Una poesia e una conversazione notturna



Questo testo contiene una poesia, una narrazione «a caldo» e una «a freddo» su quanto accadde nelle tre giornate del G8 di Genova 2001, su alcune questioni che le precedettero e altre che ne seguirono.


Immagine: Sergio Bianchi, Omaggio a John Cage, 2014


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8 strambotti genovesi

Nanni Balestrini


Gli 8 gangster riuniti sono una banda armata che progetta rapina per la terra affamata tutta contaminata mandiamoli in rovina


Gli 8 gangster riuniti

si indignano se si protesta

noi siano qui per salvare il mondo

lasciateci fare tranquilli

ma sono loro che l’hanno distrutto

abbattiamoli come birilli


La banda armata ha ammazzato gli 8 gangster riuniti hanno brindato così quelli imparano a starsene a casa solo noi possiamo girare il mondo globale per vedere dove è meglio continuare a rubare ma gli altri zitti o li facciamo sparare


Gli 8 gangster 8

devono far fagotto

non ne possiamo più di questi assassini fetenti li vogliamo a testa in giù solo allora vivremo contenti

8 gangster riuniti non ci avete capiti dicono le facce di culo siamo qui per salvare il globo mettiamoli al muro e picchiamo sodo


Per fermare la rovina del globo bisogna fermare gli 8 gangster riuniti finché la banda non sarà distrutta moriremo poco a poco il globo è nostro non dei loro appetiti è ora di dar loro fuoco


Non ci fanno mangiare non ci fanno respirare non ci fanno sognare gli 8 gangster riuniti devono crepare sono troppo impuniti Sazi di pacifico sangue gli 8 gangster riuniti ringraziano il noto Berlusca è stata una magnifica festa arrivederci al prossimo massacro se qualcuno di nuovo protesta


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Franco Berardi Bifo*


9 luglio

(…) Da Seattle in poi, ogniqualvolta il potere globale tiene i summit periodici dei suoi organismi, la richiesta è sempre una sola: non fate questo summit.

Che altro si dovrebbe chiedere a un summit che si chiama G8? Solo questo si può dire: non avete il diritto di esistere, non avete il diritto di decidere, non avete il diritto di legiferare. Per la semplice ragione che l’esistenza legiferante di un organismo come il G8 è incompatibile con la democrazia. Il G8 è l’organo che raggruppa periodicamente i capi degli Stati economicamente più potenti del pianeta, i quali naturalmente si incontrano per discutere delle tecniche e delle procedure da adottare per mantenere e accrescere il loro potere.

Di tutti gli organismi non elettivi che hanno imposto negli ultimi anni un governo dell’economia globale (il Fondo Monetario Internazionale, la World Bank, il North american free trade organization, l’Organizza zione per la cooperazione e lo sviluppo), il G8 è quello più rappresentativo. Esso infatti garantisce l’avallo delle autorità politiche dei paesi economicamente più potenti alle linee di azione stabilite dai sacrari del liberismo capitalista.

Il principio democratico non ha alcun valore a questo livello di decisione, e d’altra parte questo livello è determinante per tutti i livelli di decisione locali. Di conseguenza la democrazia non è più in funzione da nessuna parte, e viene al massimo rispettata come una mera formalità. Ecco perché tanta gente si preparava ad andare a Genova. Per rivendicare democrazia. Per denunciare una forma di dispotismo che dall’economia si diffonde in tutta la vita sociale. Dunque le trattative giravano a vuoto. Si discuteva di topografia urbana, zona rossa zona gialla, zone della città interdette al passaggio dei cittadini, zone sottratte alla libera circolazione. Le autorità avevano stabilito di chiamare zona rossa tutta l’area del centro storico genovese, l’antica zona intorno al porto fino a Porta Principe dove c’è la stazione, fino a piazza Carlo Felice e a via XX settembre. Nella zona rossa non era permesso a nessuno di entrare per la durata di quattro giorni, i due giorni del summit e quelli precedenti, perché là in mezzo si trova Palazzo Ducale, il luogo consacrato agli incontri degli otto Grandi. Grandi si fa per dire.

(…)


11 luglio

Decisi allora di andare a Genova per incontrare qualche vecchio amico e anche per partecipare a un convegno mal organizzato che si teneva in città proprio in quei giorni. Berlusconi il grande si era recato a visitare la città e aveva ordinato di cambiare le fioriere che adornavano la zona rossa e anche di rimuovere tutti quei panni stesi tra una finestra e l’altra. Con il suo raffinato senso estetico il cavaliere milanese stava preparando la scenografia.

Le trattative tra i rappresentanti del governo e quelli del Genoa Social Forum si stavano chiudendo senza accordi significativi. Non era chiaro cosa intendessero fare i contendenti. I rappresentanti del governo ribadivano: proteggeremo la zona rossa per terra per cielo e per mare. I rappresentanti del movimento ripetevano: violeremo la zona rossa senza compiere alcuna violenza. Come? Questo non era chiaro. Con i nostri corpi affronteremo le milizie armate, dicevano i rappresentanti delle Tute bianche, i ragazzi di molti centri sociali. Un vago sentore martiriale emanava dalle dichiarazioni di Vittorio Agnoletto e di Luca Casarini, i due portavoce del movimento. La chiave martirologica non è priva di efficacia. Essa è testimonianza etica irriducibile a un ordine inumano che si è coscienti di non poter rovesciare. In una situazione di questo genere, quando l’intollerabile ti sovrasta e sai di non poterlo abbattere, rimuovere, modificare, il martirio può essere una scelta eticamente forte, affermazione di una estraneità radicale all’inevitabile ordine dispotico.

Ma le scelte del movimento rimanevano indefinite perché nessuno sapeva disegnare con chiarezza l’orizzonte delle possibilità politiche, e

nessuno poteva sapere se venti anni di dittatura liberista hanno lasciato al pianeta e agli esseri umani energie sufficienti per riprendersi dalla devastazione psichica e ambientale.

Il movimento globale che si batte contro la mostruosità inoculata dal capitalismo nella vita quotidiana in questi anni ha funzionato come messa in scena consapevolmente spettacolare di un rifiuto radicale, come azione non violenta destinata ad agire essenzialmente sul piano simbolico. Wu Ming, il narratore collettivo che ha cantato in pagine epico-ironiche varie imprese delle Tute bianche, ha sviluppato con spregiudicatezza questa idea di una radicalità che si esprime sul piano semiotico, e che agisce sull’immaginario sociale. Ma per quanto tutto questo sia concettualmente molto raffinato, in quei giorni la domanda che molta gente si poneva era molto più semplice: se andiamo a Genova che cosa succederà? Come potremo difenderci se la polizia ci attacca per impedirci di raggiungere la zona rossa? E poi, che intenzioni ha il governo? Su questo punto regnava l’incertezza più completa.

Si facevano considerazioni contraddittorie. Alcuni dicevano: «La coalizione di destra che si è appena insediata al governo è vista con un certo sospetto negli ambienti politici e finanziari degli altri paesi europei. Non gli conviene presentarsi sulla scena con un’azione repressiva e violenta».

«Non gliene può fregar di meno» replicavano altri. «Quelli sono fascisti e si preparano a menare le mani semplicemente perché per loro è naturale così. Si preparano a dare una lezione di brutalità. Perché vogliono mostrare che non tollerano interferenze nella loro azione».

Qualcun altro faceva osservare che destra o sinistra significa poco: «abbiamo visto come si sono comportati a Napoli i poliziotti, quando in marzo ventimila persone hanno sfilato contro un vertice internazionale convocato per discutere i problemi dell’electronic governance globale. In quella occasione hanno circondato la piazza in cui la gente si era concentrata, hanno manganellato ragazzine di quindici anni e colpito nel mucchio senza pietà. Eppure a quell’epoca c’era il governo di centro-sinistra».

«È inutile fare ipotesi sui loro piani» concludeva il più saggio. «Non hanno una posizione univoca, qualcuno vorrebbe ammazzarci tutti, qualcuno vorrebbe dimostrare che sono dei sinceri democratici, e alla fine deciderà il caso. Una pietra lanciata da un irresponsabile, un poliziotto nervoso che spara per sbaglio».

Questa era la situazione che si andava delineando. La tensione cresceva ogni giorno. La campagna di comunicazione era stata pianificata dagli strateghi di qualche servizio di sicurezza con lo scopo di dissuadere, di spaventare la gente per convincerla a starsene a casa.

E invece aveva ottenuto l’effetto opposto. Ragazzi che mai prima avevano partecipato a una manifestazione politica, erano come ipnotizzati da quell’evento, proprio per la carica di drammaticità con cui si annunciava. Per la prima volta dopo tanti anni (forse dal settembre del 1977, quando il movimento degli studenti di Bologna aveva organizzato il convegno internazionale contro le repressioni) un evento politico di contestazione conquistava il centro della scena dell’attenzione giovanile. Dopo anni di imperante individualismo la partecipazione a un evento collettivo prevaleva nel discorso quotidiano dei ragazzi.

Ma proprio l’enormità dell’onda che si stava avvicinando la rendeva ingovernabile, e minacciosa. Sapevamo che sarebbe arrivata gente imprevedibile: i tifosi di calcio in crisi di astinenza per la fine del campionato, i ragazzi delle associazioni cattoliche, studenti alla loro prima manifestazione politica, e chissà chi altro.

Era l’occasione per ritrovare la capacità collettiva di discutere, di criticare, di cercare soluzioni nuove per la vita sociale, ma era anche una situazione fragile, difficile da dirigere, difficile da contenere.

D’altra parte quell’appuntamento prometteva di essere anche la prima occasione di manifestare contro il governo di destra. Troppe cose, troppe emozioni, troppe intenzionalità si mescolavano imprevedibilmente.

La direzione politica del Genoa Social Forum continuava a lanciare messaggi rassicuranti, a ripetere che sarebbe stata violata pacificamente la zona rossa.

E se all’ultimo momento si fosse diffusa spontaneamente una indicazione diversa: disperdiamoci, moltiplichiamo i punti dell’azione? Occupiamo le stazioni ferroviarie e i caselli delle autostrade e i valichi di frontiera e le ambasciate dei paesi che partecipano al G8? Qualcuno lo aveva proposto, timidamente qua e là. Occupiamo la Biennale di Venezia al grido di «abbasso Giotto evviva Cimabue» aveva suggerito qualche dadaista. Ma non era possibile lanciare una campagna in questo senso. La direzione del movimento era composta da persone oneste e intelligenti, ma non molto originali e spiritose. In una situazione come quella si sarebbero dovute inventare soluzioni bizzarre, assurde, imprevedibili. E invece Agnoletto aveva continuato a ripetere venite tutti a Genova, saremo pacifici e quindi non succederà niente, come se tutto potesse dipendere dal pacifismo del Genoa Social Forum. A quel punto i giochi erano fatti, non si poteva proporre una indicazione alternativa. Sarebbe apparso come un tentativo di divisione o come la proposta di stravaganti provocatori.

Passai dunque qualche giorno a Genova, soggiornando in un albergo piuttosto elegante che sta dalle parti della stazione di Porta Principe. Arrivò anche il mio amico Seb, un uomo d’esperienza, dall’intelligenza acuta e taciturna. Da una decina d’anni insieme curiamo una rivista che esce ogni quattro o cinque mesi. Cominciammo a pubblicarla all’inizio degli anni Novanta per riprendere il filo di una ricerca che nel decennio precedente si era ingarbugliato e perso nelle carceri speciali in cui il potere aveva rinchiuso centinaia di intellettuali. Volevamo riprendere il filo della ricerca autonoma: autonomia della società dal capitale, autonomia del sapere dalla legge del profitto, autonomia della mente e del cuore dall’economia.

La rivista ha avuto un pubblico per lo più giovane, intelligente, smaliziato. Non è tessuta di nostalgia per gli anni Settanta, ma non ha mai accettato il cinismo che domina nella chiacchiera intellettuale, né si è resa subalterna al pensiero dominante del liberismo. E forse questa è stata la chiave del suo (minuscolo) successo.

Abbiamo creato questa rivista per continuare a dipanare il filo, per seguire i percorsi sotterranei di quello che noi chiamiamo movimento, proprio negli anni in cui sembrava impossibile attendersi il riemergere di una moltitudine cosciente, e solidale. E alla fine è arrivata l’insurrezione di Seattle. E in quel momento ci sarebbe venuta voglia di ripetere: ben scavato vecchia talpa.

La sera del 14 di luglio io e Seb andammo insieme a una riunione dell’associazione Città aperta, che da anni si occupava dei problemi degli immigrati, massicciamente presenti a Genova. L’associazione cerca di favorire la loro integrazione nel tessuto sociale cittadino, e nell’imminenza delle giornate del G8 aveva lanciato l’idea di organizzare una grande manifestazione dei migranti. Nella prima metà degli anni Novanta, quando l’immigrazione nordafricana si era intensificata improvvisamente, investendo Genova, città mediterranea e porta d’Europa, non erano mancate le reazioni di rigetto, fomentate e organizzate da quelli che costruiscono carriere politiche sulla divisione e sull’odio tra i più poveri. La Lega Nord aveva organizzato dei veri pogrom per cacciare i migranti dal centro storico. L’associazione Città aperta aveva svolto un ruolo di sdrammatizzazione e di mediazione culturale, e aveva raccolto consensi tra gli immigrati e in un’area abbastanza vasta di giovani genovesi, cosi come l’appoggio di professionisti che avevano prestato la loro opera per aiutare i nuovi arrivati a integrarsi in città.

La prima manifestazione delle tre giornate contro il G8 era dunque un corteo di migranti, persone provenienti da ogni dove e dirette verso ogni dove.

Libera circolazione degli esseri umani, nessun essere umano è illegale. No border no nation.

La sala della riunione quella sera era affollatissima. Una dopo l’altra, prendevano la parola persone che avevano precise responsabilità organizzative. Quello che aveva l’incarico di organizzare le navette per il trasporto degli immigrati che abitavano nella zona di Sampierdarena, quello che coordinava il servizio medico in caso di incidenti, quello che teneva i contatti con gli altri gruppi cittadini.

Si esaminavano carte topografiche della città per definire gli ultimi dettagli del percorso. Si valutavano i tempi necessari per spostarsi da un punto all’altro della città.

Si fece tardi e Seb decise di tornare in albergo; io uscii con lui. Camminavamo lungo le stradine che risalgono verso via Balbi, senza dire una parola.

Quando eravamo ormai prossimi all’arrivo Seb si fermò sul marciapiede e disse: «È una trappola».

Ci fermammo nella notte genovese, perché lui stava parlando senza guardarmi, come se ragionasse tra sé e sé. «Nessuno può governare quel che sta accadendo, e questo gioco a nascondino delle Tute bianche stavolta rischia di non funzionare. Quante volte puoi fare questo giochino di gridare bum! prima che qualcuno tiri fuori un cannone vero e ti spari addosso? Questa volta di là ci sono i fascisti, quelli veri. E quelli non hanno voglia di scherzare, non sono mai stati spiritosi. Noi facciamo tutta la pantomima per amore del simbolico e dell’immaginario, e quelli tirano fuori il cannone e ti ammazzano sul serio. Io a Genova il 20 non ci vengo». Seb mi disse che lui non sarebbe venuto in quella trappola. Mi mise addosso una agitazione pazzesca, perché capivo che aveva un po’ di ragione. Se fai il pacifista, diceva, lo devi fare senza equivoci. Non si può fare il teatro della crudeltà con degli energumeni. Quelli non hanno letto Artaud e appena ti muovi ti sparano.

Io gli dissi: «se pensi così allora dobbiamo fare qualcosa. Ma cosa? Facciamo una telefonata a un giornale, ora, subito. Proponiamo un’intervista. Lanciamo la proposta: nessuno vada a Genova. Te lo immagini che razza di casino se adesso riuscissimo a fermare la fiumana, a dirottarla in mille rivoletti di protesta, di rivolta, di teatro di strada, in ogni città?».

«Non è più possibile, non è più possibile. Non ci si può prendere la responsabilità di generare panico ulteriore in questa situazione. Rischieremmo di amplificare il panico e di produrre una spaccatura che adesso è troppo tardi per motivare e ricomporre».


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Sergio Bianchi


E invece a Genova ci andai, ma non subito, solo dopo la morte di Carlo Giuliani, e feci un lungo tratto di corteo proprio con Bifo, prima di perderci di vista nel casino infernale.

È vero che quella faccenda della «dichiarazione di guerra» fatta baldanzosamente dalle Tute bianche mi pareva da una parte farsesca e dall’altra pericolosa. Per il banale motivo che se si dichiara guerra a qualcuno, quel qualcuno può prendere la cosa non come una boutade ma come pretesto per prepararsi a fartela per davvero. E un qualche sbigottimento mi suscitavano quelle schiere di scemi imbottiti di gommapiuma che in diversi luoghi si facevano fotografare e filmare mentre giocavano a «prepararsi agli scontri». O meglio a perpetuare la loro finzione spettacolare, che fino a lì, concordata e contrattata con la controparte, era servita a incentivare l’attenzione mediatica sui propri contenuti politici, degni per altro di considerazione.

Ma quella volta la cosa non quadrava, i conti non tornavano, il contesto era troppo ampio, le contingenze si accumulavano tutte assieme e intrecciandosi tra loro avevano comportato nodi e grovigli non dipanabili. I portavoce parlavano di un teatro con troppi attori in scena, alcuni dei quali neanche conoscevano. Parte dei portavoce avevano a riferimento il teatro unicamente italiano, dunque provinciale, dove credevano di esercitare una qualche egemonia e di conseguenza un controllo. Cosa per altro vera solo relativamente. Non avevano fatto i conti con tutti gli altri osti che arrivavano da tutte le altre parti del mondo, con altri pensieri, progetti, esperienze, pratiche. Ci fu supponenza e presunzione in chi credeva di poter gestire e orientare la piazza, almeno la sua parte più mediatizzabile. Non gli venne il dubbio che quella tattica fin lì reiterata potesse non funzionare in un teatro internazionalizzato e con una controparte militare nevrotizzata da una sciagurata campagna allarmistica dei media. E infatti non funzionò. Arrivarono gli uomini e le donne in nero, già presenti in tutte le scadenze internazionali precedenti, a rompere le uova nel paniere. Imprevisti e imprevedibili, almeno con quella potenza d’azione, sparigliarono le carte, le mandarono all’aria e dettarono le nuove regole del caos. Colpivano, si disperdevano, si ricomponevano, ricolpivano. La pratica del mordi e fuggi, della guerriglia di piazza vera, non simulata. Giovani, flessibili, mobili, saettanti, scaltri e, soprattutto, estetici. Il loro profilo ombroso e felino sovrastava in seduzione la figura dell’imbolsito, appesantito, impacciato militante in gommapiuma. Non ricercavano lo scontro fisico col nemico, facevano violenza sulle cose, devastavano contesto e arredo urbano perché inteso come strumento di controllo capitalistico. Erano anarchici, e fecero il loro mestiere. Non gliene fregava nulla dell’inventario pacifista presente, compreso quello in gommapiuma, che anzi, probabilmente, stava loro piuttosto antipatico.

Furono infiltrati da chi aveva interesse agli sfasci? Sicuramente sì. Erano tutti infiltrati e provocatori? Sicuramente no.

Ma soprattutto non si compresero le intenzioni delle uniformi, tra le quali covava un miscuglio di fascismo, frustrazione e aggressività repressa che era andata in paranoico accumulo e compressione.

Non si sa ancora, a distanza di vent’anni, se vi fu una regia precisa o un banale accavallarsi di idiozia e incapacità di gestione della piazza che sfociò in quel rivoltante macello di gente per la stragrande maggioranza inerme e dagli intenti del tutto pacifici. Certo, le gerarchie militari e i pavidi e squallidi politici governativi, a cose fatte, si adoperarono con dovizia a sollevare nuvole di fumo per confondere e depistare la realtà di quanto accadde.

Ma alla fine del terzo giorno il dessert delle uniformi non era ancora stato servito. Arrivò sul tardi, alla scuola Diaz, falsamente indicata come covo degli uomini e delle donne in nero. Quel che era accaduto lo seppi immediatamente dopo per telefono, dalla voce disperata di Wu Ming 1. Poi per televisione arrivarono le immagini inequivoche del massacro perpetrato a freddo. Mi venne subito in mente il post rivolta del carcere speciale di Trani. Ma là, noi eravamo prigionieri politici consapevoli di quel che avevamo partecipato a fare e stavamo facendo. Era il capitolo di una guerra in corso nella quale avevamo messo in conto di poter morire anche così, massacrati con manganelli, bastoni e spranghe. Ma quei ragazzi e quelle ragazze della Diaz non potevano averlo messo in conto. Per questo, chi infierì in quel modo su di loro si merita il peggiore epiteto carcerario che esista, la cui pronuncia è pesante come una montagna: infame. Infami tutti loro che lo fecero, infami i loro superiori che lo ordinarono e infami tutti coloro che li coprirono.

Ma non bastò ancora, perché arrivò il caffè, servito nelle prigioni di Bolzaneto, in forma di soprusi, vessazioni, umiliazioni e torture sui prigionieri e prigioniere.

Nei giorni seguenti una mole di filmati e testimonianze sugli accadimenti dei tre giorni e del loro finale invasero i media suscitando una generale indignazione da parte dell’opinione pubblica nei confronti delle uniformi.

Da lì, per un certo periodo, parve che il «martirologio», come lo chiama Bifo, potesse tornare utile a uso politico da quelle componenti del movimento che si dissociarono esplicitamente dal black bloc, addossandogli le responsabilità della provocazione e dell’infiltrazione.

Riprese convulsa, nelle varie anime del «movimento dei movimenti», la discussione sul che fare per andare avanti. Nessuno si avvide del comparire all’orizzonte del cielo di Manhattan di due arei civili che trasportavano un carico destinato a sconvolgere qualsiasi gioco politico fin lì giocato, e a decretare la fine dell’ultima internazionale rivoluzionaria in gestazione.



* Il testo di Franco Berardi Bifo è tratto da Un’estate all’inferno, Luca Sossella editore, Roma 2002.