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Il carcere come scuola di rivoluzione

La formazione  dei militanti politici del proletariato extralegale

 


A partire da una lettera scritta nel 1974 dal detenuto Cesare Concu, Cesare Manganelli ricostruisce alcuni aspetti della politicizzazione nelle carceri italiane durante gli anni Settanta. Al centro, il rapporto tra esperienza detentiva, formazione politica e movimento dei detenuti, nel contesto delle lotte carcerarie e della nascita delle organizzazioni rivoluzionarie di quegli anni.

La nota fa parte di un lavoro più ampio sulla evasione dal carcere di Alessandria del 9 . Una prima ricostruzione con il titolo La tentata evasione dal carcere di Alessandria è già stata pubblicata su Machina il 9 settembre 2025.


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Vi sono momenti della storia politica e individuale, a volte solo attimi, nei quali le singole persone, grazie alla loro posizione e all’interesse, alla passione che le pervade durante l’impegno politico, si «sollevano» in senso blochiano, scorgono con chiarezza antivedente dentro la grande Storia e sono in grado di superare i loro limiti individuali. Poi basta un altro angolo, una svolta o un cambiamento di prospettiva e sono di nuovo solo loro stesse, con il bagaglio individuale di pregi, difetti e incongruenze proprio di ognuno. La nostra disgrazia è che spesso, grazie a quell’unico momento, diventano «capi», ma allora, nella maggior parte dei casi, si trascinano dietro solo la loro identità: hanno perso il momentum.


La recente biografia di Lenin di Carpi ci restituisce, per esempio, con particolare attenzione i «momenti strategici» della vita del dirigente bolscevico, dalla pubblicazione del Che fare alle Tesi di aprile, fino alla ritirata tattica della NEP.

Proprio seguendo un momento simile, uno spazio di lucidità politica, ci soffermeremo brevemente sulla riflessione di un detenuto politicizzato, Cesare Concu, che, in una lettera del 1974 alla sua referente alessandrina di Lotta Continua, si concentra sulla formazione, crescita e consolidamento del militante rivoluzionario di origine extra-legale nel periodo della prima crescita del ciclo di lotte dei detenuti.

Nel libro di Invernizzi, il cui titolo è ripreso come titolo di questo articolo, si scommetteva sulle possibilità che ampi spezzoni del proletariato detenuto potessero divenire una delle componenti costitutive delle organizzazioni rivoluzionarie, nell’ambito di una crescente radicalizzazione dello scontro politico. Non si trattava di un tema lontano dagli interessi di Cesare Concu, che era un detenuto comune: era stato condannato a una pena di 24 anni per aver ucciso la moglie e ne aveva già scontati quindici nel 1974. Concu aveva partecipato attivamente al movimento dei detenuti nel carcere di Alessandria, divenendone il leader riconosciuto; verrà ucciso il 10 maggio 1974 mentre cercava di arrendersi, dopo aver capeggiato il tentativo di evasione con ostaggi del 9-10 maggio 1974.

Il brano proviene da una lettera di Concu, una delle tante che non è mai arrivata alla legittima destinataria. La lettera era infatti in possesso dei Carabinieri della Legione di Alessandria e, nella versione depositata nelle carte processuali, era stata trascritta e dattilografata, anche se non sappiamo in che modo. Era in possesso dei carabinieri, secondo la loro versione a dir poco sospetta e semplificata, tramite l’invio di una busta con mittente anonimo, insieme a un’altra indirizzata a Irene Invernizzi.

Invernizzi era l’autrice, com’è noto, del libro più importante sulle carceri in Italia, Il carcere come scuola di rivoluzione, da ricordare insieme all’altro libro, Il carcere in Italia, di Ricci-Salierno. Invernizzi era stata la prima corrispondente di Concu nel corso della sua ricerca per la tesi di laurea; successivamente il contatto era passato alla referente alessandrina di Lotta Continua. Durante la rivolta del maggio 1974 le due militanti vennero «prudentemente» allontanate dall’organizzazione dalle loro abituali residenze, per evitare di essere coinvolte nella concitazione di quel momento e nelle attenzioni di Reviglio della Venaria.


Nel corso dell’indagine che portò al processo a Genova furono ascoltate come testimoni dal PM e non emerse nulla di penalmente rilevante a loro carico. La figura della militante di Lotta Continua di Alessandria fu peraltro indicata come amica-complice di Concu dall’MSI di Alessandria, che cercò in tal modo di collegare Lotta Continua alla strage. Inoltre, alcuni militanti missini, presenti fra la folla di cittadini accorsi intorno al carcere, cercarono inutilmente di suscitare e indirizzare il linciaggio contro i detenuti. I militanti sono riconoscibili dalle foto scattate in modo coperto nel libro La strage del carcere, pubblicato nel 1975.


Nella vita carceraria si possono tre periodo principali a cui obbligatoriamente andrà incontro chi si è trovato nella necessità di infrangere delle leggi da lui non volute e di conseguenza non rispettate. Il primo è il momento dell’impatto vero e proprio con la massima espressione della repressione borghese, in questo momento nel periodo di massima incazzatura nei confronti del regime, il detenuto conscio di aver commesso un reato sociale non riesce però a legare tale sua forma di rivolta contro organismi pre-costituiti con la lotta più generale che ogni giorno il proletariato contro gli schemi borghesi, questo primo periodo è basilare per quanto riguarda una sua eventuale politicizzazione da parte dei compagni. La rabbia che esplode violenta può essere indirizzata verso una sua comprensione circa «il delitto» da lui commesso e le sue reali cause. Tutto ciò porta se fatto in modo corretto al processo politico non da parte di una corte ma da parte de detenuto stesso; dichiarazione, interruzioni, rifiuto di riconoscere il giudice… Tutto ciò si verifica in modo particolare con quei detenuti al loro primo reato punito o con quelli su cui la società si è scagliata con maggiore rabbia; quelli cioè a cui si è applicata la recidiva. Secondo periodo: questo lasso di tempo dura solitamente per i reati che sono stati puniti con molti anni di carcere, fino al momento di rottura con l’ambiente esterno che occuperà il terzo periodo. Questo periodo ha senz’altro come dato di fondo la rabbia e lo sconforto per la pena cui è andato incontro; vi è perciò nella vita del detenuto un continuo succedersi di momenti rabbiosi ed altri di completa apatia. Se nel primo periodo il compagno esterno deve indirizzare il detenuto verso una rapida visione del «reato» da lui commesso, per questo scopo sono utili libri, opuscoli, documenti di rapida lettura e di facile comprensione con parole all’ordine chiare [probabile errore di trascrizione – con parole d’ordine chiare] e che soprattutto facciano riconoscere allo stesso la propria classe di origine (si ricordi che il 90% dei detenuti ha provenienza proletaria e sotto-proletaria e la maggior parte meridionali). Nel secondo periodo inizia la vera e propria preparazione politica, prima naturalmente con testi semplici e basilari e poi sempre più con testi di visione globale e che possono interessare anche altri problemi che non siano quelli esclusivamente carcerari ed italiani, che lo porterà a fare le stesse cose dei compagni «esterni» nell’ambito del carcere. Si crea così il militante rivoluzionario al quale si fa poi riferimento nei momenti di tensione e che costruirà nuovi quadri per generalizzare gli obiettivi comuni dei carcerati nel momento sia della rivolta violenta e sia soprattutto, essendo la cosa oltremodo redditizia, degli scioperi, ove essi siano possibili, paralizzanti l’intero sistema di vita di o più grossi stabilimenti carcerari. Il terzo periodo è da un certo punto di vista il più difficile e delicato. Questo periodo riguarda soprattutto coloro i quali, dopo aver scontato 10-15 anni [nella casistica di Concu che mentre scriveva ne aveva scontati tredici] vengono colpiti dalla «assuefazione della galera», sono cioè quelli che dopo un certo periodo nel quale, magari hanno dato un valido contributo ad ogni sollevamento carcerario e magari sono stati fra i primi ad avere contatti con membri delle organizzazioni della sinistra extraparlamentare si sentono dopo anni di lotta, stanche, delusi, e spesso sfiduciati nei confronti degli stessi gruppi. Nasce così il desiderio di trovarsi il «posto tranquillo» con tutto ciò che tale posto comporta. Non leggono quasi più libri per i quali è richiesto alcun sforzo intellettuale, diventano cioè indifferenti a tutto ciò che li circonda non solo all’interno ma soprattutto, e questo è assai più grave, all’esterno del carcere. Qui in questo momento, cioè quando il compagno esterno sente le prime avvisaglie di questo mutamento, deve intervenire con maggior prontezza e decisione. Deve cioè coinvolgere (so molto bene che è èiù facile scriverlo che farlo) in modo completo il detenuto cercando di interessarlo con tutto ciò che riguarda sia il detenuto che il compagno stesso. Renderlo partecipe di avvenimenti che lui può solamente seguire attraverso le lettere che gli arrivano. È questo un periodo che in media dura pochi mesi, superati i quali se fra i compagni si è mantenuto uno scambio di lettere, libri riviste ecc.. quasi certamente non si ripete più o se si ripete avviene in modo più blando e di conseguenza più facilmente risolvibile. Quanto ho scritto non vuol essere un indirizzo obbligato entro cui voi compagni dovete agire, ma semplicemente questo è quanto in tutti questi anni, mi è sembrato di riscontrare all’interno di una casa penale. (Atti del Processo Levrero, lettera di Cesare Concu dell’11.3.1974 indirizzata a A. R., non consegnata).

Nel disegnare il percorso di formazione politica di un giovane meridionale immigrato al Nord che sceglie come carriera il «crimine», Concu ci fornisce una valutazione realistica delle dinamiche che ebbe direttamente sotto gli occhi. Concu è stato testimone diretto della situazione precedente allo scoppio delle rivolte carcerarie e del periodo successivo, nonché della gestione politica del movimento dei detenuti all’interno delle carceri italiane.

Ci sembra evidente che le sue osservazioni non siano il risultato di un’analisi ideologica: troppo poco eroica è l’analisi dei tre periodi di formazione del militante e dei pericoli della ricaduta nel silenzio e nell’accettazione della detenzione. E appare altrettanto evidente che nella terza fase ci sia anche una parte della sua biografia; traspare la stanchezza e l’apatia che vengono da una lunga detenzione, con la prospettiva di una carcerazione di almeno altri nove anni.

L’esperienza di Lotta Continua, la leadership tra i detenuti e alcuni piccoli vantaggi personali non sembrano essere più sufficienti. Era arrivato il momento, peraltro sempre presente nell’orizzonte mentale e pratico dei prigionieri e, come tale, parte della loro mobilitazione politica, di tentare un’evasione, di forzare il possibile.

La storia dei NAP, fin dalla separazione dalla Commissione Carceri di Lotta Continua, è la storia di persone che non possono e, soprattutto, non riescono a indugiare. La febbre, la concitazione e l’impulso ad agire comunque sono le caratteristiche dell’azione dei NAP. Tale configurazione obbligata raggiunge il suo apogeo negativo nel tentativo di insediamento dei NAP a Roma.

Il capitolo che Domenico Guzzo dedica ai NAP ha un titolo esemplare: «Le météore des NAP: l’expérience suicide d’une organisation sans racines territoriales», in Rome dans les annés de plomb. L’inscription urbaine des violences politiques (1966-1982), Institut Francophone pour la Justice et la Démocratie, Grenoble, 2019. Sullo stesso argomento si può vedere anche il recente Andrea Marino, Dalla piazza alle armi. Protesta sociale, violenza politica e lotta armata a Napoli durante gli anni di piombo, Viella, Roma, 2025, pp. 81-84.

Non è quindi un caso che uno dei testi più emblematici e meditati della storia dei prigionieri delle carceri italiane, scritto da Giorgio Panizzari, abbia come titolo L’evasione impossibile.

                                                         



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Cesare Manganelli (1959) è direttore della Biblioteca dell’Istituto per la storia della Resistenza in Alessandria. Fa parte della Redazione della  rivista di «Quaderno di Storia contemporanea». Ha pubblicato saggi sulla deportazione politica e razziale. Ha curato una raccolta di saggi di Herman Langbein, La resistenza europea nei campi di concentramento nazista. Non come pecore al macello.  

Dirige per Machina la sezione «le spalle al futuro».

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