Giangiacomo Feltrinelli



Avevamo conosciuto Giangiacomo Feltrinelli, noi del movimento studentesco romano che saremmo poi confluiti in Potere operaio, nella primavera del ’69; ci aveva cercati lui, se ben ricordo, attraverso Nanni Balestrini, Valerio Riva, Filippini; e diventammo subito buoni amici. Avevamo attirato, come ci confidò dopo, la sua curiosità e solidarietà a partire dagli episodi di Valle Giulia, quando reagendo alla violenza delle forze dell’ordine ci eravamo battuti per difenderci. Riteneva, non a torto, che gli scontri di Valle Giulia avevano chiuso l’epoca nella quale la polizia pestava e la violenza era a senso unico; e aperto un periodo della nostra storia dove s’affermava la legittimità, per i manifestanti, di difendersi, in piazza, anche contro la polizia; insomma ci considerava dei compagni disposti a mettere a rischio i loro corpi; e ci stimava per questo.

Trascorremmo, Fiora, Valerio Morucci e io, un lungo capodanno, quello del ’70 mi sembra, nella sua casa sobria, essenziale, perduta tra gli abeti, sulle montagne d’Austria. C’era la moglie di allora, Sibilla l’altoatesina, lunga e dritta come un fiammifero, e anche il figlio Carlo ancora bambino.

I cervi, al tramonto, venivano sotto il portico della casa a suggere il sale lasciato per loro sul tavolato.

C’era accoglienza e perfino tenerezza nell’ospitalità di Giangiacomo. Malgrado che sembrasse non amare le abissali teorie dalle quali noi eravamo posseduti e fosse, personalmente, piuttosto taciturno, nelle lunghe passeggiate tra i boschi o, a sera, davanti al grande camino contadino, quando, menando a far tardi tra una sigaretta e l’altra, si restava in due, si apriva alla conversazione e ai ricordi; e i suoi racconti, secchi ma non sciatti, permettevano di posare un occhio là dove non eri mai stato.

Ho avuto modo di frequentarlo con una certa regolarità, negli anni successivi, fino a qualche mese prima della sua morte, nel marzo del ’72. Poi, ho tentato di tener fede a ciò che ci aveva reso, una volta, amici.

Feltrinelli era un alto-borghese, di cultura, per parte di madre, mittle-europea; e per parte di padre apparteneva alla tradizione laica lombarda; parlava correntemente cinque lingue; insomma, non era una personalità complessa dalle identità multiple.

Intanto era stato, per molti di noi, l’editore di riferimento fin dalle scuole ginnasiali; nella collana del «Canguro» aveva pubblicato le opere degli scienziati rivoluzionari, per esempio Kropotkin il grande geografo anarchico; poi, fondata la sua casa editrice, erano arrivati, come ondate emotive in successione, il Dottor Zivago ovvero la fine del sentimento d’appartenenza; Il Gattopardo, cioè la riscoperta dell’estraneità del Meridione al moderno; la letteratura sudamericana, ossia l’impossibilità d’evadere; gli scritti eretici del comunismo di sinistra, vale a dire la consapevolezza del fallimento.

Più che un editore era divenuto un organizzatore di cultura; o meglio, aveva messo su e dirigeva una sorta di collettivo redazionale, di straordinaria qualità, che apriva tematiche, interrogazioni, tonalità emotive, attraverso i libri, nel senso comune. La Casa Editrice Feltrinelli era divenuta una piccola fabbrica dell’anima.

Aveva un maniera di vedere il mondo che era un po’ una miscela statitistica dei luoghi e dei volti che avevano attraversato la sua vita. Da giovane, poco più che adolescente, s’era legato a Pietro Secchia, il Giap italiano, e all’esperienza della guerra partigiana. Gli veniva da queste frequentazioni una certa inclinazione all’organizzazione clandestina, al gusto per le informazioni riservate, all’azione militare.

Dalla consuetudine con Castro e Guevara aveva tratto l’idea che si potesse agire in Europa in modo guerrigliero a partire dalle periferie, lungo il percorso dei migranti e perfino là dove l’esistenza di minoranze linguistiche lasciasse intravedere la permanenza di nazioni mancate.

Dalla sua origine sociale, aveva preso quella timidezza arrogante che secerne il senso di colpa; poi, anche per l’avere avuto dimestichezza con gli gnomi del dominio, aveva maturato un assoluto disprezzo per coloro che gestivano il potere economico, politico e militare.

Si trattava, prima di tutto, di un giudizio morale: li riteneva cinici, capaci di ogni abiezione morale pur di difendere i loro privilegi esausti. Era, così, convinto che in Italia, in quegli inizi anni ’70, si stesse preparando un colpo di stato in un più generale quadro di restaurazione internazionale guidata dagli Stati Uniti.

Ed era anche determinato, assai più di noi per intenderci, a organizzare in prima persona una sorta di resistenza armata preventiva.

Il suo modello organizzativo era quello della guerra per bande, come era accaduto durante la liberazione dal nazi-fascismo; la relazione amicale con Secchia e gli altri capi partigiani, coltivata senza interruzione, aveva lasciato, attraverso il racconto, un’impronta indelebile nella formazione politica dell’editore.

All’inizio, noi di Potere operaio, avevamo con lui un rapporto in quanto editore del nostro settimanale; e in questa veste si comportava da mecenate – comprava alcune migliaia di copie del nostro settimanale che distribuiva poi nella rete di punti vendita della casa editrice; e non ci sono mai arrivate rese; in questo consisteva il suo aiuto finanziario al nostro gruppo.

Poi, con la strage del 12 dicembre del ’69, le cose erano, dirò così, precipitate; e il rapporto con l’editore aveva assunto l’aspetto, non poco tedioso, di una alleanza instabile tra soggetti politici. Feltrinelli si presentava ormai, negli incontri con noi, come un dirigente di una modesta organizzazione rivoluzionaria, alla quale conferiva un peso eccessivo grazie alla utilizzazione, più o meno astuta, delle sue private risorse.

La cosa, in una prima fase ebbe risvolti fantasiosi e anche divertenti. Per esempio, tramite militanti genovesi legati a Giangiacomo, arrivarono a Roma, nel gennaio del ’70, alcune potenti radiotrasmittenti con le quali ci introducemmo nelle trasmissioni della RaiTv interrompendole, per poi diffondere notizie sulle lotte operaie alla Fatme, la grande fabbrica sulla Tuscolana che a Roma, in quegli anni, era la nostra Fiat.

Si trattava, scelta una terrazza o un tetto per allargare il raggio d’ascolto, di montare l’apparecchiatura, trasmettere e smontare – il tutto in non più di dieci minuti, tempo minimo necessario alla polizia postale per localizzare la sorgente dell’interferenza. In quei mesi, nacque a Roma il prototipo delle radio libere.


Ma Feltrinelli era via via più interessato agli aspetti di formazione e organizzazione di bande partigiane; e questo aveva comportato che le nostre posizioni divergessero sempre più dalle sue. Egli stesso, del resto, sembrava avere specializzato le sue relazioni, e preferire il rapporto con quelli di noi che si occupavano più direttamente delle questioni, diciamo così, di autodifesa; e non mancarono i tentativi di reclutamento anche maldestri.

Poi, una mattina di marzo del ’72, il suo corpo fu trovato, nei terreni vaghi di Segrate, dilaniato dall’esplosivo destinato a un traliccio ad alta tensione.

I giornali di sinistra, da «l’Unità» a «Lotta continua» attraverso «il manifesto», tutti a trovare la causa di quella morte in complotti fascisti o in operazioni americane più o meno segrete.

Molti di coloro che accreditavano questa versione erano al corrente, se non dei dettagli, certo della dimensione clandestina dell’azione politica di Feltrinelli. Infatti, l’editore non frequentava solo i militanti di Potere operaio ma aveva familiarità con gli altri gruppi extraparlamentari come con pezzi significativi della sinistra parlamentare. Molti sapevano e mentirono, per buone intenzioni va da sé; e mentirono perché avevano vergogna, vergogna di riconoscere che un prestigioso editore di sinistra era morto nel tentativo di sabotare le linee elettriche lombarde.

Era effettivamente una enormità, una luce enorme che svelava non solo la crisi nella quale versava la grande borghesia lombarda. Perché Feltrinelli non aveva tradito solo l’alta borghesia, la sua classe d’appartenenza. Con la sua morte più ancora che per la sua vita, con quel suo gesto di disperata coerenza svelava l’incoerenza, anzi la menzogna, che si celava nei tentativi dei partiti di sinistra di istituzionalizzare la rivolta e la disobbedienza, tutta quella la perdita di senso che affliggeva quel mondo soddisfatto di sé, la sinistra istituzionale come quella in via di istituzionalizzazione.

Tutti costoro nascosero finchè poterono il fatto, cioè che l’editore fosse morto nell’atto mancato di sabotare un traliccio; e quando più non poterono, con la complicità di alcuni dei suoi collaboratori più stretti, lo ridussero a un caso patetico, un ricco consumato dallo spirito d’avventura, un poverino rovinato dalle amicizie incaute.

Senza dubbio, questo tradimento che ha comportato la morte, resta, accanto alla Casa editrice, l’opera buona che Giangiacomo ha fatto per il suo paese, per tutti noi. Rischiando e poi morendo per un’idea che ha illuminato per sempre i sentieri di tutti coloro che hanno tradito nel buio del quotidiano, lasciandosi assimilare; che hanno tradito proprio quelle idee che, una volta, li avevano resi amici.

Tutti mentirono, tra quelli che scrissero della sua morte avendolo conosciuto e frequentato; tutti tranne i redattori del settimanale «Potere operaio». Questo giornale pubblicò, sul sabotatore del traliccio di Segrante morto per distrazione, l’articolo di fondo del 26 marzo 1972 che qui riproduciamo.

Un rivoluzionario è caduto

Potere operaio

Lo dipingono ora come un isolato, un avventuriero, come un deficiente o come un crudele terrorista. Noi sappiamo che dopo aver distrutto la vita del compagno Feltrinelli ne vogliono infangare e seppellire la memoria – come si fa con i parti mostruosi. Sì, perché Feltrinelli ha tradito i padroni, ha tradito i riformisti. Per questo tradimento è per noi un compagno. Per questo tradimento i nostri militanti, i compagni delle organizzazioni rivoluzionarie, gli operai di avanguardia chinano le bandiere rosse segno di lutto per la sua morte. Un rivoluzionario è caduto.

Giangiacomo Feltrinelli è morto. Da vivo era un compagno dei Gap (Gruppi d’azione partigiana) – una organizzazione politico-militare che da tempo si è posta il compito di aprire in Italia la lotta armata come unica via per liberare il nostro paese dallo sfruttamento e dall’ingiustizia. A questa determinazione Feltrinelli era arrivato dopo una bruciante e molteplice attività: dalla partecipazione alla guerra di liberazione, alla milizia nel Pci, all’impegno editoriale, alla collaborazione con i movimenti rivoluzionari dell’America Latina. L’indimenticabile ’68 lo aveva spinto a un ripensamento di tutta la sua milizia politica; la breve ma intensa confidenza con Castro e Guevara gli forniva gli strumenti teorici attraverso cui analizzare il fallimento storico del riformismo e, a un

tempo, la prospettiva da seguire per una ripresa del movimento rivoluzionario in Europa. La forte passione civile, la rivolta a ogni forma di sopraffazione e di ingiustizia (si pensi all’attenzione con cui ha sempre seguito le rivendicazioni autonomiste delle minoranze linguistiche italiane) lo spingevano a saltare i tempi, a bruciare le mediazioni. È l’inquietudine di cui parla oggi con disprezzo misto a compatimento il «Corriere della Sera».

In realtà è l’inquietudine che porta con sé ogni uomo che non si adatti a vivere come un bue, che nutre un odio profondo per tutti i cani e i porci dell’umanità. Certo nell’azione di questo compagno ci sono stati errori, ingenuità, improvvisazioni. Grave soprattutto ci è sembrata e ci sembra, nel programma politico dei Gap, la sottovalutazione delle lotte operaie, della loro capacità di andare oltre il terreno rivendicativo per porre la questione dei rapporti di forza tra le classi cioè del potere politico. Ma i suoi errori, la sua impazienza, appartengono al movimento rivoluzionario e operaio; assalto al cielo che da qualche anno migliaia di militanti hanno cominciato a ricostruire dopo decenni di oscurità e di paura. Fanno parte di questo cammino che, come diceva Lenin, non è diritto e piano ma tortuoso e difficile, e dove accanto all’estrema determinazione di percorrerlo non v’è alcuna certezza sui tempi necessari a mandare in rovina lo stato delle cose presenti.

Il compagno Feltrinelli è morto. E gli sciacalli si sono scatenati. Chi lo vuole terrorista e chi vittima. Destra e sinistra fanno il loro mestiere di sempre. Noi sappiamo che questo compagno non è né una vittima, né un terrorista. È un rivoluzionario caduto in questa prima fase della guerra di liberazione dello sfruttamento. È stato ucciso perché era un militante dei Gap. E carabinieri, polizia, fascisti esteri e nostrani lo sapevano e lo sanno benissimo. È stato ucciso perché era un rivoluzionario che con pazienza e tenacia, superando abitudini, comportamenti, vizi, ereditati dall’ambiente alto-borghese da cui proveniva, s’era posto sul terreno della lotta armata, costruendo con i suoi compagni i primi nuclei di resistenza proletaria. È probabilmente vero che la ricerca affannosa che, da mesi, fascisti e servizi segreti vari avevano scatenato per prendere Feltrinelli, si è intensificata dopo il contributo ulteriormente portato dai Gap nello smascheramento dei mandanti e degli esecutori della strage del dicembre del ’69. È probabilmente vero che questo compagno ha commesso, per generosità, errori fatali di imprudenza – cadendo così in un’imboscata nemica la cui meccanica è a tutt’oggi oscura. Quello che è certo è che di questo assassinio si sono fatti complici tutti coloro che cercavano un mandante e un finanziatore per l’attività dei gruppi rivoluzionari. Dal «Secolo» a «l’Unità» in una paradossale unità d’intenti dopo la manifestazione del giorno 11 a Milano, tutti hanno latrato: vogliamo il mandante, vogliamo il finanziatore. Come se la lotta di strada, la lotta di piazza avesse bisogno di finanziatori. Le bottiglie molotov sono generi di largo consumo nell’Italia degli anni ’70. Costano poche centinaia di lire. Come dire alla portata di qualsiasi militante. Sono le attrezzatissime bande fasciste, sono i giornali di partito senza lettori, sono le costose campagne di pubblicità elettorale, sono i mastodontici apparati di Partito che richiedono e trovano i finanziamenti di Cefis, di Agnelli, di Borghi, di Ravelli – oltreché il generoso contributo delle casse statali e parastatali. Comunque loro – destra e sinistra – volevano il mandante, il finanziatore.

Fascisti e servizi segreti glielo hanno trovato. Un cadavere straziato di un pericoloso rivoluzionario che aveva deciso di far sul serio è diventato utile per la bisogna – perché era Giangiacomo Feltrinelli discendente di una delle famiglie più ricche del paese.

E i giornali della borghesia si sono affrettati a sputare sopra il cadavere. Con tutto l’odio che si sente per un traditore. Perché è vero. Giangiacomo Feltrinelli li aveva traditi. Aveva rotto con la sua classe e in tre anni densi di attività minuta, continua e coraggiosa era diventato un rivoluzionario. E i miliardari che finanziano i partiti, si drogano al Number One, vogliono l’ordine e la morale nelle fabbriche e nelle scuole – e per questo utilizzano le bande fasciste – non possono perdonare questo figlio degenere.

Da «Potere operaio», settimanale politico, anno I, n. 5, 26 marzo 1972.


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