoto carattere speculativo della nostrana recezione gramsciana degli ultimi tempi, ma anche la separazione programmatica tra filologia e rivoluzione, «presupponendo una sorta di antecedenza del discorso filologico sull’analisi politica del presente» (Serra 2024, p. 6).

Ora, le due introduzioni, a distanza di pochi anni, accanto alla conferma dello stato regressivo in cui versa il filologico gramscismo italiano, presentano anche degli indirizzi di lettura di Gramsci: nel primo caso, segnalando la strada autoritaria che ha imboccato il nostro paese soprattutto con la vittoria della destra meloniana, ci invita implicitamente ad analizzare l’autoritarismo contemporaneo[2] (cosa diversa ma non estranea al fascismo); nel secondo, a non attenersi fedelmente alla lettera del dettato gramsciano, ma a farne un uso creativo, «selettivo, tendenzioso, e deformante» (ivi, p. 7), così da attrezzarci per «affrontare la necessità del momento» [3] (ibidem) con un autore completamente ricreato dai bisogni analitici del ricercatore.

Uscita dal filologismo e vicinanza estrema col presente: c’è una terza cosa, infine, forse la più decisiva che Serra dice di Gramsci nella sua ultima introduzione, ossia che nei Quaderni non è depositata nessuna verità, che da essi non emana alcuna verità ultimativa sul mondo e che l’averlo creduto e il crederlo ancora ha causato e causa un vero e proprio blocco di «ogni sviluppo creativo e critico, della sua eredità» (ibidem).

Volendo immaginare che leggere creativamente Gramsci oggi, secondo quanto appena detto, significhi passare anche e soprattutto attraverso la critica della sua opera, i risultati a cui lo stesso Serra arriva non sembrano potersi collocare in questa linea interpretativa visto che, nel primo caso, in accordo col peronismo di sinistra di Gonzáles, incentra la sua proposta su di un’unità nazionale di popolo che porti alla conquista dello Stato da parti delle classi subalterne, e questo significa lasciar passare acriticamente il nazionalismo di Gramsci che tanto stava a cuore a Togliatti[4]; nel secondo, attualizza una discussione, quella sul marxismo gramsciano, nata già liquidata, senza neanche troppa originalità, dagli stessi scritti del giovane Tronti quando sostiene, facendo integralmente sua l’interpretazione di Galvano della Volpe, che non di filosofia si tratti col marxismo ma di scienza, e questo a dispetto di quanto creduto con forza da tutta la tradizione italiana da Gentile a Gramsci, aprendo così la strada a quello che a suo modo resta uno dei più importanti contributi dati alla sociologia industriale italiana, Operai e capitale.

Al di là di queste osservazioni critiche, la proposta di Serra nell’attuale panorama del gramscismo italiano rimane l’unica valida e fertile: la creatività delle letture a venire di Gramsci si deve legare anche al rilevamento delle sue criticità.

  Le brevi riflessioni che seguono, allora, iniziano da qua: prendono le mosse da uno dei principali assi teorici dei Quaderni, Americanismo e fordismo; ne selezionano una manciata di paragrafi per individuarne gli imprescindibili contributi dati all’analisi scientifica di tutte quelle società la cui organizzazione economica del lavoro dipende dal fordismo (principalmente, quindi, quella americana ma in seconda battuta anche quella italiana); ne rilevano criticamente i limiti; provano a illuminare in modo creativo, a mo’ di contrasto chiaroscurale, i processi di formazione di soggettività che, dentro e fuori il fordismo, non si sono lasciate disciplinare dalla logica della produzione tayloristica e che, nella sostanza, lasciano intravedere forme di vita, di lotta e di sindacalismo non riconducibili a quelle che si sono affermate nel movimento operaio europeo tra la fine del XIX e i primi decenni del XX secolo, quindi, non integralmente pensabili dalle categorie marxiste-leniniste, di conseguenza, dallo stesso Gramsci.

 

 

Americanismo e fordismo secondo Gramsci: le positività

Sarebbe davvero difficile riassumere tutti i risultati raggiunti da Gramsci nel quaderno speciale n. 22[5], redatto, come gran parte di quelli speciali, nel 1934, ma nel quale confluiscono tanto l’esperienza ordinovista dei primissimi anni Venti del Novecento quanto tutte le note scritte sull’argomento tra il 1929-1930 e durante il 1932.

Letto con la consapevolezza di non essere una riflessione limitata ai soli aspetti economicistici del fordismo, cosa che ancora oggi la rende di grandissima attualità anche per capire il passaggio al postfordismo[6], Americanismo e fordismo presenta un gruppo di paragrafi particolarmente importanti.

Già gettando un rapido colpo d’occhio all’elenco dei nove problemi stilato alla fine del primo paragrafo si capisce da subito l’ampiezza del quadro culturale entro cui Gramsci vuole studiare il fenomeno, sinteticamente: 1) come nuovo meccanismo di accumulazione capitalistica; 2) rispetto alla questione sessuale; 3) come forma di rivoluzione passiva; 4) rispetto alla demografia; 5) a una genesi da collocarsi all’interno dell’apparato produttivo industriale o all’esterno di esso in un apparato giuridico di tipo statuale; 6) in funzione della politica degli alti salari; 7) della caduta tendenziale del saggio di profitto; 8) della psicanalisi; 9) della associazioni classiste tipo Rotary Club o Massoneria (Gramsci 1978, p. 4). Anche se con molta umiltà Gramsci si riferisce a questo piano di lavoro come a un insieme di problemi che «a prima vista paiono non di primo piano», si capisce che in realtà essi sono di primissimo rilievo, a dimostrazione di quanto l’organizzazione del lavoro non nasca e non finisca mai nella sua sola dimensione economica.

Spostandoci da questa panoramica generale all’inquadratura particolare dei singoli aspetti, la riflessione si affina diventando sempre più interessante come ad esempio, nel paragrafo 2, quando Gramsci utilizza le categorie di forza e persuasione, capisaldi della sua analisi del fascismo, per spiegare l’affermazione del fordismo come abile combinazione di una forza, per l’appunto, diretta contro le organizzazioni sindacali e di una persuasione della classe operaia agli obiettivi padronali agita tramite lo strumento degli alti salari. In questo modo Gramsci vede l’affermazione della fabbrica su tutta la società, vede il momento produttivo farsi egemonico su tutta la vita sociale. Un’affermazione che può realizzarsi e un’egemonia che può imporsi solo perché la nuova forma di produzione mette capo alla creazione di «un nuovo tipo umano, conforme al nuovo tipo di lavoro e di processo produttivo» (ivi, p. 19).

A questa nuova forma di uomo nato dall’interno della fabbrica e disseminatasi su tutto il corpo sociale Gramsci dedica altre fondamentali osservazioni, sia di tipo antropologico come avviene nel paragrafo 3 quando afferma che tale umanità si può determinare solo a patto di una rigida repressione dell’apparato sessuale; sia di natura storica quando, nel paragrafo 10, vede tutto l’industrialismo porsi al servizio di questo violento addomesticamento dell’istintualità, come mezzo di assoggettamento dell’animalità dell’uomo, non a caso i valori e le istituzioni più funzionali, da ultimo,  al mantenimento del taylorismo si dimostrano essere la fedeltà coniugale e la famiglia, ossia il più rigido conformismo.

Un conformismo sul quale le fabbriche Ford vigilavano attentamente, e sì perché l’egemonia della fabbrica sulla società viene assicurata attraverso un capillare sistema di controllo: magistrale l’esempio riportato da Gramsci nel paragrafo 11 dei servizi di ispezione incaricati di verificare se gli operai percettori di alti salari non li dissipassero in bagordi alcolici e sessuali nel fine settimana. Naturalmente gli ideali che animavano il corpo degli ispettori di fabbrica tutt’altro erano che puritani, poiché sotto la loro apparente facciata morale si annidava il più cinico interesse padronale, ossia quello di salvaguardare l’equilibrio psico-fisico del ‘suo’ lavoratore, di quello strumento sul quale aveva investito e che manuteneva pagandogli alti salari, e dal quale si attendeva che il lunedì mattina fosse sempre abile alla catena di montaggio. Per Gramsci questo cinismo è la marca distintiva del taylorismo, nel quale riconosce un carattere più generale della società americana, ossia quello di tendere alla più completa disumanizzazione del lavoratore, alla distruzione di ogni forma di fantasia nella sua attività lavorativa, così da fargli sopravvivere solo automatismi e atteggiamenti meccanici.

Infine, nel paragrafo 12, accertato questo svuotamento del contenuto umano del lavoro, Gramsci non si rassegna a vedere il lavoratore fordista tramutato nel gorilla ammaestrato sognato da F. W. Taylor. Arriva a pensare l’operaio alla catena riferendosi al copista medievale: anche questo, prima dell’altro, svolgeva un lavoro altamente meccanico, ma copia dopo copia, arrivava a rifare il testo, a emendarlo e a miglioralo, così avviene anche per il lavoratore fordista il quale, dopo aver introiettato l’automatismo del gesto parcellizzato e cronometrato impostogli dalla produzione, libera la sua mente, spingendola a pensare alle condizioni che lo hanno ridotto in quella condizione.

Da questa breve sintesi, parziale e non esaustiva di tutta la complessità di Americanismo e fordismo, emerge chiaramente quanto Gramsci legasse l’analisi del fenomeno ad eventi epocali: dalla fine delle plutocrazie europee ai nuovi modi di accumulazione del capitalismo; dalla repressione degli istinti sessuali alla nascita di un nuovo tipo umano compatibile con una nuova organizzazione economica e tecnologica del lavoro che estendeva il suo controllo su tutta la società; dalla rivoluzione passiva a quella cognitiva subita dai lavoratori nel loro processo di adattamento psico-fisico alla catena di montaggio; dalla legge sulla caduta tendenziale del saggio di profitto alla standardizzazione dei consumi di massa e così via. E questo a dimostrazione del fatto che non si può ‘toccare’ un quaderno del carcere senza che ‘venga giù’ al contempo l’intera impalcatura teorica dei Quaderni del carcere.

Ora, dato tutto ciò, il compito di questo articolo non è tanto quello di rifare l’elogio, sempre dovuto, dei risultati positivi raggiunti da Gramsci in queste fulminanti note, ma di individuarne quei punti critici che ne hanno permesso il conseguimento e che, qualora siano puntualmente ritematizzati, ci permetterebbero di vedere movimenti e soggettività che pullulano lungo i bordi di Americanismo e fordismo e ai quali Americanismo e fordismo fa da muro.

 

 

Americanismo e fordismo oltre Gramsci: le criticità

Volendo riassumere in un unico giudizio complessivo gli innumerevoli risultati positivi raggiunti in Americanismo e fordismo potremmo dire che, nonostante tutte le osservazioni critiche in esso sollevate, alla fin fine Gramsci provi ‘simpatia’ per il nuovo sistema industriale, il che farebbe passare in secondo piano le suddette critiche soprattutto quando si dovesse immaginare come universalizzabile quel tipo di organizzazione del lavoro in fabbrica.

Franco De Felice ha speso molto energie per dimostrare che questa ‘simpatia’ – è lui ad aver impiegato molto suggestivamente questo sostantivo emotivo – fondata su quale riscontro testuale lo vedremo tra poco e che mette in causa il rapporto tra la classe operaia e il significato dello sviluppo industriale, non nasconda nessuna subalternità nei confronti di un’iniziativa tecnologico-produttiva interamente eterodiretta dall’alto da parte del padronato e alla quale gli operai dovrebbero limitarsi a dare solo il loro passivo assenso (da qui l’impiego della categoria della rivoluzione passiva usata per connotare i rivolgimenti politici italiani come il Risorgimento e il fascismo), ma sia da ascriversi piuttosto all’entusiasmo dello scienziato per aver trovato il terreno di scontro reale sul quale si andava a collocare la lotta di classe (Gramsci 1978, p. 97).

Molta critica gramsciana italiana ha seguito De Felice lungo questo crinale, chi con argomentazioni semplicistiche adottandone automaticamente la tesi: «Gramsci era convinto del carattere “progressivo” dell’americanismo […] Il progresso che interessava Marx, come Gramsci è l’avanzare delle condizioni rivoluzionarie della lotta di classe» (Baratta 2004, p. 33); chi in modo molto più articolato facendo delle debite precisazioni in funzione delle quali da un lato è spinto ad accettare come «inevitabile» il «disciplinamento» indotto dal taylorismo – credo in virtù dell’effetto di lunga durata che questo produrrebbe sulla classe operaria  autodisciplinandola rispetto alla sua unità e ai compiti rivoluzionari che l’attendono – dall’altro è portato a rifiutarlo, non in sé evidentemente, ma per «il surplus di violenza socialmente (politicamente) motivato» che lo distingue (Burgio 2014, p. 306). In entrambi i casi, la «simpatia» finale per il fordismo mi sembra essere confermata.

Se De Felice, e come lui tanti gramsciani, si sono così tanto impegnati per giustificare questa «simpatia», lo devono aver fatto perché l’evidenza testuale del paragrafo 13, se non lascia dubbi, sicuramente delinea delle profonde ambiguità, vediamola:

 

[…] si presenta il problema: se il tipo di industria e di organizzazione del lavoro e della produzione proprio del Ford sia «razionale», possa e debba cioè generalizzarsi o se invece si tratti di un fenomeno morboso da combattere con la forza sindacale e con la legislazione. Se cioè sia possibile, con la pressione materiale e morale della società e dello Stato, condurre gli operai come massa a subire tutto il processo di trasformazione psicofisica per ottenere che il tipo medio dell’operaio Ford diventi il tipo medio dell’operaio moderno o se ciò sia impossibile perché porterebbe alla degenerazione fisica e al deterioramento della razza, distruggendo ogni forza di lavoro. Pare di poter rispondere che il metodo Ford è «razionale», cioè deve generalizzarsi, ma che perciò sia necessario un processo lungo (Gramsci 1978, p. 90).


  Ora, non si tratta tanto di vedere nell’assenso finale dato da Gramsci al fordismo una suo assoggettamento di fronte all’iniziativa padronale – in fondo, gli operai della FIAT scelsero liberamente di adottare il taylorismo durante le occupazioni delle fabbriche nel biennio rosso (1919-1920) – né tanto meno un suo calcolo strategico da scienziato politico che cinicamente farebbe pagare costi inauditi alla classe operaia per poi fargliene cogliere i frutti in un indeterminato futuro rivoluzionario – la vicinanza emotiva alle condizioni di tutte le classi subalterne nel pensatore sardo non ha mai vacillato, pensiamo ad esempio a quella per gli emigranti italiani (Denunzio, Gjergji 2021, pp. 110-118) – quanto, e questo è il primo punto critico da rilevare in Americanismo e fordismo, una sua pressoché completa fiducia nella disponibilità delle classi lavoratrici a lasciarsi ‘persuadere’ da Stato e società alle ragioni del fordismo. Pensare, come fa Gramsci, che la generalizzazione del disciplinamento di fabbrica a tutto il corpo sociale non crei resistenze, diserzioni e insubordinazioni all’interno dello stesso mondo del lavoro, significa non immaginare la possibilità che segmenti della classe operaia possano dare risposte autonome al problema.

Ora, si potrà dire che quella dello hobo fosse una figura che già nel 1923 era stata consegnata alla storia della frontiera americana, come ebbe a sottolineare Nels Anderson nella prefazione del 1961 alla sua grande ricerca sociologica sul vagabondo (Anderson 2011, p. 10). Si potrà dire che fosse una recrudescenza romantica, immortalata poeticamente dallo Charlot chapliniano, da ultimo in Tempi moderni, in antitesi con la modernità marcata USA e con le sue forme di vita industriali. Si potrà anche dire che fosse una figura creata dalle strutture specifiche del mercato del lavoro americano a cavallo tra il XIX e XX secolo, bisognoso di mano d’opera stagionale nelle più svariate zone del paese e per i più svariati tipi d’impiego. Di sicuro si dovrà dire che quella del vagabondo lavoratore, dell’operaio nomade, che inseguiva posti di lavoro solo per ricavare il sostentamento necessario per sopravvivere ai lunghi periodi di inattività, fosse soprattutto una soggettività sviluppatasi anche in risposta alla crescente taylorizzazione delle condizioni di lavoro in America[7], quindi, alla generalizzazione del fordismo come forma universale di produzione e di società.

  Tra le ragioni della «simpatia» di Gramsci per il fordismo di sicuro bisogna annoverare anche la valutazione positiva del rapporto che gli industriali americani avevano col sindacato, e con questo vengo alla seconda criticità di Americanismo e fordismo. Sulla scorta di Le problème ouvrier aux États Units di Andrè Philip del 1927, nel paragrafo 2 Gramsci arriva sostenere che:


il sindacato americano è più l’espressione corporativa della proprietà dei mestieri qualificati che altro e perciò lo stroncamento che ne domandano gli industriali ha un aspetto «progessivo». L’assenza della fase storica europea che anche nel campo economico è segnata dalla Rivoluzione francese ha lascito le masse popolari americane allo stato grezzo: a ciò si aggiunga l’assenza di omogeneità nazionale, il miscuglio dele culture-razze, la quistione dei negri (Gramsci 1978, p. 19).


Lasciando da parte l’eurocentrismo del giudizio, come se la storia del mondo e quella della classe operaia dovesse necessariamente seguire quella d’Europa; volendo sorvolare sul fatto che gli industriali americani non si limitavano a domandare lo stroncamento delle organizzazioni dei lavoratori ma lo aveva da sempre perseguito con tutta la violenza dei mezzi a loro disposizione (da quella militare e paramilitare a quella giudiziaria e politica, roba da fare invidia al fascismo); rimane il fatto che, come documentato dalle storie del movimento operaio americano, l’interesse padronale era proprio quello di sostenere la divisione per professioni, e in questa direzione si muoveva l’American Federation of Labor (AFL), non così, invece, l’Industrial Workers of World (IWW).

I wobblies, gli aderenti all’IWW, sin dal loro nascere, a Chicago il 27 giugno del 1905 e fino al 1919, avevano combattuto contro la logica corporativistica e razziale dell’AFL, per un sindacato che organizzasse tutti i lavoratori dell’industria a prescindere da mestieri, razze e sessi (Boyer, Morais 2012, pp. 218-219) e questo grazie all’assenza di qualsiasi esperienza europea di questo tipo.

Se alla prima criticità – la completa fiducia di Gramsci nell’indifferenziata disponibilità della classe operaia a lasciarsi disciplinare dalla generalizzazione del fordismo – la storia del movimento operaio americano permette di rispondere con la soggettività autonoma dello hobo, il proletario nomade – alla seconda – che vede come positivo l’accanimento degli industriali americani contro i sindacati di mestiere – sempre il movimento operaio americano permette di rispondere con la soggettività autonoma dello wobbly, il sindacalista conflittuale che agisce in nome degli obiettivi rivoluzionari della classe internazionale dei lavoratori, di tutti, senza distinzioni per mestieri.

A queste soggettività nate sul terreno del lavoro e dalle lotte dentro e fuori la fabbrica fordista, Gramsci non ci permette di guardare, l’esempio di Americanismo e fordismo dimostra che ne inibisce la percezione e, di conseguenza, non fa procedere la ricerca verso insegnamenti politici che si dimostrerebbero utili per agire nella nostra attualità.

  Torno all’inizio. La fertilità della proposta interpretativa di Serra non si sostanzia naturalmente in un passaggio alla critica di Gramsci dopo l’ubriacatura filologica, di certo, il rilevamento delle criticità nella sua opera ci permette di aprire delle brecce dalle quali intravedere altri mondi, altre soggettività, altre forme di lotta e di insubordinazione con le quali semmai ritornare anche a leggere lo stesso Gramsci, senza badare ai punti e alle virgole della sua opera.

In un panorama socialmente frantumato come il nostro, nel quale si riflette la profonda frantumazione del mondo del lavoro post-fordista in una moltitudine pressoché infinta di tipologie contrattuali[8] e di sotto-mansionamenti che non fanno altro se non squalificare sempre più il senso del lavoro e la possibilità per ogni lavoratore di riconoscersi in esso e di riconoscere nella propria attività lavorativa uno strumento per la sua formazione, se una politica c’è da immaginare, la si deve immaginare a partire da qui: dalla diserzione nomadica da ogni forma di disciplinamento (stile hobos) e dalla conflittualità sindacale (stile wobblies).

Ai fantasmi inquietanti di un’unità nazionale di popolo, allora, bisogna rispondere abitando la frantumazione del mondo e le mille forme di soggettività che in esso prendono forma il cui unico orizzonte confederativo è la solidarietà, intesa come «quel corpo di sentimenti, di istinti, di pensieri, di costumi, di abitudini, di affetti» che alberga nel proletariato, ossia la «solidarietà di classe». Almeno così scriveva Gramsci da qualche parte, non ricordo più dove.



Note

[1] Di questa involuzione negli studi gramsciani ne ho dato conto nella mia Introduzione a Gramsci 2017, pp. 7-26.

[2] Su questo filone di ricerca ricordo il recente Serra 2023.

[3] Questo metodo, nel quale credo fermamente, nella sostanza pare non essere molto diverso da quello che utilizza Gilles Deleuze nelle sue grandi letture dei classici del pensiero filosofico, un Deleuze che però Serra, dico incomprensibilmente per non dire contraddittoriamente, aveva stigmatizzato nell’introduzione del 2019 (Serra 2019, p. 9). 

[4] Su questo punto basterà la lettura veloce di soli due scritti: Gramsci, la Sardegna, l’Italia del 1947 (Togliatti 2013, in particolare p. 113) e Attualità del pensiero e dell’azione di Gramsci del 1957 (ivi, in particolare pp. 220, 222-223).

[5] In questo paragrafo riprendo la lettura del quaderno 22 che nel corso degli ultimi anni ho proposto alle frequentanti e ai frequentanti del mio di corso di Sociologia dei processi culturali del lavoro, una lettura selettiva tagliata sul commento di quei paragrafi che meglio degli altri aiutano a vedere quanto gli effetti del fordismo non siano circoscrivibili alla sola fabbrica ma investano tutta la vita sociale delle lavoratrici e dei lavoratori. Il testo di riferimento è Gramsci 1978, introdotto e commentato da Franco De Felice, a oggi ancora il lavoro storicamente e politicamente più completo sulla questione.

[6] In questa direzione mi sembra muoversi Harvey 1997, p. 158.

[7] Su tutti questi punti si veda Rauty 2011, pp. XVIII-XXIX.

[8] Su questi punti, a fronte di una bibliografia infinita, suggerisco la breve e illuminante introduzione di Giovanna Procacci a Thompson 2011 (pp. VII-XIX), vademecum critico di cosa sia diventato il lavoro nell’era della globalizzazione e di come la sua flessibilizzazione non sia stata altro che un ulteriore strumento di disciplina e sfruttamento dei lavoratori ben oltre i tempi e le condotte imposte dalla catena di montaggio.



Bibliografia

N. Anderson (2011), Il vagabondo. Sociologia dell’uomo senza dimora, Donzelli editore, Roma.

G. Baratta (2004), Americanismo e fordismo, in Frosini, Liguori 2004.

R. Boyer, H. Morais (2012), Storia del movimento operaio negli Stati Uniti, Odoya, Bologna.

A. Burgio (2014), Gramsci. Il sistema in movimento, DeriveApprodi, Roma.

G. Cospito (2004), Egemonia in Frosini, Liguori 2004.

F. Denunzio (2017), Introduzione a Gramsci 2017.

F. Denunzio, I. Gjergji (2021), La condizione dell’emigrante italiano nei Quaderni del carcere di Antonio Gramsci, «Sociologia», vol. 3.

F. Frosini (2004), Filosofia della praxis, in Frosini, Liguori 2004.

F. Frosini, G. Liguori (2004), a cura di, Per un lessico dei quaderni del carcere, Carocci, Roma.

H. Gonzáles (2019), Il nostro Gramsci, Castelvecchi, Roma.

A. Gramsci (1978), Quaderno 22. Americanismo e fordismo, Einaudi, Torino.

A. Gramsci (2017), Sul giornalismo. Un percorso attraverso i Quaderni del carcere, Orthotes, Napoli-Salerno.

D. Harvey (1997), La crisi della modernità, EST, Milano.

G. Procacci (2011), Introduzione a Thompson 2011.

R. Rauty (2011), «Vagabondi» nella storia. La Scuola di Chicago e la ricerca di Niels Anderson, in Anderson 2011.

P. Serra (2019), Introduzione a Gonzáles 2019.

P. Serra (2023), Per Gino Germani. Materiali per una teoria dell’autoritarismo contemporaneo, Rogas, Roma.

P. Serra (2024), Introduzione a Tronti, 2024.

E. P. Thompson (2011), Tempo e disciplina del lavoro, et al./ Edizioni, Milano.

P. Togliatti (2013), Scritti su Gramsci, Editori Riuniti university press, Roma.

M. Tronti (2024), Scritti su Gramsci, DeriveApprodi, Roma.


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Fabrizio Denunzio è professore associato presso il Dipartimento di Studi Politici e Sociali presso l’Università degli Studi di Salerno dove insegna Sociologia dei processi culturali del lavoro.



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