Gira per la città, Dante Di Nanni!


Dante Di Nanni è un simbolo della lotta contro il fascismo, a lui sono intitolati lapidi, strade, murales, canzoni, libri... e anche una palestra, la nostra, la Palestra Popolare Dante Di Nanni (PPDDN), all’interno del centro sociale Gabrio. Era inevitabile che uno spazio sociale occupato in Zona San Paolo a Torino scegliesse di continuare a raccontare la storia di Dante, e altrettanto inevitabile che un gruppo di compagnə impegnato nella costruzione di una palestra popolare decidesse di scegliere il suo nome come esempio di lotta e di assoluta coerenza con una scelta di vita. Nella PPDDN siamo un gruppo eterogeneo di persone, unite però dagli stessi valori: antifascismo, antisessismo e antirazzismo. Gli stessi valori che, crediamo, si possano incarnare oggi nella figura di Dante Di Nanni. Egli è infatti il simbolo intorno al quale, da quasi una dozzina di anni, si raggruppano persone per proporre un’idea di sport autogestito, che cresce «dal basso a sinistra» e «popolare» (nella sua interpretazione autentica di solidale e inclusivo), e un’idea di mondo con lo stesso orizzonte. Il suo nome rivive ogni volta che unə ragazzə entra nella PPDDN per provare a salire su un ring, su una parete per arrampicare o su un palo da pole dance e in tantə chiedono «chi era Dante Di Nanni?» Per noi Dante Di Nanni è il volto sulla bandiera della palestra, che ci accompagna in corteo. È il simbolo su un adesivo bianco e arancione, incollato ovunque a ricordarci che l’antifascismo percorre ancora le vie del mondo. È il nome che risuona in canzoni militanti, da cantare tuttə insieme a squarciagola.

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«Trent’anni sono passati, da quel giorno che i fascisti ci si son messi in cento ad ammazzarlo. E ancora non si sentono tranquilli, perché sanno che gira per la città, Dante Di Nanni».

Così cantavano gli Stormy Six nel 1975; di anni ormai ne son passati quasi ottanta e Dante ancora gira per la sua città. Nelle strade, nelle piazze, nei parchi, ma anche nei luoghi di lavoro, nelle scuole e in contesti di ritrovo e socialità: gli adesivi raffiguranti il suo volto costellano semafori, cartelli stradali, tavoli e banconi dei bar. La sua effigie tappezza tutta Torino, ma soprattutto Borgo San Paolo, ai tempi roccaforte operaia, ove Dante stesso fu protagonista di uno degli episodi che lo consacrarono eroe della lotta resistenziale cittadina e nazionale. Le grandi fabbriche, che han segnato i tempi e le vite di chi ha vissuto quel quartiere, sono ormai chiuse; gli stabili svuotati e inutilizzati e in molti casi ceduti a privati che, a colpi di cemento e speculazioni, ridisegnano la città, mentre, con le briciole dei guadagni di immobiliaristi e banche, il comune di Torino continua a fare cassa per coprire un debito gigantesco frutto delle politiche scellerate degli ultimi decenni. La vita è dura per Dante Di Nanni Liberto Francesco Dante Di Nanni, nome di battaglia “Luigi Banfi”, nasce a Torino il 27 marzo 1925 da una famiglia di immigratə pugliesi. Cresce nel complesso popolare in via Cimarosa 30, borgata Regio Parco. Tra le sue amicizie di vecchia data figura anche Francesco Vito Valentino, residente nello stesso complesso. Nel 1937 comincia a frequentare le scuole serali e ottiene la qualifica di aggiustatore meccanico, grazie alla quale dal 1939 al 1942 lavora nelle fabbriche torinesi (Società Nazionale Officine di Savigliano, Microtecnica). Nel settembre 1942 si arruola volontario come allievo motorista nella Regia Aereonautica e nell’agosto 1943 viene distaccato a Udine, dove rimarrà fino all’armistizio dell’8 settembre. Come tutti i giovani ex militari sbandati nel Nord Italia, la sua è una posizione difficile: i bandi emanati dalle autorità fasciste fanno risultare renitente chiunque non si presenti, rischiando quindi la deportazione in Germania. Dante fa un primo breve rientro a Torino nel dicembre 1943 e, dopo una fugace parentesi in una banda partigiana nel cuneese, torna stabilmente nel gennaio 1944. Qui trova una città molto diversa e in grande subbuglio: la lotta di Resistenza ha preso piede nelle strade e nei quartieri. Le prime azioni resistenziali risalgono all’autunno 1943, a opera di piccoli gruppi di natura politicamente eterodossa, autonomi dal Partito Comunista Italiano (Pci): anarchici, comunisti internazionalisti e dissidenti del movimento «Stella Rossa». Questi gruppi nascono nei quartieri operai della città, a partire da relazioni amicali che facilitano il superamento delle differenze ideologiche. Come la loro genesi, anche il loro agire è spontaneo, improvvisato ed estemporaneo, caratterizzato da azioni principalmente di disturbo e propaganda. Nonostante alcune eclatanti azioni di successo, i primi arresti (Dario Cagno, Ateo Garemi e Primo Guasco nell’ottobre 1943) impediscono un salto di qualità e una maggiore struttura. Nel novembre 1943 il Pci accelera l’intenzione di formare il primo Gruppo di Azione Patriottica (GAP) della città, superando le diffidenze iniziali e provando a coinvolgere anche i componenti restanti del nucleo resistenziale originario. Compito in principio assai arduo a causa della ritrosia da parte della militanza a compiere azioni estreme e della mancanza di una vera rete logistica e informativa. Per sopperire a queste difficoltà viene coinvolto un veterano della guerra di Spagna: il comandante Giovanni Pesce (nomi di battaglia: “Ivaldi” a Torino, “Visone” a Milano), che giunge a Torino il 10 dicembre 1943. Pesce, militante nel Pci dal 1935, è una figura carismatica che riesce a trasmettere coraggio al suo gruppo; rispetto all’approccio rigido e distaccato della dirigenza del Pci, ne propone uno più empatico, che crea unità e affiatamento. Egli riesce a fornire metodo e organizzazione, senza rinunciare a quanto di valido già presente nelle cellule militanti attive sul territorio. Le azioni del GAP torinese acquistano così efficacia, compiendo un salto di qualità che giova a tutto il panorama di lotta resistenziale cittadina. Anagraficamente Pesce si colloca a cavallo tra l’età media della dirigenza del Pci torinese e della militanza base del GAP, e si dimostra disinvolto nel frequentare il tessuto cittadino, riuscendo così a rivoluzionare i metodi selettivi iniziali dettati dalla dirigenza del Pci, molto più rigidi e compartimentali. Egli sembra riporre fiducia nelle relazioni amicali, di quartiere o di fabbrica, che hanno caratterizzato la formazione dei primi nuclei resistenziali. Seppur regolati dalle ferree regole della cospirazione, i rapporti umani dentro il GAP torinese sono vivi, intensi ed empatici, e poco ricordano le rigide gerarchie degli eserciti regolari. Vi è piena solidarietà, complicità e grande affiatamento, merito anche della partecipazione diretta alle azioni del comandante Pesce (in violazione delle direttive di partito che, considerandolo insostituibile, gli vietavano un coinvolgimento in prima persona). Racconta la gappista Irene Castagneris, nome di battaglia “Ines”: «Ricordo che i colpi più belli sono stati quelli portati a termine con Giovanni Pesce, perché lui non ci lasciava. Tutte le volte doveva esserci, altrimenti non si faceva nulla. C’era sempre» [1]. Nelle file del GAP torinese vengono accolti membri del Partito d’Azione, ex militanti di “Stella Rossa”, ex anarchici e «diversi giovani di borgata, certamente coraggiosi ma non politicizzati […] rappresentanti di un proletariato urbano di periferia insofferente e spesso sradicato, sempre in bilico fra scelte estreme» [2]. Tra questi figurano anche Bravin e Valentino (unitosi al GAP il 15 dicembre 1943). Quest’ultimo, ritrovato l’amico Dante, lo presenta al comandante Pesce. La prima impressione su Dante non è delle migliori; Pesce vede un «ragazzo piccolino, magrolino, pallidino» [3], poco adatto alle azioni rischiose e rocambolesche del GAP, ma viene rassicurato sul suo coraggio dai compagni che lo conoscono. Alla richiesta d’esser messo alla prova, Pesce dà a Dante una granata e gli dice di far esplodere uno dei camion dell’esercito nazista stazionati in piazza Rivoli. Dante non indugia, lanciando l’ordigno esplosivo talmente vicino che viene lievemente ferito da alcune schegge. È la sua prima azione da gappista, tanto basta a Pesce per reclutarlo. Dante non manca sicuramente di audacia, e il 15 febbraio 1944 resta nuovamente ferito da un’esplosione. Deve farsi ricoverare, ma risultando ancora irregolare è rischioso. Tre giorni dopo, il 18 febbraio, con il bando Graziani le autorità fasciste promulgano un ultimo richiamo alla leva. Dante ne usufruisce e, probabilmente spacciando la propria ferita per un incidente fortuito, riesce a farsi ricoverare all’ospedale militare, dove ottiene un congedo temporaneo per convalescenza. Questa condizione di “clandestinità legale” gli consentirà una maggiore libertà di azione. Frattanto Valentino, anch’egli costretto a presentarsi alla visita di leva, prova a dichiararsi malato, ma viene invece assegnato al battaglione Bersaglieri, che abbandona dopo due giorni entrando così in clandestinità effettiva. Il GAP torinese acquisisce maggior confidenza, raggiungendo una condizione di piena operatività, e la squadra composta da Di Nanni, Valentino e Bravin «dette parecchio filo da torcere ai nazifascisti» [3]. Grazie anche ai suggerimenti del veterano ed esperto di esplosivi Ilio Barontini, giunto in città qualche mese prima, aumenta il numero e il tenore delle azioni. Il rapporto d’amicizia fra Di Nanni e Valentino, rinsaldato durante il periodo gappista, ne contraddistingue l’attività tanto che, trasgredendo le rigide regole sulla discrezione, scelgono in autonomia i propri obiettivi. Il 14 maggio 1944 compiono un attentato esplosivo nel complesso di via Cimarosa, contro un appartamento ospitante una famiglia delatrice e collaborazionista con i nazifascisti. Il 15 maggio Giovanni Pesce e Romano Bessone (commissario politico del GAP) convocano il gruppo di gappisti presso il rifugio di via San Bernardino per proporre un importante obiettivo: una stazione dell’Ente Nazionale per le Audizioni Radiofoniche (EIAR). La stazione EIAR, situata su una sponda del torrente Stura nelle zone periferiche della città, effettua infatti operazioni di disturbo contro le trasmissioni radio clandestine. Viene assegnato al gruppo Di Nanni-Valentino-Bravin l’ordine di farla saltare in aria: sono stati già addestrati all’utilizzo di ordigni esplosivi e conoscono già la zona avendola frequentata prima della guerra. Il caposquadra designato è Dante Di Nanni. L’operazione non è considerata facile a causa della presenza di un folto numero di militi della Guardia Nazionale Repubblicana (GNR) a difesa della stazione e di posti di blocco nazifascisti attorno all’area, in aperta campagna. Il piano è deciso: avvicinarsi di soppiatto prima dell’alba, neutralizzare i fascisti di guardia, piazzare e innescare l’esplosivo, guadare il torrente Stura e tornare in città per poi mimetizzarsi tra la popolazione civile. “Neutralizzare” avrebbe significato uccidere a pugnalate, ma poiché questo provoca riluttanza nel gruppo si opta invece per l’immobilizzazione delle guardie fasciste. L’operazione inizia poco prima dell’alba del 17 maggio, dopo ore d’appostamento nei pressi della stazione EIAR. I carabinieri a guardia della stazione vengono prontamente disarmati e la squadra inizia a posizionare gli esplosivi. Rispetto a quanto pianificato (forse per velocizzare l’azione) il gruppo decide di non legare le guardie, prendendole solamente in custodia e intimando loro il silenzio. La clemenza dimostrata risulterà fatale: un carabiniere riesce infatti a fuggire e ad avvertire i vicini nazifascisti. Viene immediatamente lanciato l’allarme e si accendono i riflettori sulla zona, i militari cominciano a confluire verso i gappisti che, messi alle strette, abbandonano l’operazione. Contrariamente a quanto stabilito, probabilmente in preda alla fretta, all’emozione e alla falsa sicurezza di conoscere la zona, la squadra di Dante non segue il piano prestabilito ma si allontana nei pioppeti vicini anziché guadare il torrente. Quello che segue, stando ai rapporti di polizia e vigili del fuoco dell’epoca, è confuso, ma si possono immaginare i momenti concitati, il panico e lo scoraggiamento presente nel gruppo, che ora prova a dirigersi verso il torrente Stura, come previsto nel piano originale. Di Nanni corre ed è in testa al gruppo, i compagni Bravin e Valentino lo seguono. Questi ultimi vengono raggiunti dai nazifascisti, una raffica li ferisce e fa terminare la loro corsa. Dante, poco più avanti, non assiste all’accaduto e suppone che i due compagni siano rimasti uccisi. Vengono invece trasportati in ospedale e sottoposti a interrogatorio. L’operazione dei gappisti sembra fallita ma, a loro insaputa, una delle cariche piazzate nella stazione esplode, probabilmente durante le operazioni di disinnesco. Il loro sforzo è ripagato: la stazione è distrutta. Dante, dopo la nottata passata a eludere le pattuglie nazifasciste, è stremato fisicamente e psicologicamente. Riesce infine ad arrivare al rifugio di via San Bernardino, dove verrà raggiunto da Pesce e, successivamente, anche da Castagneris e Bessone. L’emozione per quanto avvenuto condiziona la condotta del gruppo che, convinto che Valentino e Bravin fossero deceduti nell’azione, contrariamente alle direttive non abbandona subito il rifugio. Questo tragico equivoco rende vano anche l’ultimo coraggioso atto dei generosi compagni che, torturati dai nazifascisti, resistono per ore prima di rivelare la posizione del nascondiglio. Il 18 maggio la GNR, ormai a conoscenza del rifugio di via San Bernardino, tenta l’irruzione. Dante improvvisa una strenua resistenza e ingaggia la sua ultima, drammatica battaglia, che lo consacrerà alla Storia. Nello scontro riesce a ferire diversi militi della GNR, due dei quali a ridosso dell’ingresso dell’appartamento. Invece di ucciderli, Dante opta per spostarli sul balcone che dà sulla via, dove verranno poi recuperati dai pompieri. I nazifascisti lo circondano, isolando la zona, ma non riescono ad abbattere la ferrea difesa di Dante, che li respinge per più di un’ora. Egli però è solo e non può scappare, può solamente continuare a resistere, fino all’ultimo respiro. La resistenza di Dante è talmente indomita e tenace da far dubitare fascisti e tedeschi sul numero delle forze in campo. E invece c’è solo un partigiano a tenergli testa. Un ragazzo neanche ventenne, ma con coraggio e determinazione che lo hanno reso eroe immortale. E cento volte l’hanno ucciso La versione «mitologica» [4, 5, 7, 8] sulla sua eroica fine narra del giovane Dante che, dopo essere stato più volte ferito nello scontro a fuoco durante l’assalto contro la stazione radio e aver combattuto strenuamente nell’appartamento di via San Bernardino, salutando col pugno alzato si butta dal balcone che si affaccia sulla strada. Con la rigorosa ricostruzione effettuata dallo storico Nicola Adduci [2], vengono però rettificati alcuni aspetti dell’impresa. Innanzitutto viene ridimensionato il ferimento, più verosimilmente si tratta di un’infezione che ha complicato i postumi delle gravi ferite da schegge di esplosione alla gamba destra riportate nella precedente azione del 15 febbraio. Cambiano inoltre sostanzialmente le modalità finali della morte: secondo questa versione «storica» il gappista, ormai stremato e assediato dai nazifascisti, in un ultimo disperato tentativo di fuggire si infila nella canna della pattumiera, dove rimane incastrato o forse si sorregge con braccia e gambe per nascondersi. I militari scoprono infine il suo nascondiglio e, infilato un fucile nel condotto, gli sparano colpendolo alla testa. Il verbale autoptico dell’epoca riporta infatti un’unica ferita d’arma da fuoco con ingresso al vertice del capo e uscita poco al di sotto dell’orecchio sinistro, del tutto compatibile con tale ricostruzione. Risulta invece improbabile, non trovando riscontri oggettivi, l’ipotesi alternativa (nata soprattutto dalle dichiarazioni del padre Natale) di un suicidio con un colpo sparatosi alla tempia. Sin da subito il Pci inizia a costruire la figura «leggendaria» di Dante Di Nanni quale eroe nazionale e popolare. Ne viene dipinta la suggestiva immagine di giovane gappista che, dopo una lotta «senza tregua» solocontro innumerevoli nemici, si affaccia stoicamente al balcone dell’abitazione e, per non consegnarsi vivo ai nazifascisti, si butta giù. Una morte esemplare, da martire per la causa. Consegnando alla storia il mito, questa narrazione fa assurgere un combattente di estrazione operaia e comunista, nemmeno ventenne, a simbolo della Resistenza e rende le imprese dei gappisti degne d’emulazione. Secondo lo storico Adduci, con la diffusione della figura eroica di Di Nanni il Pci inizia un’importante opera propagandistica atta ad arginare la dissoluzione del gappismo torinese, conseguente alla distruzione della base operativa di via San Bernardino, al fine di reclutare nuove leve sull’onda dell’esempio di Di Nanni. A ridosso dell’impresa, il 4 giugno, mentre circola a Torino un opuscolo clandestino probabilmente scritto da Pesce [5], l’organo ufficiale del Pci, «l’Unità», pubblica l’articolo Gli arditi dei Gap non si arrendono! Un giovane garibaldino uccide nove fascisti, ne ferisce 17 e non si lascia catturare vivo. Lo stesso giorno, a seguito del divieto della GNR alla famiglia Di Nanni di celebrare una messa in ricordo del figlio, il Fronte della Gioventù organizza una manifestazione dinnanzi alla base dei GAP di via San Bernardino, che diventa così luogo di «pellegrinaggio laico» da parte di antifascistə di Torino. In quei giorni vengono inoltre distribuiti volantini e pubblicati articoli di giornali clandestini nei quali viene esaltato il sacrificio dell’eroe Dante Di Nanni: tra questi si ricordano il volantino firmato «Il grido di Spartaco» del 26 maggio 1944 (Si combatte a Torino. L’eroica morte di un giovane garibaldino), quello rinvenuto da un sottoufficiale della GNR sotto i portici di via Po il 24 maggio, nonché gli articoli pubblicati dall’organo piemontese del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) «La Riscossa italiana» (marzo-maggio 1944), da «Il combattente», organo dei distaccamenti delle brigate d’assalto Garibaldi (edizione piemontese, n. 9, maggio 1944) e da «Rinascita» (n. 4, ottobre 1944, Martiri ed eroi della nuova Italia, Dante Di Nanni). Queste testimonianze sono espressione di quel sentimento di solidarietà politica che aleggiava in quei giorni nella comunità di Borgo San Paolo. Ciò si evince, ad esempio, da una denuncia contro un impiegato municipale, udito sul tram pronunciare: «...non si può stare tranquilli, figurati che ieri a Borgo San Paolo, per prendere un ragazzo, sono intervenuti carri armati e più di 200 delinquenti che sparavano all’impazzata, tutta la malavita di Torino è nella Milizia...» [2, 6]. La prima versione «storiografica» sulla vicenda risale al Rapporto sull’azione partigiana [4], con il quale il Comandante «Ivaldi» ragguaglia le Brigate Garibaldi sull’accaduto. In seguito, egli integra il resoconto nei suoi libri ([7, 8]), raccontando in chiave epica un’importante azione di guerriglia e di caparbia resistenza di un giovane partigiano contro un numero smisurato di nazifascisti. Pesce riesce a cogliere il coraggio dei gappisti, che rischiavano la vita e la libertà in una lotta quotidiana contro un nemico dalle forze soverchianti, e la storia di Dante Di Nanni diviene fulgido esempio della Resistenza metropolitana contro il regime nazifascista dei GAP, «che non diedero mai tregua al nemico: lo colpirono sempre, in ogni circostanza, di giorno e di notte, nelle strade delle città e nel cuore dei suoi fortilizi» [8]. L’opera incarna il significato della Resistenza, ovvero non solamente una guerra di liberazione nazionale e civile, ma anche una vera e propria guerra di classe. Questa narrazione epica, nata per ragioni interne per sottrarre il GAP torinese all’intromissione dei dirigenti comunisti nelle dinamiche del gruppo, diviene presto una consapevole scelta politica, sia per incoraggiare la gioventù, sull’onda emotiva del modello partigiano, a entrare a far parte dei GAP (in una fase storica ove i rapporti di forza erano a netto svantaggio del movimento clandestino e il nemico pareva ancora difficile da sconfiggere), sia per creare consenso nell’opinione pubblica torinese e tra le altre forze politiche del CLN. Risulta infatti plausibile che gli attentati dei GAP non fossero di immediata comprensione e approvazione da parte della comunità, sia per il giudizio morale sulle azioni di guerriglia che per il rischio per la cittadinanza stessa di rimanere coinvolta nelle rappresaglie nazifasciste. Le altre forze del CLN, più moderate, nelle prime fasi delle azioni gappiste facevano fatica a condividere la scelta garibaldina di associare alla lotta partigiana in montagna vere e proprie azioni guerrigliere nelle grandi città. La costruzione del mito garibaldino di Dante, condivisa dal Pci, ha avuto il ruolo decisivo di rafforzare la lotta partigiana a Torino e nel Nord Italia dove, per vincere, erano necessari esempi valorosi da seguire per crescere una nuova generazione antifascista. Il consolidamento del mito avviene con l’acquiescenza di tutte le altre forze antifasciste e, paradossalmente, con l’accettazione da parte del nemico fascista della versione «esemplare» del Pci, probabilmente per rendere meno infame l’esecuzione a sangue freddo di Di Nanni da parte dei repubblichini. A un anno di distanza dalla morte di Di Nanni, su «l’Unità» del 17 maggio 1945, si vedono le prime commistioni tra storiografia e mito, e l’epopea della morte del gappista viene ripresa anche dal giornale liberale «L’opinione» che, con l’articolo La medaglia d’oro alla memoria dell’eroe partigiano Dante Di Nanni (3 luglio 1945), celebra il riconoscimento della medaglia d’oro al valore militare [9]. Nel 1954, in occasione del decennale della morte, «La Stampa» ricorda che «egli strenuamente combatté contro i nazisti e da essi fu abbattuto nella sua abitazione di via San Bernardino» [10],nel 1964 viene scritto che «dopo aver combattuto più di tre ore da solo contro circa trecento nazifascisti, Dante Di Nanni, terminate le munizioni, ferito gravemente, […] moriva piuttosto che cadere nelle mani degli aguzzini» [11], e nel 1974 che «ferito gravemente in un’azione partigiana, tenne testa, da solo e per ore, ai fascisti che assediavano la sua casa» [12]. La storia e il mito giungono fino agli anni ’90 quando, nel cinquantenario della morte, Giovanni Pesce, in un’intervista su «l’Unità» [3], ripercorre la «furibonda battaglia con un gruppo di fascisti e tedeschi, convinti di avere di fronte un bel numero di partigiani» e non il solo Dante. Al di là della creazione del mito da parte di Pesce e del Pci, la figura di Dante Di Nanni risulta «forse finalmente umanizzata, così come intatto è l’eroismo dimostrato nell’ultima resistenza e poi nell’intelligente quanto sfortunato tentativo di fuga» [2], recuperando la piena dimensione storica che nulla toglie alla sua militanza gappista, eco di una consapevole scelta politica, e al suo eroico sacrificio. In fin dei conti, anche l’estremo tentativo di Dante Di Nanni all’atto pratico si rivela una decisione suicida, soltanto meno immediata della precipitazione dal balcone. È probabile che anche all’epoca i e le comunistə di Borgo San Paolo, nonché la stessa gente del quartiere, fossero a conoscenza che la morte di Dante forse non era avvenuta così come narrato da Pesce, ma nessunə di loro ha inteso decostruirne il mito legato alla morte, perché nell’immaginario popolare il suo atto eroico non veniva affatto sminuito da una fine eventualmente meno epica. In conclusione, risulta poco rilevante come Dante Di Nanni abbia trascorso gli ultimi istanti della sua vita, ma ciò che conta veramente è come abbia vissuto la sua esperienza di militante comunista: un ragazzo di 19 anni che ha combattuto fino all’ultimo istante della sua vita contro la barbarie nazifascista in una battaglia impari, senza cadere nella cieca violenza (come testimoniato dalla scelta di non uccidere i due fascisti), sempre con la consapevolezza di stare dalla parte giusta della Storia e con la convinzione della necessità di combattere contro un’infame dittatura. A chi ancora oggi si colloca politicamente «in basso e a sinistra» (riconoscendosi, seppur in modo autonomo, nella medesima tradizione politica) poco interessa se il giovane gappista si sia buttato giù dal balcone per non farsi catturare o sia stato brutalmente ucciso dai fascisti, poiché a prescindere dalle circostanze il suo rimane un valoroso sacrificio per la lotta di liberazione contro gli oppressori. Il vero eroismo di Dante Di Nanni sta non tanto nelle modalità della morte, quanto nella coerenza, portata fino alle estreme conseguenze, di una scelta di vita. Una strada intrapresa senza certezza di vittoria che, grazie a Dante, ai GAP e a tuttə gli e le altrə partigianə, ha indicato la direzione per costruire collettivamente una nuova società fraterna, libera e socialmente più giusta. Sfogliando l’album di famiglia, non appare azzardato il parallelo con il mito di un altro gigante della storia: il Presidente del Cile Salvador Allende. Nulla toglie alla sua resistenza eroica al golpe fascista del generale Pinochet la circostanza che sia stato ucciso dai golpisti o che si sia sparato col fucile regalatogli da Fidel Castro. Ciò che si è tramandato del «Compagno Presidente» è stato infatti il suo esempio per la gioventù cilena, il suo coraggio e la sua fedeltà ai principi del Socialismo, fino alla sua leggendaria difesa del Palazzo della Moneda. Per entrambe le storie occorre difatti sottrarsi alla «trappola del finale epico», e rimanere saldamente legati al loro esempio, alla forza della loro scelta e alla loro determinazione nel resistere al fascismo. Ma tu lo puoi vedere: gira per la città, Dante Di Nanni Grazie ai racconti della sua strenua resistenza e dei suoi ultimi momenti di vita, ormai consegnati al mito e alla storia, ancora oggi tantə giovani militanti dei centri sociali torinesi si rifanno all’esempio di un ragazzo che ha scelto in modo radicale da quale parte della barricata stare. La figura di Dante è infatti viva e attuale per chi svolge oggi attività politica e sociale, soprattutto nel quartiere in cui è stato ucciso. Ogni anno centinaia di antifascistə torinesi si trovano in Zona San Paolo in occasione della Festa della Liberazione, un appuntamento fisso che da 15 anni si rinnova sulla spinta del centro sociale Gabrio, che organizza un corteo e una festa di strada nell’area pedonale della via intitolata a Dante Di Nanni. Ogni anno sotto la casa di via San Bernardino viene letta la parte di Senza Tregua dedicata alle ultime ore di Di Nanni, momento collettivo profondo e toccante, quasi simbolo di rinnovata mitopoiesi. Brecht in una delle sue più note opere teatrali fa dire a Galileo che «Sventurata è la terra che ha bisogno di eroi», eppure ogni anno ci troviamo a ricordare l’eroe Dante Di Nanni, perché la verità è che di quell’eroe e soprattutto del suo mito abbiamo bisogno. Senza dilungarsi troppo sulla loro funzione sociale, si consideri come i miti creino un linguaggio comune e diano coesione alle comunità umane. George Sorel ad esempio diceva che i miti liberano e dirigono le energie, ispirando un’azione che supera lo stato di cose presente, aprono insomma alle comunità nuove prospettive sul terreno delle possibilità. Questo è il mito di Dante Di Nanni: lo è stato per decenni per migliaia di militanti della sinistra rivoluzionaria che nel giovane operaio gappista si sono riconosciutə, e lo è ancora oggi nelle iniziative antifasciste a lui dedicate. Il Pci (e in primis Pesce) ha da subito investito sul personaggio di Di Nanni, consapevole che la sua era una figura potente con la quale tuttavia era facile potersi identificare. Quasi come un eroe dei fumetti. E invero nel 1946 Dante e la sua storia finiscono nel quarto albo (Gappisti all’opera) di Pam il Partigiano – la Storia d’Italia scritta col sangue dei suoi figli, serie a fumetti dedicata ai principali episodi della Resistenza a opera del disegnatore torinese Nino Camus [13]. Sono gli anni del dopoguerra, la storia di Di Nanni inizia a diffondersi e a essere ammirata da molti giovani antifascisti. Provare a leggere la sua figura attraverso la «lente» delle generazioni più giovani è molto importante e Giovanni Pesce ne era assolutamente consapevole, come dimostra un dialogo parecchio esplicativo: «- Quando sarà finita con i fascisti e i tedeschi, saremo veramente liberi? - Saremo liberi di ricominciare a lottare per una vera libertà, che si ha quando ogni uomo ha e vale per quello che è. - Sarà difficile ma qualche volta penso che sarà ancora più difficile quando sarà finito. Vorrei vivere per vederlo. - È un grande partito il nostro, dice Ivaldi. - Sì, ed è grande perché ci sono dei giovani come te. - Il partito conta molto sui giovani, non è vero?, chiede Di Nanni. - Molto, risponde Ivaldi. - Anche per dopo? mormora quasi tra sé Di Nanni. - Certamente anche per dopo, quando la guerra sarà finita e ci vorrà tanta forza per rimettere tutto in piedi. - Sì, per oggi e per dopo» [8]. “Dopo” però le cose andarono un po’ diversamente. È fuori di dubbio che il Pci contasse sui giovani, molto meno scontato che fosse in grado di interpretare e assumere come propri i bisogni dellə eredi del dopoguerra; e infatti quel partito inizia a scavare un fossato tra sé e lə tantə giovani che riempivano strade e piazze di questo Paese per «lottare per una vera libertà». Nella seconda parte degli anni ’60, con la riscoperta della Resistenza da parte delle nuove generazioni e dei movimenti politici legati alla Nuova Sinistra, Dante Di Nanni torna a essere oggetto di ammirazione, e nella canzone degli Stormy Six a lui dedicata (poi interpretata anche dai Gang nel nuovo millennio) il cambio di paradigma è evidente: non viene celebrata la sua eroica morte come raccontata da «Ivaldi», ma si prova a renderlo vivo e attuale: «L’ho visto una mattina sulla metropolitana/ e sanguinava forte, e sorrideva./ Su molte facce intorno c’era il dubbio/ e la stanchezza./ Ma non su quella di Dante Di Nanni» . È soprattutto grazie ai movimenti rivoluzionari italiani degli anni ’70 che il mito di Dante Di Nanni è arrivato a noi come fuoco da custodire e non come cenere da adorare, resistendo alla istituzionalizzazione della Resistenza e alla burocratizzazione del Pci. Fuori dal Pci il mito non si è cristallizzato, perché diverse comunità politiche autonome hanno continuato a narrare la sua storia per raccontare la propria lotta di trasformazione del mondo. Come spiega bene Wu Ming 4 in un’intervista del 2003 pubblicata sul numero 179 de El Viejo Topo di Barcellona, «le storie sono il carburante ecologico delle comunità in cammino» perché «i miti, le storie, mantengono il senso di una comunità e a sua volta la comunità mantiene vivi i miti, rispecchiandosi in essi e producendone di nuovi. Nel momento in cui la comunità si irrigidisce, anche i miti cominciano a sclerotizzarsi e retroagiscono negativamente su di essa in un circolo vizioso pericolosissimo», fino a rischiare di diventare «strumenti oppressivi e paralizzanti». Il suo mito è stato per moltə esattamente quell’aiuto di cui parla Wu Ming 4 «per attraversare la notte dell’ignoto (il deserto, le fasi di incertezza del conflitto sociale)»: «anni difficili davanti/ per tutti i figli di Di Nanni/ sono un partigiano e sarò chiaro/ perché ci si abitua a tutto anche ai fascisti» (Assalti Frontali, Fascisti in doppiopetto, 1996). La scelta della creazione del mito di Dante (e di altri «miti costituenti» del Pci) non è ovviamente frutto del caso, ma di precise scelte operate dal partito, che plasmava la sua identità attraverso i modelli che sceglieva di offrire come riferimento ai suoi militanti. Dante Di Nanni era giovane, operaio, comunista, figlio di emigratə dal Sud: un modello paradigmatico per un partito che esprimeva un chiaro fine politico dietro la scelta di utilizzare alcune figure della Resistenza italiana piuttosto che altre. Senza approfondire troppo, ci sembra comunque importante ricordare come, mentre il mito di Dante Di Nanni si consolidava, rispetto ad altre figure il Pci avesse ben altre idee. Ad esempio le donne: «stelline dell’Unità», cuoche, compagne di ballo, propagandiste indefesse; tolte rare eccezioni queste rivelavano i loro tanti volti, tutti funzionali alla causa, ma restavano comunque sempre soprattutto madri, per i comunisti come per i cattolici. A testimoniarlo basterebbe l’elenco dei compiti affidati alle donne sedute sui banchi della Sinistra all’Assemblea Costituente: chiamate a «rappresentare le famiglie italiane e le loro difficoltà di sussistenza», e incaricate di rivendicare i diritti della donna come madre, ancor prima che come lavoratrice e cittadina [14]. Negli anni ’90, con il recupero del racconto storico partigiano anche negli ambiti editoriali fumettistici più ortodossi, persino una rivista come «Il Giornalino» (di dichiarata ispirazione cattolica) arriva a pubblicare nel 1995, in occasione del cinquantenario della Liberazione, la serie Storie di Resistenza del disegnatore genovese Renzo Calegari: uno di questi racconti per immagini, intitolato L’operaio, è dedicato proprio alle gesta dei GAP e all’ultima eroica impresa di Dante Di Nanni. Dante e la sua storia hanno resistito anche agli stravolgimenti che sembravano scrivere la fine della Storia, perché «un movimento spinge avanti/ sempre/ anche se a volte/ sembra quasi/ che possiamo stare/ tutti in una stanza/ come Visone e i suoi durante/ la Resistenza» (Assalti Frontali, In Movimento, 1996). Nella piccola Storia del 25 aprile di Zona San Paolo si alimenta la memoria del passato per raccontare il presente e rendere possibile il futuro. Dante non è solo Dante, è Eugenio Giaretti [15] lasciato morire a poche centinaia di metri da via San Bernardino; è Consolina Segre [16] che con una forza e una dignità estreme torna a dormire nella sua casa bombardata; è tutti i volti dei e delle partigianə che hanno combattuto. La sua storia è la storia di chi ancora oggi attraversa il quartiere, battendosi per uno spazio libero da fascismi, razzismi, deportazioni nei CPR, discriminazioni sessiste e classiste... La sua storia è la nostra, perché è la storia di tuttə quellə che lottano per trasformare lo stato di cose presenti. Perché, come ricorda l’opuscolo clandestino Alla gloria dell’eroe nazionale Dante Di Nanni, «Gli anni e i decenni passeranno, i giorni duri e sublimi che noi viviamo oggi appariranno lontani, ma generazioni intere di giovani figli d’Italia si educheranno all’amore per il loro paese, all’amore per la libertà, allo spirito di devozione illimitata per la causa di redenzione umana sull’esempio dei mirabili garibaldini che scrivono oggi, col loro sangue rosso, le più belle pagine della storia italiana».


Note

[1] G. Padovani, La liberazione di Torino, Sperling&Kupfer, Milano 1979, p. 109.

[2] N. Adduci, Il mito e la storia: Dante Di Nanni, in «Studi Storici», n. 4, Carocci editore, ottobre-dicembre 2012, pp. 957-99.

[3] Dante piccolo grande eroe - L’ultima battaglia contro nazisti e fascisti, «l’Unità», 18 maggio 1994.

[4] Rapporto sull’azione partigiana del 17 maggio a Torino, 20 maggio 1944, Archivio Istoreto.

[5] Alla gloria dell’eroe nazionale Dante Di Nanni, garibaldino ventenne, caduto combattendo a Torino, 18 maggio 1944, opuscolo celebrativo clandestino, 4 giugno 1944.

[6] AST , Gabinetto di Prefettura, b. 230, denuncia di S.P. al commissario federale, 19 maggio 1944.

[7] G. Pesce, Soldati senza uniforme. Diario di un gappista, Edizioni di Cultura Sociale, Roma 1950.

[8] G. Pesce, Senza tregua. La guerra dei GAP, Feltrinelli, Milano 1967.

[9] Nella motivazione della medaglia d’oro si legge: «Combattente di una Brigata Garibaldina, già distintosi in parecchi attacchi contro i fascisti ed i tedeschi, passava volontario ai gruppi di azione patriottica (G.A.P.) operanti a Torino e partecipava ad una pericolosa azione contro una radio emittente fascista. Nel combattimento che seguì all’azione vittoriosa, benché ripetutamente ferito riuscì a sfuggire al nemico. Circondata la casa nella quale aveva trovato rifugio, all’intimazione di resa rispondeva con supremo disprezzo aprendo il fuoco ed impegnando battaglia. Per diverse ore sostenne da solo la lotta contro soverchianti forze nemiche uccidendo e ferendo numerosi militi fascisti e tedeschi. Esaurite le munizioni, per non cadere vivo nelle mani del nemico, si affacciava alla finestra e, salutato il popolo che fremente si era raccolto intorno al luogo del combattimento, al grido di “Viva l’Italia” si lanciava nel vuoto suggellando la sua indomabile vita col supremo sacrificio». Torino, 19 maggio 1944.

[10] «Un corteo di partigiani sfilerà stamane per le vie principali di borgo San Paolo per commemorare la figura eroica di Dante Di Nanni che strenuamente combatté contro i nazisti e da essi fu abbattuto nella sua abitazione di via San Bernardino. Dopo la sfilata alle ore 10.30 l’on. Arrigo Boldrini, medaglia d’oro e presidente dell’A.N.P.I., rievocherà il glorioso episodio in piazza Sabotino. Per l’occasione è stato indetto un raduno regionale dell’A.N.P.I. al quale hanno inviato la loro adesione personalità della Resistenza». La commemorazione di Dante Di Nanni in La «Nuova Stampa», Anno X - N. 122, p. 2, 23 Maggio 1954.

[11] «Alla commemorazione era presente ieri anche il padre della Medaglia d’oro. Il 18 maggio 1944, dopo aver combattuto più di tre ore da solo contro circa trecento nazifascisti, DDN, terminate le munizioni, ferito gravemente, si gettava per la tromba delle scale della casa dove si era asserragliato in borgo San Paolo, al 14 di via San Bernardino, e moriva piuttosto che cadere nelle mani degli aguzzini. Il giorno prima, con tre compagni di lotta, Dante Di Nanni aveva fatto saltare la stazione radio di Stura. Ferito da sette pallottole, alle gambe ed alla testa, era stato portato nella casa di via San Bernardino, medicato e curato. Qui, rimasto solo, Di Nanni era stato sorpreso dei nazifascisti. Aveva ingaggiato la lotta, ben 30 caddero morti nel tentativo di catturarlo. Il sacrificio del giovane partigiano gappista, medaglia d’oro al valor militare, è stato ricordato ieri mattina nel ventesimo anniversario della morte. In piazza Sabotino hanno parlato il segretario provinciale della Federazione giovanile comunista Marchisio e l’on. Bottonelli, sindaco di Marzabotto. Un corteo ha raggiunto la casa dove avvenne il sacrificio di Dante Di Nanni. Scosso dalle lacrime e dalla commozione, attendeva il padre dell’eroe: vecchio, malato non aveva voluto rinunciare ad essere presente alla commemorazione del figlio». 18 maggio ’44: cadeva l’eroico Dante Di Nanni, in «Stampa Sera», Anno 96 - N. 116, p. 2, 18 Maggio 1964.

[12] «Il 30° anniversario del «gappista» Dante Di Nanni che, ferito gravemente in un’azione partigiana, tenne testa, da solo e per ore, ai fascisti che assediavano la sua casa, sarà ricordato domani sera in borgo San Paolo dove il giovane visse e morì. La manifestazione, organizzata dalla Federazione giovanile comunista, avrà inizio alle 20 in piazza Adriano da dove si snoderà un corteo che per via Di Nanni raggiungerà piazza Sabotino. Qui avrà luogo la commemorazione: parleranno Renzo Imbeni, segretario della Fgci e Sergio Garavini, segretario dei tessili della Cgil. “Ricordare Dante Di Nanni — dicono gli organizzatori — significa non soltanto commemorare un giovane eroe della Resistenza, ma soprattutto riaffermare l’impegno unitario antifascista della gioventù contro ogni tentativo di sopraffazione, di oppressione, di ritorno al fascismo”. Alla manifestazione parteciperanno i rappresentanti delle gioventù portoghese e cilena». Anniversario della morte di Di Nanni, in «Stampa Sera», Anno 106 - N. 106, p. 5, 9 Maggio 1974.

[13] Edizione Il Cucciolo, Milano, 1946

[14] Il programma dei lavori del I Congresso dell’Udi, in «Noi donne», 15 ottobre 1945.

[15] Nato a San Paolo Solbrito, in provincia di Asti, il 20 novembre 1917, abitante in via Cenischia 33, a Borgo San Paolo. Ferito nella campagna di Russia, dopo l’8 settembre 1943, appena terminata la convalescenza, venne richiamato alle armi; scelse invece di unirsi alle prime formazioni partigiane. Appartenente della 4ª divisione Garibaldi, col nome di battaglia “Tarzan”, dopo i rastrellamenti dell’autunno 1944 nelle valli di Lanzo, riparò presso le formazioni cittadine. Il 22 gennaio 1945 venne fermato in via Monginevro angolo corso Racconigi da una pattuglia del Raggrupamento Anti Partigiani (RAP), nell’ambito di un massiccio rastrellamento di Borgo San Paolo protrattosi per tre giorni. Fu messo al muro e colpito da una scarica di mitra. Raccolto morente per le numerose ferite al torace e a una spalla, il giovane giunse all’ospedale Mauriziano dove si spense l’indomani, 23 gennaio (Aisrp, Banca dati del Partigianato piemontese; Aom, Registro chirurgia uomini, 1945, n. 51; N. Adduci, Gli altri. Fascismo repubblicano e comunità nel Torinese (1943-1945), Franco Angeli, Milano 2014, pp. 280-281; «La Fiaccola Ardente», 2, n. 7, luglio 1947, p. 3).

[16] G. Levi, I Montagnana: una famiglia ebraica antifascista (dalla 1ª guerra mondiale alla Liberazione), «La Rassegna Mensile di Israel», terza serie, Vol. 48, N. 1/6, a cura dell’Assessorato alla Cultura dell’Unione delle Comunità Israelitiche Italiane (Gennaio-Febbraio-Marzo-Aprile-Maggio-Giugno 1982), pp. 107-166.