Dove non è il luogo e quando non è il momento (prima parte)

Lenin, Luxemburg, i populisti: lotta di classe e sviluppo del capitalismo


Il saggio di Gigi Roggero che pubblichiamo per la prima volta in italiano, suddiviso in due parti, è stato scritto nel 2012 per un volume curato dagli studiosi militanti della rivista polacca «Praktyka Teoretyczna». Come indicato nel sottotitolo, viene trattato il rapporto critico tra Lenin, Luxemburg e i populisti russi rispetto alla questione dello sviluppo del capitalismo. Più precisamente, da un lato viene tratteggiata in chiave genealogica la polemica di Lenin contro i populisti dell’ultimo decennio dell’Ottocento, sbiaditi eredi di una grande tradizione rivoluzionaria; dall’altro, vengono analizzate le ricchezze e i vicoli ciechi della lettura luxemburghiana dell’accumulazione del capitale. Lungi dall’essere un tema di semplice interesse storiografico, la tensione dell’intero testo è volta all’evidenziazione dell’attualità e della posta in palio politica di quel dibattito apparentemente remoto.


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Nel settembre 1870 Marx definì l’insurrezione una follia. Quando però le masse si sollevano, Marx vuole marciare con loro, imparare insieme con loro nel corso della lotta, e non solo declamare istruzioni burocratiche. Egli comprende che il tentativo di determinare in anticipo le prospettive con assoluta precisione sarebbe ciarlataneria o sconfortante pedanteria. Al di sopra di tutto egli pone il fatto che la classe operaia fa di propria iniziativa, eroicamente, con abnegazione, la storia universale.


(V.I. Lenin, Prefazione alla traduzione russa delle lettere di K. Marx a L. Kugelmann)



La sera m’aveva avvolto nel vivifico umore delle sue lenzuola crepuscolari, la sera mi aveva posato le palme materne sulla fronte rovente. Io leggevo ed esultavo, ed esultando, spiavo la misteriosa curva della retta di Lenin.


(I. Babel’, L’Armata a cavallo)



Introduzione

Il sapere è sempre situato. In altre parole, non è possibile afferrare correttamente il pensiero di un militante politico se lo si astrae dal contesto in cui è situato, dalle sue prospettive strategiche e dalle necessità tattiche, dalla materialità organizzativa e dalla contingenza della situazione. De-storicizzare Il capitale vuol dire non comprendere che Marx lo scrisse anche come strumento di organizzazione degli operai, ossia della figura politica di quel lavoro produttivo la cui definizione rappresentava per il Moro di Treviri un’esigenza tattica: l’individuazione del nemico di classe. Oppure, per restare a esempi classici, come si fa a capire Materialismo ed empiriocriticismo isolandolo dalla battaglia di partito che Lenin stava conducendo contro Bogdanov?

Siamo allora di fronte a qualcosa di più e di diverso da una generica questione metodologica. È qui in gioco uno statuto epistemologico. Per usare i termini deleuzeani, è ciò che distingue una scuola di pensiero da un movimento di pensiero. La prima è costituita da categorie il cui uso ha come scopo primario tracciare un confine e delimitare un campo di potere – accademico, disciplinare e/o teorico. È il modo in cui funziona la global university: la depoliticizzazione del pensiero riduce – marxianamente – il sapere vivo a sapere astratto, permette cioè di misurarlo artificialmente e di catturarlo nei meccanismi della valorizzazione capitalistica. Sradicato dai mutamenti della composizione di classe e privato della sua essenza rivoluzionaria, ad esempio, l’operaismo italiano viene così trasfigurato e immunizzato nella «Italian theory». Un movimento di pensiero, invece, usa le categorie come arnesi per agire dentro e contro l’economia politica dei saperi. Interroga una conoscenza spazialmente e temporalmente situata, per tradurla in un campo di battaglia che è sempre quello del presente. Afferma che il sapere, come la verità, è sempre concreto.

Questo lungo preambolo è indispensabile per approcciarci a quello che riteniamo essere un aspetto centrale del rapporto tra Lenin e Rosa Luxemburg, e che potremmo riassumere così: il problema dell’organizzazione rivoluzionaria dentro e contro lo sviluppo del capitalismo. È un tema di discussione che, conseguentemente a quanto abbiamo detto sopra, dobbiamo strappare a una doppia ipoteca: la filologia accademica e la nostalgia dogmatica. Tra rimozione e canonizzazione, del resto, il passo è breve, come annotava Lenin al principio di Stato e rivoluzione: «Accade oggi alla dottrina di Marx quel che è spesso accaduto nella storia alle dottrine dei pensatori rivoluzionari e dei capi delle classi oppresse in lotta per la loro liberazione. Le classi dominanti hanno sempre ricompensato i grandi rivoluzionari, durante la loro vita, con implacabili persecuzioni; la loro dottrina è stata sempre accolta con il più selvaggio furore, con l’odio più accanito e con le più impudenti campagne di menzogne e di diffamazioni. Ma, dopo morti, si cerca di trasformarli in icone inoffensive, di canonizzarli, per così dire, di cingere di una certa aureola di gloria il loro nome, a “consolazione” e a mistificazione delle classi oppresse, mentre si svuota del contenuto la loro dottrina rivoluzionaria, se ne smussa la punta, la si svilisce»[1]. La canonizzazione, insomma, è la continuazione della persecuzione con altri mezzi. O, per dirla altrimenti, laddove non può arrivare la persecuzione, è necessaria la canonizzazione. Le stucchevoli celebrazioni di piccole sette e vere e proprie lobby internazionali che rivendicano l’eredità di Lenin e Luxemburg – come se essa fosse una questione patrimoniale e testamentaria, notarile e non politica – sono parte del problema. Per essi valgono le parole scritte, una volta per tutte, dall’altro straordinario Vladimir: «Ho paura che una corona sulla sua testa – possa nascondere la sua fronte – così umana e geniale, – così vera. Sì, io temo – che processioni e mausolei, – con la regola fissa dell'ammirazione, – offuschino d’aciduli incensi – la semplicità di Lenin; io temo, – come si teme per la pupilla degli occhi, – ch’egli venga falsato – dalle soavi bellezze dell’ideale»[2].

Su queste basi, dunque, perché tornare nuovamente al dibattito sullo sviluppo del capitalismo che, tra fine Ottocento e inizio Novecento ha impegnato polemicamente Lenin e i populisti, la nascente ortodossia marxista (socialdemocratica e secondinternazionalista) e Luxemburg? Perché – ed è questa la tesi che sottende il presente saggio – in quel dibattito e in quello scontro politico sono contenuti i nodi politici centrali che, nella profonda se non completa trasformazione delle forme del lavoro e della produzione, innervano la contemporaneità e le nuove coordinate spazio-temporali del capitale. Lo dimostra un recente libro dell’economista indiano Kalyan Sanyal, importante nella misura in cui è centrato esattamente sullo sviluppo del capitalismo in India[3]. Il concetto di sviluppo con cui Sanyal fa i conti è, innanzitutto, quello affermatosi dopo la crisi del ’29 e il secondo dopoguerra, cioè un processo che non si presume più sospinto da immutabili leggi storiche, ma da governare e raggiungere attraverso un’azione mirata e razionale. Il laboratorio di questa «formazione discorsiva», per usare le parole di Sanyal, è stato quello che veniva chiamato «Terzo mondo» e affonda dunque le proprie radici nel colonialismo. Tuttavia, per ripensare il concetto di sviluppo e analizzare le forme di governance del «capitale postcoloniale», non è un caso che Sanyal riprenda esplicitamente nel cuore della propria analisi il dibattito tra Lenin e i narodniki, sostenendo retrospettivamente le ragioni di questi ultimi; e lo fa da posizioni che si richiamano espressamente a Luxemburg. Si tratta di un impianto analitico che, con accenti e sfumature differenti, trova ampia eco nella critica allo sviluppo del capitalismo contemporaneo.

Nel dibattito della sinistra, infatti, si sono affermati vari stereotipi: Lenin è stato rappresentato come un marxista ortodosso, fiducioso nell’oggettivo sviluppo del capitalismo che, di stadio in stadio, avrebbe aperto le porte al socialismo e poi al comunismo; i populisti russi sono diventati dei teorici postcoloniali ante litteram, convinti assertori della necessità di mettere in discussione lo storicismo e la teleologia del determinismo marxista; Luxemburg (spesso insieme a Trotzkij, il cui ruolo di perseguitato ha finito per cancellare le sue posizioni politiche, inclusa quella di creatore e comandante dell’Armata Rossa) è stata ridotta a icona libertaria o addirittura a teorica della spontaneità. Contribuire a smontare alla radice questi stereotipi e iniziare a ripensare quel dibattito dentro la sua attualizzazione storica è un obiettivo di questo saggio. Ed è, soprattutto, un compito politico.



1. La polemica di Lenin contro i populisti

Va innanzitutto chiarito cosa si intende qui per populismo, poiché il significato corrente del termine è non solo spesso vago e nebuloso, ma in questo caso fuorviante. Al contrario il termine narodniki, centrale nella battaglia teorico-politica di Lenin perlomeno dal 1893 fino ai primi anni del Novecento, rappresenta figure e posizioni molto concrete. A partire dalla metà circa dell’Ottocento il populismo russo aveva, infatti, il proprio tratto caratteristico originario nella «fede nella struttura particolare dell’economia contadina, nell’obstcina[4] come embrione e base del socialismo, nella possibilità di evitare la via dello sviluppo capitalistico attraverso un’immediata rivoluzione sociale cui il popolo sarebbe stato già pronto»[5]. Dopo il 1861 i populisti rivoluzionari (tra questi si può annoverare Nikolaj Gavrilovič Černyševskij, autore del celebre romanzo Che fare? da cui, com’è noto, trasse ispirazione Lenin) diedero vita ad attività di propaganda e agitazione che avrebbero portato, nel decennio seguente, all’associazione clandestina Zemlja i Volja (Terra e Libertà) e successivamente all’organizzazione terroristica Narodnaia Volia (Volontà del Popolo). L’«andare al popolo», del resto, era stata un’esperienza di una generazione di intellettuali radicali russi, socialisti e anarchici, che credevano nella possibilità di una rivoluzione contadina, capace di rovesciare lo zarismo senza «subire le torture del regime capitalistico», per citare il brano in cui Marx esprimeva la sua stima verso Černyševskij. E la polemica del futuro dirigente bolscevico con Nikolaj-on (N.-on), Voronstov o Iugiakov (rappresentanti del populismo riformista di fine Ottocento) era tanto più aspra quanto più era stata grande la storia del populismo rivoluzionario.

Figure molte concrete, dunque: il populismo è, infatti, sostiene Lenin, lo specchio dei «reali rapporti economico-sociali della Russia ed è perciò una delle concezioni sociali più diffuse nel nostro paese, e i socialdemocratici dovranno tenerne conto ancora per molto tempo»[6]. Per questo, continua Lenin, è necessario e utile studiarlo. E combatterlo. Quando scrive, tuttavia, il populismo degenerava progressivamente verso il liberalismo: «Da un programma politico che si proponeva di elevare i contadini al livello della rivoluzione socialista contro le basi della società contemporanea è derivato un programma diretto a rappezzare, a “migliorare” la condizione dei contadini, conservando le basi della società contemporanea»[7]. Ma una simile parabola era, secondo Lenin, «assolutamente naturale ed inevitabile, perché la base della dottrina consisteva nella idea puramente mitica di una forma particolare (obstcina) dell’economia agricola: a contatto della realtà il mito si è dissolto, e del socialismo contadino non è rimasto che una ideologia radical-democratica della massa contadina piccolo-borghese»[8]. Va qui chiarita la categoria di «piccolo-borghese»: essa viene usata per indicare, nei populisti come già prima di loro in Sismondi (l’economista svizzero duramente attaccato da Marx), l’incomprensione del «nesso tra la piccola produzione (che egli idealizza) e il grande capitale (che egli attacca). Appunto perché Sismondi non vede che il piccolo produttore, il contadino da lui prediletto, diventa di fatto un piccolo borghese»[9].

Il testo fondamentale della polemica di Lenin contro i narodniki è, com’è noto, Lo sviluppo del capitalismo in Russia[10]: si tratta di un libro fondamentale per comprendere il rapporto tra organizzazione e lotta di classe nel dirigente bolscevico, rimandiamo altrove per una sua approfondita analisi e lettura[11]. Quello che ci interessa mettere in evidenza qui sono alcuni problemi fondamentali che saranno ripresi da Luxemburg nella rilettura dei meccanismi dell’accumulazione del capitale[12]. Una questione centrale riguarda – come postulavano Sismondi prima e i populisti dopo – l’impossibilità per i capitalisti di realizzare il plusvalore, se non volgendosi al mercato estero. Lo sviluppo della grande produzione e del lavoro salariato, sostiene infatti Sismondi, fa sì che la produzione superi necessariamente il consumo e sia posta di fronte al problema insolubile di trovare dei consumatori. Identiche sono le conclusioni tratte dai populisti, «e precisamente la conclusione che nella società capitalistica è impossibile realizzare il plusvalore, che è impossibile accrescere la ricchezza sociale, che è necessario ricorrere al mercato estero, poiché all’interno del paese il plusvalore non può essere realizzato, e infine che le crisi sono causate da questa impossibilità di realizzare il prodotto mediante il consumo degli operai e dei capitalisti»[13]. Come vedremo, Luxemburg solleverà un problema analogo, pur in tutt’altre forme e con altri obiettivi.

Per Lenin ciò deriva dalla mancata distinzione del prodotto sociale in due forme radicalmente diverse, cioè i mezzi di produzione e i beni di consumo: poiché nella società capitalistica la produzione dei primi cresce più rapidamente di quella dei secondi, «i primi possono essere consumati solo in modo produttivo, i secondi solo in modo individuale. I primi possono servire soltanto come capitale, i secondi debbono diventare reddito, ossia annullarsi nel consumo degli operai e dei capitalisti. I primi spettano interamente ai capitalisti, mentre i secondi vengono ripartiti tra gli operai e i capitalisti»[14]. In questo quadro, sostiene, l’accumulazione e la produzione superano il consumo, poiché l’accumulazione si compie soprattutto nei mezzi di produzione: «Ciò che a Sismondi è sembrato un semplice errore, una contraddizione della dottrina di Ricardo – ossia che l’accumulazione è l’eccedenza della produzione sul reddito –, di fatto corrisponde pienamente alla realtà ed esprime una contraddizione inerente al capitalismo. Questa eccedenza è necessaria in ogni accumulazione che dischiude un nuovo mercato per i mezzi di produzione, senza espandere in corrispondenza il mercato dei beni di consumo, e anzi contraendolo»[15].

Qui sta l’errore principale di Sismondi: aver scambiato una contraddizione interna al capitale – tra le forze produttive e i rapporti di produzione – per ciò che ne renderebbe impossibile lo sviluppo o finanche l’esistenza. Aver confuso, in altre parole, il dover essere con la realtà, cioè le condizioni di possibilità dell’antagonismo con la loro negazione romantica. La crisi non è allora spiegabile con la contraddizione tra la produzione e il consumo della classe operaia, bensì con quella tra il carattere sociale della produzione e il carattere privato dell’appropriazione. Siamo così arrivati a un punto dirimente, attraverso cui leggere il dibattito sullo sviluppo del capitalismo, in Russia e non solo: la differenza, radicale, tra contraddizione e impossibilità. Per dirla con Lenin: «Contraddizione non significa impossibilità (Widerspruch non significa Widersinn). L’accumulazione capitalistica, questa autentica produzione per la produzione, è anch’essa una contraddizione. Ma ciò non le impedisce di esistere né di essere la legge di un determinato sistema economico. Lo stesso deve ripetersi per tutte le altre contraddizioni del capitalismo»[16]. Del resto, le contraddizioni non solo dividono, ma anche uniscono: si pensi allo scambio, che costringe gli uomini a entrare in rapporti tra di loro. Per dirla in altri termini, il romanticismo economico e i populisti hanno proposto un’immagine del capitale non come rapporto sociale di produzione e perciò complessivo, bensì come un accidente innaturale introdotto dall’esterno, e dunque dall’esterno modificabile o evitabile. Non hanno perciò compreso il nesso indissolubile tra il grande capitale e la piccola produzione indipendente, o «produzione popolare» come l’avrebbero chiamata i narodniki; schierandosi a fianco di quest’ultima hanno pensato di individuare in essa una via alternativa allo sviluppo capitalistico, laddove si trattava semplicemente di una forma particolare al suo interno. In buona sostanza, gli «amici del popolo» «vogliono il capitalismo senza espropriazione e senza sfruttamento»[17].

Il punto di partenza dell’analisi di Lenin sullo sviluppo del capitalismo è infatti molto semplice: questo non è un ragionamento, ma è un fatto. Negarlo in base a ideali di giustizia o a desideri sentimentali riguardanti la felicità della popolazione «è come dire: le previsioni del tempo non sono determinate dalle osservazioni meteorologiche, ma dallo stato d’animo della maggioranza!»[18]. Il comando del capitale non può essere eluso con rimproveri e condanne: è «un fatto col quale possono regolare i conti solo i produttori diretti»[19]. In altri termini, bisogna passare dalla critica morale alla critica scientifica, ovvero dalla critica romantica dell’ingiustizia alla critica comunista dei rapporti di sfruttamento. I meticolosi studi che mostrano l’attualità dello sviluppo del capitalismo in Russia hanno un asse portante nel processo di formazione del mercato interno. Questo è legato alla divisione sociale del lavoro e alla separazione del produttore diretto dai mezzi di produzione, ossia la sua espropriazione: «In tal modo l’agricoltura stessa diventa un’industria (cioè produzione di merci), e vi svolge lo stesso processo di specializzazione»[20]. Lenin precisa come il mercato interno per il capitalismo venga creato non solo dal fatto che la popolazione dall’agricoltura passa all’industria, ma anche dalla specializzazione dell’agricoltura mercantile.

Il punto, in ogni caso, è che il popolo delle campagne si spacca in «due eterni nemici». La base su cui si fonda la critica morale dello sviluppo del capitalismo non è altro che un’ingenua invocazione di un interesse generale che, nel processo in corso, coincide con l’interesse del padrone. Lo dimostra l’«esodo degli operai», a cui sono dedicate da Lenin pagine straordinarie e anticipatrici: esso esprime «non solo la tendenza della popolazione a ripartirsi in modo più uniforme su un dato territorio, ma anche la tendenza degli operai ad andare dove si sta meglio»[21]. Fuga e mobilità, allora, lungi dall’essere esclusivamente vettori dello sviluppo del capitalismo, sono innanzitutto le condizioni di possibilità per l’antagonismo e la misura della libertà operaia. Emerge qui con chiarezza come in Lenin non vi sia – come sostengono i populisti – nessuna apologia dello sviluppo del capitalismo, ma un’analisi materialisticamente fondata di un rapporto sociale in cui sono i comportamenti e le espressioni soggettive a determinare il giudizio sulle tendenze analizzate. C’è un movimento di libertà che eccede continuamente la formazione e regolazione del mercato del lavoro: il capitalismo, al contempo, ne ha necessariamente bisogno e ne è continuamente minacciato.

Lo sviluppo del capitalismo non è perciò mai trattato da Lenin come una linea storica oggettivamente predeterminata: dal momento che il capitale è un rapporto sociale, esso è sempre segnato dal conflitto e dalle molteplici forme che assume la resistenza, che lo costringono continuamente a procedere per salti e interruzioni. Con buona pace di chi ha appiccicato a Lenin l’etichetta dell’ortodossia marxista, nulla vi è qui di lineare e oggettivo: quello del capitalismo è «uno sviluppo che sembra ripercorrere le fasi già percorse, ma le ripercorre in modo diverso, a un livello più elevato (“negazione della negazione”); uno sviluppo, per così dire, non rettilineo ma a spirale; uno sviluppo a salti, catastrofico, rivoluzionario; “l’interruzione della gradualità”; la trasformazione della quantità in qualità; gli impulsi interni dello sviluppo, generati dalle contraddizioni, dagli urti tra le diverse forze e tendenze operanti sopra un dato corpo oppure entro i limiti di un dato fenomeno o nell’interno di una data società: l’interdipendenza e il legame più stretto e indissolubile tra tutti i lati di ogni fenomeno (e la storia mette in luce lati sempre nuovi), legame che genera un processo di movimento unico, universale, sottoposto a leggi: tali sono alcune caratteristiche della dialettica, dottrina dello sviluppo che è più ricca di contenuto delle dottrine correnti»[22]. Dunque, sostiene, «molti degli errori commessi dagli scrittori populisti scaturiscono dal tentativo di provare che questo sviluppo disuguale, a salti, tumultuoso, non è uno sviluppo»[23]. Allora, per il dirigente bolscevico affermare l’attualità di un fatto, lo sviluppo del capitalismo, non coincide con il darne una valutazione morale, o peggio ancora giudicarla dal punto di vista del proprio giudizio ideale, della misura del buono o del cattivo. Significa due cose: da un lato, le condizioni di possibilità della lotta di classe e della rottura rivoluzionaria; dall’altro, il terreno migliore per la libertà delle forze soggettive del lavoro vivo e la produzione di forme di vita in comune. É all’interno di questo processo, il cui motore è il conflitto, bisogna situare il problema dell’organizzazione.



2. Il mercato mondiale è ancora sempre in formazione?

Lo sviluppo del capitalismo in Russia si conclude con un capitolo, l’ottavo, dedicato proprio alla già menzionata formazione del mercato interno. Tematizzando l’argomento che corre lungo tutto il volume, Lenin può così tirare le somme dei dati esaminati ed evidenziare l’interdipendenza tra i diversi rami dell’economia nazionale nel loro sviluppo capitalistico. Si sofferma in modo riassuntivo sullo sviluppo della circolazione delle merci, sull’aumento della popolazione industriale e commerciale, che trova la sua espressione più chiara nello sviluppo delle città, in particolare dei grandi centri (ma contemporaneamente si sviluppano anche i piccoli centri e i villaggi industriali, tant’è che le differenze tra città e villaggio tendenzialmente si vanno assottigliando o addirittura scomparendo), sull’aumento dell’impiego del lavoro salariato, che assume forme estremamente varie. Il formarsi di una sovrappopolazione specificamente capitalistica, contrariamente a quello che sostengono i teorici populisti, per Lenin dimostra anche in questo caso il procedere discontinuo e a sbalzi dello sviluppo: «Il capitalismo non può svilupparsi che a salti, e quindi il numero dei produttori che hanno bisogno di vendere la propria forza-lavoro deve essere sempre superiore alla domanda media di operai da parte del capitalismo»[24].

Ancora una volta, è qui chiaro come non siamo mai posti di fronte a uno sviluppo lineare: questo si compone sempre in un processo multiforme. Laddove vi sono spazi per la «colonizzazione interna», ad esempio, la popolazione cacciata non necessariamente emigra nei centri industriali, ma può trasferirsi nelle aree non popolate e mettersi a coltivare nuova terra. Ne consegue un incremento della popolazione agricola, che almeno per un certo tempo può procedere non meno se non più rapidamente di quello della popolazione industriale. Ci troviamo di fronte a due processi: «1) Sviluppo del capitalismo nel vecchio paese popolato, o in una parte di questo paese; 2) sviluppo del capitalismo nella “nuova terra”. Il primo processo esprime l’ulteriore sviluppo di rapporti capitalistici già costituiti, il secondo il sorgere di nuovi rapporti capitalistici su un nuovo territorio. Il primo processo significa lo sviluppo del capitalismo in profondità, il secondo in estensione»[25]. Il duplice processo rappresentato da uno spostamento di popolazione dall’agricoltura all’industria, ossia di una «industrializzazione della popolazione», e di uno sviluppo dell’agricoltura industriale e commerciale, capitalistica, cioè di una «industrializzazione dell’agricoltura», è esattamente ciò che costituisce il mercato interno, con la formazione da una parte di imprenditori agricoli e industriali, dall’altra parte di operai salariati agricoli e industriali – i soggetti, cioè, del rapporto sociale antagonista.

Abbiamo già accennato a come, una quindicina di anni dopo l’uscita del libro di Lenin, Rosa Luxemburg si confronti – da un diverso angolo prospettico – con gli stessi nodi teorici e politici. Originariamente nato come frutto dei suoi corsi sulla critica dell’economia politica alla scuola del Partito socialdemocratico tedesco a partire dal 1906, il giustamente celebre testo L’accumulazione del capitale squaderna un problema che, agli occhi di Luxemburg, è rimasto irrisolto nello stesso Marx, più precisamente nel Libro secondo de Il capitale dedicato alla circolazione del capitale. Il passaggio dalla riproduzione semplice alla riproduzione allargata, cioè al processo specificamente capitalistico in cui i redditi non vengono completamente consumati ma investiti in nuovo capitale variabile e costante, funzionerebbe come schema idealtipico, ma senza la possibilità di descrivere la concreta realtà dello sviluppo del capitalismo. In altri termini, prima di potere essere reinvestito il plusvalore deve essere realizzato, ossia trasformato in denaro: ma, sostiene la rivoluzionaria di origine polacca, ciò non può avvenire sul mercato interno, in quanto se i compratori delle merci sono esclusivamente i capitalisti e i lavoratori ciò conduce alla sola riproduzione semplice. Le condizioni di possibilità dell’accumulazione del capitale devono allora essere cercate altrove. Luxemburg trova perciò fuori dallo sviluppo del capitalismo la riposta alle sue domande: è all’esterno dei paesi capitalistici e – nei loro mercati interni – è all’esterno delle figure della produzione capitalistica che l’accumulazione può in via esclusiva realizzarsi.

La militante rivoluzionaria affronta l’ingarbugliato nodo con un esame attento e approfondito, scandagliando le principali figure dell’economia politica classica, passando al setaccio la critica marxiana, polemizzando aspramente con vari teorici coevi, tra cui certamente i populisti russi. Dopo aver liquidato in modo correttamente sprezzante Voronstov, riconosce a Nikolaj-on una profonda conoscenza di Marx, ma ne evidenzia al contempo le affinità con Sismondi. L’asse centrale del ragionamento di N.-on, infatti, è l’impossibilità della realizzazione del prodotto totale capitalistico all’interno della società: esso può compiersi solo attraverso il commercio estero. Nello sferrare l’attacco ai populisti, Luxemburg è però preoccupata di concedere spazio al «marxismo legale»[26], che dalla constatazione della possibilità dello sviluppo del capitalismo nel giro di qualche anno sarebbe passato alla sua apologia: «Questo brillante torneo [tra marxisti e populisti], che tenne in ascolto nell’ultimo decennio [dell’Ottocento] l’intelligenza socialista russa e si concluse col trionfo indiscusso della scuola marxiana, segna l’ingresso ufficiale del marxismo come teoria storico-economica nella scienza nazionale. Il marxismo “legale” prese da allora possesso ufficialmente delle cattedre, delle riviste del mercato librario economico, con tutti gli aspetti negativi del caso. Quando dieci anni dopo le possibilità di sviluppo del capitalismo russo misero in luce meridiana il loro aspetto ottimistico nell’insurrezione rivoluzionaria del proletariato, di questa pleiade di ottimisti marxisti non uno si ritrovò nelle file del proletariato»[27]. Per dirla con i termini che abbiamo proposto nell’introduzione, il movimento di pensiero era stato ipostatizzato in scuola, dunque stravolto e reso innocuo. La discussione sullo sviluppo del capitalismo aveva così abbandonato la definizione di un campo di battaglia tra parti antagoniste, per trasferirsi nelle edulcorate discussioni scolastiche o, apertamente, nel forgiare consigli e consiglieri per il principe. Così, osserva ancora Luxemburg: «I marxisti “legali” russi hanno indubbiamente battuto i loro avversari populisti, ma hanno vinto troppo. Tutti e tre – Struve, Bulgakov, Tugan-Baranovkij – hanno, nel fervore della battaglia, dimostrato più di quanto si doveva dimostrare. Il problema era: è il capitalismo in generale, e in particolare in Russia, suscettibile di sviluppo? E i suddetti marxisti hanno dimostrato così a fondo questa capacità di sviluppo, da dimostrare anche la possibilità teorica di un’esistenza eterna del capitalismo. È chiaro che, una volta ammessa l’illimitata accumulazione del capitale, si è anche provata la illimitata vitalità del capitale. L’accumulazione è il metodo specificamente capitalistico di allargamento della produzione, di sviluppo della produttività del lavoro, di spiegamento delle forze produttive, di progresso economico. Se il modo di produzione capitalistico è in grado di assicurare l’accrescimento delle forze produttive, il progresso economico, allora esso è imbattibile, il pilastro obiettivo fondamentale della teoria scientifica socialista crolla, l’azione politica del socialismo, il contenuto ideale della lotta di classe del proletariato cessano di essere una necessità storica. La dimostrazione, partita dalla possibilità del capitalismo, sfocia nell’impossibilità del socialismo»[28].

È importante soffermarsi su questo punto, giustamente sollevato da Paul Sweezy nell’introduzione al volume. Innanzitutto individua quello che ritiene l’errore centrale di Luxemburg: «Dove sbagliava era nell’asserire che la logica dello schema di riproduzione esclude un aumento di consumo, sia da parte del lavoratore che da parte dei capitalisti, o contemporaneamente di tutte e due le parti. In pratica, la riproduzione allargata, per il suo stesso carattere, comporta un aumento dei redditi sia dei lavoratori che dei capitalisti, e non c’è alcuna ragione plausibile di supporre che ambedue le classi non spendano almeno una parte dell’incremento in consumi. Se lo fanno, almeno una certa accumulazione sarà giustificata, e il teorema della impossibilità di Rosa verrà confutato»[29]. Ma interessante, al di là della confutazione teorica, sono appunto i motivi che secondo Sweezy avrebbero spinto Luxemburg in questa direzione: «Rosa temeva che se avesse ammesso la possibilità dell’accumulazione in un sistema capitalistico puro, avrebbe dovuto anche ammettere che il sistema potesse allargarsi senza limiti»[30]. Luxemburg è mossa, quindi, non da semplice passione teorica, ma dalla contingenza politica, che si imperniava sulla battaglia contro il riformismo che avanzava nella socialdemocrazia tedesca. Qui, ancora una volta, si può riconoscere il carattere di parte e tattico del pensiero e del sapere: senza afferrare ciò, non vi è possibilità di comprendere nulla.

Si può forse allora spiegare perché, dopo aver liquidato in modo convincente le posizioni sismondiane dei populisti russi, Luxemburg faccia rientrare dalla finestra (sebbene solo in una certa misura e comunque in forme diverse) ciò che aveva cacciato dalla porta: «Da entrambi i punti di vista – realizzazione del plusvalore e acquisto degli elementi del capitale costante già in atto – il commercio mondiale è una condizione storica di esistenza del capitalismo, commercio mondiale che, nei rapporti concreti dati, è essenzialmente scambio tra forme di produzione capitalistiche e non capitalistiche»[31]. Infatti, timorosa che l’astrazione del modello puro marxiano finisse per rappresentare un sistema in cui la produzione è fine a se stessa («la produzione per amore della produzione»), Luxemburg deduce che «se ammettiamo che il plusvalore venga realizzato fuori della produzione capitalistica, ne verrà che la sua forma materiale non ha nulla a che fare coi bisogni della produzione capitalistica. La sua forma materiale corrisponde allora ai bisogni di quegli ambienti non-capitalistici che contribuiscono a realizzarlo»[32]. Così, mossa inizialmente dall’intento di mettere a dura critica l’ormai prevalente posizione socialdemocratica secondo cui le crisi sarebbero causate da sproporzioni, con l’ovvia ricaduta politica della possibilità di una regolazione riformista dello sviluppo del capitalismo, Luxemburg ha finito paradossalmente per indebolire la posizione da cui la critica muoveva. In altri termini, temeva che ammettere non solo la realtà dello sviluppo del capitalismo ma anche la sua tendenziale illimitatezza, avrebbe significato accettarne l’eternità e dunque rinunciare alla possibilità di fuoriuscirne.



Note [1] V.I. Lenin, Stato e rivoluzione (1917), trad. it. Opere complete, Vol. XXV, Editori Riuniti, Roma 1967, p. 365. [2] V. Majakovskij, Vladimir Ilic Lenin (1924), trad. it. Opere, vol. 5, Editori Riuniti, Roma 1980, p. 282. [3] K. Sanyal, Ripensare lo sviluppo capitalistico. Accumulazione originaria, governamentalità e capitalismo postcoloniale: il caso indiano (2007), La casa Usher, Firenze 2010. [4] L’obščina era la comunità contadina e l’unità amministrativa nella Russia zarista. Dopo il 1861, anno dell’abolizione della servitù della gleba, furono assegnati alle comunità rurali i fondi a cui i proprietari terrieri avevano dovuto rinunciare, in cambio di un indennizzo. L’organo decisionale dell’obščina era il mir, che aveva competenza sulla distribuzione della terra comune, sulla riscossione delle tasse, sul servizio militare e sugli altri obblighi verso lo Stato (dal punto di vista fiscale vigeva infatti il principio della responsabilità collettiva). I membri dell’obščina non avevano diritto di proprietà sugli appezzamenti coltivati. [5] V.I. Lenin, Borghesia populisteggiante e populismo smarrito (1903), trad. it. Opere complete, Vol. VII, Editori Riuniti, Roma 1959, p. 98. [6] V.I. Lenin, Che cosa sono gli «amici del popolo» e come lottano contro i socialdemocratici (1894), trad. it. Opere complete, Vol. I, Editori Riuniti, Roma 1954, p. 243. [7] Ivi, pp. 266-267. [8] Ivi, p. 280. [9] V.I. Lenin, Le caratteristiche del romanticismo economico (1898), trad. it. Opere complete, Vol. II, Editori Riuniti, Roma 1954, p. 212. [10] V.I. Lenin, Lo sviluppo del capitalismo in Russia (1899), trad. it. Opere complete, Vol. III, Editori Riuniti, Roma 1956. [11] G. Roggero, La misteriosa curva della retta di Lenin. Per una critica dello sviluppo del capitalismo oltre i «beni comuni», La casa Usher, Firenze 2011. [12] R. Luxemburg, L’accumulazione del capitale (1913), trad. it. Einaudi, Torino 1972. [13] Lenin, Le caratteristiche del romanticismo economico, cit., p. 134. [14] V.I. Lenin, Le caratteristiche del romanticismo, cit., p. 141. [15] Ivi, p. 148. [16] Ivi, p. 171. [17] Ivi, p. 241. [18] Lenin, Le caratteristiche del romanticismo, cit., p. 215. [19] Lenin, Il contenuto economico, cit., p. 389. [20] Ivi, p. 45. [21] Lenin, Lo sviluppo del capitalismo in Russia, cit., p. 228. [22] V.I. Lenin, Karl Marx (1915), trad. it. Opere complete, Vol. XXI, Editori Riuniti, Roma 1966, p. 47. [23] Lenin, Lo sviluppo del capitalismo, cit., p. 602. [24] Ivi, p. 589. [25] Ivi, p. 566. [26] I teorici del marxismo legale erano così etichettati in quanto potevano far stampare i loro articoli sui giornali e sulle riviste non sottoposte alla censura zarista. [27] Luxemburg, L’accumulazione, cit., p. 264. [28] Ivi, p. 316. [29] Paul M. Sweezy, Introduzione, in Luxemburg, L’accumulazione, cit., pp. XXV-XXVI. [30] Ivi, p. XXVI. [31] Luxemburg, L’accumulazione, cit., p. 354. [32] Ivi, p. 348.



Immagine: Malevich


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Gigi Roggero è ricercatore, formatore e pubblicista militante, curatore, per Machina, della sezione freccia tenda cammello. Ha pubblicato con DeriveApprodi: Elogio della militanza (2016), Il treno contro la Storia (2017), L’operaismo politico italiano. Genealogia, storia e metodo (2019); è inoltre co-autore di: Futuro anteriore e Gli operaisti (2002 e 2005).