Il lavoro in libreria come performance
- Anna Candeago
- 5 ore fa
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Capire la mercificazione della cultura con Mark Fisher e Byung Chul-Han

Anna Candeago racconta dall’interno la propria esperienza in una grande catena di librerie, in un testo che pubblichiamo in «transuenze», sezione che negli ultimi anni ha dedicato spazio anche all’inchiesta sulle condizioni del lavoro culturale. Pur muovendo da un punto di vista personale, il contributo intercetta alcuni nodi più generali: un sistema fondato sulla performance permanente, sul monitoraggio continuo e sull’interiorizzazione del controllo in cui le statistiche di vendita e gli obiettivi aziendali finiscono per trasformarsi in forme di auto-sorveglianza che modellano comportamenti, desideri e percezione di sé; la vendita dei libri secondo logiche standardizzate di marketing e fatturato; lo sfruttamento come risorsa produttiva della passione e del coinvolgimento di chi lavora nelle librerie.
Attraverso il dialogo con Mark Fisher e Byung-Chul Han, il testo prova così a leggere le contraddizioni del lavoro culturale dentro il realismo capitalista contemporaneo.
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Di recente non mi è stato rinnovato il contratto a tempo determinato che avevo in essere per una nota catena di librerie. Dacché stavo terminando gli studi e lavorando full-time, mi sono ritrovata, improvvisamente, priva d’impegni, perché nel frattempo mi sono laureata. Le ragioni addotte dal datore di lavoro per l’interruzione del rapporto avevano a che fare con i miei scarsi risultati a livello di performance di vendita. Questi però, voglio subito specificarlo, non sono integralmente «miei», a differenza di come mi è stato comunicato: scontrini medi non all’altezza delle aspettative dell’azienda dipendono da molteplici variabili e non si possono ricondurre esclusivamente a cause individuali. Eppure il controllo quotidiano delle statistiche di vendita era diventato una priorità per me, perché da esse dipendeva la mia sorte come lavoratrice. Pur consapevole della nocività delle ambizioni aziendali per la mia psiche, stavo comunque cominciando a esserne assorbita.
Una volta al mese venivano intraprese delle iniziative per spingere un certo libro (o per meglio dire, un certo «prodotto editoriale» di nuova uscita) che era obbligatorio consigliare a tappeto a ogni persona che faceva il proprio ingresso in libreria. Ho cercato di trovare un compromesso tra la richiesta dell’azienda e un suggerimento più mirato in base al genere letterario di interesse per il cliente, ma in teoria quello che ci si aspettava da me era differente.
Mi è capitato addirittura di leggere uno dei titoli che dovevo proporre, perché desideravo comprendere cosa stessi vendendo: si trattava in quel caso di un thriller, scritto in maniera molto scorrevole ma dallo stile artificiale, condito da colpi di scena assurdi e buchi di trama. Un prodotto, per quanto mi riguarda, davvero difficile da difendere. Tuttavia, non mi era permesso concentrarmi troppo su questo: l’obiettivo era piazzarne più copie possibili. Il che mi ha fatto interrogare sulla misura in cui il successo di certi titoli da classifica sia possibile grazie a meccaniche di marketing e a tecniche di vendita di questo tipo. Citando Vitaliano Trevisan e il suo Works, «un buon commerciante deve saper vendere qualsiasi cosa. Libri o salami per lui è lo stesso [...]»: questa frase basta a riassumere lo spirito più intimo di quel lavoro. O meglio: ciò che era necessario per svolgerlo al meglio. Se la cultura viene così svenduta in certe librerie, che si standardizzano e diventano uguali a un qualunque altro negozio, in che parte essa rimane separata da logiche economiche?
Foucault sosteneva che il controllo più efficace è quello che avviene interiormente. Il suo celebre riferimento al Panopticon di Bentham aiuta a comprenderlo: il progetto di tale prigione era composto da una torre e da celle disposte circolarmente, cosicché il carceriere potesse vedere tutti, mentre i prigionieri non potessero sapere se erano osservati o meno. Forse non è l’esempio più calzante per ciò che ho sperimentato io, in virtù del fatto che ero ben consapevole di essere osservata. Ma la modalità in cui avveniva questo monitoraggio fa riflettere: a distanza, tramite dati inseriti in una tabella excel. I KPI (Key Performance Indicators) sono indicatori utilizzati per misurare il raggiungimento di obiettivi aziendali, tramite i quali io dovevo calcolare la mia performance alla fine di ogni turno. Gli aspetti relativi alla relazione con il cliente e la consulenza di titoli che ritenevo validi passavano così in una posizione di scarsa importanza, venendo totalmente invisibilizzati. Il senso di condivisione con le persone veniva quasi del tutto annullato in ragione di un calcolo ben preciso sugli introiti di certe case editrici e certe nuove uscite. È chiaro che la libreria, essendo per definizione un negozio specializzato nella vendita di libri, abbia come obiettivo vendere: il punto qui è che il contenuto sembrava avere ben poca rilevanza.
Questo auto-monitoraggio è diventato poco a poco un pensiero automatico e si è silenziosamente insediato in me. Non potevo davvero ignorarlo, nonostante cercassi di farlo. La sorveglianza interna, l’interiorizzazione e normalizzazione del vivere in funzione di logiche connesse alla crescita economica sono il prodotto diretto di ciò che Mark Fisher chiama «realismo capitalista». Quest’ultimo si costituisce come una «sensazione diffusa che non solo il capitalismo sia l’unico sistema politico ed economico oggi percorribile, ma che sia impossibile anche solo immaginarne un’alternativa coerente». E così la sua introiezione, incentivata da una parte dalla politica e parallelamente radicatasi a livello dell’inconscio collettivo, ha comportato il sedimentarsi della credenza comune per cui «è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo». Il capitalismo non è naturale, è un’entità incorporea e decentrata, tuttavia viene descritto come inevitabile e dunque naturalizzato.
La sterilità culturale e politica nonché l’apatia che caratterizzano sempre più le masse, rendono possibile la permanenza di fenomeni di dissonanza cognitiva come questo: riconoscere le criticità del sistema capitalistico, compreso l’iper-monitoraggio sul posto di lavoro, ma al contempo parteciparvi impunemente, godendo di ogni vantaggio e comodità. E così io, seppure non considerassi perfetto il lavoro in quella libreria e non lo vedessi come un percorso da seguire vita natural durante, avrei continuato molto volentieri.
Uno dei maggiori paradossi della contemporaneità si discerne proprio in questo: la sussistenza del sistema, il quale ha delle criticità ben visibili, è possibile proprio grazie all’assenso e alla compartecipazione collettiva. La mancanza di alternative che appaiano concrete ci rende quindi passivi e la coerenza fra ciò che crediamo siano i nostri valori e come ci comportiamo diviene labile.
Il capitale è inoltre «impasto informe di tutto quanto è già stato» come riporta Fisher nelle parole di Deleuze e Guattari. Non si volge al futuro e non conduce a nulla di nuovo, tutto è sfaccettatura di un passato rimasticato e riproposto: oggi è più che mai l’epoca del revival, in cui pare impossibile costruire qualcosa di davvero innovativo. La flessibilizzazione selvaggia del lavoro allontana il futuro e rende difficoltosa l’elaborazione di progetti di vita a lungo termine, rendendo i giovani sempre più precari rispetto alle generazioni precedenti.
Byung-Chul Han dialoga nelle sue opere con Fisher, citandolo esplicitamente: concorda con le sue opinioni sul realismo capitalista e sulle scarse possibilità, a giudicare dallo stato attuale delle cose, di evadere dall’«inferno dell’Uguale», che è la società contemporanea ancorata al già accaduto.
Aggiunge però un tassello sostanziale al suo pensiero: considera infatti la speranza alla luce della sua «sensatezza». Mentre Fisher asseriva che «agire è inutile; ad avere senso, è solo una speranza insensata», Han riesce a conservare un barlume di fiducia nel futuro dell’umanità. Infatti, in occasione di una conferenza nel 2024 al Festival del pensiero contemporaneo a Piacenza, spiegò proprio come il suo pensiero potesse essere interpretato in maniera costruttiva, nonostante egli venga spesso additato come un filosofo pessimista che non offre proposte concrete di cambiamento. Sebbene egli consideri fittizia la condizione di libertà e la vita in epoca capitalista venga descritta come un regime «dell’angoscia», la speranza sarebbe proprio quella predisposizione emotiva che invece è in grado di mettere in movimento le persone, di creare comunità e costruire assetti nuovi, capaci di costituire un’alternativa alle strutture esistenti. La speranza è un modo differente di porsi nei confronti del mondo, un vero e proprio motore per rivoluzionare la società. Va peraltro ben distinta dall’ottimismo e dalla psicologia positiva: l’ottimismo non implica per forza azione perché non racchiude in sé il suo opposto – che è la disperazione –, a differenza della speranza. La psicologia positiva, invece, individua nei singoli la responsabilità del proprio benessere, nonché del successo nella vita, negando completamente le cause sociali e esterne. È proprio l’eccesso di quest’ultima specifica accezione di positività a determinare la stanchezza dei lavoratori e a potenziare la loro auto-colpevolizzazione se non riescono a produrre a sufficienza, su questo Fisher e Byung-Chul Han concordano. Sperare significa in definitiva rifiutare almeno parzialmente di essere nati per produrre, disidentificandosi dai principi economici e creando spazi comunitari e personali scevri dalle logiche capitaliste.
Con questa riflessione, mi rendo conto di non contribuire più di tanto a risolvere le contraddizioni intrinseche alla realtà capitalista. Tento solo di coniugare diverse cornici teoriche per smorzare la pressione esterna che insiste sulla responsabilizzazione individuale, sul piano della produttività come sul piano psicologico. Quando sono rimasta senza lavoro, mi sono sentita vittima di qualcosa di più grande di me, ma allo stesso tempo non ho potuto fare a meno d’incolparmi e addossarmi un carico di responsabilità eccessivo rispetto a quello che di fatto era mio. Ciò è accaduto nonostante la mia consapevolezza pregressa di certe dinamiche e la lettura di saggi che in qualche modo hanno spiegato la pressione che percepivo. Mi sentivo un fallimento non solo perché d’improvviso non avevo più modo di guadagnarmi da vivere, ma anche perché l’iper-produttività e l’aumento esponenziale dei fatturati è punto cardine di una crescita spropositata che, pur se non condivisa soggettivamente, diventa parte integrante dell’esperienza di molti lavoratori. Il mio ruolo produttivo nella società era essenziale al punto da non darmi pace fin dai primi giorni di disoccupazione.
Possiamo dunque sperare in un futuro che proponga delle alternative praticabili al capitalismo, come auspica Byung-Chul Han? E noi che abitiamo l’Occidente possiamo sperare di trovare un posto nel mondo che ci allontani il più possibile da pressioni capitalistiche sfrenate? Per quanto riguarda il secondo interrogativo: penso di sì, anche se personalmente ancora non sono sicura di come arrivarci, ma sono convinta che questi spazi persistano. Il primo invece ha una risoluzione ben più incerta: nell’epoca del turbocapitalismo iper-globalizzato e iper-competitivo non è semplice sperare in un futuro più equo. Ma seguendo il parere di Byung-Chul Han credo sia l’unico modo che abbiamo per sopravvivere nel frattempo.
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Anna Candeago si è laureata in Sociologia e poi in Servizio Sociale. La sua tesi magistrale si è incentrata sulle pratiche del movimento ucraino Feminist Anti-War Resistance. Sul tema ha scritto un articolo in pubblicazione per le Edizioni Ca’ Foscari. Attualmente vive in provincia di Venezia.





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