Il rumore della muta




Mariasole Ariot è nata a Vicenza nel 1981. Ha pubblicato Anatomie della luce (Aragno, 2017) e Simmetrie degli spazi vuoti (Arcipelago, 2013). Prose e poesie all’interno di antologie italiane e straniere. Di prossima pubblicazione la plaquette Elegia (Blonk edizioni) e Essendo il dentro un fuori infinito (Caffèorchidea). Nel campo delle arti visive ha realizzato il documentario I’m a Swan e Dove urla il deserto. Suona il pianoforte, fotografa e dipinge.


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Nasce per un’incisione nel retro della nuca ed è una notte, il buio che dobbiamo dirci per confondere i pretesti, quest’epoca portuale che nasconde resto a resto per un sussulto cardiaco, e non ci muoviamo se non in territori conosciuti, spaventati dalle lame del diverso: di quanti coltelli ancora dobbiamo trovare l’affilato, per quanti allungare gli arti ed invitare ad estrarre il silenzio dalle vene. una venatura naturale respira come respirano le pietre, e respirano le cose, spirano le strade già percorse.


Il parto è un crocifisso per la vista


Di ore mute muta il tempo e non aspetta, non dedica alla quiete un’ora che sia ora, che sia l’adesso dei mai detti, i troppi taciuti d’esistenza – e pendono da abeti come mani le mani polverose a essicazione, come ciechi ci giriamo le pupille, la palpebra del fiore, la corteccia della vita che sappiamo, mappare una memoria tra le dita: di quante parole alluvionali ci casca un cielo sulla testa, di quanto mentre dite fa’ silenzio, e ancora palpitiamo di piacere, il dolore della terra, il taglio verticale che ci grida.


Andare non significa partire


Patire di ululare alla vergogna, il massacro dei volti nella testa, svegliarsi col cervello a temporale le strade e i percorsi delle genti, una città che sbraita e urla nella testa, ci sveglia all’alba dei frangenti e non c’è spazio per piegarsi inginocchiati, le mura votive della casa, l’umido che scortica le cose, distesi come ossari ad aspettare: e quanto quanti corvi come vermi ci azzannano un dolore, la soglia che ho protetto e non protetto, e quanto quanti corpi ci chiedono cautela, e quanto e quanti occhi non hanno più una lingua.


La nascita non è una filiazione