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Il cane dell'imperatore

La partizione del sapere (e del potere) nell'università italiana


Charlotte Moorman performing Jim McWilliams’s Sky Kiss, Sydney Opera House, Sydney, 1976
Charlotte Moorman performing Jim McWilliams’s Sky Kiss, Sydney Opera House, Sydney, 1976

Tra le diverse forme che il potere accademico può assumere, la partizione del sapere in settori disciplinari, definiti da documenti chiamati «declaratorie», è particolarmente sottile: consente infatti di tracciare confini tra chi appartiene o no a un dato campo scientifico e di attribuire alle commissioni chiamate a gestire le procedure concorsuali un livello di discrezionalità che rischia di trasformarsi in arbitrio.

È questo il nucleo dell’articolo di Enrico Gargiulo che pubblichiamo oggi su «transuenze». Il testo riprende e approfondisce alcune analisi già proposte in questa sezione sul lavoro nelle industrie della riproduzione. Soffermandosi su un aspetto specifico, l’autore offre una critica puntuale e concreta del funzionamento dell’università.


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Nell’università italiana, chi appartiene al personale docente e di ricerca è inquadrato in uno specifico «settore scientifico-disciplinare» (SSD). L’appartenenza a un SSD è debole e oscillante all’inizio del percorso accademico, mentre si fa più rigida e vincolante nel momento in cui ci si avvicina a una posizione fissa.

A essere strutturati per settori scientifico-disciplinari sono i concorsi da ricercatrice/ore a tempo determinato, prima tappa, in teoria non obbligatoria ma di fatto spesso necessaria, verso la stabilizzazione. Ma lo è, soprattutto, la famigerata Abilitazione scientifica nazionale (ASN), una valutazione non comparativa, articolata per settori concorsuali (contenenti uno o più settori scientifico-disciplinari), che costituisce un passaggio indispensabile nella faticosa conquista del tempo indeterminato. L’ASN, nello specifico, è il prerequisito per ottenere – tramite concorso o, per chi dispone di una posizione da ricercatrice/re a tempo determinato, attraverso uno scivolamento detto tenure track – il primo status permanente,: quello di professoressa/ore associata/o.

L’abilitazione, in sostanza, conferisce un titolo che vale come condizione necessaria ma non sufficiente per raggiungere l’agognata stabilizzazione. Detto in modo più prosaico e usando una metafora spero efficace: chi si abilita ottiene la patente, non la macchina.

L’abilitazione, inoltre, è pensata per regolare l’accesso alla posizione più elevata nel sistema accademico italiano, quella di professoressa/ore ordinaria/o. Si articola dunque, oltre che su un primo livello, la cosiddetta seconda fascia, che conferisce l’idoneità per il ruolo di associate/i, su un secondo livello, la prima fascia, che attribuisce invece l’idoneità per il ruolo di ordinaria/o.

L’ASN, sulla carta, è concepita come uno strumento chiamato a individuare una soglia minima da cui partire per il reclutamento – soltanto chi la supera ha diritto a tentare la strada dei concorsi – e a regolare l’avanzamento dei percorsi lavorativi. Eppure, da quando è in funzione ha assunto una valenza simbolica e materiale più importante e ingombrante. È percepita cioè come uno strumento utile a selezionare le carriere ritenute «legittime» sulla base di criteri che vanno ben oltre una valutazione formale – volta ad accertare la sussistenza dei requisiti di base – ma che, piuttosto, esprimono logiche di tipo sostanziale: riprodurre specifici orientamenti scientifici a discapito di altri – ad esempio, un approccio «mainstream» a danno di una visione critica e posizionata – o, addirittura, premiare la fedeltà a una certa corrente o a un dato gruppo.

 

 

Cosa può una declaratoria

Chi vuole lavorare nell’università italiana deve fare i conti, volente o nolente, con l’ASN. A me è capitato più volte. Per la seconda fascia non ho avuto problemi mentre per la prima il percorso è stato molto complicato. Nel novembre del 2024, consultando l’apposita pagina del Ministero dell’Università (MUR), ho saputo che la mia domanda da professore ordinario nel settore «Sociologia generale» era stata respinta. Per la seguente ragione: secondo il giudizio di quattro commissari su cinque, le pubblicazioni da me presentate «NON possono essere ritenute di qualità elevata in relazione al settore concorsuale e alla fascia per la quale è stata richiesta l’abilitazione». Nello specifico, sebbene «di buona qualità in relazione a originalità, padronanza della letteratura di riferimento e rigore analitico», «non risultano sufficientemente pertinenti rispetto al settore concorsuale della presente valutazione».

L’esito dell’ASN mi ha spiazzato. La mia appartenenza al settore scientifico-disciplinare oggetto della valutazione, infatti, è stata più volte confermata nel corso degli anni. Per diventare professore associato in Sociologia generale ho vinto un concorso in quel settore. Per poter partecipare a quel concorso avevo conseguito in precedenza l’abilitazione in seconda fascia. Inoltre, prima di diventare associato nell’Università di Bologna ero risultato vincitore di una valutazione comparativa da ricercatore a tempo determinato di tipo B, sempre in Sociologia generale ma in un altro Ateneo (Ca’ Foscari). Infine, in passato avevo già tentato l’abilitazione in prima fascia. Una commissione diversa da quella attuale mi aveva bocciato in quanto i titoli da me presentati – partecipazione a gruppi di ricerca, a collegi di dottorato e a comitati editoriali di riviste e case editrici, ecc. – non erano in numero sufficiente. Non aveva messo in discussione, però, la qualità delle mie pubblicazioni né, meno che mai, la loro appartenenza al settore scientifico-disciplinare. La lista dei lavori presentati e valutati in quell’occasione, peraltro, si sovrapponeva quasi del tutto (12 su 15) a quella dell’ultima ASN.

Insomma, la valutazione espressa da diverse commissioni nel corso del tempo è stata ribaltata. Il mio non è un caso isolato: la commissione di Sociologia generale attualmente in carica, pur non distinguendosi per un numero particolarmente elevato di bocciature, ha usato spesso lo stesso argomento nei confronti delle persone respinte: la non appartenenza al settore scientifico-disciplinare. Ha cioè interpretato in maniera particolarmente restrittiva i confini della disciplina impiegandoli come criteri selettivi capaci di escludere anche persone già riconosciute come appartenenti.


Alla luce delle incongruenze rilevate, ho deciso di presentare ricorso, impostando l’azione legale su alcuni punti chiave: i miei trascorsi e il mio presente, tutti interni alla Sociologia generale, e le lacune e le ambiguità delle valutazioni ricevute. Il TAR mi ha dato ragione su tutta la linea, rilevando una serie di eccessi di potere troppo lunga per essere qui elencata, e ha comminato la sanzione più dura tra quelle possibili: ha azzerato i giudizi sulle pubblicazioni espressi dalla commissione in carica ordinando al Ministero dell’Università di nominare una nuova commissione, chiamata a rivalutare i miei lavori con l’indicazione specifica di produrre motivazioni analitiche e dettagliate delle proprie decisioni.

Con un certo ritardo, il MUR ha fatto quanto richiesto. La nuova commissione ha confermato a maggioranza il giudizio della precedente: commentando una per una le mie pubblicazioni, quattro commissari su cinque le hanno ritenute non riconducibili al settore concorsuale, e scientifico-disciplinare, oggetto della valutazione.

Rispetto alla prima, la commissione nominata a seguito dell’esito del ricorso ha fatto riferimento in maniera ancora più esplicita e sistematica a un documento la cui erronea applicazione sarebbe stata, come scritto nella sentenza del TAR, alla base della decisione censurata: la declaratoria del SSD «Sociologia generale». Si tratta di un testo, introdotto da un decreto ministeriale del 2000, che costituisce la «carta di identità delle discipline», ossia dei frammenti in cui, oggi, l’università italiana ha deciso di articolare il sapere scientifico.

La declaratoria del settore concorsuale 14/C1, che contiene come unico settore disciplinare SPS/07 (Sociologia generale), recita così:

 

Il settore comprende l’attività scientifica e didattico-formativa nei campi di competenza concernenti la propedeutica teorica, storica e metodologica della ricerca sociale, i confini epistemologici della sociologia, gli strumenti teorico-metodologici e le tecniche per l’analisi delle processualità micro e macro-sociologiche. In quest’ottica si articola in varie aree che vanno dalla sociologia in generale (per le prospettive teoriche fondamentali, il linguaggio delle scienze sociali, l’ordine e il mutamento e per le categorie e le problematiche relative al rapporto teoria-ricerca empirica), alla metodologia e tecnica della ricerca sociale, alle politiche sociali  connesse alle diverse tipologie di welfare, ai metodi, modelli e tecniche del servizio sociale, ai sistemi sociali comparati, all’analisi dei gruppi, della salute, della scienza, dello sviluppo, della sicurezza sociale, ai metodi della pianificazione, alla storia della sociologia e del pensiero sociologico.

 

Un contenitore un po’ particolare, al cui interno cose differenti sono mescolate tra loro. La prima parte rimanda infatti agli strumenti, concettuali e tecnici, con cui si studia la società: la teoria, anche in prospettiva storica; l’epistemologia; la metodologia, inclusi i suoi aspetti più concreti e operativi. La seconda parte, invece, parla di specifiche dimensioni della società e, quindi, di possibili temi di ricerca, peraltro anche molto diversi tra loro.

L’impressione, leggendo il testo, è che vi sia una certa confusione: piani differenti – da un lato la meta-analisi sociale, ossia lo studio delle premesse e delle modalità con cui si fa ricerca, e dall’altro i possibili campi di analisi – si sovrappongano e a tratti si confondono.

La confusione aumenta, anziché diminuire, se si guarda alle declaratorie degli altri settori concorsuali, che in alcuni casi racchiudono due diversi settori disciplinari. In che senso la Sociologia generale è differente dalle altre Sociologie, tutte definite sulla base del fatto che studiano processi e fenomeni specifici, se a sua volta, oltre a occuparsi delle premesse teoriche e degli strumenti metodologici della ricerca sociologica, si occupa di processi e fenomeni particolari? Forse il welfare state è un fenomeno più generale della cultura, che è di pertinenza della Sociologia dei processi culturali e comunicativi (14/C2), oppure del rapporto fra la società e il mondo delle decisioni strategiche vincolanti, proprio della Sociologia dei fenomeni politici e giuridici (14/C3), o ancora del rapporto fra la società e il mondo della produzione dei beni, dell’industria e del lavoro, appannaggio della Sociologia dei processi economici, del lavoro, dell’ambiente e del territorio (14/D1)?

A causa della sua vaghezza e della sua ambiguità, la declaratoria rischia di alimentare una forma di potere poco visibile e ambigua. Nel momento in cui i paletti entro cui l’azione valutativa ha luogo sono così vaghi e «mobili», infatti, la discrezionalità (legittimamente e comprensibilmente) attribuita alle commissioni può facilmente sconfinare in arbitrio.

 

 

Il lato gentile del potere accademico

Nominare il potere accademico fa subito pensare a forme di prepotenza e minaccia più o meno esplicite. Alle manovre per gestire i concorsi, che si sostanziano spesso in pressioni su commissari, candidati e, magari, soggetti che provano a «mediare», così come in accordi di scambio del tipo «tu oggi boccia X, allievo del mio nemico, e io domani promuovo Y, il “tuo”». Oppure alla famosa «telefonata», tipica delle procedure concorsuali e valutative, fatta di solito, per ragioni di etichetta accademica ma forse anche per paura di possibili conseguenze giudiziarie, a una persona terza, ossia all’ordinaria o all’ordinario «di riferimento» della/del candidata/o, per «suggerire» di ritirare una domanda ritenuta inopportuna o fastidiosa. O, ancora, a persone capaci di calcolare e negoziare sfruttando le contingenze del momento: magari esprimendo tutto il loro disprezzo nei confronti di chi emette giudizi definiti come ingiusti ma, allo stesso tempo, tirandosi indietro strategicamente nel momento in cui si trovano nella posizione di poter rimediare a un torto.

La storia dell’ASN è segnata senza dubbio da personaggi e fenomeni del genere, anche nel mio caso (a eccezione però delle telefonate «accademiche», che per via del mio percorso universitario piuttosto anomalo non sono state fatte per una ragione molto prosaica: capire a chi farle sarebbe stata un’impresa impossibile). Non intendo però soffermarmi qui sul lato più esplicito e visibile del potere accademico, e in particolare sul contesto relazionale in cui le decisioni formali maturano e acquistano senso. Anche perché non desidero spostare il discorso su un piano aneddotico e personale né, peggio ancora, alimentare polemiche strumentali contro i «baroni» o presunte caste che, in un periodo in cui l’università è sotto attacco e – in particolare negli Stati Uniti ma a tratti anche in Italia – è oggetto di una guerra culturale finalizzata a delegittimarne la funzione e a screditare chi ne fa parte, potrebbero fare il gioco di coloro che vogliono distruggere il sapere accademico e il suo ruolo pubblico. Non è mia intenzione prestarmi a un’operazione del genere, soprattutto ora che la stessa ASN è oggetto di revisioni le cui possibili conseguenze sono tutte da valutare.


Il potere accademico che intendo analizzare, piuttosto, ha una portata meno visibile: è più sottile e, per certi versi, «gentile». Si manifesta nella facoltà di definire cosa è – e, quindi, cosa non è – una disciplina, determinando di conseguenza chi vi appartiene. O, per dirla meglio, si declina nell’autorità di definire cosa è e cosa non è una sub-disciplina: in questo caso, la sociologia «generale» in rapporto alle altre sociologie, evidentemente «particolari». La questione, dunque, è più «alta» e strategica di quella relativa alle pressioni e alle manovre per gestire i concorsi. Per certi versi, ne costituisce la condizione di possibilità.

Se ho deciso di analizzare il potere di tracciare i confini di una disciplina è perché ritengo che il dibattito sulla partizione del sapere e sulle sue conseguenze vada (ri)aperto quanto prima. Se ho ritenuto di farlo a partire dalla mia vicenda personale è perché il mio caso presenta elementi interessati e rappresentativi, e quindi in qualche modo generalizzabili. Mostra infatti in modo chiaro quanto una vittoria sul piano giudiziario non sia di per sé sufficiente: in presenza di rapporti di forza asimmetrici, sul piano materiale non possono che ri-prodursi gli stessi esiti.

Ovviamente, sono consapevole che le priorità dell’Università italiana sono ben altre. Oltre ai già citati attacchi alle istituzioni accademiche e alla militarizzazione della ricerca, la prima è il precariato. Nel momento in cui scrivo, soltanto nell’Ateneo in cui lavoro le persone a rischio «espulsione» – che difficilmente, cioè, riusciranno a ottenere il tempo indeterminato – sono centinaia.

La precarietà e i criteri su cui le procedure concorsuali e valutative si basano, però, sono fenomeni connessi. Il modo in cui le regole del gioco del reclutamento sono fissate e concretamente attuate, infatti, condiziona i percorsi di stabilizzazione. A cominciare dall’ASN: da quando la legge Gelmini ha cancellato la figura del ricercatore a tempo indeterminato, l’abilitazione per la seconda fascia è il titolo necessario per stabilizzarsi.

Le criticità legate alla classificazione del sapere e alle declaratorie che la sostengono, dunque, riguardano non soltanto la conquista della posizione più alta nell’università italiana – che affronto qui nello specifico – ma l’intera macchina del reclutamento universitario. Parlarne, di conseguenza, è a mio avviso urgente. Farlo a partire dal mio caso è – spero – efficace perché mostra in dettaglio dinamiche che altrimenti rimarrebbero a un livello astratto e poco visibile.

 

 

Un sapere disciplinato

La storia delle discipline accademiche è di lungo periodo. Immanuel Wallerstein l’ha ricostruita con chiarezza: nel corso del XIX secolo, nel quadro di un capitalismo ormai maturo, articolato in un sistema interstatale che fa da cornice politica all’economia-mondo, la scienza sociale si istituzionalizza proponendosi come uno studio empirico della società finalizzato a comprendere il cambiamento «normale» e, soprattutto, a contenerlo e orientarlo.

La struttura del sapere riflette gli interessi materiali e simbolici degli attori che animano uno scenario al centro di importanti trasformazioni e di rapidi sconvolgimenti. Un sistema sociale, economico e giuridico fondato sull’accumulazione incessante di capitale e segnato da interconnessioni già globali ha bisogno di conoscenze capaci di descrivere la realtà ma, soprattutto, di imprimerle una certa forma. Esprime dunque la prospettiva di chi detiene il potere, anche sugli strumenti della conoscenza.

Se conoscere è almeno in parte normalizzare, l’azione di normalizzazione è esercitata in primo luogo sullo stesso sapere. Sul finire del diciottesimo secolo si consuma infatti il «divorzio» tra filosofia e scienza, promosso dai sostenitori delle scienze «empiriche», convinti che l’unica via alla verità passi per l’osservazione e la formulazione di teorie induttive e che la deduzione sia mera speculazione.


Nasce così l’università moderna, fondata sull’impianto dell’università medievale ma, di fatto, articolata in una struttura ben diversa. Al suo interno operano docenti retribuiti e a tempo pieno, che per la maggior parte non sono più chierici e sono raggruppati secondo una logica nuova: non nelle vecchie «facoltà» – le quattro tradizionali erano teologia, filosofia, legge e medicina – ma in «dipartimenti» interni alle stesse facoltà, ciascun dei quali diventa così la sede di una particolare «disciplina».

La divisione del lavoro intellettuale che ne risulta riflette il trionfo dell’ideologia liberale, dominante nel sistema-mondo capitalistico: la «scoperta», e per certi versi l’«invenzione», della società quale oggetto autonomo di studio si traduce nell’accurata delimitazione di tre sfere di attività, relative rispettivamente al mercato, allo stato e alla «persona», ossia a tutto ciò che non rientra nelle prime due – in particolare, la vita quotidiana, la famiglia, la comunità, la devianza, ecc. Le quattro discipline – oltre all’economia, alla scienza della politica e alla sociologia, c’è la storia, oggetto di una riformulazione in senso idiografico – sono interessate allo studio empirico dei paesi centrali dell’economia-mondo capitalistica. Inoltre, dal momento che il cambiamento è ritenuto normale soltanto per le «nazioni civilizzate» e che, di conseguenza, in quelle «non sviluppate» deve essere promosso o addirittura imposto, vincendo anche eventuali resistenze, la scienza sociale ambisce anche a comprendere le zone periferiche del sistema-mondo attraverso l’antropologia e gli studi «orientali». Il sapere delle nuove scienze sociali, dunque, ha la funzione di accompagnare l’espansione dei processi di accumulazione anche nella loro proiezione coloniale.


In un quadro del genere, l’Italia si colloca in maniera ambivalente. Nel contesto post-unitario, la partizione disciplinare del sapere arriva piuttosto tardi. Alcune scienze sociali – in particolare la scienza politica e la sociologia – sono istituite soltanto nella seconda metà del Novecento: le prime «cattedre», nello specifico, compaiono tra la fine degli anni 50’ e gli anni 60’ del XX secolo.

Sul piano del reclutamento, che avviene fin da subito per selezione concorsuale, il disciplinamento della conoscenza accademica segue nel tempo una traiettoria particolare: meno strutturato nelle fasi iniziali, si traduce più tardi, agli inizi degli anni 70’, nel principio secondo cui i concorsi a professore universitario debbano essere banditi per discipline o per gruppi di discipline, stabiliti in base a criteri di stretta affinità. I «raggruppamenti disciplinari», definiti da una serie di decreti attuativi e confermati poi dalla riforma universitaria del 1980, rispondono all’obiettivo di garantire la costituzione di commissioni competenti a valutare le pubblicazioni e gli altri titoli presentati dai candidati. Negli anni, i gruppi si moltiplicano, condizionando a fondo la struttura dei concorsi, chiamati non per singole discipline ma, appunto, per raggruppamenti di appartenenza.

La locuzione «settore scientifico-disciplinare» compare nel 1990 e produce effetti soprattutto sul modo in cui l’università trasmette il sapere. Gli insegnamenti impartiti nelle università, infatti, sono raggruppati, sulla base di criteri di omogeneità scientifica e didattica, in settori scientifico-disciplinari, ai quali è ricondotta, per pertinenza, la loro titolarità. Nascono così i raggruppamenti concorsuali. Proprio i settori, peraltro, sono il criterio con il quale le/i professoresse/i di ruolo e le/i ricercatrici/ori sono «inquadrate/i» ai fini delle funzioni didattiche.

Negi anni Novanta, i SSD sono definiti da diversi Decreti del Presidente della Repubblica (D.p.r.) e più volte riformulati. Fino al 1999, quando due decreti ministeriali introducono le classificazioni dei settori per «Aree» ed eliminano qualunque riferimento alle discipline intese come singoli insegnamenti. La scelta è probabilmente dovuta all’avvio della riforma degli ordinamenti didattici, avvenuta nello stesso arco temporale, e all’annuncio, che riprende una proposta del Consiglio Universitario Nazionale, dell’imminente emanazione di una sintetica descrizione dei contenuti scientifico-disciplinari di ciascun settore, arricchiti da una esemplificazione dei possibili campi di studio paradigmatici.

E arriviamo così al 2000, anno in cui un decreto ministeriale ridetermina e aggiorna i SSD e introduce le già citate declaratorie. Da allora, il quadro è stabile fino a quando, nel 2010, la legge Gelmini non apporta alcune modifiche, tra cui l’introduzione dell’ASN e dei settori concorsuali, funzionali alle nuove procedure di reclutamento. Di base, la norma conferma la rilevanza dei SSD per le chiamate delle/ei professoresse/ori, le attribuzioni di assegni di ricerca, l’attivazione di contratti per l’attività d’insegnamento, l’assunzione di ricercatrici/ori a tempo determinato e la definizione degli ordinamenti didattici universitari. Sebbene la denominazione dei settori venga in seguito modificata e le declaratorie siano parzialmente riscritte – anche se ai fini delle procedure di abilitazione sono ancora in vigore quelle originarie – lo scenario continua a rimanere grosso modo inalterato.

 

 

Campi ben confinati

I settori scientifico-disciplinari sono campi à la Bourdieu: spazi sociali strutturati caratterizzati da regole proprie, specifiche poste in gioco e conflitti per il potere o per il prestigio, vale a dire per le diverse forme di capitale che circolano al loro interno (spesso, come nel caso delle scienze sociali, di tipo sociale e simbolico più che economico). Gli attori che li popolano possono esercitare, di fatto oltre che di diritto, un monopolio sulla definizione legittima della disciplina. Una forma di potere non sempre consensuale e, soprattutto, profondamente asimmetrica. Chi fa parte della commissione ASN è in una posizione privilegiata; chi rientra nelle commissioni di concorso ha margini di azione più ridotti ma comunque significativi; chi invece agisce come semplice candidata/o dispone di scarsissime risorse definitorie.

Impiegata per tracciare confini, la declaratoria agisce come un dispositivo in senso foucaultiano: un intreccio di sapere e potere in grado di plasmare la realtà non soltanto favorendo o bloccando i percorsi di reclutamento e condizionando gli avanzamenti di carriera, ma anche costruendo un senso comune circa i contorni e i contenuti di una disciplina. La possibilità concreta e la capacità effettiva di incidere sulle forme e sulla sostanza della conoscenza strutturano cioè il modo in cui un certo ambito conoscitivo è percepito e, quindi, indagato e insegnato.

Nel caso della Sociologia generale, mi sembra che la declaratoria abbia assunto una rilevanza strategica nelle ultime tornate di ASN, rimodulando in parte i confini del settore disciplinare. Premetto che non ho alcuna pretesa di tracciare un quadro completo e preciso di come le commissioni precedenti hanno agito. Sebbene dati puntuali ed esaustivi siano necessari, a spanne mi sembra di poter dire che ce ne siano state di più severe rispetto a quella attuale. L’impressione, però, è che il loro agire sia stato dettato da considerazioni legate alla presunta «qualità» delle pubblicazioni e all’impostazione della ricerca – qualitativa o quantitativa, «neutrale» o posizionata –, non all’attinenza al settore. Motivazioni discutibili – in quanto si presentano come neutrali e «obiettive» pur essendo legate a orientamenti valoriali e politici – e in concreto discusse: comprensibilmente, hanno innescato infinite polemiche e lunghe e articolate discussioni, in particolare in occasione delle prime tornate ASN.


Determinare se le commissioni passate hanno agito «meglio» o «peggio» di quella attuale, tuttavia, non è il mio obiettivo. Ci tengo a precisarlo: non intendo attribuire patenti o stilare graduatorie «di merito». Quello che voglio provare a fare, piuttosto, è ragionare su un aspetto specifico dell’agire di chi valuta che, credo, è emerso in modo netto soltanto di recente: usare l’ASN come strategia per (ri)definire le forme e i contenuti di un SSD.

Per comprendere la portata del cambiamento – le cui conseguenze sono tutte da valutare e, comunque, saranno eventualmente visibili nei prossimi anni – può essere utile fare un confronto con la popolazione costituita dalle persone che, da quando le declaratorie sono in vigore, hanno ottenuto posizioni accademiche nel settore della Sociologia generale. Pur non disponendo di una fotografia accurata degli interessi di ricerca e dei temi trattati da chi ne fa parte, l’impressione è che si tratti di un insieme di studiose e studiosi vasto e variegato in termini di argomenti e sguardi. A suffragarla è la lista delle e degli ordinari «sorteggiabili» per far parte della commissione ASN. Se guardiamo alle pubblicazioni e alle esperienze di ricerca di chi la compone, troviamo profili molto diversi tra loro. C’è chi ha dedicato in modo esplicito il suo percorso a questioni di metodo, di teoria e di storia del pensiero e c’è chi, invece, ha affrontato temi specifici senza riflettere – o quantomeno pubblicare – nulla di espressamente metodologico, teorico o storico. Se poi andiamo a guardare i singoli «oggetti» studiati, alcuni risultano nominati nella declaratoria mentre altri lo sono soltanto nelle declaratorie di altri SSD.

 

 

Cuius regio eius definitio

Rispetto a questo scenario, la commissione di Sociologia generale attualmente in carica (per come ha operato finora) e (i quattro quinti di) quella che mi ha rivalutato hanno lavorato nel tentativo evidente di marcare una discontinuità rispetto al passato. Così facendo, le due commissioni hanno fornito la loro particolare interpretazione di che cosa sia la sociologia generale. Senza dubbio, al pari delle precedenti, hanno valorizzato gli interessi metodologici e storico-teorici e, di conseguenza, premiato chi si occupa esplicitamente di questioni di metodo, di teoria sociologica e di storia della disciplina. Allo stesso tempo, però, hanno segnato un cambio di passo:

 

  1. dando centralità a un tema specifico contenuto nella declaratoria: la salute;

  2. valorizzando, ma in maniera più ambivalente, altri temi a loro volta menzionati nel documento definitorio del SSD;

  3. considerando fuori settore temi che, seppur non nominati esplicitamente nella declaratoria, erano stati comunque ritenuti dominio della sociologia generale da molte commissioni precedenti, concorsuali e ASN.

 

Partiamo dall’ultimo punto. Secondo otto su dieci delle commissarie e dei commissari che mi hanno valutato, le migrazioni, le disuguaglianze e la sicurezza sono temi considerati estranei alla Sociologia generale. Eppure, quei temi sono l’oggetto principale, se non esclusivo, degli interessi di persone attualmente inquadrate nel settore, alcune delle quali sono presenti nella già citata lista delle ordinarie e degli ordinari sorteggiabili. A rigor di logica, allora, queste persone, secondo i parametri usati dall’attuale commissione ASN, non dovrebbero appartenere alla Sociologia generale. All’interno del campo, in altre parole, giocherebbero attori che non hanno titolo a farlo, pur essendo chiamati, di diritto e di fatto, a insegnare e a fare ricerca ma, anche, a gestire il reclutamento universitario facendo parte delle commissioni per le valutazioni comparative così come, potenzialmente, di quelle per l’abilitazione.

E veniamo al secondo punto. Le due commissioni – o, meglio, la parte maggioritaria di chi le compone – hanno applicato un approccio «selettivo» all’uso delle parole chiave: se il riferimento alla salute nelle pubblicazioni è stato adottato come un indicatore piuttosto affidabile dell’appartenenza al SSD oggetto di valutazione, l’impiego di altri termini o locuzioni a loro volta contenuti nella declaratoria – in particolare, ordine, welfare, sicurezza sociale e pianificazione – non ha prodotto gli stessi effetti. Nel mio caso, lavori che trattano questioni legate alle trasformazioni della sicurezza sociale e dell’idea di ordine o che parlano di programmazione delle politiche sono stati considerati fuori settore in quanto, pur impiegando concetti e affrontando temi propri della Sociologia generale, si porrebbero da una prospettiva altra.

Non ho lo spazio per riportare per esteso le valutazioni. Richiamo però un passaggio specifico, giusto per dare l’idea di quanto l’attribuzione di determinate categorie a un settore piuttosto che a un altro possa risultare discrezionale. Un articolo pubblicato in una delle più importanti riviste internazionali di STS (Science and Technology Studies) è stato valutato come non pertinente in quanto «l’impianto teorico si basa quasi esclusivamente su concetti e autori degli studi socio-tecnici (script, inscription, performativity, socio-technical devices), della sociologia del diritto e della governance della sicurezza». Che gli studi socio-tecnici rientrino nel campo della sociologia del diritto e della governance della sicurezza – qualunque cosa significhi quest’ultima locuzione e ricordando che la parola «sicurezza», seppure nella forma della sicurezza sociale, compare nella declaratoria della Sociologia generale e non in quella della Sociologia giuridica, della devianza e del mutamento sociale – mi sembra un’affermazione quantomeno azzardata. Bruno Latour, l’autore che ha proposto i concetti di script e in-scription discussi nell’articolo (e al centro del numero monografico in cui lo stesso si colloca), è considerato uno dei pionieri dello studio del rapporto tra scienza e società: ossia, di un filone di indagine considerato parte integrante della Sociologia generale dalla commissione ora in servizio, come emerge in modo chiaro andando a guardare le valutazioni di altre candidate e altri candidati.


E veniamo infine al primo tra i punti elencati. La salute è un tema, non uno specifico SSD, sebbene sia nominato in modo esplicito soltanto nella declaratoria della Sociologia generale. È il modo in cui viene affrontato, di conseguenza, che dovrebbe determinare la collocazione in un settore piuttosto che in un altro. Prova ne è il fatto che, allo stato attuale, chi se ne occupa si trova in differenti SSD: ad esempio nella Sociologia dei processi economici e del lavoro, nella Sociologia dell’ambiente e del territorio o nella Sociologia dei processi culturali e comunicativi, oltre che nella Sociologia generale.

La ragione che giustifica la sineddoche concorsuale favorita dalla commissione – un tema specifico diventa rivelatore di un’appartenenza generalistica – è il fatto che la declaratoria ne parla esplicitamente mentre, al contrario, non nomina altri temi che, per questa ragione, sono ricondotti ad altri settori. La loro presenza nelle pubblicazioni – individuata soprattutto a partire dai titoli, dagli abstract e dalle parole chiave – indicherebbe infatti, in modo inequivoco, la riconducibilità ad «altre» sociologie. Succede così che il solo fatto di nominare la salute diventa la ragione della collocazione automatica nella Sociologia generale mentre, al contrario, il non occuparsene e il trattare temi menzionati esplicitamente nelle declaratorie di altri settori implica la riconduzione, altrettanto automatica, alle altre sociologie.


I meccanismi argomentativi qui descritti sono esemplificati in modo paradigmatico dal mio caso. Occuparmi di integrazione delle persone immigrate è stato considerato un segno della mia pertinenza al settore SPS/10: «la sostanziale riferibilità ai temi dell’integrazione e delle migrazioni, unitamente alla persistenza dell’ambito locale, propendono per una certa afferenza alla sociologia dell’ambiente e del territorio». Non solo, il fatto di studiare temi che richiamano termini o locuzioni contenuti nella declaratoria della Sociologia generale non basta a indicare l’appartenenza al settore. Occuparmi di welfare e politiche sociali non è sufficiente: «la prospettiva sulla sicurezza sociale proposta nella produzione scientifica del candidato appare spesso più vicina all’accezione della sorveglianza e dell’ordine pubblico, con frequenti analisi di disposizioni amministrative, ordinanze e procedure operative, più vicine alla sociologia giuridica e meno a quella della sociologia generale».

Anche interessarmi al potere è considerato un forte indizio della mia alterità. Valutando un mio contributo sulla registrazione anagrafica come forma di confinamento, uno dei commissari afferma che «sebbene utilizzi categorie sociologiche classiche (civic stratification, institutional facts), l’impianto teorico [dell’articolo] è funzionale all’analisi del dispositivo di potere, rendendo la collocazione in 14/C1 (Sociologia generale) meno centrale rispetto agli altri settori». In altri passaggi dei giudizi, l’artificio retorico si mostra in modo ancora più evidente: «svelare i meccanismi di potere di una specifica istituzione politica (l’anagrafe)» rende «l’ancoraggio a 14/C1 [Sociologia generale] meno centrale nell’economia complessiva del lavoro rispetto alla vocazione politico-giuridica»; «Il lavoro presenta piena coerenza con 14/C3 (Sociologia dei fenomeni politici e giuridici), analizzando la dimensione simbolica e normativa delle politiche migratorie e il nesso sapere-potere nelle istituzioni».

L’idea che emerge dai giudizi – il potere sarebbe un oggetto di studio «non generalistico» – evoca però una concezione della sociologia che, magari involontariamente, rischia di risultare vuota e de-politicizzata. È possibile, infatti, pensare a una qualsiasi prospettiva sociologica che, seppur indirettamente e implicitamente, non si occupi di potere? Veramente il potere è un tema esclusivo della sociologia politica?


Se la risposta è affermativa, ho l’impressione che la sociologia evocata nei giudizi sia, più che generale, «generica», e concettualmente limitata. Una disciplina che guardi a una qualunque relazione sociale non vedendo, o addirittura astenendosi dal cercare al suo interno, una qualche forma di potere è non soltanto poco adatta ad afferrare le dimensioni strutturali della società ma anche di ostacolo alla comprensione, ed eventualmente alla trasformazione, del mondo in cui viviamo.

Inoltre, evocare una sociologia generale che non si occupi del potere mi sembra un atto a-storico in senso disciplinare. Proviamo infatti a immaginare i lavori dei «classici» della disciplina, o quelli dei fondatori e dei consolidatori della sociologia italiana – giusto per fare qualche nome: Franco Ferrarotti, Luciano Gallino e Alessandro Pizzorno –, senza pensare al ruolo che l’analisi del potere svolge al loro interno. Sono tutti sociologi politici e non generali, quindi?

 

 

«Non lo famo ma lo dimo»

Quanto la mia esclusione sia emblematica e rappresentativa di un modo di ragionare e agire più ampio e generalizzabile emerge se guardiamo all’argomento principale su cui si basa: le pubblicazioni presentate, essendo riconducibili a settori diversi da quello oggetto di valutazione, sarebbero per questa ragione esterne alla Sociologia generale. Chi mi ha valutato, insomma, più che dimostrare che i miei lavori non appartengono a 14/C1, ha portato prove a sostegno del fatto che sono in prevalenza di altre sociologie.

Eppure, il fatto che le pubblicazioni siano riconducibili ad altri settori non significa di per sé che non possano essere considerate di pertinenza anche della Sociologia generale. Nell’università italiana la pluri-appartenenza – dei lavori accademici e delle persone che lavorano nell’accademia – è riconosciuta, tanto che non sussiste alcun divieto ad avere più abilitazioni. L’inquadramento è unico in termini lavorativi – peraltro, in un dato momento, potendo cambiare nel corso del tempo – ma è plurale quanto a titoli conseguibili. Personalmente, per la seconda fascia ho conseguito l’abilitazione in tre dei quattro settori concorsuali sociologici. Un collega che conosco bene l’ha ottenuta in tutti, oltre ad abilitarsi in un altro settore concorsuale attiguo, la Scienza politica. Un altro ancora ne ha una in un settore di Area storica e due in settori di Area Scienze Sociali.

Il giudizio che ho ricevuto, in sostanza, sembra essere costruito per appartenenza esterna più che per non appartenenza: vale a dire che la mia lontananza dal settore oggetto di valutazione è dimostrata sulla base della semplice affermazione che appartengo ad altri settori e non attraverso una motivazione dettagliata del fatto che non appartengo a quello oggetto di valutazione.

E d’altronde non sarebbe stato facile dimostrarlo, dato che i confini e i contenuti della Sociologia generale sono a dir poco sfumati e il significato di frasi come «adottare un approccio generalista» continua a essere non chiaro. Prova ne sono altri passaggi dei giudizi. Il più significativo è forse questo: «sebbene l’autore dimostri competenza nell’uso di categorie teoriche generali (come confine, status, stratificazione, riconoscimento), queste non sono oggetto di una riflessione epistemologica o fondativa fine a se stessa, ma sono utilizzate in modo funzionale per costruire uno studio di caso paradigmatico di sociologia politica e delle migrazioni». La Sociologia generale, insomma, sarebbe tale se porta avanti riflessioni teoriche «fini a sé stesse» e non orientate a un qualche obiettivo.


La difficoltà nel definire la Sociologia generale è problematica non soltanto in sé ma anche per come si ripercuote su una questione considerata strategica nell’università, italiana e no: l’internazionalizzazione. È evidente a chiunque abbia una minima esperienza di progettazione, europea e non solo – basti pensare ai Prin (Progetti di Rilevante Interesse Nazionale) –, che la classificazione su cui il sapere a livello europeo si basa è incompatibile con quella in vigore in Italia. I settori ERC (European Research Council) parlano una lingua del tutto differente da quelli parlata dai settori italiani. Rendere i due sistemi classificatori compatibili, confrontabili e, soprattutto, sovrapponibili è un’impresa disperata, che a volte produce esiti grotteschi.

Senza voler fare qui una difesa dei settori ERC – criticabili da diversi punti di vista – va notato però che sono in grado, ben più di quelli italiani, di valorizzare un’altra dimensione strategica della ricerca accademica: l’interdisciplinarietà. Il modo in cui sono organizzati, infatti, facilita connessioni tra temi e prospettive, enfatizzando più la dimensione dei contenuti e della costruzione teorica dell’oggetto/soggetto di studio che quella rigidamente disciplinare.

Eppure, internazionalizzazione e interdisciplinarietà sono elementi considerati strategici anche nei giudizi che ho ricevuto. In quello della commissione nominata a seguito del ricorso, in particolare, i tre commissari e la commissaria che mi hanno valutato come «non idoneo» hanno esplicitato più volte che i contributi da me presentati non possono essere considerati coerenti con il settore 14/C1 e neppure con quelli interdisciplinari che gli sono pertinenti. Quali siano i confini di questa interdisciplinarietà, però, non è mai spiegato. In particolare, non si capisce quale sia il confine tra un approccio interdisciplinare che, come tale, sconfina troppo in discipline attigue – tra cui le altre sociologie – e uno che, invece, non si spinge oltre un punto di non ritorno rimanendo così dentro il perimetro della Sociologia generale. Non può essere chiaro, del resto, dato che a essere ambiguo e nebuloso è proprio il settore oggetto di valutazione.

Quanto all’internazionalizzazione, alcuni argomenti a favore della mia bocciatura sono interessanti per le motivazioni su cui si fondano: la bibliografia dei miei lavori. Stando alla valutazione dei tre commissari e della commissaria che mi hanno valutato come «non idoneo», i riferimenti presenti nelle mie pubblicazioni, anche quelle internazionali, non sarebbero interni alla Sociologia generale. Peccato però che la Sociologia generale sia una categoria che esiste soltanto nell’accademia italiana mentre in quella internazionale significhi poco o nulla. Quindi, in che modo contributi internazionali presenti nella bibliografia di un articolo internazionale possono essere classificati come appartenenti o meno a un settore sconosciuto nel mondo accademico non italiano?


La sensazione è che «interdisciplinarietà» e «internazionalizzazione» siano parole che funzionano come dispositivi discorsivi chiamati a produrre consenso e conformità simbolica più che a incidere in modo sostanziale sull’organizzazione e sulla valutazione della ricerca. Non soltanto per la difficoltà oggettiva di dare loro sostanza ma anche per la scarsa volontà di prenderle veramente sul serio. Non basta guardare alle università più blasonate della Ivy League come benchmark, o passarci anni a fare ricerca e a insegnare, per salvarsi da una chiusura mentale e strumentale che emerge con prepotenza quando si assumono come dogmi partizioni disciplinari incomprensibili o quasi in altri luoghi del mondo.

Nominare parole chiave senza tradurle in atti concreti mi fa venire in mente una delle serie Tv più ciniche e acute degli ultimi decenni, Boris. In particolare, mi fa pensare a una strategia per cavarsela con furbizia in situazioni difficili richiamata in uno degli episodi della quarta stagione: ispirata ai lavori dei fratelli Vanzina, famosi per i «cinepanettoni», è chiamata «non lo famo ma lo dimo». Viene tirata in ballo dai tre improbabili sceneggiatori quando, sullo sgangherato set in cui è ambientata la serie, sta per essere rappresentata la Strage degli innocenti. Mettere in scena realmente l’eccidio compiuto da Erode, che ha portato all’uccisione di tutti i bambini di Betlemme dai due anni in giù nel tentativo di eliminare Gesù, non è però fattibile per mancanza di soldi. Quello che il trio di «professionisti» propone di fare, allora, è raccontare il fatto senza mostrarlo veramente sullo schermo: «Non lo famo, ma lo dimo», appunto.

 

 

Sociologia delle contraddizioni disciplinari

Gli effetti delle declaratorie, a volte surreali e grotteschi, rientrano in un quadro più ampio di problemi che affliggono un’università italiana che si dedica a spaccare il capello in quattro per partizionare il sapere e distribuire il potere accademico. Lo scenario che ne deriva è stato descritto in numerose analisi, generali o riferite ad ambiti specifici – in particolare al diritto e alla psicologia –, le cui conclusioni sono piuttosto critiche, e inevitabilmente caustiche.

Il primo dei problemi che derivano da una divisione rigida del sapere riguarda le ragioni effettive che ne sono alla base. Il sistema universitario italiano, infatti, si fonda «su una classificazione che necessita di stabilità e confini netti, perché è pensato come uno strumento che deve sostenere non l’avanzamento del sapere ma le decisioni istituzionali, lo sviluppo delle sedi accademiche e le carriere individuali». Una logica del genere, tuttavia, è in contraddizione con le motivazioni ufficiali che hanno portato all’introduzione dei SSD: «quando la legge dice che i settori scientifico-disciplinari dovranno costituire i raggruppamenti concorsuali, non dice affatto – ed anzi nega assolutamente – che considerazioni di natura concorsuale o comunque attinenti agli equilibri o agli interessi del potere accademico (con la sua informale articolazione in famiglie, scuole e colleganze varie) possano influire in qualche modo nella definizione dei settori scientifico-disciplinari».

Del resto, «gli interessi e le abitudini spartitorie dei gruppi accademici spingono alla riproduzione incessante di nicchie, riserve e spazi disciplinari protetti e cioè alla creazione o alla conservazione di doppioni (discipline che sotto denominazioni diverse hanno lo stesso contenuto), microdiscipline o discipline finte (prive di contenuto scientificamente o didatticamente rilevante), che una seria razionalizzazione degli insegnamenti ha il compito di spazzare via».

In questo senso, «i settori scientifico-disciplinari sono gabbie. In quanto tali non sono in grado di contenere la complessità del reale in continuo mutamento. Il rischio è che la loro rigidità ostacoli il progresso del sapere (e la sua trasmissione). Le discipline sono sì campi del sapere. Ma esse sono anche gruppi sociali (formati dai cultori della disciplina) che condividono principi, valori, tassonomie, metodologie. I gruppi sociali disciplinari hanno interesse a difendere il proprio sapere. Soprattutto hanno interesse a trasmetterlo e a riprodurlo. Ecco la ragione per cui il reclutamento è la preoccupazione più importante per molti professori universitari». Il ruolo degli interessi materiali e non strettamente scientifici alla base delle partizioni del sapere, inoltre, è testimoniato «dalla nascita e dal proliferare di società scientifiche fortemente disciplinari», che contribuiscono a far apparire le discipline, agli occhi dei non addetti ai lavori, «come monoliti».

Nel caso della sociologia, peraltro, la nascita della realtà associativa principale, l’Associazione Italiana di Sociologia (AIS), è segnata da un’articolazione in correnti – Sociologia della persona (Spe), MiTo e Terza componente (o Ais3) – che ricorda la lottizzazione della Rai degli anni Settanta (Rai1 ai cattolici, Rai3 ai comunisti e Rai2 ai socialisti). Sebbene oggi quelle divisioni abbiano perso buona parte della carica ideologica delle origini, a essere più vivi che mai sono i conflitti di potere che ne segnano l’esistenza, condizionati anche dalla dominanza numerica di una delle tre componenti, che, allo stato attuale, si riflette in maniera evidente sulla composizione delle commissioni ASN del settore Sociologia generale.


La partizione rigida del sapere non impatta soltanto sulla ricerca ma anche sulla didattica. Come evidenziato in modo chiaro, i settori scientifico-disciplinari «danneggiano gli studenti perché i curricula dei corsi di studio sono concepiti ribaltando i SSD (nati per disciplinare le carriere dei professori) sulla didattica senza che nessuno abbia mai spiegato il fondamento razionale di tale scelta».

Il rapporto tra la didattica e l’abilitazione basata sui SSD, in effetti, è delicato e ambiguo. Per scelta, l’ASN non tiene conto di ciò che si insegna, valorizzando soltanto i corsi tenuti negli ambiti dei dottorati di ricerca e/o all’estero. In questo modo, però, lascia fuori un pezzo importante della traiettoria scientifica compiuta dalle persone valutate, che quasi sempre comprende anche una dimensione didattica, a volte episodica e accidentale – ci si trova per diverse ragioni a insegnare qualcosa che ricade al di fuori dei propri temi di ricerca – mentre altre volte sistematica e strutturale. Nel mio caso, dieci anni di insegnamento di Storia del pensiero sociologico, due di Teorie sociologiche e svariati di Sociologia generale e di Politiche sociali rimangono totalmente invisibili.

Più in generale, il nesso ambivalente tra il modo di definire i confini di un campo disciplinare e i meccanismi effettivi di reclutamento si riverbera sulla didattica e, dunque, su chi apprende oltre che su chi insegna. Il messaggio che si trasmette quando si decide di non abilitare in prima fascia persone inquadrate da anni in un settore è piuttosto ambiguo: è un po’ come dire che stanno svolgendo un’attività senza avere i requisiti per farlo.


Personalmente, continuo a essere inquadrato nella Sociologia generale e, quindi, a insegnare materie che ricadono in quel campo disciplinare. Il fatto che non sia stato abilitato da ordinario in quel SSD, allora, cosa significa precisamente? Che non sono più titolato a fare didattica al suo interno? Se è così, cosa mi devo aspettare? Forse l’arrivo di una sorta di ICE del Ministero dell’Università che mi venga a prendere in aula mentre insegno Sociologia e mi porti via ricacciandomi in malo modo entro i miei confini disciplinari? Dobbiamo aspettarci anche che quella stessa «polizia della disciplina» faccia un po’ di repulisti nella lista delle ordinarie e degli ordinari sorteggiabili – i cui curricula, a tratti, appaiono sospetti quanto a «purezza» disciplinare – cambiando loro di ufficio il settore? O, ancora, che agisca sulla memoria riordinando i curricula di chi è stato indebitamente inquadrato in Sociologia generale nei decenni scorsi?

Un’impostazione di questo tipo, peraltro, pone un problema di coerenza intertemporale delle scelte istituzionali: è ammissibile che l’appartenenza a un settore possa essere ridefinita in modo così restrittivo senza tenere conto di valutazioni precedenti del tutto divergenti? Ossia, senza dimostrare una presunta frattura negli interessi di ricerca avvenuta in un preciso momento? Nel caso qui richiamato, le commissioni che hanno espresso giudizi negativi non hanno fornito argomentazioni del genere. Ne emerge, di conseguenza, non tanto un conflitto individuale quanto una cesura nella continuità dei parametri valutativi.

L’incoerenza intertemporale è soltanto un tassello in più che si aggiunge a un quadro complesso e a tratti sconfortante. La frammentazione del sapere e le sue conseguenze sulla ricerca e sulla didattica, infatti, sono parte di un insieme più ampio di questioni legate alle trasformazioni dell’università e alle sue torsioni neoliberali, che si traducono spesso nel ricorso alla valutazione come ideologia dai tratti punitivi e che rischiano di rendere il mondo accademico un luogo autoreferenziale fondato sulla figura dell’intellettuale specializzato. Le derive localistiche del sistema di classificazione del sapere in vigore in Italia, pur essendo frutto di percorsi in buona parte autonomi, rientrano in una traiettoria generale fatta di requisiti da soddisfare, retoriche spesso vuote che però vanno in qualche modo recepite e fatte proprie, standard internazionali a cui è necessario conformarsi più a parole che nei fatti e pressioni produttivistiche a cui si cerca di rispondere con tattiche di adattamento che possono avere effetti perversi.


In uno scenario del genere, in cui l’accademia italiana ha scelto di collocarsi costruendo una sorta di tavola periodica delle discipline, la Sociologia generale appare, anche e soprattutto nel suo rapporto con le Sociologie «particolari», come un oggetto un po’ buffo e spaesato. Sta lì, a tratti sola a volte in compagnia, ma non si capisce bene cosa sia e cosa faccia. È un po’ come il cane appartenente all’imperatore con cui inizia la famosa classificazione degli animali proposta da Borges e ripresa da Foucault: è la prima di un elenco di enti il cui rapporto reciproco risulta caotico e illogico più che ordinato e armonico. Rappresenta dunque il punto di avvio di una catena di equivoci e incomprensioni che, purtroppo, condiziona la struttura della ricerca e della didattica nel campo, sconnesso e frammentato, delle scienze sociali italiane. Rompere questa catena, liberando il sapere dai vincoli e dalle rigidità che lo ostacolano facendo finta di razionalizzarlo, implica ripensare l’intero sistema accademico: prendendo come pretesto l’illogicità di un settore per guardare al quadro più ampio, nel tentativo di immaginare una scienza sociale storica che non sia condizionata da interessi materiali travestiti da esigenze intellettuali.


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Enrico Gargiulo, sociologo, lavora nel Dipartimento di Culture, Politica e Società

dell’Università di Torino, dove insegna Sociologia e Politiche di integrazione e

cittadinanza locale e fa ricerca su temi legali alla cittadinanza, alle politiche sociali,

all’integrazione delle persone immigrate, alla gestione della popolazione e alla polizia. Ha

scritto diversi libri, tra cui, di recente, Contro l’integrazione. Ripensare la mobilità

(Meltemi, 2024) e Protocollo: uno strumento di potere (elèuthera, 2026).

 

 

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