Gianni Sassi. Uno di noi


Foto di Fayçal Zaouali


Quant'è bella giovinezza, che si fugge tuttavia!

Chi vuol esser lieto, sia: del doman non c'è certezza.

(Lorenzo de’ Medici)

Chi era Gianni Sassi? Era uno di noi. Raccontarlo è guardarsi allo specchio e raccontare ciascuno di noi, quelli della sua e della mia generazione. Tra tutti noi – e suoni come un augurio – scandalosamente vivi e attivi fu certo il meno fortunato, andandosene di gran lunga troppo presto. Nessuno di noi prima di quel momento aveva pensato alla morte, e pur essendo giovani di frontiera, nessuno di noi era caduto nella trappola delle droghe, leggere o pesanti che fossero. Il solo vizio che parecchi di noi avevano, Gianni probabilmente più di tutti, era il fumo.

Il mantra di questo noi che ripeto dall’inizio – tengo a chiarirlo – fa riferimento a un gruppo di persone solo indirettamente collegate tra loro, ma sicuramente unite dal fatto di essere tutti amici di Gianni Sassi. È stata questa una delle caratteristiche o, meglio, delle virtù straordinarie di Gianni, per altri versi burbero, introverso e a volte intollerabilmente autoritario. Sì, Gianni aveva una sua personalissima capacità di tessere rapporti di vera e duratura amicizia.


Ci eravamo conosciuti ormai non più ragazzi, ma certo ancora giovanissimi, a Milano in piazzale Martini, dove lui abitava. Quella piazza non fu soltanto un luogo come tanti, uno sfondo neutro della nostra attività, ma ebbe un ruolo di straordinaria importanza qualificando e caratterizzando le nostre vite come poche cose al mondo in quegli anni. Essa divenne infatti per ognuno di noi un luogo importante della memoria, uno snodo irrinunciabile che, sono sicuro, ogni volta in cui qualcuno di noi ancora oggi ci passa, è fonte di emozione e di memorie.

Piazzale Martini è un grande slargo di Milano, situato nella periferia sud-est della città, perfettamente quadrato e circondato sui quattro lati da grandi palazzi, con un bel giardino centrale. Pur pienamente inserito nel territorio urbano, negli anni Sessanta esso costituiva l’ultimo grande agglomerato appena oltre la circonvallazione esterna della città, quella di viale Umbria. Più oltre c’era viale Molise, non ancora collegato con viale Campania dal sottopasso della ferrovia che fu realizzato proprio in quegli anni, e oltre ancora il grande deposito filo-tranviario di Calvairate, con il Macello comunale. Al di là di questo c’era la ferrovia, che costituiva il vero confine della città abitata e la divideva dalle aree industriali dove sorgevano le grandi fabbriche, tra cui la Montecatini, e dove prima del secondo conflitto mondiale aveva sede la Caproni, rinomatissima fabbrica di aerei. Giusto un po’ più in là vi era la Bianchi, la fabbrica delle biciclette più famose al mondo, quelle del super campionissimo Fausto Coppi.

Piazzale Martini era – e lo è ancora, seppure in modo più sfumato – una piazza con un carattere particolare, un luogo di confine tra classi sociali diverse: a ovest e a est palazzi medio-borghesi senza troppe pretese, a nord case più abbordabili per la piccola borghesia impiegatizia e a sud-est il quartiere di case popolari di Calvairate costruito negli anni Venti e Trenta a beneficio di una nuova categoria di lavoratori, quei tranvieri che proprio a due passi da lì, in viale Molise, avevano uno dei maggiori depositi del trasporto pubblico milanese. Piazzale Martini era spazio neutro, in qualche misura un non-luogo rigorosamente silenzioso sia di giorno che di notte, con poche persone che passeggiavano nel giardino centrale, ognuna chiuso nel proprio mondo.

Un territorio così particolare non poteva non esercitare una profonda influenza sul percorso della nostra vita e di quella di Gianni. Intorno alla piazza c’erano i ristoranti dove ci incontravamo, soprattutto la famosa Trattoria Masuelli che Gianni aveva eletto a nostro ristorante principe per i suoi eccelsi bolliti e per il suo “bere alto” (Berealto fu anche il titolo che Gianni diede a un libro curato insieme ad Antonio Piccinardi e Fabio Simion per le edizioni Mondadori). E c’era soprattutto il Lucky Bar, un locale che Gianni si era letteralmente inventato per Carlo Bozzoni e che grazie a Gianni è stato probabilmente il primo happy hour di Milano: aperitivi lunghissimi che ci vedevano riuniti intorno a un tavolo di legno quadrato e che spesso si trasformavano in vere e proprie cene a base di risotti deliziosi, occasioni per Gianni di incontrare amici, artisti, poeti e scrittori, happy hour dedicate a progetti e alle discussioni infinite che ne nascevano.

Io abitavo lì a due passi e mi ero iscritto giovanissimo alla Federazione giovanile del Partito comunista, presso la Sezione Ricotti di via Tommei, nel cuore di Calvairate, a metà strada tra la mia abitazione e piazzale Martini. Giovanissimo comunista, spinto dal desiderio di fare proseliti tra i giovani della zona, cominciai a frequentare la piazza con i suoi due bar. Fu così che conobbi, all’inizio degli anni Sessanta, Gianni Sassi che abitava in uno dei palazzi prospicienti, e diventammo presto amici. Pur non essendosi mai iscritto al partito, era anche lui un giovane comunista, e fu lui a presentarmi Sergio Albergoni e Gianni-Emilio Simonetti con i quali condivideva un sodalizio che nel caso di Simonetti era molto riservato ma allo stesso tempo forte e duraturo.


Simonetti era il più colto e informato sulle cose dell’arte, in quegli anni la sua ricerca artistica era straordinaria, e non solo a livello italiano. Attraverso lui e la sua compagna di allora, Daniela Palazzoli, Gianni Sassi conobbe Fluxus e più in generale il mondo dell’arte, tanto che partecipò direttamente con Simonetti, Albergoni e Ugo Nespolo ai primi concerti-performance di musica Fluxus che si tennero in Italia, prima a Trieste e poi a Torino.

Gianni Sassi era per sua natura immobilista. Non si muoveva quasi mai da Milano, non perché fosse pigro, ma perché non amava affatto viaggiare. Eppure era capacissimo di assorbire quotidianamente un numero infinito di stimoli. Aveva un’intelligenza mobilissima e prensile, captava tutte le buone idee, anche quelle più fumose, trasformandole quasi sempre in eventi reali. Come dice di lui un altro suo caro amico, Fabio Simion, grande fotografo che con lui ha lungamente collaborato, Gianni Sassi è stato un motore instancabile che ha tenuto viva la scena culturale milanese e italiana per un vasto arco di tempo. L’elenco di quel che ha fatto è lungo, sicuramente più di quanto rammenti la mia memoria, a cominciare dalla partecipazione alla nascita del primo circolo culturale di Milano intitolato a Giaime Pintor nel 1962 insieme a Mario Spinella, che da quel momento ci fu sempre vicino e amico.

Eravamo tutti molto giovani e squattrinati, ma con un grande desiderio di fare, di cambiare il mondo perché volevamo cambiare la nostra vita. Gianni era in un certo senso il più calvinista tra noi, ma non ha mai lavorato per accumulare denaro, bensì per il puro desiderio di fare, intraprendere, organizzare. Certo gli piaceva il ruolo dell’imprenditore, era ambizioso come tutti noi, ma mai si discosto da quel suo interno rigore etico verso la vita. Non amava avere, amava essere. Quando si manifestò la malattia, che lui comprese subito essere senza via di scampo, prese senza comunicarcelo la decisione coraggiosa di non curarsi nel modo tradizionale per guadagnare qualche mese di vita, pagando un duro prezzo di sofferenza per sé, per la sua compagna e per tutti noi che lo amavamo. Continuò normalmente la sua vita, presentandosi tutti i giorni al lavoro, senza parlare quasi mai di quanto gli stava succedendo. Continuò con più moderazione a fumare e fu messo in atto l’accorgimento di montare sulla vetrata del suo studio una piccola ventola per cambiare l’aria.

Un pomeriggio di venerdì che mi parve particolarmente provato, riuscii quasi a convincerlo a partire per qualche giorno di vacanza in collina, ma la mattina dopo mi chiese di accompagnarlo in ospedale. Così in qualche modo Gianni decise lui stesso il tempo di andarsene, alla maniera giapponese. Quando, qualche ora dopo, lo raggiungemmo, era già composto all’obitorio del Policlinico. Era il 14 marzo 1993. Aveva cinquantacinque anni. Lo guardai a lungo, con sconfinata pena e ammirazione.

Gianni ci lasciava in eredità molte cose fatte e altre ancora in corso d’opera. Per conto nostro avremmo potuto continuare il festival di Milano poesia per molti anni, ma capimmo subito che senza di lui, senza il suo “motore” senza quella sua capacità onnicomprensiva, da dominus della comunicazione, regista, direttore artistico, produttore, responsabile della colonna sonora, sarebbe stato impossibile.


Gianni Sassi con John Cage, Milano 1980, foto di Roberto Masotti


Come art director aveva impaginato «Bit» una rivista assai innovativa nella forma, creata insieme a Gianni-Emilio Simonetti, Daniela Palazzoli e Sergio Albergoni, dedicata soprattutto alle arti visive. La rivista era pubblicata da una casa editrice, la ED912, che Gianni aveva creato fondato sempre insieme ad Albergoni, Simonetti, Daniela Palazzoli e – credo – insieme anche ai suoi soci della Tipografìa La Monzese. La ED912 ha pubblicato tra l’altro, in tempo reale, libri dedicati al situazionismo, unica in Italia a informare sugli accadimenti culturali che il tale movimento stava producendo in Europa. E, sulla scia dell’Edition Mat di Daniel Spoerri, la ED912 offrì anche l’occasione di realizzare multipli e grafiche di artisti italiani e stranieri, tra cui Paolo Scheggi, Giulio Paolini, Alighiero Boetti, Aldo Mondino, come pure una serie di manifesti meravigliosi che documentavano le ricerche e le proposte degli artisti Fluxus, da George Maciunas a Henry Flynt, a George Brecht ecc.

Erano produzioni coincidenti con i tempi dell’attività della Factory di Andy Warhol a New York, di fatto inventando un nuovo modo di comunicare la ricerca artistica più contemporanea, rendendola accessibile a un largo pubblico. È questo un aspetto molto importante dell’attività culturale di Gianni Sassi, inspiegabilmente poco rilevato. Dietro tutto questo c’era probabilmente l’intuizione di Gianni-Emilio Simonetti, ma fu l’energia e la concretezza creativa di Gianni Sassi a fare la differenza, per non parlare dell’intelligente complicità di Sergio Albergoni che con grande sensibilità gli è stato sempre a fianco nelle imprese economiche e nelle intraprese culturali.

Lui e Gianni, alla fine degli anni Sessanta, avevano spostato la loro base operativa da viale Cirene a via Leopardi, dalla periferia alla city: poiché il loro lavoro imprenditoriale aumentava, crescevano di conseguenza anche le loro esigenze di rappresentanza. Nei nuovi spazi si veniva accolti alla reception da una grande serigrafia su carta che ricopriva tutta la parete e che mostrava il noto fotogramma del film di James Whale, quello in cui un improbabile e umanissimo Frankenstein aiuta una bambina a raccogliere margherite bianche, di cui Gianni aveva dipinto di giallo i capolini. Sassi e Albergoni avevano visto quel film svariate volte, e la figura di Frankenstein li affascinava entrambi. Credo che Gianni in qualche modo si identificasse in questa figura letteraria, che per le sue movenze meccaniche e per la forza che esprimeva incuteva timore e nello stesso tempo suscitava tenerezza; e a sua volta Sergio ha poi sempre firmato i suoi testi con lo pseudonimo di Frankenstein.

Col tempo la loro società di comunicazione, FAI.Sa, crebbe considerevolmente e acquisì una clientela di primissimo piano a livello nazionale. Il loro era un modo alquanto nuovo e particolarmente incisivo di comunicare l’immagine di una produzione o di un brand, coinvolgendo l’arte e a volte anche direttamente gli artisti.


Intanto sul fronte più propriamente artistico, nel 1969-70, c’erano state altre novità: avevamo aperto in corso di Porta Romana, questa volta veramente tutti insieme appassionatamente, una piccola e curiosa galleria d’arte, la Breton, che durò per una sola stagione ma realizzò alcune mostre risultate poi memorabili, come quella dei disegni di Kasimir Malevic fatta in collaborazione con l’allora esordiente Galerie Gmurzynska di Colonia. E, ancora su ispirazione di Gianni-Emilio Simonetti, una mostra intitolata Tilt che aveva per oggetto gli schermi di vetro dei flipper, secondo Simonetti vera origine della pop art americana. E poi ancora una bellissima mostra di Antonio Dias realizzata in collaborazione con lo Studio Marconi, e una altrettanto straordinaria personale di Renato Mambor. Le ambizioni erano tante, così come la determinazione a continuare, ma ci scontrammo inesorabilmente con una cronica mancanza di fondi. Al termine di una riunione indetta per stabilire il programma della stagione successiva, una volta calcolato un budget di mezzo miliardo di lire, Gianni Sassi con voce grave ci chiese e si chiese: «Abbiamo questi soldi? Ovviamente no. Allora, ragazzi, si chiude!». E così fu.

Nello stesso periodo avevamo conosciuto Juan Hidalgo e Walter Marchetti che avevano inaugurato lo spazio Multhipla proprio in piazzale Martini, all’angolo con via Caposile, e fu da quell’incontro che nacque la frequentazione con John Cage. Gianni nel frattempo aveva conosciuto i membri del gruppo musicale degli Area: Patrizio Fariselli, Giulio Capiozzo, Paolo Tofani e Ares Tavolazzi, diventando molto amico di Demetrio Stratos, la voce di quel gruppo straordinario e unico nel panorama musicale italiano. Fu così che in quel giro di anni, fortissimamente voluta da Gianni, nacque la casa di produzione CRAMPS, ancora una volta un mixer perfetto di impresa economica e di proposta culturale, con la musica pop degli Area, la musica leggera di Franco Battiato ed Eugenio Finardi, la musica di pura ricerca di John Cage, Paolo Castaldi, David Tudor, Marchetti, Hidalgo e altri. Grazie all’esperienza professionale che Sassi e Albergoni avevano maturato la CRAMPS affinò l’offerta di servizi a trecentosessanta gradi per artisti e musicisti, come del resto stava a indicare la sua stessa sigla: Company Records Advertising Management Pubblicità Service, una novità assoluta per quel tempo.


Come sempre quando un progetto lo appassionava, per Gianni si trattò di una full immersion. Questa era un’altra delle sue virtù straordinarie: la dedizione silenziosa ma totale e appassionata a un progetto culturale sul quale per forza di cose alla fine imprimeva un marchio personale indelebile. Non amava i compromessi, che possono realizzarsi solo al ribasso, e difendeva il suo lavoro con una caparbietà che non ammetteva discussioni. Forse un poco dittatoriale, si, lo era, ma in questo modo quante cose ha insegnato e trasmesso ai suoi collaboratori più stretti! Aveva un’idea dell’organizzazione del lavoro come in una bottega rinascimentale, dove naturalmente a lui spettava la parte del grande maestro.

Di fatto il lavoro propulsivo della CRAMPS si esaurì nel 1976 con la partecipazione al grande festival organizzato da Andrea Valcarenghi (Re Nudo) al Parco Lambro, dove si svolse un raduno con la partecipazione di centinaia di migliaia di giovani, una Woodstock all’italiana con contenuti fortemente politicizzati. In quel festival musicale si esibirono sostanzialmente tutti gli autori che avevano realizzato dischi con la CRAMPS, ma risultò fondamentale e indimenticabile la performance degli Area e di Demetrio Stratos. Negli anni successivi vennero prodotti solo alcuni dischi, dedicati a Demetrio Stratos e alla collaborazione da lui instaurata con John Cage, finché nel 1979 Demetrio, colpito da una leucemia implacabile, morì in un ospedale di New York. Ci aveva lasciato per sempre un artista e un amico straordinario, un eccezionale musicista. Per Gianni soprattutto e in modo diverso anche per tutti noi fu una grande perdita. Ricordo ancora il bellissimo e commovente manifesto creato da Gianni per una manifestazione in sua memoria che poi si sarebbe tenuta all’Arena di Milano: un grande cuore di carta creato con un gesto della mano doloroso e sofferto, un gesto intensamente poetico.

Oltre alla nascita e allo sviluppo della CRAMPS gli anni Settanta videro Gianni Sassi ancora una volta protagonista nell’organizzazione di alcune manifestazioni culturali che oggi possiamo a pieno titolo definire storiche. Storica infatti fu la serata al Teatro Lirico di Milano il 2 dicembre 1977, con una performance di John Cage organizzata in occasione della pubblicazione in Italia del suo libro Per gli uccelli, edito da Multhipla: una lunghissima ed esaustiva intervista del filosofo Daniel Charles a John Cage per la quale Gianni aveva progettato la copertina. La performance al Lirico prevedeva l’esecuzione di un pezzo intitolato Empty Words con la partecipazione attiva di Walter Marchetti. Fu una serata memorabile, con la presenza di migliaia di giovani milanesi attratti da un semplice ma evidentemente magico manifesto disegnato da Gianni e probabilmente interpretato dai più come l’avvento di una nuova rock star.


Le belle foto di Roberto Masotti aiutano solo in parte a capire quanto avvenne quella sera, il clima che si creò all’interno del teatro. In un paio d’ore accadde di tutto, dopo i primi cinque minuti di silenzio assoluto rotto solo dalla voce stentorea di Cage seduto a un piccolo tavolo fiocamente illuminato a leggere le sue Empty Words e dal rumore più tecnologico del proiettore di slide manovrato da Walter Marchetti che proiettava disegni del poeta-filosofo Henry David Thoreau. Poi ci fu un boato assordante, un potentissimo rombo di tuono, con i ragazzi inferociti che tentarono in tutti i modi di fermare quella che ai loro occhi si era rivelata come una insopportabile provocazione. Provarono a salire sul palcoscenico e a raggiungere il sempre serafico Cage che, imperterrito, continuava a leggere. Un servizio d’ordine improvvisato, con un indimenticabile Elvio Fachinelli che in quegli anni a Milano dirigeva la straordinaria rivista «L’Erba Voglio» bloccò alla meglio le iniziative più aggressive, ma fu forse la stessa imperturbabile continuità impressa da Cage alla sua voce che contribuì a calmare gli animi. Il pubblico, forse anche un po’ stanco per la grande bagarre, comprese di trovarsi di fronte a un’esperienza compietamente nuova e, come rapito dalla forza interiore espressa da Cage, rinunciò a sfogare le pulsioni distruttive, ma poi non così tanto, nei confronti delle strutture del teatro (come invece fu denunciato dalla stampa il giorno dopo), ed esausto si placò ad ascoltare silenziosamente il pezzo fino alla fine. Nessuno abbandonò il teatro, e per John Cage, felice e soddisfatto come mai prima, fu un trionfo. Un’esperienza per noi tutti rara e certo memorabile anche per alcune migliaia di giovani alla cui vita interiore mi piace illudermi che avevamo dato un piccolissimo contributo, in un periodo assai difficile per quel che stava accadendo.

Storico fu anche II treno di John Cage, un viaggio di sperimentazione musicale e libera partecipazione che, partito da Bologna, dopo varie e significative fermate giungeva a Rimini. Il treno di Cage fu organizzato in collaborazione con Tito Gotti e con la partecipazione di Juan Hidalgo e Walter Marchetti.

Così pure non posso non ricordare la 24 ore di omaggio a Erik Satie al Teatro di Porta Romana, organizzata nel 1980 con Gianni, Walter e Juan che ne furono anche i due magnifici esecutori, prima assoluta in Italia dopo quella realizzata da Cage a New York nel 1963.

Furono anni difficili, ambigui, durante i quali però accaddero anche molte cose positive in termini di civilizzazione della comunità, come la conquista del diritto al divorzio o lo Statuto dei lavoratori che finalmente riconosceva alcuni diritti fondamentali alla parte più cospicua di coloro che producevano ricchezza in questo paese. Ma furono anche anni di avvenimenti molto negativi e con esiti drammatici, che sembrarono portare il paese verso uno scontro a tratti paragonabile a una guerra civile. La macchina dello Stato non riusciva a stare al passo con i grandi cambiamenti culturali e sociali che si verificavano nel paese. La bomba scoppiata nel 1969 alla Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana a Milano, oggi addebitata ai servizi deviati dello Stato, fece capire agli italiani che il gioco si faceva duro e che nulla era scontato. La reazione di quella che io continuo a considerare la migliore gioventù del paese fu altrettanto dura e alla fine catastrofica. Non fu un fenomeno che coinvolse qualche centinaio di giovani, come potrebbe apparire dai processi alle Brigate rosse che poi si susseguirono, ma fu un fenomeno che coinvolse la coscienza di decine di migliaia di giovani i quali improvvisamente si sentirono chiusi in un vicolo cieco, con una frustrazione e un senso di impotenza a cui alcuni di loro reagirono con i drammatici gesti che portarono al rapimento e all’uccisione di Aldo Moro, per ironia della sorte uno dei pochissimi che con intelligenza si stava adoperando per un cambiamento reale.


Da sinistra: Nanni Balestrini, Gino Di Maggio, Gianni Sassi, Francesco Leonetti, Nizza,

1981 (Nanni Balestrini era in quel momento latitante).


Noi, «quelli di piazzale Martini» non volemmo partecipare a quel massacro generazionale. A quel tempo Nanni Balestrini propose di modificare una piccola rivista nata all’inizio degli anni Settanta, «alfabeta» in un mensile da distribuire in edicola. Nacque così l’esperienza redazionale di un collettivo di intellettuali quali Umberto Eco, Maria Corti, Antonio Porta, Francesco Leonetti, Mario Spinella, Paolo Volponi, Pier Aldo Rovatti e naturalmente Nanni Balestrini, cui presto si aggiunsero tre giovani redattori di gran classe come Omar Calabrese, Maurizio Ferraris e Carlo Formenti. Gianni Sassi inventò da par suo una veste grafica su misura e io pubblicai la rivista come Multhipla Edizioni riscuotendo grandissimo successo, con una media di 18- 20.000 copie vendute. Dal numero 43 in avanti «alfabeta» si trasformò in cooperativa editoriale e così continuò fino alla sua chiusura con il numero 114. Gianni cavalcò questo lungo periodo dall’inizio alla fine, inventandosi nel frattempo il festival di Milano poesia, in collaborazione con Milano suono di Mario Giusti, una manifestazione che rimane una gemma memorabile nella storia culturale di Milano.

Gianni si inventò anche, con la passione e la tenacia che tutti gli riconoscevamo, qualcosa di ancora più significativo per la storia culturale d’Italia, anzi non solo per il nostro paese: la prima rivista in assoluto dedicata all’importanza della cultura materiale. Fu chiamata «La Gola» e uscì in edicola dall’ottobre 1982 fino al 1988. Puntava l’attenzione su un tipo di cultura mai indagata così estensivamente prima d’allora e, nel caso specifico italiano, significava occuparsi di un vero e proprio patrimonio dell’umanità che andava difeso dall’attacco barbarico proveniente dal fast-food globalizzato di marca statunitense. In contrapposizione a esso venivano sottolineate le ragioni storiche, filosofiche e sociali del mangiar bene e del bere alto, recuperando la coscienza del know-how storico che fa del nostro paese un’eccellenza assoluta in questo settore. Un seme potente era stato piantato e molte cose da lì sarebbero germogliate. Alberto Capatti, che diresse la rivista, fu a capo di un’esperienza che con gli occhi di oggi non esito a definire epica.


In un recente dibattito televisivo si è discusso del ruolo degli intellettuali nella società di oggi, invitati presenti Carlo Freccero e Gianni Vattimo. A un tratto quest’ultimo si è trovato a parlare di Carlo Petrini, mostrando una qualche incertezza nel definirlo un intellettuale a tutto tondo. È una titubanza che non posso condividere e che non riesco a dissociare dall’atteggiamento di gran parte della cultura accademica italiana, che reputo essere la causa principale del nostro evidente ritardo sui temi più vitali della contemporaneità.

Le idee che incidono e cambiano la vita di uno, cento, centomila o più membri di una comunità sono idee vive, vitali. Chi le elabora e le propugna con coerenza non è solo un intellettuale, ma appartiene alla categoria dei grandi intellettuali. È esattamente quanto è avvenuto con Gianni Sassi, uno di noi, e così a me piace ricordarlo.

Questo testo è tratto da: Gianni Sassi. Uno di noi, Mudima edizioni, Milano 2015.

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