Elogio dell'anonimato


Sergio Bianchi, Identità, Inchiostro su carta, 2013


L’Attore Brillante: Ma noi non siamo qua per questo, sa! Noi siamo qua per recitare,

parti scritte, imparate a memoria. Non pretenderà mica

che ogni sera uno di noi ci lasci la pelle!

Il Primo Attore: Ci vuole l’autore!

Il Dottor Hinkfuss: No, l’autore no! Le parti scritte, sì, se mai, perché riabbiano vita da noi,

per un momento, e... (rivolto al pubblico) senza più le impertinenze di questa sera,

che il pubblico ci vorrà perdonare.

Inchino.

Sipario.

(L. Pirandello, «Questa sera si recita a soggetto»)

Il povero Monsieur La Palice passò alla storia, suo malgrado, per aver involontariamente dato vita all’aggettivo «lapalissiano»: qualcosa cioè di talmente evidente, stanti le sue premesse logiche, da risultare ovvio e scontato, se non addirittura ridicolo per la sua ovvietà. Questo perché il suo epitaffio, per una serie di sfortunate coincidenze, anziché tesserne le lodi, riportava la tautologica affermazione per cui «se non fosse morto, sarebbe ancora in vita». Assumiamo dunque questa impostazione lapalissiana per sgomberare subito il campo dalle ovvietà, che sono poi l’opposto delle falsità: ogni testo ha un autore. O meglio – ogni testo è stato scritto da qualcuno: qualcuno in carne e ossa, con un vissuto, un’esperienza, con un nome e cognome. Quello che forse è un po’ meno lapalissiano è che l’enunciazione dell’autore è anni luce dallo svolgere un mero ruolo descrittivo. In altre parole, quando diciamo che un testo lo ha scritto Tizio oppure Caio, non stiamo semplicemente immaginando Tizio o Caio nella loro cameretta intenti a digitare freneticamente sulla tastiera. Quando diciamo che Tizio ha scritto un determinato testo, stiamo dicendo (a priori?) che quel testo avrà un certo significato, un senso ben delimitato. «Trovato l’autore, il testo è “spiegato”, il critico ha vinto», diceva Barthes.


Eppure non è di critica letteraria che qui ci interessa parlare. Perché non è di letteratura che stiamo parlando. Parliamo di noi, dei militanti, e della nostra (forse perduta) capacità di avanzare in termini di ragionamento critico all’epoca delle parrocchie e degli orticelli. C’è una storiella, che vale la pena raccontare perché molto più esemplificativa di tante altisonanti citazioni: durante un dibattito sulla scrittura creativa, avvenuto in una scuola alla presenza di alcuni rinomati critici, uno studente decise di chiedere un parere su un suo scritto. I critici, inutile dirlo, lo massacrarono, specie per le innumerevoli ingenuità disseminate in tutto il testo. Tuttavia, con loro grande sgomento e insanabile amarezza, lo studente rivelò poi che, in realtà, si trattava di un testo poco conosciuto di Montale. La vicenda ci torna utile perché è facile immaginare quale caos – quale scompiglio! – si creerebbe nei nostri circoli militanti, se scoprissimo che quel testo – sì, proprio quello che abbiamo criticato con tanto livore, quello che abbiamo spammato su Facebook carichi d’indignazione – lo ha scritto, in realtà, uno dei nostri oracoli, o, viceversa, che quel pezzo che abbiamo segretamente apprezzato in cameretta (segretamente, perché si sa, ci sono cose che comunque non si possono dire, nel proprio gruppo di affini) lo ha scritto quel pezzo di merda che abbiamo minacciato nel 2011 per quell’editoriale uscito su quel blog che manco ci ricordiamo più esattamente come si chiama né cosa dicesse di preciso. In questo senso, l’anonimato mescola le carte, mette in crisi le pregiudiziali ideologiche di un movimento sempre più ripiegato su se stesso e restio a guardare al di fuori del piccolo orticello (se non per controllare che l’erba del vicino sia meno verde della propria, ça va sans dire). Fa saltare quegli schemi e paletti – che poi, probabilmente, sopravvivono solo nella nostra testa – che inibiscono la comprensione e la produzione ulteriore di ragionamento critico. C’era un tizio, che non nominiamo per coerenza, che in quello che sembrerebbe un proclama dei nostri giorni diceva qualcosa tipo: «Quando non puoi attaccare il ragionamento, almeno puoi attaccare il ragionatore». Ebbene, che succede quando il ragionatore non si palesa, quando salta quella determinazione, quel confine dato dal nome dell’autore? In teoria, nulla: il testo rimane pur sempre un testo, il ragionamento – valido o meno che sia – rimane pur sempre un ragionamento. Da attaccare. Da condividere. Da mettere a discussione.


Invece, quel che succede è una peculiare corsa alla scoperta del «segreto», di quel senso ultimo, un gioco morboso a «Chi l’ha scritto?»: non tolleriamo l’assenza dell’autore (se non come enigma da risolvere) perché inceppa la fotocopiatrice in cui siamo abituati ad agire e ragionare. Sempre più simili a dei buoni cristiani, fedeli alla parrocchia, di fronte a uno scritto ci prodighiamo subito nella sua esegesi, simile a quella cristiana, che provava il valore di un testo con la santità del suo autore. Poi, che dicesse che gli asini volano, che la terra è piatta o che il movimento gode di un eccezionale stato di salute, poco conta: l’ha detto un Santo, amen. Ed è poi dai pulpiti delle parrocchie che volano le scomuniche, si enunciano le eresie e si sanzionano le opere all’Indice dei libri proibiti. Sovrapponendo il non-ortodosso con un supposto nemico (forse per incapacità di individuare quello reale, o forse per mancanza di volontà nell’affrontarlo), impicchiamo alla forca del pettegolezzo e bruciamo sul rogo del commento su Facebook gli scismatici colpevoli «di aver predicato cose nuove», rinunciando così definitivamente a elaborare una teoria politica che non puzzi di stantio.

L’autore ci permette cioè, nell’incapacità di dialogare con il contenuto del testo, di puntare un dito contro qualcuno. «Di fargli le pulci come lui le ha fatte a noi», diceva qualcuno con scarsa capacità argomentativa. Un gesto, quello di puntare il dito, che curiosamente ha molto a che fare con la genesi della figura stessa dell’autore: un personaggio moderno, legato a doppio filo al prestigio del singolo (della «persona umana», se volessimo essere più gentili con i positivisti) e alla fede nell’individuo, eredità del razionalismo francese e all’empirismo inglese, nonché summa e ideologia massima del capitalismo. Emblematico che questo processo di individualizzazione ed esaltazione dell’autore abbia trovato la sua genesi tanto nella graduale trasformazione del «discorso» in un bene inserito nel circuito della proprietà (non a caso, l’imprescindibilità dell’autore coincide, in buona parte, con l’emanazione delle prime normative sul diritto d’autore) quanto nel corrispettivo impianto «punitivo» – i libri hanno cioè iniziato ad avere degli autori nella misura in cui questi potessero essere puniti per la loro trasgressività. L’anonimato invece, nell’epoca della responsabilità individuale, manda in crisi giudici, preti e scienziati – personalità che avremmo dovuto ormai imparare a rifiutare insieme a Dio, alla ragione e alla legge.


E invece, quella stessa esaltazione individuale sembra aver fatto breccia nei nostri ambiti, nella duplice accezione della colpa e del merito. Dunque non solo nella veste dei colpevoli da imputare o degli eretici da bruciare, ma anche (e soprattutto) nella sua declinazione, opposta e speculare, del narcisismo egocentrico. Forse retaggio del carrierismo accademico che da anni martoria le nostre fila, con i suoi atroci acronimi – ISSN, ISBN, ANVUR, e chi più ne ha più ne metta – ma più probabilmente (e forse, più tristemente) emblema della crisi che ci attanaglia, ecco che ci ritroviamo a ostentare pomposamente il nostro ultimo articoletto, la nostra capacità di spiccare come alberelli nel deserto, alla ricerca di un senso, di un posizionamento, più banalmente del riconoscimento. Che non ci sarebbe nulla di male, se solo la risposta alla conseguente domanda «il riconoscimento di chi?» non fosse, in modo abbastanza lapalissiano, «quella dei nostri simili». È lì che il narcisismo autoriale contribuisce a consolidare gerarchie vecchie, incrostate e autoreferenziali – gerarchie che assomigliano molto di più a quelle capitalistiche che non a quelle, giuste e sensate, dell’organizzazione rivoluzionaria, perché riconducono la produzione e l’avanzamento della teoria politica al conferimento di uno status all’interno dei circuiti militanti, al consolidamento di posizioni che diventano fonti di privilegio e riconoscimento individuale. Che poi, quello stesso riconoscimento finisce per essere fonte stessa dell’identità militante, ciò che la certifica e la giudica, obbligando necessariamente a un conformismo di pensiero (l’ortodossia, se vogliamo essere più clementi), perché perso il riconoscimento, è persa anche l’identità.

Con i compagni e le compagne, invece, condividiamo il ragionamento, non uno status. Condividiamo la rottura quotidiana, con noi stessi e con il mondo, non un profilo LinkedIn.

Condividiamo un progetto politico radicale (che, giova sempre ricordarlo, è quello rivoluzionario), non la costruzione di isole felici in cui specchiarci compiaciuti (che poi, felici…mah!).

Se queste sono le cose che condividiamo, insomma, «che importa chi parla»? Niente, se della responsabilità individuale vogliamo fare carta straccia. Se vogliamo scrollarci di dosso le trucide vesti dell’esaltazione del singolo. Se, in altre parole, vogliamo davvero (ri)cominciare a discutere.

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