Un racconto per immagini


Dall’autrice di Configurazione Tundra, un racconto per immagini sul corpo, tra sensi e oscurità, ribellione e accettazione, bellezza e demoni, attraverso le potenti suggestioni della fotografia di Effe Erre.


Elena Giorgiana Mirabelli, scrittrice, e Effe Erre, fotografa, nascono entrambe a Cosenza sul finire dei Settanta, entrambe vivono e lavorano a Cosenza, affacciate al mondo.

Questo è il loro primo lavoro insieme.


* * *


Corrompo, certo, perché faccio immaginare.

F. Pessoa, L’ora del diavolo


Notte

Siete in una stanza scura, c’è una piccola finestra, un grande letto con lenzuola sottili, delle tende spesse, uno specchio senza cornice. Ti ha portato lì perché dice che vedrete demoni e luci e andrete altrove. In uno spazio dove la pelle è squarciata, il seno non è più tuo, non è più suo, in cui le gambe, ora robuste, sono ossute, in cui le braccia non esistono, e la carne è incisa, segnata ma è anche liscia; in cui gli ombelichi si schiudono, spariscono, in cui le lingue si mischiano e la tensione si rompe al ritmo delle danze di magare e nani, di demoni e donne, di uomini con le mani piene di graffi, e le gole piene di urla. Dice che vedrete corpi diventare molli, archi che si piegano, vertebre che si rompono e poi schiene che si allungano. Vedrete le ossa rigenerarsi e i tessuti crescere, le cellule moltiplicarsi e i soli esplodere.

Tu e Andrea siete in una stanza scura in cui ci saranno le altre e gli altri, e non saranno donne e non saranno uomini, ci saranno corpi sottili e robusti, alcuni li riconoscerai, altri ti faranno timore, altri ancora non li noterai perché troppo simili a te, alle tue abitudini. Avranno capelli e peli, saranno glabri e privi di nei. Saranno bruciati dal sole o dall’acido, vedrai lividi, corpi lisci e ruvidi. Saranno tanti, saranno pochi. Sarete tu e Andrea. Ti dice che dovrai affidare il tuo corpo solo al desiderio, e non ai cilindri che lo regolano, alle gabbie di metallo attorno alle gambe che useranno per allungarti. Dice che vedrai le fessure, che sarai anche tu una fessura per qualcun altro, che non c’è bisogno che la tua pelle si tenda se non sei tu a volerlo. E forse arriverà la notte in cui andrete altrove, in un posto in cui le tue gambe e le sue, i tuoi seni e le sue fessure, si fonderanno e tu diventerai Andrea e Andrea sarà te, e i suoi seni saranno la tua carne. I demoni arriveranno, e squarceranno i tuoi nervi, i muscoli, e le tue vene ti esploderanno dentro e allora sarà la notte.


Siete nella stanza dove ti ha portato ogni notte, e ogni notte non era quella giusta.



Tramonto

Io e Andrea ci siamo conosciute in un posto lontano e buio. Eravamo lì perché ci avevano detto che dovevamo imparare a volerci bene: io dovevo accettare che le mie gambe venissero allungate – ero troppo bassa rispetto al canone. Andrea doveva decidere.

Aveva una fessura fra le gambe diversa dalla mia. Il suo corpo era sottile e nervoso, la sua voce più bassa del normale. Le avevano detto che doveva scegliere, ma in realtà la scelta l’aveva fatta chi l’aveva mandata in istituto. Quando è arrivata io ero già lì da tre settimane. La ragazza che occupava il letto accanto al mio era andata via, di notte; l’ho vista addormentarsi e al mattino il letto era vuoto, con le lenzuola nuove, tirate e profumate. Non mi ero preoccupata; le ragazze sparivano ogni notte e non ci facevamo più caso. Accadeva in silenzio, niente veniva registrato e impresso in memoria: un urlo, un calcio, del sangue. Nulla. C’erano corpi nei letti e poi non c’erano più. Le lenzuola erano di nuovo pulite, l’aria era fresca e profumata e noi continuavamo a imparare a volerci bene per come era prescritto in libri che nessuna di noi aveva né visto né letto.

Andrea mi è sembrata subito diversa. Sorrideva. Ma non era un sorriso divertito, né cattivo. Non c’era nulla se non una linea sottile sul volto che le tirava la guancia. Ha detto il suo nome. Un occhiolino. Poi si è sdraiata e mi ha voltato le spalle. Voleva vedere il sole.



Il calendario delle operazioni veniva stabilito a inizio stagione. Il mio era uno dei casi più particolari. Necessitava di una preparazione mentale oltre che fisica. Per allungarmi mi avrebbero rotto le ossa e creato del vuoto fra le due parti spezzate; avrebbero fissato dei cilindri di ferro attorno alle gambe e avrei atteso che il tessuto crescesse, si rigenerasse e riempisse il vuoto. Avrei guadagnato 10 cm. Poi sarebbero state allungate le braccia. C’era bisogno di armonia. Il corpo doveva essere ricreato, con dimensioni e proporzioni esatte. Avrebbero quindi spezzato le braccia, avrebbero allungato anche quelle e ci sarebbero stati nuovi cilindri e nuovo dolore. Immaginavo il corpo tendersi; i nervi e le vene muoversi nella carne e adattarsi al cambiamento. Ogni giorno millimetri di tessuto osseo nuovo aumentare le mie dimensioni. Mi chiedevo se avrei sentito quei millimetri crescere, i nervi tendersi e adattarsi, il sangue fluire, i muscoli assumere posture inedite. La grandezza delle stanze: mi chiedevo se anche quelle sarebbero state diverse.

Andrea mi diceva che era una domanda sbagliata, non era la stanza a cambiare, ma io, e sapevo perfettamente che la logica era lì, nella sua spiegazione, nella sua bocca sottile e un poco storta. Rimpicciolire, allungarsi, trasformarsi. Era la mia carne a farlo, ma la percezione è uno strano luogo: mi sarei convinta che a rimpicciolire sarebbero state le pareti, gli altri, il mondo. Lei allora mi toccava tre volte la fronte, qui, proprio al centro e mi chiedeva sempre:

«Ma tu, lo vuoi davvero?».



Ad Andrea era imposta una permanenza più prolungata. Dico «imposta» perché lo diceva lei. I primi giorni era stata nel letto a guardare il sole. Si metteva seduta, dandomi le spalle. Intrecciava le gambe e schiena dritta guardava fuori, il sole e il suo movimento. L’alba e il tramonto e poi di nuovo l’alba e il successivo tramonto. Il movimento del sole la calmava perché era un modo per la sua testa di stare ferma. Mi parlava spesso di una lotta con i suoi pensieri che la portavano in tanti luoghi e nessuno. La facevano sentire arrabbiata, a volte triste, molte volte euforica. I pensieri non avevano un oggetto specifico, mi diceva, ma tanti. Come se esistesse un punto preciso in cui tutto collassa – il tempo, lo spazio, i significati, le sensazioni – e quel punto fosse un nodo e i pensieri sono quel nodo. Diceva di sentirsi come se si trovasse poi su quel nodo, nel momento in cui qualcuno tenta di scioglierlo questo si stringe sempre di più. E lei è su quel nodo e nelle sue diverse parti e solo se guarda il sole blocca il processo e si calma. E non sente più nodi e la catena dei pensieri si blocca.

Andrea mi mostrava, poi, la fessura e mi diceva che aveva finalmente capito cosa desiderava.

I pensieri e le parole degli altri – famiglia, istituto, salotti e case – la facevano sentire simile a un alieno. Una creatura di un altro mondo, dalla genetica impazzita e dall’aspetto non conforme. Andrea aveva una leggera peluria ma lei riusciva a tenerla a bada e altre volte addirittura se ne scordava. Ma loro dicevano che c’era un errore e doveva essere risolto. E quindi si ritrovava sul nodo senza volerlo, perché se l’errore era nel corpo, Andrea aveva la certezza, la sola certezza di desiderare che il suo corpo continuasse a essere il suo corpo. In chissà quale libro o quale stanza avevano deciso che dovevano levare il pezzo di carne molle simile alla mia fessura ma diversa nella sostanza. In chissà che stanza avevano creato quel nodo e preferivano che fosse tenuto stretto stretto. E che, alla fine, venisse sciolto in modo semplice. Senza nessuna cura, ma con un bisturi e con delle bende.

Un giorno Andrea mi ha chiesto se volessi toccarla. E mi avvicinai con curiosità al suo corpo; mi divertiva scoprire quelle sensazioni sottili e profonde che ancora non riuscivo a capire.



Fino al giorno dell’operazione ogni giorno le avrebbero ripetuto che lei era Andrea, che avrebbe avuto una donna e dei figli perché c’era anche la questione del cognome e chissà quali altri ragioni che con il suo corpo non c’entravano nulla. E Andrea ascoltava, annuiva, stava calma. Poi veniva in stanza e disegnava piccole forme spigolose in cerchi sempre poco precisi e guardava il sole. Si chiamano sigilli, mi aveva detto e pare che potessi imparare a farli anch’io. Prese un foglio e mi spiegò il segreto. Ma prima dovevo capire quale fosse il mio desiderio.


Una notte Andrea urlò tantissimo. Io ero spaventata perché quando arrivarono decisero che era necessario fermarla per evitare che si facesse male. Tutti lì dentro decidevano cosa fosse bene e male, cosa fosse giusto fare per aiutarci a prenderci cura perché pare che la Vita fosse l’oggetto da tutelare. Una Vita maiuscola, senza carne, senza volto; la Vita al di sopra di tutto. Anche dei desideri miei e di Andrea. Volevano anche portarla via dalla stanza e allora ho detto che Andrea non lo avrebbe più fatto, lei aveva gli occhi piccoli e rossi ma disse sì con la testa. La lasciarono lì, con me. Le diedero un calmante. E andarono via. Andrea ha chiuso gli occhi e al mattino abbiamo fatto finta di niente.



Notte

Stava dimagrendo. Di notte quando le toccavo il corpo, sentivo la consistenza della pelle cambiare, diventare più sottile. Sentivo le vertebre e le costole, le ossa della sua anca. Lei allora guardava i miei seni pieni e li accarezzava e diceva che erano morbidi. Di notte sentivo il suo corpo diventare piccolo, al mattino c’era il sorriso storto e i sigilli che disegnava e bruciava.

Le ho chiesto allora di nuovo della stanza buia e dei demoni che sarebbero arrivati.

Lei mi ha detto che non era tempo: ancora non avevo capito. Andrò via prima dell’operazione, perché non è quello che desidero, ha detto. E allora verranno i demoni, ma li vedrò solo io, perché so, ha continuato. Poi ha preso a guardare le mie gambe. Le ha abbracciate. Ha cominciato a dare dei piccoli baci, qui, dietro le ginocchia. È scesa verso i polpacci e le caviglie. Si è avvicinata al mio seno e mi ha spinto giù. Ero sdraiata e avevo la sua testa sulla pancia. E mi ha detto che presto sarebbe arrivata la notte giusta.


Passavamo le giornate a mentire. In istituto credevano che noi ci stessimo preparando al meglio all’operazione. Mostravamo segni di paura, perché così doveva essere, mostravamo euforia, perché così doveva essere. Eravamo riuscite a calibrare le nostre azioni in vista delle aspettative. Andrea era più brava di me perché lo faceva con logica, in modo ragionato. Io a volte mentivo ma non sapevo di farlo: ero così abituata a quel gioco di azioni previste e attese che credevo di volere sul serio, di agire sul serio, di pensare sul serio. Anche i miei ricordi erano delle piccole storie inventate, efficaci, molto efficaci, come diceva Andrea. Andrea mi stava mostrando piano che non esiste solo una versione delle cose, ma frantumi parziali. Piccole schegge che agiscono e creano dei varchi.

Mi ha chiesto se ricordassi il giorno in cui ho deciso di allungarmi. Racconta, ha detto. E io ho inventato, di nuovo.

Era primavera, ma il cielo era bianco. Volevo indossare un vestito, giallo con piccoli fiorellini neri sopra. Il vestito mi arrivava al polpaccio, quando l’ho visto pensavo arrivasse al ginocchio. È lì che ho deciso, mi sembrava fosse una storia vicina a quello che era accaduto quella primavera. Ma Andrea aveva sollevato il viso e aveva guardato facendo una smorfia che rendeva la sua bocca ancora più storta. E allora ho ricordato quel giorno. Eravamo al parco, mi diceva che non avrei dovuto indossarlo. Quel vestito, in fondo, mi piace anche se sta lungo, ma mia madre non guarda me, ma le altre madri e le altre figlie, le altre donne del canone. Mi dice che devo capire che il luogo della mia decisione ha un limite preciso e quel limite è fuori, nella giusta misura scelta altrove e non nella mia testa. E allora quel vestito giallo con i fiorellini neri l’avrei accorciato per lei, ma non era il tessuto il problema. Aveva detto così, Non è il tessuto, il problema. Poi aveva pianto e si era scusata. Aveva detto che dovevo scordare quelle sciocchezze e che avremmo accorciato il vestito. Ma quella sensazione era rimasta incastrata nel petto, nelle gambe. Credo di aver sentivo che mia madre si vergognava: una figlia fuori canone era il segno del suo fallimento.

Andrea ha iniziato a ridere, un vestito non era nulla, non poteva essere la sola ragione. Mi ha chiesto di ricordare meglio, di capire quale fosse la reale fessura, quel vuoto che si era creato fra me e mia madre e che credevo di colmare con delle nuove ossa, un nuovo corpo.

E ho ricordato allora quando li ho sentiti, mia madre e mio padre. Parlare di geni e attitudini, di occasioni mancate e di sbagli, di esperienze che non avrebbero più fatto, di luoghi che non avrebbero più visitato. Credevo che tutto fosse legato a me, al fatto che il mio corpo era storto, le mie gambe arcuate e non c’era armonia. Ero io a ricordare ogni giorno la mancata misura della loro vita. Mi sarei allungata per loro. E mi ero convinta di desiderarlo senza capire che il momento esatto della decisione non c’era stato. In realtà dovevo cambiare perché il canone lo prevedeva. Andrea allora mi diede un bacio sulla pancia. Avrei anch’io visto e abbracciato i demoni.



Prima dell’alba

Siete nella stanza buia ed è la notte giusta. La stanza è piena di altre ragazze e altri ragazzi. Hanno gli occhi chiusi, hanno gli occhi aperti. Vi siete ritrovati in quel luogo senza averlo deciso, portati dai sigilli, dai pensieri, dai ricordi e dai desideri.

Siete lì per unire e per cambiare, lasciare che l’istituto crolli e che ci siano sassi ovunque. Le fessure che avete aperto, le crepe create hanno lasciato che entrasse la luce. C’è chi ha deciso che le pareti dovranno bruciare, chi che il crollo possa avvenire solo svuotandole, quelle pareti. I luoghi muoiono senza i corpi, ci saranno solo fantasmi. Tu e Andrea siete due piccole fessure che lasciano entrare luce anche per gli altri e i demoni dell’altro mondo arriveranno. Attraverseranno la carne e la modificheranno perché lo desiderate, perché avete abbracciato il passato, quel piccolo luogo buio senza giusta misura, fuori canone, pieno di segni di cui vi hanno detto di dover provare vergogna. E vedo le tue gambe allungarsi e diventare smisurate, infinitamente grandi, infinitamente minuscole. I seni molli scoprirsi e i corpi tendersi. Siete tu e Andrea e siete legati a tutti i fantasmi del passato, che sono lì, incarnati e parlano, danzano e corrompono. Cominciate a immaginare le vie di fuga e le prospettive del collasso.

Vi unite nelle storie, Andrea è il demone che prende spazio e diventa il tuo passato e il tuo futuro. Diventa una delle possibilità del tuo mondo. Tu stai ferma nella stanza che comincia a rimpicciolirsi, perché sì, la percezione è un luogo strano, ma hai bisogno di diventare una costante che si muove nel tempo e nello spazio ma che piega la realtà. Ti guardi le mani, guardi le tue gambe, e quando sei sul letto e pieghi la tua schiena è il mondo che si adatta a te, è il mondo che diventa te.

E ti guardi attorno e i fantasmi di carne ti osservano e sanno che adesso, proprio adesso, il salto è compiuto. L’unione è perfetta. Tu sei un demone, sei due demoni, in te, in quel momento di buio e luce, si intravede l’alba. Quando la luce allaga, si distribuisce ovunque, abbaglia e la notte finisce.