In morte di Renzo Alzetta, filosofo della natura



Un mese fa, era metà di novembre, giorno più giorno meno, un po’ prima dell’alba, la campana ha suonato per il più caro tra i nostri fratelli fisici: un suono breve e discreto, e Renzo moriva, sereno nel sonno. Per la verità, il Nostro era un fisico nel significato inattuale, premoderno del termine – cioè un filosofo della natura. In una epoca nella quale le università, come i centri di ricerca, sono affollati da specialisti di scienze peregrine; dove la divisione del lavoro ha rotto definitivamente l’unità e l’autonomia della conoscenza, finendo con l’assumere, fuori tempo massimo, la forma della fabbrica fordista. Infatti, la tecno-scienza assegna alla scienza un ruolo servile, un mero mezzo per moltiplicare a dismisura i dispositivi tecnici secondo le scelte del complesso militare-industriale, che abbisogna non di lavoro cognitivo ma di Fach-Idiot, idioti specializzati che sanno tutto su niente. In una epoca così fatta, da rasentare l’incubo, inciampare in un vero fisico, in Renzo Alzetta, è un evento certo possibile ma improbabile. Io l’ho conosciuto nella seconda metà degli anni Sessanta, del secolo appena trascorso, alla Scuola Internazionale di Fisica di Trieste, diretta allora dal fisico pachistano Salem, Nobel per la fisica. Renzo teneva, in quella melanconica città di confine, un corso di fisica delle alte energie; e io ero stato spedito lì da Frascati, in quanto borsista Cnen, per completare il perfezionamento – come usava dirsi – nella fisica della fusione nucleare. Ci riconoscemmo subito, quasi fossimo amici ancor prima d’incontrarci; così, terminati gli impegni triestini, andammo entrambi a insegnare fisica generale al Politecnico di Milano. Erano gli anni del movimento dei giovani operai e studenti; e noi due ne facevamo parte; cercando di preservare quanto di culturalmente creativo si era depositato in quelle lotte e di arginarne gli aspetti settari e puramente ideologici. Tuttavia Renzo non si trovava a suo agio al Politecnico, mal sopportava la mentalità ingegneristica che scoraggiava la critica dei saperi. Ecco allora che, dopo un triennio di insegnamento a Milano, venne a sapere dell’apertura di una nuova università pubblica in Calabria, l’Unical, con sede ad Arcavacata, un rione di Rende dove da secoli si svolgeva un’antica fiera equina. Il comitato organizzatore dell’Unical era presieduto dal prof. Beniamino Andreatta; e questa circostanza sembrava garantire di per sé che non si trattava di un ennesimo insediamento accademico ma piuttosto di esperimento non banale di innovazione tanto delle strutture didattiche quanto di quelle di ricerca. Così, Renzo decise di abbandonare Milano e trasferirsi a Cosenza. La scelta di andare a vivere e lavorare nel Mezzogiorno comportava l’affievolimento della nostra amicizia non più alimentata dalla presenza; inoltre, ogni volta che mi capitava di pensare a Renzo, avvertivo un certo disagio, modesto ma inequivocabile, come davanti un evento sgradevole e imprevedibile – e questo con ragione perché io calabrese ero letteralmente fuggito dal sud, da quell’aura inerte dove sembrava che non potesse accadere più nulla; avevo studiato a Pisa e poi a Roma, e trovato un’occupazione definitiva nel Settentrione – mentre Renzo aveva percorso quel cammino all’inverso. Poi, quando il Nostro era ormai da oltre tre anni all’Unical, in occasione del Capodanno del 1975, mi capitò di far visita ai parenti, a Catanzaro, mia città natale; e in quella occasione decisi di rivedere Renzo che abitava nel campus universitario Unical di Rende, vicino Cosenza, a poche decine di chilometri da Catanzaro. Non ero mai stato a Rende e per la verità neanche a Cosenza. Renzo mi condusse nella città vecchia o, per meglio dire, antica. Una ragnatela di vicoli stretti per costringere gli eventuali invasori, prima barbari poi saraceni, a muoversi in fila indiana pochi per volta; i cerchi ancora visibili nelle midolla dei secolari ulivi abbattuti; gli edifici diroccati, le mura sbrecciate; qualche rospo uscito dalle fogne. Dopo questo atto di registrazione del luogo e sottomissione a esso, il mio amico mi condusse nel campus universitario, dove avevano sede le attività didattiche e i dipartimenti – questi ultimi introdotti per la prima volta nell’ordinamento accademico italiano – ospitati per lo più in baracche di legno e in prefabbricati. Il tutto si estendeva per un intervallo temporale di oltre duemila anni. Renzo sembrava muoversi in un paesaggio a lui familiare: calabrese per scelta, aveva trasformato la sorte in destino. Per parte mia, rimasi affascinato dalla vitalità di quelle rovine che pure sembravano custodire nel proprio seno una sorta di magia, quasi una promessa di «vita nova». È comunque, fin da subito più modestamente mi permettevano di rappacificarmi con il «Genius Loci» della mia adolescenza. Così, nel gennaio di quello stesso anno, chiesi e ottenni il trasferimento dal Politecnico di Milano all’Unical di Arcavacata; ricongiungendomi in questo modo al mio amico. Renzo continuava ad Arcavacata le sue ricerche in fisica delle alte energie; e collaborava in questo campo con il prof. Preparata e il suo gruppo, tutti noti a livello internazionale per quel loro proporre paradigmi, dirò così audaci, ai problemi irrisolti della fisica quantistica. Il Nostro per altro non aveva mai ridimensionato il suo interesse rivolto a quel campo d’indagine, di grande portata per il senso comune, al quale dava il nome di «epistemologia» – mentre io mi ostinavo, e ancor mi ostino, a chiamare «filosofia della natura».

Così Renzo e io, del Dipartimento di fisica, negli anni tra il ’75 e il ’79, organizzammo insieme a Mario Alcaro, del Dipartimento di filosofia, una ventina di seminari su alcune parole-chiave, parole che strutturano, per lo più inconsapevolmente, la mentalità contemporanea. In particolare, per il Convegno Internazionale sulla Funzione Sociale delle Scienze della Natura –convegno che si tenne all’Unical nel settembre del 1977 (anno mirabile quanti altri mai) – al quale presero parte tra gli altri Sohn-Rethel, Levi-Leblond, Alquati, Fabbri, Cini; per quel convegno, il Nostro mise su un dibattito dal titolo: Evoluzione della specie, morte dell’individuo e secondo principio della termodinamica. Per inciso, i materiali di quel dibattito, vale a dire la relazione di Renzo, gli interventi e le domande dei partecipanti nonché le conclusioni; tutto questo, considerato a mo’ di prova penalmente rilevante, venne sequestrato qualche mese dopo dalla polizia politica, grazie alle leggi liberticide varate in quegli anni dai governi dell’arco costituzionale. Quella documentazione non venne mai più restituita né all’università, né agli organizzatori, né agli intervenuti; e io, per ricostruire quell’evento, mi sono avvalso dei miei appunti, così come delle conversazioni frequenti su quegli argomenti con Renzo. La discussione, in quel l’autunno del ’77, si era aperta sull’interrogazione: perché noi invecchiamo per poi morire? Di primo acchito la risposta sembra ovvia: tutto attorno a noi si deteriora: l’auto accusa l’età, i muri di casa presentano evidenti fratture, le strade si riempiono di buche e così via. Ogni cosa è soggetta a una sorta di ultima degradazione dell’ordine imposta dalla Termodinamica – degradazione che il senso comune constata facilmente, a livello macroscopico, senza ricorrere all’aiuto costoso degli specialisti – i cosiddetti scienziati – che usano un linguaggio cifrato e si servono di costose apparecchiature. Questa degradazione si risolve in un aumento spontaneo del disordine; e giammai in una diminuzione spontanea di esso. Non c’è quindi nessuna ragione per ritenere che l’individuo possa essere esentato dalla morte. E tuttavia la specie umana ne è preservata. La nostra specie, infatti, si alimenta dell’ordine generato dalla fotosintesi ed evolve verso stati di maggiore ordine. Ma perché allora l’individuo non può usufruire di questo bengodi miracoloso nel quale è immersa la specie? L’individuo, salvo incidenti ambientali fatali, tutto sommato piuttosto rari, ha una collocazione fortunata in natura: si nutre dell’ordine fabbricato gratuitamente dai vegetali. Attraverso la fotosintesi, la pianta forma la molecola di glucosio; questa viene mangiata dal vitello che usa l’ordine del glucosio per formare una molecola proteica. L’animale uomo mangia la carne del vitello; e usa l’ordine impresso alla proteina per formare una altra molecola proteica tutta sua. Lo scarto viene espulso dal nostro corpo in uno stato di disordine. La domanda pertinente è: perché non è possibile consumare tutto l’ordine ambientale necessario per mantenere l’ordine del nostro corpo, cioè per prolungare la nostra vita indefinitamente? Infatti, non v’è prescrizione alcuna nel secondo principio della termodinamica che richieda la morte dell’individuo. Detto in altri termini, nella morte dell’individuo v’è la sopravvivenza della specie. La morte infatti è vitale per l’evoluzione della specie – talmente vitale che possiamo affermare ogni morte essere l’occasione per una inedita forma di vita. Una volta che l’individuo si è riprodotto un certo numero di volte, producendo una progenie che può essere a lui o a lei superiore, una volta che questo è accaduto la specie trarrà un maggior vantaggio dalla procreazione di questa progenie superiore piuttosto che dall’ulteriore procreazione del parente inferiore – sicché il parente deve morire. Val la pena sottolineare che qui è messo al lavoro il «principio dell’evoluzione» e non il «secondo principio della termodinamica». I processi adattavi-evolutivi hanno determinato una durata temporalmente finita della vita, allo stesso modo di come hanno assicurato l’evoluzione dell’occhio, o del fegato o dei testicoli, insomma di tutti gli elementi del nostro corpo che concorrono all’adattamento della specie. Vi sarà pure una ragione se, lungo milioni e milioni di anni, la pressione evolutiva onnipossente non ha trovato un rimedio alla morte dell’individuo – infatti, la salvezza dell’individuo sarebbe stata fatale per la specie. Questa, a grandi linee, la relazione di Renzo al seminario sulla morte tenuto nel settembre del ’77 al Dipartimento di Fisica dell’Università della Calabria, in occasione del Convegno Internazionale sulla funzione sociale della scienza della natura. La morte non ha ghermito Renzo, si è annunciata da lontano – e come scrive il poeta, l’ha preso da amica, come l’estrema delle sue abitudini. Arcavacata, 14 dicembre 2021