Il divenire e noi
- Francesco Di Maio
- 14 ore fa
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Recensione a Divenire rivoluzionari.e. Gilles Deleuze, Félix Guattari e noi di Roberto Ciccarelli

Una riflessione di Francesco Di Maio su Divenire rivoluzionari.e. Gilles Deleuze, Félix Guattari e noi di Roberto Ciccarelli, pubblicato recentemente da DeriveApprodi.
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David Herbert Richards Lawrence, nella sua Introduction to these paintings del 1929, descriveva con minuzia la lotta senza quartiere intrattenuta da Paul Cézanne contro i clichés. La tela davanti al pittore, per quanto bianca, non è mai vuota, bensì piena di quelle immagini stereotipiche dalle quali chi si avvicina a dipingere deve prima liberarsi, fare spazio, per poter procedere. Ogni creazione prevede allora una pars destruens prima di una construens. Non si dà mai una creazione ex nihilo, ma sempre all’interno e nel mezzo di un processo in cui si è da sempre immersi. Le riflessioni di Cézanne riportate in quelle pagine di Lawrence hanno avuto forte influenza su Gilles Deleuze. Fin dal corso Sulla pittura del marzo-giugno 1981 all’Università di Vincennes-Saint Denis, da poco accessibile anche in volume (Minuit 2024; ed. it. Einaudi 2024), passando poi per il libro su Francis Bacon (1981), il filosofo francese ha posto in analogia la produzione pittorica con quella concettuale, attività propria della filosofia.
La lotta ai clichés è stata pertanto scelta come punto nevralgico dell’ultimo capitolo del recente volume di Roberto Ciccarelli Divenire rivoluzionari.e: Gilles Deleuze, Félix Guattari e noi (DeriveApprodi, coll. «humanities», 302 pp., 22,00€). Non è la prima volta che il giornalista e ricercatore dedica un lavoro filosofico all’opera dei due francesi — si pensi a Immanenza: Filosofia, diritto e politica della vita dal XIX al XX secolo (il Mulino 2008) — o alla tradizione spinozista, della cui Renaissance alla fine degli anni ‘60 Deleuze è stato uno dei massimi fautori — i due Potenza e beatitudine: Il diritto nel pensiero di Baruch Spinoza (Carocci 2003) e Immanenza e politica in Spinoza (Aracne 2006). A questi testi, l’autore fa corrispondere un’ampia produzione di testi politici che è applicazione e attualizzazione dei primi. Se ne ricordano qui almeno i due più recenti, L’odio dei poveri (Ponte alle Grazie 2023) e Una vita liberata: Oltre l’apocalisse capitalista (DeriveApprodi 2022).
La pubblicazione di Divenire rivoluzionari.e si inserisce — suo malgrado — tra le iniziative di questo anniversario deleuziano (1925-1995). «Suo malgrado» nella misura in cui si tratta di un testo che vive di una temporalità almeno tripla. In primo luogo, infatti, il testo in questione, pur avendo colto la ricorrenza come occasione di scrittura, non si vuole porre né come «commemorazione» né tantomeno come «introduzione» al pensiero dei due (p. 3). Il libro, poi, cerca di riflettere sull’attualità della riflessione di Deleuze e Guattari, dal momento che, tanto oggi quanto alla fine degli anni ‘60 — cioè quando inizia l’amicizia e il sodalizio tra i due due — si pone il medesimo problema: come divenire rivoluzionari.e in tempi contro-rivoluzionari (p. 4). Infine, si incontra una terza temporalità, riportata dall’autore a partire dal suo vissuto (pp 255-256), relativa ai processi di rimozione della filosofia dei due francesi all’interno dei dibattiti degli anni Settanta e Ottanta e che solo negli ultimi decenni, specie dopo l’esplosione dei loro nomi al livello mondiale, ha ricevuto una propria legittimazione. Questa tuttavia è avvenuta a costo di fraintendimenti, strumentalizzazioni e banalizzazioni, di cui il volume di Ciccarelli vuole in qualche misura sbarazzarsi per riportare la carica rivoluzionaria e l’attualità della componente politica della schizoanalisi, ovvero quella della «critica del modo di produzione capitalistico e della creazione di una soggettività antagonista» (p. 174).
Perché però relegare quest’operazione demistificante alla parte conclusiva del proprio lavoro, se, su un piano logico, essa si pone come suo incipit? Tributo tanto alla conferenza di Deleuze del 1977 Spinoza et nous quanto all’omonimo libriccino di Toni Negri (Galilée 2010; ed. it. Mimesis 2012), l’ultimo capitolo, Deleuze, Guattari e noi (pp. 255-296), ripreso non a caso nel sottotitolo del volume, è una ricostruzione e introduzione storico-politica alla filosofia di Deleuze e Guattari e alle loro risonanze condotta nel tentativo di epurare i due da clichés varî. La motivazione di questo montaggio, probabilmente, è quella sia di entrare da subito nel vivo del dibattito — alla luce dell’urgenza che si ha nei confronti dell’attualità tanto del pensiero dei due quanto dei processi di controrivoluzione in atto —, sia di spostare il momento negativo e di inquadramento storico dietro le quinte, come a volerne in qualche modo ridurre il paradosso con gli intenti primi dell’opera.
È però necessario sottolineare i meriti del libro. Come già indicato, il volume è dedicato non al solo Deleuze, ma alla relazione e alla ricchezza della sua produzione in rapporto a quella di Félix Guattari. Come esplicita l’autore, «[p]rima Guattari ha permesso a Deleuze di maturare il proprio marxismo che poi è stato squadernato ne L’anti-Edipo e in Mille piani. Dopo, quando sono stati pubblicati i suoi numerosi scritti sparsi, Guattari ha permesso di comprendere Deleuze attraverso la sua ecofilosofia. Uno scambio così intenso, in un senso e nell’altro, permette di comprendere il funzionamento della contro-rivoluzione neoliberale. Legare l’opera di Deleuze e di Guattari alla critica del neoliberalismo inteso come campo egemonico all’interno del quale si affrontano opzioni conflittuali permette di fare sia una storia politica del presente, sia di interrogare le condizioni di una prassi alternativa, quella della caosmopolitica» (p. 252).
Come già suggerito dalla ricerca di François Dosse, ancora non accessibile in italiano, quelle di Deleuze e Guattari sono delle biografie croisées, tanto incrociate, sì, quanto anche «crociate», proprio come le parole dell’enigmistica: solo con alcuni elementi dell’una è possibile indovinare l’altra e viceversa. Solo con l’attivismo dell’uno è possibile riportare con i piedi per terra la produzione concettuale dell’altro che, come qualsiasi filosofia, può essere ventriloquata, trasportando così l’immanenza sulle alture della trascendenza; solo con il rigore storico-teoretico del primo è possibile prendere sul serio i concetti sottesi al fervore politico dell’altro. Pertanto, un lavoro come quello di Ciccarelli va apprezzato, così che possa essere affiancato da ulteriori ricerche sulla produzione filosofica del solo Guattari. Sebbene si possa ravvisare un cambiamento di rotta nelle nuove riedizioni e nuove traduzioni italiane delle sue opere, quest’ultimo è stato solitamente misconosciuto, frainteso o banalizzato, mentre la sua produzione politica andrebbe ora ampliata con lo studio dell’apporto effettivo e alla sua attualità per i vari campi del sapere che ha — e di cui si è — nutrito: dalla psicoanalisi alla semiotica, dall’epistemologia alla teoria dei media.
La formula «Spinoza et nous», voleva dire, per Deleuze, «nous au milieu de Spinoza». Per Ciccarelli, «nous au milieu de Deleuze et Guattari» vuol dire innanzitutto divenire. L’ontologia modale di Spinoza diventa allora la filosofia in cui tutto non è che una modifica di un’unica sostanza. Non vi sono dogmatismi, principi assoluti, istanze eterne, identità, se non come effetti di senso da demistificare. Deleuze mutuava il suo concetto di divenire rileggendo i dialoghi del tardo Platone introdotti sempre dalla domanda «τι ἐστι», «che cos’è?». Lungi dal giungere allo stabilire una gerarchia degli enti, il rovesciamento del platonismo di Deleuze avviene all’interno di Platone stesso, nel dimostrare cioè come nessun ente possa perfettamente incarnare l’idea pura. Pertanto la realtà non si articola che di simulacri in processi di divenire.
Al di là dell’orrore greco per l’indefinito, è il divenire platonico che permette al filosofo francese di poter ripensare la sostanza spinoziana. La lunga serie di divenire, per la quale la schizoanalisi è stata spesso presa a parodia, non è che una morfologia della varietà dei possibili modi in cui si dà la stessa sostanza. Non quindi sostanze, in cui paradossalmente si dovrebbero dare gli individui, ma le maniere in cui il pretetico lavora prima e al di là della supposte identità. ‘Divenir animale’ non implica, in altri termini, un’animalizzazione, ma un processo animale di trasformazione della realtà in cui le singolarità sono tanto fautrici quanto mezzo, mentre le identità possono tanto essere travolte quanto ricoprire un rischio di caduta.
Il divenire, pertanto, per essere tale, non può che essere rivoluzionario, nella misura in cui non indica solo il processo trasformativo, ma va a destituire qualsiasi criterio, la ratio, in base al quale si stabilisce un minore e un maggiore: divenire «[s]ignifica mettere in discussione i criteri stessi che definiscono la verità, cioè quel valore in base al quale si determinano le grandezze e si dividono le parti esistenti in una società come una “maggioranza” e una “minoranza”» (p. 44). Pertanto il «divenire minoritario» va «declinato al plurale: i divenire sono minoritari perché altrettante sono le molteplicità che fuggono dalla soggettività composta in termini maggioritari» (p. 45). Il divenire è composto sempre allora di un doppio movimento, dove la sua riuscita si dà sempre per la composizione di questi due elementi: non può esserci mero potere destituente senza una critica radicale all’istanza soggettuale e individuale, ricordando allo stesso tempo come il dissolvimento delle identità senza l’eliminazione dei rapporti di forza che dividono e separano è reso nel migliore dei casi innocuo, nel peggiore nocivo. Il divenire rivoluzionari.e indica allora che «qualcosa di contrario rispetto allo stato presente delle cose è attivo e si muove sul piano in cui è costretto ad agire. Allo stesso tempo, il suo movimento è ricondotto a ciò che lo nega e si riafferma nella totalità che lo stritola» (p. 17).
Ma perché quella «-.e»? Prendendo spunto dalla morfologia della lingua francese, in cui il plurale femminile dei sostantivi si ottiene tramite l’aggiunta di un affisso, con questa dif-ferenza (à la Derrida) l’autore vuole esplicitare, come suggeriscono Deleuze e Guattari in Mille piani, come ogni divenire «contesta il dualismo quando comincia e passa dal divenire-donna» (p. 35). L’«-.e» indica che il «divenire è trasversale ai dualismi, alle gerarchie di classe, di genere e di razza, alle frontiere e alla proprietà ed è la problematizzazione continua dell’idea di rivoluzione» (p. 4). Sebbene il divenire in questione venga messo in risonanza con i movimenti transfemministi contemporanei, non è esplicitato il perché l’autore non abbia adottato una soluzione più congrua con la lingua italiana per evitare la sovraestensione del maschile come genere non marcato, ovvero tramite la sostituzione e non l’aggiunta di desinenza (si pensi a vario titolo a soluzioni quali la ‘ə’ o l’‘*’).
Un’ipotesi si può riscontrare nella tesi secondo cui la trasversalità, già concepita da Guattari nel 1964 alla luce della sua esperienza clinica a La Borde, possa essere utilizzata come alternativa alla prospettiva intersezionale di Kimberlé Williams Crenshaw (p. 220). Quest’ultima risulta essere un movimento che «associa oppressioni diverse nello stesso spazio politico», «unifica le contraddizioni multiposizionali con il capitale, la classe, la razza, il sesso o l’ambiente» e, pertanto, produce come effetto «una concentrazione», un’«unificazione di ciò che è già dato». Essa è «interclassista», producendo la «somma delle oppressioni in un unico soggetto», ed evoca come soluzione un «orizzontalismo opposto a un verticismo», una «convergenza verso un centro inteso come il centro di tutte le contraddizioni del sistema, lì dove si prepara la battaglia finale» (ibid.).
Secondo Ciccarelli, la trasversalità, al contrario, è il movimento che «attraversa uno spazio politico perimetrato, scompone la “soggettività maggioritaria” e riaggrega i singoli componenti in un altro divenire». Essa è un «taglio nella vita dei gruppi che condividono lo stesso ambiente ed eseguono i compiti stabiliti da un ruolo». Si tratta di una «dislocazione», in quanto «moltiplicazione che permette la creazione di nuove sintesi alla luce delle quali i soggetti implicati formano diverse rappresentazioni di sé e del mondo». Si tratta di una «“pratica strategica”» il cui fine è quello di «concepire» e «istituire una società attraverso la trasformazione reciproca degli attori collettivi sotto l’effetto delle loro pratiche», «rimettere» cioè «in movimento una vita bloccata, liberandola sia dai significanti vuoti invalidanti, sia dalle loro strutture di dominio, creando un concatenamento collettivo in divenire, cioè una soggettività», ovvero a partire da ciò che — in termini sartriani — possiamo chiamare «nuovi “gruppi soggetto” o “gruppi rivoluzionari”» (pp. 220-221).
Quella «-.e», in conclusione, vuole essere un’istanza aggiunta, trasversale, un elemento di riassetto, così come di fuga da quanto sembra essere una neutralità assunta come naturale, ma di cui è necessario, oggi come sempre, riconoscere tanto la storicità quanto il rischio che si solidifichi in ogni meandro della nostra vita. Noi, au milieu de Deleuze e Guattari, abbiamo ancora gli strumenti concettuali per divenire rivoluzionari.e.
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Francesco Di Maio (n. 1992) collabora con il Dipartimento di Architettura dell'Università di Bologna ed è membro del gruppo di ricerca Architectural Humanities. Ha curato l'edizione italiana di Dark Deleuze di Andrew Culp (Mimesis 2020) e di Che cos'è l'ecosofia? di Félix Guattari (Orthotes 2025). Sue sono Univocità e individuzione: Gilles Deleuze lettore di Giovanni Duns Scoto (Ventura 2023) e Saturazione ed eccedenza: Il problema dello spazio nell'estetica e nella Naturphilosophie schellinghiane (in corso di pubblicazione).
Per approfondire:









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