Il fumetto di «Metropoli» sul rapimento di Aldo Moro

Intervista a Paolo Virno, 1998



All’interno del primo numero della rivista «Metropoli» c’è il fumetto sul caso Moro. Venne pubblicato a un anno dagli avvenimenti, nel giugno 1979. Perché la scelta di affrontare l’affaire Moro in questa forma?


Perché la forma del fumetto è una forma metropolitana, contemporanea, molto efficace, che fa parte dei linguaggi e dei gerghi della comunicazione di massa. Si è voluta scegliere una forma di presa immediata, di forte efficacia, evitando ogni forma di discorso paludato, solenne o semplicemente astratto; far vedere, o meglio, sollecitare l’immaginazione rispetto a una sequenza di eventi drammatici come era stato l’affaire Moro sembrava una scelta legittima. Poi naturalmente la scelta che sta dietro la forma fumetto è la scelta di una narrazione, di un racconto, e la scelta di un racconto era tanto più necessaria tanto più che dei particolari concreti dell’affaire Moro si sapeva ancora assai poco. Occorreva per così dire un supplemento d’immaginazione per colmare le lacune conoscitive. Bisognava rappresentare una sequenza di gesti anche laddove alcuni di essi non erano conosciuti, per esempio il posto dov’era stato portato Moro dopo lo scontro a fuoco di via Fani non lo si sapeva, però andava immaginato un luogo, dando ogni volta una concretezza anche nella forma di ipotesi, di supposizione, di immaginazione a tutta la vicenda. Naturalmente vi è un succo politico molto netto e molto chiaro che regge quel fumetto, quella narrazione, quello sforzo di immaginazione. Il succo politico è, come è evidente dall’inizio alla fine del testo e delle immagini, il carattere fondato, verosimile e molto importante dell’ipotesi di una trattativa e di un buon esito di essa, ossia si era sfiorata la possibilità concreta di un esito non cruento per quanto riguardava la persona di Moro, laddove lo Stato, le istituzioni, il sistema dei partiti fosse stato, o meno abbarbicato su se stesso, meno rigido, meno dotato di riflessi pavloviani votati alla fermezza e alla chiusura. Il tessuto connettivo politico del fumetto era la rilettura della vicenda di un anno prima in chiave di tarttativa possibile, di trattativa colpevolmente omessa da parte di Stato e partiti.


Il primo numero di «Metropoli» fu poi sequestrato. Come andò?


Il primo numero di «Metropoli» fu sequestrato in tutte le edicole della Repubblica all’inizio del giugno del 1979, due giorni dopo che era uscito. Naturalmente questo era dovuto a un insieme di cause, non solo al fumetto. Era dovuto al fatto che su «Metropoli» scrivevano alcuni degli imputati del processo 7 aprile. Due mesi prima era scattata la gigantesca operazione di annientamento in senso proprio dell’area antagonista, dell’autonomia operaia. Tra gli arrestati e i latitanti che si erano sottratti all’arresto del 7 aprile 1979 vi erano alcuni redattori di «Metropoli», valgano per tutti i nomi di Franco Piperno, Oreste Scalzone e Lauso Zagato. Il fatto che la rivista uscisse denunciando l’operazione poliziesca e piccista (l’operazione del 7 aprile era fortemente auspicata dal Partito comunista italiano) non poteva che sembrare un gesto di protervia, naturalmente quest’impressione ha contribuito al provvedimento di sequestro. Poi vi era il fumetto. Poi vi era stato l’arresto di Morucci e Faranda che erano usciti un po’ di tempo prima dalle Brigate rosse e che avevano trovato una ospitalità tramite vecchie conoscenze legate al vecchio gruppo di Potere operaio che si era sciolto nel 1973. La maniera in cui avevano trovato questa ospitalità passava anche per alcune persone della redazione di «Metropoli». Fumetto, operazione 7 aprile, questa sorta di vicinanza non politica, non di programma politico, ma di aiuto, di appoggio di due persone in fuga, quest’insieme di cose provoca il sequestro della rivista. Per altro la rivista, va detto subito, era nata non come una rivista volta a riflettere sulla lotta armata, ma sulle nuove caratteristiche del lavoro e del non lavoro sociale, su quell’onda lunga culturale, sociale e politica inaugurata dal movimento del ’77. Per quanto riguarda il disegnatore del fumetto ha vissuto episodi che, allora drammatici, a distanza di tanto tempo fanno anche sorridere e mostrano lo straordinario grado di ridicolo di cui non esitarono a coprirsi le istituzioni. Il giudice chiese a Madaudo, il disegnatore del fumetto Moro, in un interrogatorio: «Ci dica dunque dov’era il garage che lei col disegno ha rappresentato come il posto dove era stato portato Moro dopo il rapimento di via Fani». Naturalmente quello non potè che tirare fuori un suo vecchio fumetto di tutt’altra natura, di tipo commerciale, in cui era disegnato il garage che gli aveva dato lo spunto pratico per disegnare la vignetta su Moro. Il disegnatore non fu incriminato, ma certo interrogato con grinta per estorcere dalle tavole del fumetto quella verità falsa di cui loro cercavano conferma, il fatto che Autonomia e «Metropoli», rivista dentro l’autonomia, fosse in realtà la direzione di tutta la lotta armata nazionale. «Metropoli» esce per sette numeri, attraversando diverse traversie giudiziarie. Ci racconti la sua storia e i suoi rapporti con i movimenti a cui faceva riferimento?

Breve e felice è la vita della rivista «Metropoli», breve e anche perigliosa naturalmente, perché comportò un certo numero di arresti e un cospicuo numero di anni di galera. Felice dal punto di vista intellettuale e politico, perché nell’arco di questi pochi numeri si tentò di inaugurare una lettura critica degli anni Ottanta che avevamo davanti. Vale a dire di pensare in termini positivi quella rottura di schemi, paradigmi, modelli della sinistra e del Movimento operaio che si era annunciato fragorosamente in Italia col movimento del ’77, vale a dire l’epoca del non lavoro, dell’intellettualità di massa, della preminenza del sapere e della comunicazione nella produzione sociale. Provare a leggere e a tratteggiare quest’epoca in cui si vedevano i primi segni come il terreno proprio di una nuova fase della civilizzazione. Una rivista proiettata in avanti, in cui si assumevano gli elementi della disoccupazione strutturale e del non lavoro come il terreno a partire dal quale andava pensata la politica. La rivista nasceva anche in un contesto determinato e contingente, quello del ’77 e ’78, un movimento di massa, complesso e sconfitto, e aveva progettato di essere una rivista assai più vasta di quella che fu, di tutta l’area antagonista che aveva fatto la sua prova nel ’77. La redazione operativa fu poi più ristretta con due nuclei redazionali a Milano e a Roma, in cui ogni velleità di darsi un elemento organizzativo venne meno, mentre si considerò giustamente l’importanza che aveva la costruzione di un discorso a partire dalle nuove condizioni che si erano date. Ci fu una lunga gestazione del primo numero durata almeno un anno, con un lungo servizio sul campo sulla questione polacca e l’analisi dell’onda lunga del movimento del ’77 e cose analoghe.

Naturalmente l’attenzione degli organi giudiziari fu concentrata viceversa sui, per altro scarsi, riferimenti alle caratteristiche che aveva preso e stava prendendo la lotta armata in Italia. Ma vi è una sproporzione tra l’immagine di «Metropoli» costruita da media e giudici e quello che era il terreno effettivo del suo impegno di carattere analitico, politico e sociale.


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Moro Metropoli
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