La creazione di uno spazio vuoto interno abitabile è il fine principale del costruire, mentre l’esterno è la parte pubblica, condivisa e comune, l’interno è segreto, nascosto, il luogo della rinascita. Secondo lo Zen, è proprio il «vuoto» all’interno del vaso a venire usato e a costituirne la vera ragione d’essere. Concepire l’idea del vuoto è un risultato fra i più fecondi della cultura umana.


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Siamo soliti considerare ciò che ci circonda tramite la sua matericità, la sua conformazione, la sua pesantezza. Non siamo abituati a concepire il non essere.

Il vuoto è un elemento fondamentale, imprescindibile dall’essere, dal pieno: l’uno è indispensabile all’altro. «La forma non differisce dal vuoto, il vuoto non differisce dalla forma. Forma è precisamente vuoto; vuoto è precisamente forma» (Suzuki 3 p. 67).

La citazione è estrapolata dalla Dottrina del vuoto, fondata da Nāgārjuna (150 d.C. – 250 d.C.) monaco buddhista indiano, filosofo.

Per non intraprendere un percorso di carattere filosofico, questo testo dimostra il valore del vuoto tramite l’aspetto più immediato, più «concreto», il concetto di spazio. Per migliorare la comprensione, la ricerca del vuoto nello spazio è stata divisa in due sottoinsiemi: spazio bidimensionale e spazio tridimensionale. Semplificando, il vuoto bidimensionale è percepito tramite la vista mentre quello tridimensionale tramite la partecipazione attiva di tutti i sensi. A sua volta la diramazione del vuoto nello spazio tridimensionale ha una tripartizione: paesaggio, città ed architettura.


Vuoto nello spazio bidimensionale

«Lo spazio bianco va considerato come un elemento attivo, non come uno sfondo passivo», disse Jan Tschichold, tipografo e teorico della tipografia moderna. La grafica, ambito di studio indagato come vuoto nello spazio bidimensionale, ha come elemento attivo per eccellenza lo spazio bianco (white space) o spazio negativo. Esso dà equilibrio al tutto, è lo spazio tra i vari elementi grafici e l’aria che crea armonia e rende uniforme il messaggio. La terminologia «spazio bianco» viene usata in maniera convenzionale (banalmente lo spazio bianco può essere giallo): questa espressione nasce perché a livello storico la pagina su cui si stampava era di colore bianco. Il vuoto, nella grafica, possiede quattro aspetti, quattro proprietà, senza le quali sia il messaggio che l’estetica del manufatto sarebbero impossibili da decifrare. I quattro aspetti sono: tempo, navigazione, equilibrio, leggibilità ed aspetto.


Tempo Nello spazio bidimensionale il concetto spazio-tempo è relativo poiché ha totalmente un altro modo di arrivare alla nostra mente, lavora solo esclusivamente su un solo senso: quello della vista. L’unico mezzo capace di scandire il tempo è lo spazio bianco, il vuoto che si trova tra immagini, testi, ornamenti. Questa assenza diventa mezzo, regolamentatore di tempo, base ritmica che trasmette il segnale di pausa al nostro cervello. Da ciò deriva una lettura più semplice ed una migliore comprensione dei contenuti, che a seconda dello spazio bianco assumono una loro divisione e quindi un diverso significato simbolico.

Navigazione Il cervello umano tende a semplificare e sintetizzare ciò che percepisce tramite l’apparato visivo. Automaticamente, tutto quello che si trova in una grafica viene scannerizzato ed organizzato mentalmente dal cervello in ordine di importanza o meglio di rilevanza. Tale ordine può essere controllato. La navigazione che l’occhio compie in una grafica non per forza deve sottostare al semplice movimento di lettura abitudinaria dei caratteri (in occidente si scrive e si legge da sinistra a destra, dall’alto verso il basso). Essendo quindi le informazioni gestite a livello gerarchico, ci sarà un’informazione fondamentale intorno alla quale ruota tutto il resto: questo è un punto focale che può essere esaltato o meno in base allo spazio bianco presente.


Leggibilità e aspetto

Questo elemento è legato maggiormente all’aspetto del carattere tipografico – un approccio quasi architettonico. Le lettere infatti possono essere considerate come dei palazzi, le parole come città, frasi come regioni ecc. Avendo una struttura concentrica ed essendo l’una collegata all’altra, la leggibilità di un carattere diventa fondamentale. Il vuoto, infatti, non vive solo all’esterno del carattere come si è visto fino ad ora, ma esiste anche all’interno del singolo carattere tipografico, nella singola rappresentazione grafica della lettera. Una maggiore presenza di vuoto al suo esterno o al suo interno modificherà la percezione del carattere, di rimando della parola quindi del testo.


Equilibrio Tutti questi elementi grafici e questi spazi bianchi a loro volta devono essere correttamente messi a punto e bilanciati tra di loro. Di nuovo, viene in aiuto lo spazio bianco, il vuoto. Grazie ad esso, infatti, si ha la possibilità di bilanciarli. Una maggiore presenza di vuoto o una minore garantirà un maggiore o un minore equilibrio rispetto agli elementi presenti. Da qui l’aspetto fondamentale dell'equilibrio come proprietà del vuoto.


Vuoto nello spazio tridimensionale

Passando alla tripartizione di vuoto nello spazio tridimensionale troviamo il paesaggio. Per comprendere la potenza del vuoto nella natura conviene analizzarlo sotto forma di paesaggio naturale, allontanandoci totalmente dalla frenesia cittadina, dove non si riesce a vivere a pieno la sua forza se non in rarissimi casi perché non si è mai fatto un lavoro serio di rimozione del superfluo per dare al paesaggio urbano una linearità, un bilanciamento di pieno e vuoto. Il paesaggio selezionato è il deserto. «Mi è sempre piaciuto il deserto. Ci si siede su una duna di sabbia. Non si vede nulla. Non si sente nulla. E tuttavia qualche cosa risplende nel silenzio» (Antoine de Saint-Exupery). Questa citazione ci aiuta a capire l’esistenza del vuoto che si cela dietro al termine «qualche cosa». È difficile per l’uomo riuscire a descrivere il vuoto una volta percepito in toto con i propri sensi, non esiste la terminologia adeguata ma allo stesso tempo si comprende e si vive la sua esistenza. Si è totalmente immersi nel regno del vuoto. Uno dei deserti più importanti ha addirittura nel suo nome il vuoto, Il Rubʿ al-Khālī (الربع الخالي), ossia «Il quarto vuoto» («quarto» inteso come «quarta parte» dopo cielo, terra e mare), è il più grande deserto di sabbia del mondo. Ricopre la parte più meridionale della Penisola araba. Questo deserto è ancora ampiamente inesplorato e praticamente disabitato, il deserto è lungo circa 1.000 km e largo circa 500, con un'area totale di oltre 650.000 km². Persino i Beduini ne sfiorano solo le zone marginali. Il 2 febbraio 2020, l’esploratore italiano Max Calderan è riuscito a compiere una prima traversata in solitaria, in un evento battezzato «Into The Lost Desert», percorrendo circa 1100 km a piedi. Per riprendere le parole dell’esploratore italiano Max Calderan, «sembra una situazione molto ovattata e allo stesso tempo molto presente, sensazione particolarissima: il vuoto totale la libertà totale con la presenza di una potenza enorme», disse a 200 km dalla conclusione della sua traversata in solitaria. Ed ancora «inizi a ricevere qualcosa, non esiste un termine per definirlo [...] Tutto quello che serve è qua, tutto». Questa è la potenza del vuoto, della possibilità. In un’altra intervista rispose che durante la traversata si è trovato spesso a pensare al nulla, che era quella l’unica via possibile. Queste parole fanno comprendere realmente l’energia scaturita dalla natura del vuoto, di come l’uomo abbia ricreato un contatto con esso e con la natura di rimando. Il vuoto come abbiamo affermato prima è presenza e non assenza, è divenire, è eternità perpetuata.


La città

La definizione di città, vocabolario alla mano, secerne al suo interno una innumerevole stratificazione simbolica, gerarchica e strutturale. Diventa necessario fermarsi a evidenziare il suo significato o meglio i suoi lati imprescindibili per una migliore comprensione relativa alla tematica del vuoto.

La città secerne lo spazio pubblico che, a sua volta, convive con il suo opposto interiore, lo spazio privato. Per comprendere il concetto di vuoto nel contesto urbano occorrono due esempi dell’antica Grecia: l’agorà di Atene e la pianta di Mileto.


L’agorà di Atene mostra in maniera ammirevole la supremazia del genius loci. Si tratta di un luogo privilegiato che presenta una pletorica quantità di significati collettivi e che si viene conformando architettonicamente attraverso un lungo processo di accumulazione. Tramite i suoi edifici ed elementi contrapposti e discontinui si configura, con un tacito consenso nello scorrere del tempo, il luogo che ospitò la più pura forma politica dell’antichità: la democrazia ateniese dell’epoca classica. A causa della sua localizzazione e della sua topografia, l’agorà si consolida nel corso del tempo come luogo di convergenza dei cittadini ateniesi per riunioni, mercato, assemblea. In epoca successiva, vengono lì posizionati, in modo da marcarne i limiti, gli edifici del potere politico assieme agli stoa o portici che accolgono le attività più spontanee, e che al tempo stesso definiscono la scenografia urbana. L’agorà diventa così lo spazio pubblico che, insieme all’Acropoli, costituisce la referenza della vita cittadina degli Ateniesi. In questo luogo si concentrano tutte le funzioni civiche della polis. Solo con Licurgo l’ekklesia o assemblea verrà trasferita sulla collina di Pnyx.

Sotto la dominazione romana venne perpetrato lo svilimento del grande spazio della piazza ateniese. Il vuoto viene riempito di edificazioni: l’Odeon di Agrippa, il tempio di Ares, il Gymnasium, altari, edicole…I romani, con questi mirabili edifici, fecero un regalo avvelenato: era scomparso lo spazio ampio, libero ed unitario, emblema di una singolare forma di convivenza. L’impero romano si impiegò nel riempimento di quel vuoto civico, prosciugando il mare della libertà ateniese.

Il tracciato di Mileto, invece, implica la nascita proto-tipica della pianificazione urbana nella quale sono contemplate le molteplici parti e funzioni che compongono la città, articolandole con vocazioni di sistema. Mileto dopo la disfatta della flotta ionica nel 494 a.C. viene distrutta per mano dei Persiani ed i suoi abitanti deportati. Il periodo di ricostruzione di Mileto oscilla tra il 479, data della vittoria di Mykala – che segna il rientro in città – e il 450, con l’ingresso nella confederazione ateniese auspicata da Pericle. La caratteristica principale del tracciato che serve per la ricostruzione della città è quella di basarsi su un reticolo ortogonale. Il reticolo di Mileto non è come lo strumento di un agrimensore ma piuttosto un metodo di conformazione urbana adattato alle circostanze della città antica. Per la prima volta un tracciato a priori considera lo spazio urbano non come il luogo residuale a servizio dell’edificazione, ma come un’entità autonoma degna di essere tratta in mode indipendente. Il vuoto è misurato e preparato per diventare uno scenario adeguato agli avvenimenti urbani. Il tracciato urbano a reticolo, come a Mileto, il suo carattere afocale ed isotropico, genera una valorizzazione dello spazio pubblico, nel quale tutti ed ognuno dei punti che lo compongono possiedono una identica valenza. Viene così a configurarsi il supporto fisico di una qualità fondamentale del fenomeno urbano: la simultaneità. Ogni frammento diventa un piccolo scenario attraverso il quale fluisce l’attività urbana in una successione di situazioni istantanee concatenate.


Da questi due esempi si può comprendere l’importanza fondamentale del vuoto nella città. Nel primo esempio, l’agorà di Atene, possiamo comprendere come il vuoto ha un aspetto sacro nella costituzione della città, di come esso è stato protetto e salvaguardato per mantenere vivo il senso cittadino di libertà di espressione, di scambio di pensieri; la controprova di questo ragionamento è il «riempimento» avvenuto per mano dei Romani con la costruzione di nuove strutture che decretò, unitosi ad altre problematiche, il disfacimento di Atene. Il vuoto, quindi, nella città ha una duplice lettura simbolica: di libertà e di possibilità. La possibilità va intesa come proiezione del possibile, scenario neutro paragonabile ad una tela bianca pronta a farsi capolavoro. Il vuoto porta in sé il concetto di assenza di limiti che influenza gli stessi cittadini a non averlo tra di loro, si instaura un concetto di convivialità tutto grazie ad una non presenza, ad un non limite materico. Nel secondo esempio, invece, si vede come l’importanza del vuoto non viene protetta barricandola in un luogo preposto bensì viene progettato funzionalmente come tutto il resto del costruito diventando via, strada, una lingua di terra vuota. Questa connessione diventa fondamentale, il vuoto prende il ruolo del direttore d’orchestra che dirige i flussi, le attività, il ritmo del flusso cittadino. Con l’evoluzione della società e del ruolo del lavoro dell’uomo, la piazza diventa centrale come importanza soprattutto nel sistema del vecchio continente. Spesso si è notato come la piazza centrale della città avesse nei suoi lati, nei suoi limiti i palazzi del potere terreno e spirituale per sottolineare ancora di più come era il centro nevralgico della città ed allo stesso tempo simbolo iconico. Osservando le mappe cittadine si percepisce come il cuore della città è la piazza centrale e di come le strade convogliano i flussi ad essa, un’Agorà moderna. Diametralmente opposte le mappe cittadine delle città nuove, con focus per le città americane, che hanno innalzato a sacro la concezione di griglia degli accampamenti romani, mettendo a primo posto la funzionalità di mezzo più a preservare il simbolismo arcaico della piazza, del popolo al centro della civiltà.

L’architettura

Il vuoto nell’architettura è un argomento complesso, fraintendibile e che presta il fianco ad un filosofeggiare che può minare la sua potenza pura. L’aspetto del vuoto in architettura per essere compreso visceralmente va diviso in due atteggiamenti progettuali diversi: sottrattivo ed additivo. Questi due percorsi seguono l’andamento della evoluzione del costruire, marcando indirettamente anche il rapporto che l’uomo ha con la natura (dal quale svanirà il concetto aristotelico dell’horror vacui). Di seguito due esempi chiarificatori. Partendo con il concetto sottrattivo nonché in ordine cronologico. All’uomo è stato dato di vivere sulla crosta della massa terrestre. Questa tacita legge naturale viene trasgredita dalla volontà di instaurare una quasi impossibile presenza nell’interno stesso della Terra. In principio un semplice esplorare, successivamente il luogo del sogno. Fuori si manifestavano gli atti quotidiani della veglia, dentro il mistero e la magia. «Nessuna traccia di abitazione umana è stata trovata all'interno delle caverne. Erano luoghi sacri dove, con l’aiuto di pitture simboliche magicamente potenti, i riti sacri potevano essere compiuti» (Sigfried Giedion, L’eterno presente: le origini dell’arte, Milano, Feltrinelli, 1965, p. 540). Nella preistoria le sepolture avvengono nelle grotte, ancorché di preferenza nelle vicinanze delle aree abitate. Il Neolitico presuppone un sostanziale cambio di mentalità. L’uomo non è più una specie, tra le altre del cosmo, che si sottomette alle leggi naturali, ma l’essere privilegiato capace di comprenderle e modificarle a suo vantaggio. Da questo momento in poi, lo scavo è costruito in modo analogo a come è costruita la casa, e quindi in fin dei conti la tomba non è altro che la casa per un tempo che il nascente pensiero astratto considera eterno. Uno degli esempi più importanti è la camera funeraria di Newgrange, in Irlanda, si compone di un corridoio di 18 metri che termina in tre piccole edicole. Il suo tetto a falsa volta va aumentando in altezza fino a raggiungere i 6 metri nella parte più profonda. All’alba del solstizio d'inverno il primo raggio di sole penetra nella stanza e percorre la totalità della galleria fino al cuore della stessa. Gli uomini che costruiscono Newgrange credono necessaria l’esistenza di un vuoto interno che venga attivato dalla penetrazione del raggio solare, rappresentando in questo modo il mistero del ciclo vitale. Tramite questo esempio si può iniziare a constatare come l’uomo capta l’importanza del vuoto, consacra la sua esistenza e gli affida un’aura simbolica direttamente collegata alla legge della natura, del cosmo. Possiamo ipotizzare un vuoto arcaico anello di congiunzione tra l’uomo e l’Universo.

Facendo un balzo di secoli, ad un'epoca più vicino alla nostra negli anni Venti Mies van der Rohe, architetto illuminato diceva ad Hugo Haring, suo compagno di studi: «Fai degli spazi abbastanza grandi, vecchio mio, in modo da potersi muovere dentro liberamente, e non in una sola direzione predominata! Oppure sei sicuro del modo in cui questi spazi saranno usati? Noi non sappiamo affatto se la gente li userà nel modo in cui ci aspettiamo da loro. Le funzioni non sono né così chiare né così costanti; esse cambiano più rapidamento dell’edificio» (Franz Schulze, op. cit., pag. 117. Il documentario citato si intitola Mies van der Rohe ed era prodotto e diretto da sua figlia Georgia van der Rohe).

Dimostrazioni edificate di questo concetto sono: il celebre Padiglione Barcellona, un gioco di piani, di vuoti e di riflessi, di spazio senza tempo e limite ed i progetti del campus dell’ITT a Chicago, l’universalità dello spazio come contenitore polivalente. La mancanza di confini e di utilizzi a priori non ostacolò il lavoro di Mies, semmai avvenne il contrario. Mies, tramite i suoi progetti, va implicitamente a dimostrare come il vuoto nell’architettura gioca un ruolo importantissimo. Il vuoto nell’architettura ricopre due aspetti: solenne e funzionale. L’aspetto solenne del vuoto, prendendo come modello l’architettura di Mies, vive nel Padiglione Barcellona nel 1929. Ogni linea, ogni gioco di luce, ogni spazio ha un contatto di sospensione diretto con il vuoto, la massa del vuoto travolge il costruito ed allo stesso tempo lo sostiene per dargli più forza costruttiva e monumentale. Siamo di fronte ad un paradosso architettonico, molto probabilmente racchiudibile nel noto aforisma di Mies «Less is more». Nel secondo aspetto attribuito al vuoto, prendendo come esempio il campus dell’ITT vi è l’aspetto funzionale del vuoto. Questo aspetto è stato il più facilmente contestato dagli occhi acerbi di chi non va al di là del proprio dito. La funzionalità del vuoto nell’aspetto architettonico, facilmente collegabile al concetto di vuoto nelle piazze, coincide con l’aspetto del divenire. L’architetto in questo caso decide di farsi da parte, o meglio, di non essere d’intralcio nella fruizione ipotetica del suo stesso recinto costruttivo. Ogni spazio, grazie al vuoto, vive in una perenne possibilità, la quale può essere attivata o ignorata solo dal fruitore del costruito, nessun altro. Tale visione architettonica e soprattutto tale architetto, sono l'emblema di questo concetto di vuoto che vive e per come tale va considerato o meglio va sfruttato come variabile e mezzo simbolico nonché funzionale.


Conclusioni

Alla luce della ricerca fatta nello spazio bidimensionale e tridimensionale, possiamo constatare come il vuoto ne esca delineato e la sua importanza nella vita dell’uomo diventa insindacabile. Superficialmente, un malpensante potrebbe vedere nel vuoto uno sterile passaggio di palla al fruitore, nulla di più falso. Il vuoto riesce a garantire la possibilità ed il concetto di libertà di intenti, vedasi la concezione di piazza con l’esempio dell’agorà, emblema della democrazia. Il vuoto diventa organizzatore e portatore di significato, vedasi nella grafica il valore di nobile strumento che facilita, altera le percezioni dell’uomo, le condiziona.

Allora, come può un qualcosa di marginale, di superfluo riuscire ad influenzare una lettura di un testo, un'emozione di una costruzione? Come può un qualcosa di marginale, di superfluo riuscire ad unirci nuovamente con la Madre Terra?

Il vuoto entra nella nostra vita, diventa presenza. Si comprende pienamente, quindi, come l’uomo che sa porsi nei confronti del vuoto ne può uscire arricchito e non privato; si comprende che una via parallela al vuoto è possibile, gli esempi di menti illustri che lo hanno saputo sfruttare uno fra tutti Mies van der Rohe. L’aspetto vissuto nelle città della demolizione fa ben sperare in un qualcosa di vivo che aspetta solo di essere plasmato al meglio per esplodere ancora di più. Il vuoto si può progettare, si può capovolgere l’equazione, non più progettare la materia quindi di rimando il vuoto, bensì progettare il vuoto quindi di rimando la materia.


Immagine: Corrado Costa