Eric Hobsbawm. Marxismo, scienza e politica negli studi di uno storico militante



Pubblichiamo un ritratto di Eric Hobsbawm, storico e militante marxista, autore della grande tetralogia di storia generale – L'età della rivoluzione 1789-1848, Il trionfo della borghesia 1848-1875, L'età degli imperi 1875-1914 e Il secolo breve 1914-1991.


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Il 2 ottobre del 2012 si spegneva a Londra Eric Hobsbawm. A distanza di un decennio, sono ancora diverse le iniziative, editoriali e non solo, che ne ricordano, anche criticamente, la biografia tanto personale quanto intellettuale. Ricordandone solo le più recenti: un altro grande storico inglese, Richard J. Evans ha dato alle stampe nel 2019 una monumentale biografia dal titolo Eric Hobsbawm: A Life in History [1]; nel 2020, la storica Anna Di Qual ha pubblicato in modalità open access il volume Eric J. Hobsbawm tra marxismo britannico e comunismo italiano [2], nel 2021 la London Review of Books ha prodotto un documentario dal titolo Eric Hobsbawm: The Consolations of History, regia di Anthony Wilks, disponibile gratuitamente in rete [3].

L’autore nato ad Alessandria d’Egitto si chiese nella sua biografia del 2002:


«perché una persona come me dovrebbe scrivere un’autobiografia o, più precisamente, perché altri, senza particolari collegamenti con me, o con che potrebbero non aver saputo della mia esistenza prima di aver visto la copertina in libreria, dovrebbero pensare che valga la pena di leggerla» [4].


Parafrasando questa frase, potremmo chiederci se ha senso, dopo 10 anni, ricordare una figura come quella di Hobsbawm e cercare di farla conoscere a una platea più vasta della comunità degli addetti e delle addette ai lavori. Di primo acchito, la risposta sembrerebbe facile: ma come, l’autore de Il secolo breve, uno dei più grandi storici del Novecento! Tuttavia, se si trattasse solo di questo, sarebbe tutto relativamente facile, come si fa in occasione di anniversari che riguardano eventi storici o personalità «importanti», per i quali si preparano bei discorsi agiografici che «santificano» il personaggio. Purtroppo – o piuttosto per fortuna – non può essere questo il caso, perché la vastità, la profondità e la complessità delle riflessioni politico-storiografiche di Hobsbawm sono tali che qualsiasi visione riduzionistica non solo non sarebbe verosimile, ma ci impedirebbe proprio l’obiettivo che ci siamo prefissi, cioè trasmettere alcuni insegnamenti di questa vastità, profondità, complessità, pur sempre con un approccio critico.

In primo luogo, quella dello storico di origine ebraica è una delle rare situazioni per le quali una biografia intellettuale corrisponde con un’intera epoca storica: egli nacque infatti il 9 giugno 1917, quasi a 5 mesi esatti dallo scoppio della Rivoluzione d’Ottobre, attraversando quindi tutto il Novecento, quel «secolo breve» che ha studiato e narrato. Lo ha ricordato egli stesso, sempre nella sua autobiografia: «ho vissuto quasi tutto il secolo più straordinario e terribile della storia umana» [5], ma lo ricordano tantissimi suoi sodali di ricerche, come ad esempio Aldo Agosti, quando scrive che è inusuale «che la personale biografia di uno storico rappresenti in modo così emblematico nodi e fasi salienti di una parte almeno delle epoche che sono al centro della sua opera. Nel caso di Hobsbawm è certamente così» [6]. Studiare le opere di Hobsbawm significa quindi immergersi completamente nelle contraddizioni e nelle suggestioni di quel secolo turbolento quanto immaginifico, spesso come fossimo in una saga romanzesca a puntate, attraverso lo sguardo di un «osservatore partecipante» [7].

In secondo luogo, Eric era un comunista: lo è diventato a 15 anni, quando a Berlino si incorporò nella Lega degli studenti socialisti, la formazione legata al Partito comunista tedesco, e lo è rimasto fino alla fine dei suoi giorni, come ricorda Donald Sassoon [8]. Fin dalle origini della sua militanza (una militanza sui generis, come onestamente riconosceva, limitata quasi esclusivamente alla sua attività intellettuale) possiamo ritrovare alcune fra le stelle polari che hanno guidato la sua attività di studioso: la visione internazionale dei fenomeni e il carattere internazionalista della lotta politica, l’appartenenza alle classi popolari e al proletariato come virtù positiva, la fiducia nel marxismo come chiave di lettura dei fenomeni sociali e politici (e quindi storici). Il suo approdo dallo zio paterno in Inghilterra, nel 1933, e la sua iscrizione a Cambridge, dove studiò sotto la supervisione di Michael Postan e coi consigli di Piero Sraffa, non gli impedirono di coltivare la sua vocazione antifascista e internazionalista, tanto che nel 1936 intraprese un viaggio nella Parigi del Fronte Popolare e nella Spagna controllata dalle forze repubblicane. L’adesione al piccolo Partito comunista della Gran Bretagna fu, quindi, quasi scontata e, attraverso questa, Hobsbawm fece una prima conoscenza che rafforzò tanto le sue convinzioni marxiste, quanto la sua passione per la storia. Si tratta della pattuglia di giovani storiche e storici con cui diede vita al Communist Party of Great Britain Historians’ Group. Sotto la guida di Dona Torr e di Maurice Dobb, il gruppo, di cui facevano parte altri storici di valore assoluto come Christopher Hill ed Edward P. Thompson, contribuì a innervare di sangue nuovo la storiografia europea, facendo della scuola marxista britannica una delle più importanti a cavallo della Seconda guerra mondiale. Pur se di limitato respiro internazionale, come mi ha detto qualche anno fa Kevin Morgan [9], si trattò di una «straordinaria fucina intellettuale» (sono parole di Agosti), una scuola storiografica marxista sostanzialmente antidogmatica, come nella tradizione del razionalismo filosofico e del cristianesimo non conformista inglesi, che cerca di sottoporre l’astrazione delle strutture generali della società alla verifica dei movimenti storici («la storia come scienza») e lo fa assumendo la lezione de «Les Annales» francesi e del loro rovesciamento intellettuale: la «storia dal basso» (history from below) è esattamente lo studio dei fenomeni storici, certo, nella loro essenza economica, ma poi anche in quella sociale, fino alle condizioni degli uomini e delle donne in carne e ossa che vivono quegli eventi («la storia come poesia»), analizzando anche l’influenza che i fattori culturali e politici hanno sulla loro evoluzione. Si trattò di un’innovazione storiografica importantissima, che avrebbe dato poi i suoi frutti nei lavori successivi di Hill sulla Guerra civile inglese, di Thompson sulla storia della classe operaia in Inghilterra, e soprattutto di Hobsbawm nei suoi saggi sul movimento operaio, sul nazionalismo e sul banditismo sociale.

Da comunista, Eric era quindi un «partigiano accademico» e questa partigianeria, collegata alla sua militanza comunista, non solo gli avrebbero fatto sbarrare tutte le porte di una carriera accademica «prestigiosa», ma lo avrebbero reso per moltissimo tempo oggetto delle «attenzioni riservate» dell’MI5. Collaborò praticamente con tutte le più importanti università a livello internazionale, ma si alla fine si ritrovò ad insegnare al Birkbeck College, l’istituto universitario serale rivolto agli studenti-lavoratori: forse, emblematicamente, non poteva che finire così. L’ostilità dell’establishment britannico possiamo però simboleggiarla attraverso un simpatico aneddoto raccontato da Evans nella sua biografia: all'inizio del 1998, Hobsbawm si recò a Buckingham Palace per essere nominato «Companion of Honour», uno degli ordini più illustri della vita pubblica britannica. Era stato proposto, ironia della sorte, da Tony Blair su suggerimento di David Miliband, figlio del sociologo marxista Ralph Miliband (come mi ha raccontato Sassoon). Quando la regina Elisabetta II, recentemente scomparsa, presentò le insegne ufficiali dell'ordine, un pezzo di intonaco cadde dal soffitto, mancando lo storico ed evitando così per un soffio quello che gli inglesi potrebbero definire «uno sfortunato incidente».

Tornando a Hobsbawm, egli riteneva quindi possibile conciliare la militanza politica con l'attività scientifica e vedeva nella storia uno strumento potente di comprensione e di correzione degli errori del passato, e quindi una possibile guida per il futuro. Lo dimostrò già quando la parabola dell’Historians’ Group andava declinando e le contraddizioni col partito sui fatti d’Ungheria portarono alla fuoriuscita di quasi tutto il gruppo (tranne lui). Nel 1952 fu uno dei redattori fondatori della rivista «Past and Present», e poco più tardi fu lui a proporre l’allargamento del comitato di redazione anche a storici non marxisti, come ad esempio Lawrence Stone e John Elliott. Fu nella temperie del lavoro redazionale di «Past and Present» che Hobsbawm cominciò a dimostrare che si poteva essere “partigiani” nelle idee, mantenendo però la rigorosità e la qualità dell’indagine storica, non subalterna ai condizionamenti ideologici, accettando su questo terreno il confronto con altre scuole interpretative. Avere «la capacità di vedere le cose sia dal proprio punto di vista sia da quello altrui […] è una virtù necessaria a chiunque si occupi di storia e di scienze sociali», ha scritto Eric sempre nella sua autobiografia [10]. Bisogna inoltre saper separare la propria lealtà al partito o all’organizzazione di appartenenza dalla necessità di essere dei buoni storici: questa è stata la critica profonda che Hobsbawm ha mosso a quasi tutti gli «storici di partito» suoi contemporanei, tanto dell’Europa orientale, quanto di quella occidentale. Per fare questo diventa necessario ampliare i nostri ambiti di ricerca, uscire da un certo «ultraspecialismo» autoreferenziale che, ironizzava Hobsbawm, fa trascorrere allo storico la propria vita «sempre più all'interno della struttura ampia e variata del suo albergo» [11]. Ciò ci porta ad altre due questioni centrali nella produzione scientifica dello storico inglese.

La prima è che per Hobsbawm il marxismo non è una «teologia dogmatica» da difendere obbligatoriamente, ma un metodo scientifico che deve ritornare alla sua funzione originale. I marxisti dovevano uscire dalla «età glaciale» in cui la maggior parte di essi erano stati posti dal dogmatismo e dal determinismo di stampo sovietico. L’ortodossia marxista «avrebbe di certo scioccato lo stesso Marx»: per questo, contro «l'idea che ci sia una netta differenza tra un marxismo “corretto” e uno “scorretto”», contro la presunta contraddizione fra un Marx “genuino” e una serie di «successivi semplificatori e falsificatori del suo pensiero», Hobsbawm ritenevano che andassero studiati tutti gli apporti di chi ha cercato di porsi le stesse domande di Marx trovando possibili soluzioni (giuste o sbagliate) all'interno del proprio tempo. Questo fu un tema su cui Hobsbawm ritornò più volte, ad esempio nel saggio Dialogo sul marxismo (1966), nell’Introduzione (1978) alla voluminosa Storia del marxismo pubblicata da Einaudi (1978-1983) o ancora in alcuni ultimi saggi, come Marx e il movimento operaio: il secolo lungo (2000) o Marx oggi (2007) [12]. Non fu, comunque, particolarmente colpito da Gorbaciov e dalla sua perestrojka: lo incontrò a Torino nel 2005, non nascondendo una certa delusione personale: ne apprezzava l’onestà e la gentilezza, ma riteneva che le sue azioni avessero luci e ombre, con pesanti conseguenze. Da una parte l’ultimo leader sovietico aveva impedito l’escalation nucleare, contribuendo a dare ancora un futuro all’umanità, dall’altra aveva di fatto rovinato l’Unione Sovietica, pur evitando un bagno di sangue, come avvenne invece in Jugoslavia.

La seconda questione centrale riguarda l’ampliamento dei limiti della ricerca che condusse Hobsbawm sul terreno della storia globale e della storia comparata. Lo dimostra la sua grande tetralogia di storia generale - L'età della rivoluzione 1789-1848, Il trionfo della borghesia 1848-1875, L'età degli imperi 1875-1914 e il già citato Il secolo breve 1914-1991 - nella quale argomenta la tesi della «duplice rivoluzione» (quella francese e quella industriale) come base e presupposto del mondo contemporaneo. In queste quattro opere, come anche in quelle sul banditismo ed in alcuni saggi sul movimento operaio [13], Hobsbawm non si occupò solo di Europa, ma intersecò le diverse storie nazionali e continentali come parte di una comune narrazione collettiva mondiale, vedendo «il passato come un tutto coerente» invece che «come un aggregato di argomenti separati: storia dei vari Stati, della politica, dell’economia, della cultura e via dicendo» [14]. Ciò non gli ha certo risparmiato severe critiche per il suo supposto eurocentrismo, in particolare da Edward Saïd e da Perry Anderson e più recentemente da alcuni autori indo-britannici [15]. Si vedrà fra poco come forse, questi presunti limiti della produzione storiografica di Eric, sommati ad altri, avessero delle precise ragioni biografiche, sociali e politiche.

Hobsbawm, lo racconta Evans [16], a un certo punto fu criticato anche perché, alla fine degli anni Ottanta e soprattutto dopo essersi occupato delle rivoluzioni borghesi in più occasioni, non avrebbe affrontato in modo soddisfacente il tema dei nazionalismi. In realtà non è esattamente così, visto che, oltre ai volumi di storia generale, lo storico britannico affrontò il tema in diversi saggi scritti fra il 1963 ed il 1977, dedicati sia ai movimenti anticolonialisti di liberazione nazionale, sia al tema degli indipendentismi in Gran Bretagna, sia ancora al rapporto fra movimento operaio e socialista e il nazionalismo [17]. Senza contare che nel 1983 diede alle stampe, insieme a Terence Ranger, uno dei volumi che lo rese più famoso, L’invenzione della tradizione. Probabilmente, però, la crisi del socialismo reale e l’imminente collasso dell’Urss resero di più stringente attualità il tema, pertanto Hobsbawm decise di approfondire il fenomeno con il suo celebre volume scritto nel 1990, Nazioni e nazionalismi dal 1780. Programma, mito, realtà (il volume è stato pubblicato in Italia nel 2002). Sebbene in quest’ultimo libro Hobsbawm si lasciò andare a un’affermazione che gli venne spesso rivoltata contro, quando scrisse che gli storici nazionalisti non possono scrivere saggi sul nazionalismo (allora neanche gli storici marxisti dovrebbero scrivere di storia del marxismo, obiettò qualcuno, non senza ragione…), egli non solo affrontò il tema dal punto di vista di come veniva percepito e di quale influenza avesse sulle classi popolari, ma, pur riconoscendo la forza storica del nazionalismo, riaffermò con forza un concetto che già aveva sviluppato nel suo saggio del 1977: un movimento operaio debole rischia di essere preda delle sirene nazionaliste e in ogni Paese sta ai rispettivi movimenti rivoluzionari combattere il «proprio» nazionalismo. Ancora una volta, l’internazionalismo delle posizioni politiche e del metodo storiografico dello storico britannico emergevano in modo evidente e profondo.

Ciò su cui forse si è finora riflettuto meno, relativamente alla sua produzione storiografica, sono gli studi di Hobsbawm sul movimento operaio: partendo dalla rivoluzione industriale e arrivando al secolo breve, lo studioso inglese ha affrontato non solo la parabola storica della working class, ma ne ha approfondito praticamente tutti gli aspetti. Innanzitutto quello economico-sociale: dalla polemica storico-politica sul tema delle condizioni di vita della classe operaia fra l’ultimo quarto del XVIII secolo e la metà del XIX [18], in cui criticò le posizioni degli storici liberali e cercò di dimostrare come i lavoratori vivessero in un vero e proprio «inferno sociale», alla maturazione di una coscienza di classe e alla formazione di un movimento operaio, susseguenti proprio quelle condizioni, attraverso varie fasi: la rivolta individuale, il luddismo, il tradunionismo e gli scioperi, il cartismo, le teorie socialiste [19]. Inoltre, Hobsbawm approfondì il fenomeno dell’«aristocrazia operaia», ne studiò l'evoluzione e ne evidenziò le forti implicazioni dal punto di vista politico. Il tutto tenendo sempre al centro il metodo analitico della sua scuola di provenienza, quindi collegando sempre strettamente ciclo economico, condizioni sociali e idee politiche.

Su quest’ultimo aspetto (le idee politiche), Hobsbawm era convinto che, a partire dagli anni '50 e '60 del XX secolo in avanti, fosse necessaria una profonda revisione delle prospettive tradizionali che il movimento socialista e rivoluzionario, nei Paesi industriali avanzati, aveva avuto nei decenni precedenti. Capitalismo e nazionalismo non erano crollati e la rivoluzione, in apparenti condizioni di pace, prosperità e stabilità politica, non sembrava proprio all'ordine del giorno (come in effetti si sarebbe poi dimostrato). Al tempo stesso, si dovevano studiare e comprendere a fondo le trasformazioni economiche, sociali e politiche che erano avvenute ad Ovest del cosiddetto «Campo socialista». Hobsbawm non si limitava, però, a indicazioni solo sul piano teorico o analitico. Dal punto di vista politico, egli riteneva che solo un movimento operaio forte, unito e organizzato fosse in grado di esercitare un'egemonia politica e culturale nella società e di tessere alleanze politiche e sociali in chiave progressista. In questo senso – e alla luce del golpe cileno del 1973 – rimase positivamente impressionato dalla strategia del compromesso storico che il Partito comunista stava portando avanti in Italia, probabilmente perché lo vedeva come la riedizione, forse l’attualizzazione della strategia dei fronti popolari del decennio 1936-1945 in cui Hobsbawm stesso, come scritto in precedenza, in gioventù si era formato. Quello che, però, vale la pena precisare in questa sede è che lo storico britannico mise in guardia dai rischi di uno scivolamento del Pci verso posizioni ritenute «fabiane» – cioè liberal-socialiste – e di rottura fra le forze sociali che sostenevano il compromesso storico, come in effetti è avvenuto [20].

Per Hobsbawm, il Maggio francese aveva dimostrato che c’erano comunque situazioni di profonda crisi sociale e culturale che potevano svilupparsi in una direzione rivoluzionaria. Tuttavia, come ha scritto Evans, Eric era alieno dalla ribellione studentesca del 1968, sostanzialmente la disapprovava, non solo politicamente ma financo negli aspetti legati ai costumi giovanili (ad esempio rispetto al sesso) e alle tendenze musicali, a cominciare dai Beatles. Poco conosciuto, ma emblematico è infatti il giudizio sul quartetto di Liverpool che scrisse sotto lo pseudonimo di Francis Newton (che usava quando scriveva di Jazz) in due articoli per la rivista americana «New Statesman» fra il 1963 e il 1964 [21]: secondo lui 20 anni dopo nessuno si sarebbe ricordato dei Beatles. Le cose sarebbero andate un po’ diversamente…

Anche la storica francese Michelle Perrot, che con Hobsbawm ebbe comunque un buon rapporto intellettuale, ha sostenuto che lo studioso inglese comprese a fatica i movimenti giovanili che si susseguirono dalla metà degli anni ‘60 fino alla metà degli anni '80 e in particolare il femminismo [22]. Di storia delle donne, in effetti, Hobsbawm si occupò pochissimo (un paio di capitoli ne L’età degli imperi e ne Il secolo breve) e quando lo fece, come nel saggetto Man and Woman in Socialist Iconography del 1978 [23], scatenò diffuse polemiche fra le storiche femministe. Sia Evans, sia Martin Pugh ritengono che l’ostracismo e la sottovalutazione per il ’68 e per il femminismo derivino dalla formazione marxista «classica» di Hobsbawm, basata sulla centralità operaia, per cui le donne e i giovani avrebbero avuto un peso solo se all’interno del movimento operaio organizzato. È probabilmente così, ma a questo aggiungerei un altro elemento, che peraltro Hobsbawm stesso ha menzionato nella sua autobiografia, ossia l’estrema differenza di lessico politico che esisteva all’epoca fra la generazione dello storico britannico e quella dei nuovi movimenti degli anni Sessanta e Settanta del Novecento, che non facilitò sicuramente la comunicazione. A ciò aggiungerei un ulteriore dato generazionale «classico», se vogliamo, ossia la disillusione e il pragmatismo che caratterizzavano Hobsbawm e molti suoi colleghi coetanei nel 1968, che contrastava con l’entusiasmo «rivoluzionario» delle nuove generazioni.

La storia non è mai stata fatta di personaggi «a tutto tondo» e quindi neanche Eric può sfuggire a questa legge (d’altronde non ha mai avuto intenzione di farlo), quello che però vale la pena ricordare, in questo decennale della sua scomparsa, è l’utilizzo del marxismo come metodo di analisi storica ed economica, mai come strumento di sterile polemica o di previsione del futuro. Nei suoi lavori, lo ricorda anche Perry Anderson [24], non si è cercato mai di piegare i fatti a tesi ideologiche precostituite, ma si è utilizzato il materialismo storico come metodo di ricerca e di esposizione dei fenomeni in tutti i loro aspetti essenziali: economici, politici, sociali, culturali. Studiare, destrutturare e ricomporre la complessità: un metodo che oggi sembra sia passato di moda…




Note [1] Richard J. Evans, Eric Hobsbawm: A Life in History, Little, Brown, London, 2019. [2] https://edizionicafoscari.unive.it/media/pdf/books/978-88-6969-401-1/978-88-6969-401-1_HccdgND.pdf. [3] https://www.youtube.com/watch?v=wVQ4dfC34TI&list=WL&index=29. [4] Eric Hobsbawm, Anni interessanti. Autobiografia di uno storico, Rizzoli, Milano 2002, ed. Kindle, pos. 19.. [5] Ivi, pos. 51. [6] Aldo Agosti, Il test di una vita: profilo di Eric Hobsbawm, in «Passato e Presente», 84/2011, p. 116. [7] Eric Hobsbawm, I rivoluzionari, Torino, Einaudi, 1975, p. VIII. [8] Donald Sassoon, Eric Hobsbawm 1917-2012, «New Left Review», serie II, n. 77, settembre-ottobre 2012. [9] Alberto Pantaloni, Il Communist Party Historians’ Group: intervista a Kevin Morgan, in «Historia Magistra», a. IX, n. 24, 2017, p. 94. [10] Eric J. Hobsbawm, Anni interessanti, pp. 8-9. [11] Id., Partigianeria, in Id., De historia, Rizzoli, Milano, 1997, p. 63. [12] Questi ultimi due saggi sono contenuti nella raccolta Come cambiare il mondo. Perché riscoprire l’eredità del marxismo, edita da Rizzoli nel 2013. [13] Ci si riferisce a: I ribelli. Forme primitive di rivolta sociale, Einaudi, Torino, 1966; I banditi: il banditismo sociale nell'età moderna, Traduzione di Eladia Rossetto, Einaudi, Torino, 1971; Rivoluzione industriale e rivolta nelle campagne, Editori Riuniti, Roma 1973, quest’ultimo scritto insieme a George Rudé. Per quanto riguarda il movimento operaio si faccia riferimento a Le tradizioni dei lavoratori, pubblicato nella raccolta Gente non comune. Storie di uomini ai margini della storia, Rizzoli, Milano, 2000. [14] L'età degli imperi 1875-1914, op. cit., p. VII. [15] Sulle critiche di Anderson e Saïd, cfr. Richard J. Evans, Eric Hobsbawm, op. cit. pp. 571-573. Più recentemente, Satnam Virdee, Racism, Class and the Racialized Outsider, Palgrave-MacMillan, 2014, ha parlato di «resoconti senza razza» sulla storia del movimento operaio inglese. C’è da dire che quest’ultima critica non risparmia neanche Edward P. Thompson e il suo famoso saggio sulla storia della classe operaia inglese. [16] Richard J. Evans, Eric Hobsbawm, op. cit. pp. 543-544. [17] Si tratta dei saggi: The limits of nationalism, pubblicato nella rivista «New Society» il 2 ottobre 1969 e recentemente uscito in italiano all’interno della raccolta Nazionalismo. Lezioni per il XXI secolo, curato da Donald Sassoon, Rizzoli, Milano, 2021, pp. 155-157; Contribution to "Colonialism and Nationalism in Africa and Europe", in «Past and Present», n. 24, aprile 1963; The attitude of popular classes towards national movements for independence: Great Britain: The Celtic Fringe, in Ernest Labrousse (a cura di), Mouvements Nationaux d’Indépendance et Classes Populaires aux XIXe et XXe Siècles en Occident et en Orient, 2 volumi, Armand Colin, Parigi, 1971. Il saggio è stato poi ripubblicato col titolo La frangia celtica, sempre in Nazionalismo, cit.; Riflessioni sul nazionalismo, in I rivoluzionari, Einaudi, Torino, 1975, pp. 351-379; Some reflections on ‘The Break-up of Britain’, in «New Left Review», n. 105, settembre-ottobre 1977, pp. 3-23. [18] Si tratta dei saggi Il tenore di vita in Gran Bretagna nel periodo 1780-1850 (1957), La storia e “le diaboliche buie officine” (1958) e Postilla sul tenore di vita (1964), contenuti in Eric Hobsbawm, Studi di storia del movimento operaio, Einaudi, Torino, 1972. [19] Si veda ad esempio l’Introduzione a Friedrich Engels. La situazione della classe operaia in Inghilterra. In base a osservazioni dirette e fonti autentiche, Editori Riuniti, Roma, 1972. [20] Lo ricorda Anna Di Qual in Eric J. Hobsbawm tra marxismo britannico e comunismo italiano, op. cit., pp. 265-266. [21] Si tratta di Beatles and Before, 8 novembre 1963, e di Stan Getz, 20 marzo 1964. [22] Michelle Perrot, Rencontres avec Eric Hobsbawm, in «Le Mouvement Social» 2013/1, n. 242, pp. 150-152. [23] Si tratta di Uomini e donne: immagini a sinistra, pubblicato in Gente non comune, cit. [24] Perry Anderson, Confronting Defeat, in «London Review of Books», a. 24, n. 20, 17 ottobre 2002, pp. 10-17.


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Alberto Pantaloni è dottorando in Studi Italiani presso l'Università Grenoble-Alpes e in Studi Umanistici presso l'Università di Urbino. Collabora con le riviste «Historia Magistra», «Passato e Presente» e «Italia Contempranea». Nei suoi studi si occupa prevalentemente di storia dei movimenti sociali e politici in Italia e in Gran Bretagna negli anni Sessanta e Settanta, del movimento delle donne nel Novecento italiano e di storia della storiografia marxista in Gran Bretagna.